Le opinioni politiche degli impiegati governativi

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 24/08/1901

Le opinioni politiche degli impiegati governativi

«La Stampa», 24 agosto 1901

 

 

 

Le nostre informazioni da Roma e da Spezia narrano di un esteso malcontento serpeggiante fra gli operai degli Arsenali dello Stato e fra i bassi ufficiali della marina. Il malcontento fra gli Arsenalotti deve aver dato luogo a manifestazioni sgradite ai capi e deve avere avuto come causa l’infiltrarsi di idee socialiste od altrimenti estreme, se il ministro Morin ha ritenuto necessario di dare severissime disposizioni contro chiunque, facendo parte del personale degli Arsenali, professi idee sovversive.

 

 

Noi non vogliamo entrare nel merito delle cause che hanno prodotto l’attuale movimento negli Arsenali e nella marina.

 

 

Per quanto il problema sia complicato dal numero esuberante di Arsenali, che interessi regionali vogliono conservare in vita con grave danno dello Stato, è da sperare che un attento studio delle condizioni di lavoro e di carriera degli interessati possa togliere quegli inconvenienti che più angustiano l’animo degli Arsenalotti.

 

 

Ci sembra sovratutto oggi interessante rilevare il fatto dei provvedimenti severi che l’on. Morin intende adottare contro i suoi dipendenti i quali professino idee sovversive. Se il Parlamento fosse aperto, l’Estrema Sinistra interpellerebbe certamente il ministro della marina, come già aveva interpellato il ministro della guerra per ragioni somiglianti relative agli operai degli opifici torinesi. E forse ora il tono delle interpellanze sarebbe più aggressivo e con maggior vigore si accuserebbe il ministro di violentare la libertà di coscienza.

 

 

La questione è grave. Né meraviglia che ancora sorgano contese in proposito, se da secoli sottili pensatori ed arguti uomini di Stato si affaticano a sostenere le tesi più opposte, gli uni in nome della libertà di coscienza e gli altri invocando la necessità della difesa dello Stato.

 

 

Leggendo il telegramma romano intorno ai propositi del ministro Morin e pensando alle contese che ne potevano derivare, ci veniva in mente una famosa epistola circolare che l’imperatore Giuliano l’Apostata scriveva nell’anno 362 dell’era volgare per difendere una legge da lui emanata allo scopo di espellere i maestri cristiani dalle scuole pubbliche, dove si commentavano Omero, Esiodo, Virgilio, Cicerone ed altri autori pagani. In quella epistola il giovane imperatore afferma che il maestro non deve, con le sue opinioni personali, cadere in contraddizione con se stesso. «E ciò – soggiungeva Giuliano – io credo tanto più doveroso per coloro che hanno l’insegnamento della gioventù e l’ufficio di spiegare gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio ancora sofisti, poiché questi, più degli altri, vogliono essere maestri non solo di eloquenza, ma anche di morale… Ma come? Per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide, per Isocrate, per Lizia gli Dei sono la guida di tutta l’educazione. E non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse? A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro non onorino gli Dei che essi onoravano».

 

 

L’imperatore politeista, innamorato degli Dei dell’Olimpo Ellenico e restauratore del paganesimo moribondo, affermava con le parole sopra citate la sua ferma volontà che l’insegnante in iscuole pubbliche, mantenute a spese delle città e dipendenti dallo Stato, non dovesse avere opinioni che fossero in urto con quelle dello Stato medesimo. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che insegnavano nelle scuole dei cristiani, ma non ammetteva che nelle scuole dello Stato politeista entrassero dei maestri cristiani che ne scotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe riassumersi così: lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni. Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di offenderle; ciò equivarrebbe ad un suicidio.

 

 

Alla distanza di quindici secoli il ministro della marina italiana ha ripetuto il ragionamento dell’imperatore Giuliano, non volendo che una fra le più gelose funzioni della difesa nazionale fosse affidata a uomini professanti idee sovversive. Né paia strano che oggi si ripeta un ragionamento vetusto per antichità e che a molti può sembrare contrario alle idee moderne di libertà di coscienza.

 

 

L’ultimo e più geniale espositore della vita e delle dottrine dell’imperatore apostata, Gaetano Negri, in un suo recentissimo libro, (L’imperatore Giuliano l’Apostata, Collezione storica Villari), afferma che il ragionamento di Giuliano è tanto vitale che ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle diverse condizioni della cultura, resiste ancora, e si trovano gli argomenti per sostenerlo. «È vero; il pensiero moderno, che vive nell’ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo nostro, ha posto per canone fondamentale che l’intelligenza è padrona assoluta di se stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può avere un’opinione da imporre agli altri, e deve lasciare libero il campo alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può essere né una fisica, né un’astronomia, né una filologia di Stato. Ma, si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finché si tratta di scienze positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali influiscono direttamente sulle tendenze morali dell’individuo e ne determinano la condotta. Lo Stato, appunto, perché è un organismo destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto, ma il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli vincolasse la propria ed affidasse l’esercizio delle sue funzioni a coloro che le vogliono abbattute?… Le leggi simili a quella emanata da Giuliano, si potranno dire leggi inopportune, ma non mi pare che si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge con la quale lo Stato cerca d’impedire che le idee che gli sono avverse riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il maestro o l’impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo stipendio dà uno spettacolo, checché si dica, propriamente immorale. Lo Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga».

 

 

Abbiamo voluto riferire i ragionamenti antichi e recenti dell’imperatore Giuliano e di Gaetano Negri, perché ci sembrano riassumere in modo limpido ed elegante i motivi che possono indurre un Governo a pretendere che i suoi dipendenti non facciano pubblica professione di idee contrarie alle istituzioni fondamentali dello Stato.

 

 

Forse si potrà discutere se gli operai governativi, i quali compiono opera puramente manuale, esercitino una funzione pubblica. Ma ad ogni modo è certo che il problema non può risolversi con affermazioni dottrinali generiche, ma deve essere sottilmente ragionato prima di poter giungere ad una conclusione qualsiasi. La quale potrà magari essere, sul fondamento di copiosa e logica motivazione, contraria a quella a cui giunsero il geniale imperatore romano ed il suo moderno interprete. Ma non è a negare che se spesso i dotti oppugnarono la dottrina giulianea, più spesso gli uomini di Stato l’assunsero a guida nella propria opera di Governo.

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