Le premesse dell’accordo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/08/1925

Le premesse dell’accordo

«Corriere della Sera», 28 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 445-448

 

 

 

L’accordo tra la Francia e l’Inghilterra non è ancora definito in tutti i punti; ma sono poste le premesse concordate dalla definizione la quale oramai può ritenersi conchiusa. Le basi dell’accordo sembrano essere le seguenti:

 

 

  • 1) Tra un’offerta primitiva dell’Inghilterra di riduzione del debito a metà ed una richiesta francese di riduzione ad un terzo, offerte e richieste le quali avrebbero implicato il pagamento di una annualità di 20 e di 10 milioni di sterline rispettivamente per 62 anni, l’accordo si è raggiunto sulla base di una annualità di 12,5 milioni di lire sterline, sempre per 62 anni;

 

  • 2) Sembra che per i primi anni, sino al 1930, una conveniente moratoria sarà accordata alla Francia;

 

  • 3) Il pagamento sarà fatto sotto l’esclusiva responsabilità della Francia. Tuttavia, il signor Caillaux ha espresso il suo convincimento che la Francia non possa essere chiamata a versare ai suoi alleati più di quanto essa riceva dalla Germania a norma del piano Dawes. Non è chiaro se il signor Churchill abbia accolto tale riserva, essendo forse prematuro l’accordo definitivo in proposito, prima che la Francia si sia accordata cogli Stati uniti; ma non consta che il principio sia stato da parte inglese respinto;

 

  • 4) Parimenti, il signor Caillaux ha considerato che un accordo con l’Inghilterra non possa aver valore che in quanto racchiuda disposizioni per sospendere il trasferimento delle annualità, nel caso in cui queste operazioni minacciassero il corso dei cambi. Alle quali considerazioni il signor Churchill sembra aver dato una adesione, almeno parziale.

 

 

Queste, in sostanza, le conclusioni finali dell’accordo londinese. Tre principii sono in esso affermati, di cui importa prendere buona nota. Il primo è che, veduta l’ostinazione americana nel non voler collegare proprii accordi né col piano Dawes né con le esigenze inglesi, la Francia ha creduto bene di rompere il cerchio delle reciproche aspettative partendo dall’Inghilterra; e l’Inghilterra ha consentito, rinunciando alla sua pretesa di non ricevere di meno di quanto si darà dai suoi debitori agli Stati uniti. Oramai, resta fermo che, qualunque somma la Francia si obblighi a pagare agli Stati uniti, essa non darà all’Inghilterra più di 12,5 milioni di sterline all’anno. La Francia evidentemente tenterà di giovarsi del precedente per dire agli Stati uniti: se l’Inghilterra si è contentata di 12,5 milioni all’anno su un capitale debito di 623 milioni, voi contentatevi di 16 milioni sul mio debito di 800 milioni. Cosicché essa spererebbe, pagando in tutto 28,5 milioni di sterline, e ricevendo 38 ¼ milioni dalla Germania in base ad un piano Dawes fruttifero di 72 milioni in tutto all’anno, di rimanere con una riscossione netta di 10 milioni annui.

 

 

Tuttavia, ed è questo il secondo principio affermato da Caillaux e non contraddetto esplicitamente da Churchill, se il piano Dawes fruttasse meno di 28 e mezzo milioni di sterline all’anno, la Francia non intende colmare il disavanzo tra riscossioni dalla Germania e pagamenti agli alleati. Finalmente – e ciò fu, in parte e finirà di dover essere in tutto, accettato da Churchill – la Francia, pur pagando, non intende trasferire all’estero l’ammontare dei pagamenti, se ciò torni pregiudizievole al cambio del franco. Principio ovvio e che dovrà essere accettato dai creditori, i quali già lo proposero e lo fecero accettare alla Francia ed all’Italia nei rispetti della Germania.

