Le premesse del salario dettate dal giudice

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/05/1931

Le premesse del salario dettate dal giudice

«La Riforma Sociale», maggio-giugno 1931, pp. 311-316

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 299-306

 

 

 

G. Demaria: Il principio del benessere organico e il contratto collettivo di lavoro. Estratto dall’«Annuario per l’anno accademico 1930-1931» del R. Istituto superiore di Scienze Economiche e Commerciali di Bari (un’op. di pag. 29).

 

 

L’autore pone sostanzialmente il quesito: in base a quale criterio deve il giudice, chiamato dalla legge a sostituire la sua decisione alla volontà discorde delle parti interessate, determinare il salario? Alla domanda risponde l’A. partendo dalle seguenti tre proposizioni:

 

 

a)    esiste uno scopo della vita, che non è di mera felicitazione individuale e non è conseguibile col mero denaro; ma è di massimo benessere collettivo od organico. Concetto non facile a definirsi; ma, a volerlo chiarire negativamente, tale da richiedere per fermo un minimo di sforzo per il lavoratore, un minimo di attività degradante e di consumi ingiuriosi per la dignità e la salute dell’uomo ed un minimo di ingiustizia nella ripartizione dei beni esistenti nel mondo;

 

 

b)    a raggiungere, per una applicazione tra le più importanti, l’ideale del benessere organico giova che il salario dei lavoratori comprenda, oltre ad un minimo detto «salario vitale» sufficiente a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia un soddisfacente tenor di vita, che gli consenta di lavorare «con piacere e con letizia ed avere un resto di tempo per elevare lo spirito e gli occhi al cielo, a contemplare il quale fu fatto» un sovrappiù o «secondo salario», variabile a seconda dell’intelligenza, dell’abilità, dell’incomodità o penosità del lavoro e commisurato al massimo compatibile con la permanenza dell’industria;

 

 

c)    il salario così determinato, tra un minimo corrispondente al tenor di vita ed un massimo imposto dalla vita dell’industria non è una norma empirica; ma una esigenza razionale teoricamente dimostrabile. Edgeworth, Marshall, Pareto, hanno dimostrato che nel baratto tra due monopolisti (e le associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori bene si possono ragguagliare a monopolisti) esiste, fra due estremi, una varia possibilità di punti di accordo, tutti ugualmente accettabili alle due parti. Ove lo stato non intervenga, il punto scelto è determinato dall’arte maggiore o minore del contrattare; ma, potendo siffatta determinazione essere decisa dall’astuzia e dalla violenza e urtare così contro il sentimento di giustizia prevalente nella popolazione, giova che all’agire incerto di quell’arte si sostituisca il giudice, ed a lui si offra la guida di «un principio chiaro e sicuro, in base al quale egli potrebbe decidere delle controversie del lavoro, senza lasciarsi menomamente trascinare dal proprio sentimento o dall’abilità superiore di una delle parti nel contrattare».

 

 

Chiuso nei limiti di una prolusione universitaria, lo scritto del Demaria è uno dei tentativi che in ogni luogo si vanno facendo per risolvere il problema del regolamento del salario ad opera del giudice; e, fra i tanti, esso si raccomanda all’attenzione del lettore come quello che viene da chi indubbiamente è perito nella scienza che professa. I dubbi che assillano il lettore – rigorosamente contenuti entro le proposizioni poste dal D. – sono tuttavia troppo numerosi perché non appaia legittimo il desiderio che egli dia più ampio svolgimento al problema oggi sobriamente tratteggiato. Accettabile è la premessa che non si possa decidere intorno al salario «equo»[1] se non si abbia di mira la consecuzione di uno scopo della vita.