 

 

A tutti tre i principii concordati od affermati, senza esplicita contraddizione o con parziale assenso, l’Italia ha ragione di aderire. Governo e stampa ripetutamente li hanno fatti proprii e sull’importanza principalmente del secondo e del terzo principio non fa mestieri di ritornare. Ancor pochi giorni fa, si diceva qui che, qualunque somma si convenisse di pagare ai creditori, quella dovesse essere dai creditori reinvestita, direttamente od indirettamente in Italia. Il problema del trasferimento è, invero, quasi più grave di quello del pagamento; perché tocca la stabilità dei cambi, che noi non possiamo lasciare e che gli alleati non hanno interesse a pregiudicare.

 

 

Or qual è, sulla base dei 12,5 milioni promessi dalla Francia, la somma che dovrebbe essere pagata dall’Italia? Poiché contro un debito francese di 623 milioni, alla stessa data il debito italiano era di 553 milioni di lire sterline, l’annualità italiana risulterebbe di 11 milioni di lire sterline, invece di quella di 12,5 francese. L’annualità verso gli Stati uniti, su questa stessa base, essendo il nostro debito di 412 milioni di sterline contro gli 800 francesi, sarebbe di 8,2 milioni all’anno, contro i 16 francesi. In totale, noi dovremmo pagare ai due creditori 19,2 milioni di lire sterline all’anno, contro 28,5 pagabili dalla Francia.

 

 

Ma vi è una prima differenza profonda tra la situazione dei due paesi. La Francia, pur pagando 28,5 milioni di sterline, rimarrebbe con un avanzo di 9 ¾ milioni sui 38 ¼ riscuotibili dalla Germania in base al piano Dawes. L’Italia ha diritto di riscuotere dalla Germania, sulle stesse basi, solo 7 milioni, e rimarrebbe quindi con un disavanzo di 12,2 milioni, a cui dovrebbe provvedere colle proprie risorse. La Francia dispone cioè di un margine di insolvenza tedesca, prima di metter mano alla propria borsa; l’Italia non solo non ha nessun margine, ma qualunque insolvenza tedesca la metterebbe nella necessità di crescere il proprio certo incomportabile onere netto di 12,2 milioni di lire sterline all’anno. Se la Germania pagasse tutto, l’Italia dovrebbe ad ogni modo trovare, al cambio di questi giorni, circa 1.600 milioni di lire di nuove entrate. Se la Germania non pagasse nulla, il dispendio sarebbe di 2.500 milioni di lire.

 

 

Basta enunciare queste cifre per vedere l’assoluta impossibilità per l’Italia di accostarsi, neppur lontanamente, alle cifre di pagamento francesi. La Francia ha una ricchezza media doppia della nostra, la Francia è la maggior produttrice di ferro d’Europa, la Francia ha colonie, ha capitali mutuati all’estero ecc. ecc. Della differenza sostanziale intercedente tra le due situazioni, ne sono persuasi per i primi gli inglesi. Nel numero del 14 febbraio, l’«Economist» di Londra, facendo certi suoi calcoli sui debiti interalleati e sulle riparazioni, supponeva che la Francia fosse chiamata a pagare per 62 anni 12 milioni di sterline all’Inghilterra (cifra singolarmente vicina a quella ora concordata), 15 ¼ agli Stati uniti ed in totale 27 ¼ milioni. Sulla stessa base di ragionamento, l’«Economist» calcolava che all’Italia potessero essere chiesti da parte inglese 3 ½ milioni e da parte americana 2 ½, in tutto 6 milioni, così da lasciarci un margine, sia pur piccolo, di 1 milione, sui 7 dovutici dalla Germania. Astrazion fatta dalle cifre, su cui si possono far riserve, la conclusione è equa: come alla Francia si finirà di riconoscere un margine sui pagamenti teorici tedeschi, così un margine deve essere riconosciuto all’Italia. Il vincolo tra riparazioni tedesche e debiti interalleati, anche se non riconosciuto di diritto, deve essere la premessa di fatto dell’accordo tra alleati.

 

 

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