 

 

Chi, chieggasi subito, definisce gli scopi della vita? D. ha un suo ideale, che è quello oramai familiare negli scritti degli economisti. Lo leggemmo in Marshall, in Pigou e, con sentimento forse più profondo, in Smart. Ma in Smart si sente il tormento interiore che lo affanna e par gli faccia disperare di toccar la meta. Invero, il solito ideale degli economisti: produzione di merci e derrate sane e veramente utili, consumi vantaggiosi all’individuo, alla famiglia ed alla società, ambiente in cui la salute, l’igiene, l’educazione, i godimenti artistici siano curati, assicurazione contro i rischi della vita, la casa bella per tutti, la ricchezza distribuita senza troppa disuguaglianza, sicché i contrasti di classe si attutiscano e si promuova l’elevazione morale delle moltitudini; il senso del lavorare per il piacere di lavorare e per l’ambizione di servire la collettività sostituito al gretto egoismo individuale ed al produrre in vista di un profitto. Sì, tutto cioè molto bello; ma è bello per la limitata fantasia degli economisti, dei sociologhi, dei riformatori sociali. Tutta gente per fermo di ottime intenzioni, di buon cuore, di sentite simpatie per le moltitudini; animata anche dall’aspirazione di guardare verso il Cielo, per il quale ha la vaga sensazione di essere stata creata. Ma è dessa la gente atta a dire ai popoli gli scopi della vita? Od è il Buddha meditante, il Cristo che pronuncia il sermone della montagna, S. Pietro l’Eremita che convoca gli uomini alla crociata, Cromwell che vuole colla spada e col sermone fugare il demonio irreale del lusso, del vizio, della menzogna e della superstizione, Lincoln che chiama i neri all’uguaglianza, Cavour che con gli occhi sorridenti dietro gli occhiali fa trionfare il diritto dei popoli ad essere liberi e indipendenti? Anche l’Austria voleva la casa bella, i lavoratori contenti, la ricchezza bene distribuita, i prepotenti conculcati, i lavori penosi eliminati, l’istruzione diffusa. Se non voleva tutte queste belle cose esplicitamente, non v’era ragion razionale che non le avesse volute, come poi le volle, quando si conobbero e furono chieste. Gli uomini per un tempo intenti agli ideali ordinari, ad un tratto altro vogliono; ché essi preferiscono non di rado la povertà alla ricchezza, la prigione alla casa bella, la morte per un ideale alla vita trascorsa negli agi e nel guardare romantico alle stelle ed alla luna. Tante cose vogliono gli uomini, che gli economisti, come tali, non hanno ragione di vedere. Perché costoro dovrebbero determinare gli scopi della vita degli uomini?

 

 

Ammettasi tuttavia per comodità di ragionamento, sebbene l’ammissione sia assurda, che scopo della vita sia il cibarsi sanamente, il trascorrere la giornata in seno alla famiglia in una casa bella, l’onestamente divertirsi, il coltivare giudiziosamente la mente colla radio, col giornale e col libro, ecc. ecc. Come si attua l’ideale? L’A. capita – e non poteva non capitare, trattandosi dell’unica lunga esperienza sinora condotta – sull’Australia, dove i salari sono dalle corti di arbitrato determinati sulla base della regola sopra descritta dei due salari. Ma subito distrugge il valore della formula australiana, dichiarandola non «logicamente» necessaria, e solo empiricamente fortunata, avendo i giudici potuto ordinare il pagamento, oltreché del salario vitale, anche del super salario di floridezza industriale, appunto e soltanto perché l’Australia traversò «uno dei periodi più floridi della sua storia». Si può soggiungere che, passata la festa e venuta la crisi, l’esperimento traversa ora un brutto momento in Australia. Gli operai vogliono conservare gli alti salari; le corti non sanno che decidere; gli industriali falliscono; i governi aumentano i dazi protettivi e taluni di essi annunciano bancarotta pubblica ed inflazione cartacea. Col solito trambusto di cambi alti, svalutazione, ecc., in vista. Epperciò il D., che non si contenta della soluzione empirica, ma ambisce a quella razionale, si attacca (vedi sopra lettera c) al duopolio. Due associazioni, investite dalla legge del diritto esclusivo di rappresentanza dei datori di lavori e dei lavoratori, sono assimilabili a due monopolisti. E la soluzione del loro contrattare è, fra i due punti estremi, indeterminata, come dimostrarono, per il duopolio, Edgeworth, Marshall e Pareto. Non entrerò nella discussione del prezzo in regime di duopolio, perché ho la fortuna di rinviare, per il problema e la bibliografia di esso, al lapidario scritto, pubblicato qui stesso (fascicolo del novembre-dicembre 1930) dallo Jannaccone. Porrò solo alcune domande:

 

 

– Entro quali limiti è corretta la identificazione delle associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori con i due monopolisti contrattanti di cui discorrono Edgeworth e gli altri teorici del duopolio? Come deve modificarsi quella identificazione per tener conto della circostanza che le associazioni in taluni paesi sono minate dalla concorrenza effettiva o potenziale di associazioni rivali dello stesso o di diverso colore politico o sociale ed in altri paesi sono bensì uniche, ma per legge sono aperte a tutti i postulanti, eccettoché a quelli tra i datori di lavoro e lavoratori che siano dalla legge stessa esclusi, per i motivi da essa indicati? Nei paesi dove, in regime di libertà di associazione, tende a costituirsi una sola o prevalente associazione, come è modificata la posizione di duopolio dalla libertà di costituire altre associazioni o di non farne parte e da quella di contrattare, individualmente o collettivamente, al di fuori di esse? Nei paesi, dove una sola associazione è riconosciuta e può contrattare, come sono applicate le esclusioni di legge e quale portata economica esse hanno?

 

 

– È legittima la identificazione dei due punti estremi teorizzati dagli economisti per la formazione del prezzo nel caso di duopolio con i due ammontari estremi del salario enunciati dall’A.? Perché il salario minimo, uguale al tenor di vita, coinciderebbe «necessariamente e logicamente» con il punto minimo e il salario massimo, uguale alla somma di quello necessario al tenor di vita e di varie aggiunte per produttività del lavoro e floridezza dell’industria, dovrebbe logicamente e necessariamente coincidere con il punto massimo della teoria del duopolio? Trattasi di coincidenze necessarie, o di mere ipotesi di ragionamento? I due punti estremi della teoria del duopolio sono astrazioni teoriche, legittime appunto perché astrazioni. Ma il «tenor di vita» che determinerebbe il limite minimo e la «produttività del lavoro» che fisserebbe il limite massimo sono invece due realtà concrete. E, per giunta, realtà fatte a fisarmonica, dentro cui il giudice può mettere tutto ciò che crede. Per eliminare l’arbitrario, bisogna porre tanti altri punti. Altro è il tenor di vita e altra è la produttività del lavoro, a cagion d’esempio ed a parità di altre condizioni, di 100 operai ed altra quella di 120. Gli ultimi venuti abbassano, in data ipotesi, il tenor di vita e la produttività degli altri. Che cosa faremo dell’eccesso di operai non occupati, se fissiamo tenor di vita e produttività in modo conforme a 100 e come dovremo modificare questi due dati, se vogliamo assorbire 120?

 

 

– Tra le tante ipotesi astratte che si possono fare per studiare la formazione del prezzo libera concorrenza perfetta, monopolio assoluto, libera concorrenza limitata o monopolio limitato, duopolio perfetto o duopolio limitato – schemi astratti immaginati dallo studioso per ottenere, a scatti, rappresentazioni parziali della realtà, – perché il legislatore dovrebbe scegliere per l’appunto quella del duopolio? Perché, come fa talvolta – tendenzialmente, ad es., nella fissazione del prezzo del trasporto ferroviario – il legislatore non potrebbe porsi dinnanzi alla mente altri schemi astratti? Se egli, cioè, fosse persuaso: a) che il salario ottimo è quello dell’ipotesi di libera concorrenza perfetta; b) che l’ipotesi medesima non è reale, essendosi i contraenti invece organizzati in associazioni monopolistiche o duopolistiche o tendenti a diventar tali; c) che il prezzo del lavoro fissato in ragione di duopolio è diverso da quello ottimo; – perché non potrebbe il legislatore d) fissare «d’autorità» o far fissare da un’autorità delegata un salario uguale all’ottimo? Il salario così fissato non sarebbe uno dei tanti punti situati fra il punto minimo e il punto massimo della teoria del duopolio; ma sarebbe né più né meno che il salario dell’ipotesi di libera concorrenza perfetta, constatato con una particolare procedura d’autorità. Ipotesi per ipotesi, quella ora fatta vale tanto quanto le altre; con questo di meglio che il salario così determinato coinciderebbe con quello che teoricamente si può dimostrare essere l’ottimo. O non hanno gli economisti dimostrato tante volte che la libera concorrenza perfetta dà le soluzioni ottime per l’universale; ed il guaio vero non è forse che la libera concorrenza perfetta, come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice, e dove sia nessun lo sa?

 

 

L’ipotesi, pertanto, non è che la libera concorrenza illimitata, con tutte le sue condizioni esplicite ed implicite, esista o possa esistere nel mercato. Anzi, il legislatore parte o può partire dalla constatazione che, lasciando libertà assoluta alle tendenze associative nel mercato del lavoro, si costituirebbe un duopolio assoluto o relativo, e si stabilirebbe un salario non conforme al salario ottimo. Perché, intervenendo, deve il legislatore volere attuare un salario uguale a quello del duopolio, o, se non uguale, determinato con criteri duopolistici? Perché egli, che vuole evitare quel salario, – ed altrimenti non si capirebbe il suo intervento – deve riprodurlo, poco modificato? Perché deve attaccarsi al doppio salario australiano, la cui empiricità storica è rilevata dal Demaria e la cui spiegazione razionale si risolve, come dissi sopra, in un mero paragone verbale non suffragato da alcun principio di prova? Perché il legislatore non potrebbe fornire al suo giudice, a guisa di criterio per la determinazione del salario, quello di fissarlo allo stesso punto a cui lo attaccherebbe la libera concorrenza illimitata, se esistesse?

 

 

A rendere logico il procedimento, basterebbe partire dalla premessa, non controversa in economia pura, che la ipotesi di libera concorrenza illimitata dia la soluzione ottima del salario. Partendo da tale premessa, legittimamente il legislatore cercherebbe di attuare, con altri mezzi (sentenza di giudice, accordo tra associazioni, ecc.) quella medesima soluzione di ottimo per i casi nei quali la ipotesi di libera concorrenza illimitata non si attua e non può quindi produrre i suoi effetti. Quella che offro è appena il principio di una soluzione, da cui siamo lontanissimi in materia tanto travagliata. Pongo quesiti, che è necessario risolvere in via preliminare. Va da sé che i quesiti non sono posti a coloro che, essendo incapaci al ragionamento astratto, immagineranno che poiché si parte dalla premessa «astratta» che la ipotesi di libera concorrenza illimitata dia luogo alla soluzione di salario ottimo, si voglia risuscitare «di fatto» la libera concorrenza nel mercato del lavoro, ammazzare le associazioni, distruggere il contratto collettivo e simiglianti atrocità. Altri, parimenti incapace a ragionare, obbietterà che additare il principio di un salario calcato su quello ottimo che ci sarebbe se ci fosse la concorrenza che viceversa non c’è, è cosa oziosa, perché nessun giudice ci sarà mai il quale sappia ricreare l’irreale. Chi ragiona, sa che i principi teorici e le norme di comando prima si costruiscono per astrazione e poi si vede se si verifichino o si applichino in concreto; e che è vano fare il cammino inverso. Dall’astrazione alla realtà c’è di mezzo, è vero, il mare; ma alla realtà non si arriva d’un colpo o se lo si tenta, la confusione è inestricabile. Cominciamo dunque a discutere la questione teorica, senza impacciarsi, per ora, di applicazioni. Tanto più che, anche quando si cadesse d’accordo che quello ora detto è astrattamente il salario ottimo, altri numerosi quesiti si porrebbero. Quali sono le condizioni a cui debbono ubbidire le associazioni che devono attuare il salario ottimo? Il loro campo d’azione è illimitato? Il contratto collettivo deve sostituire in tutto il contratto individuale? Le associazioni devono essere aperte o chiuse? Se chiuse, quali i criteri della esclusione e che cosa diverrà degli esclusi? Se aperte, il salario ottimo coincide necessariamente con quello che assorbe tutti i lavoratori? Se no, perché? Echi manterrà i disoccupati? Quesiti non nuovi, ma privi di soluzione possibile, finché non si sia fermato ben chiaro quale sia il criterio del salario ottimo.

 



[1] Che io chiamerei «ottimo», per seguire una terminologia, divenuta corrente tra gli economisti dopo che Cannan l’usò in argomento di popolazione, la quale non implica notazioni diverse da quella dell’essere quel certo prezzo, o salario, o saggio di interesse od imposta, stabile od in equilibrio con tutti gli altri fattori del sistema economico.

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