Le prime ripercussioni economiche del disastro giapponese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/08/1923

Le prime ripercussioni economiche del disastro giapponese

«Corriere della Sera», 12 settembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 348-350

 

 

 

Le conseguenze economiche del disastro giapponese non possono per ora essere pienamente valutate. L’osservazione più generale la quale possa farsi in proposito è che un grande paese si aggiunge al novero di quelli che furono devastati dalla guerra ed hanno d’uopo di essere ricostruiti. Il Giappone si trova in condizioni relativamente favorevoli per intraprendere l’opera di ricostruzione, in quanto che, pur facendo parte dei belligeranti, ebbe il proprio territorio immune da invasioni, le sue spese belliche furono moderatissime e le sue industrie profittarono grandemente dei bisogni dell’Europa. Mentre le nazioni belligeranti europee si trovano oggi con i cambi dissestati e con riserve metalliche depauperate, il Giappone ha i suoi yen quasi alla pari con la sterlina e possedeva alla fine del primo trimestre circa 1800 milioni di yen oro, di cui un terzo depositato in Inghilterra e negli Stati uniti. Alla pari dei cambi, questa riserva è uguale quasi a 4.700 milioni di lire oro, di cui più di 1.500 già pronti negli Stati uniti ed in Inghilterra a formare la base di accreditamenti per l’importazione di derrate alimentari e di materiali da costruzione, i quali probabilmente saranno le cose più urgentemente richieste nello sventurato paese.

 

 

La bilancia commerciale in questi ultimi anni aveva dimostrato una tendenza a ritornare alle condizioni antebelliche di eccesso delle importazioni sulle esportazioni, tendenza la quale erasi rovesciata durante la guerra e fino al 1918 (media mensile in milioni di yen):

 

 

lmportazioni

 

Esportazioni

 

1918

135,7

160,2

1920

191,2

158,9

1911

132,5

102,4

1922

154,8

133,8

1923 gennaio

146,6

92,3

1923 febbraio

154,4

121,1

1923 marzo

195,6

117,4

1923 aprile

189,6

150,0

1923 maggio

203,2

114,6

 

 

Lo sbilancio commerciale, se era dovuto alle difficoltà di esportazione in un mondo dissestato dalla guerra, era compensato da altre fonti di reddito per il Giappone, fra cui si possono ricordare i guadagni della marina mercantile e le rimesse degli emigranti. I commercianti giapponesi si lagnavano di fiacchezza nei traffici in questi ultimi mesi; ma trattavasi di impressioni riferite alla straordinaria prosperità dei tempi di guerra, piuttostoché alla condizione normale prebellica, in confronto della quale può dirsi il Giappone avesse conservato una superiorità notevole. Certo, i prezzi non erano più quelli dell’immediato post guerra, quando, in confronto alla base 100 del 1913, i prezzi avevano nel 1920 toccato la media di 259,6. Ma si erano tuttavia conservati alti: sicché nel 1922 in media erano rimasti a 196, quasi il doppio che nell’ante guerra ed ancora nel giugno 1923 si tenevano a 197,5. Se si pensa che lo yen si trova quasi al livello della sterlina, si vede che i prezzi giapponesi erano più alti che in Inghilterra e negli Stati uniti dove alla stessa data (giugno scorso) i prezzi erano al livello di circa 160. Ciò può spiegare il fatto della diminuzione delle esportazioni giapponesi.

 

 

Forse la ripercussione più pronta e più discussa del terremoto giapponese sarà quella sul mercato serico. Il prodotto sericolo viene di solito recato ed immagazzinato a Yokohama durante il mese d’agosto. Non si sa ancora in quali proporzioni il consueto movimento avesse avuto luogo quest’anno; fortunatamente però, Osaka la quale è la Manchester o la Biella del Giappone, si trova, insieme colla circostante regione manifatturiera, fuori della zona di perturbazione; e può quindi sperarsi che le risorse industriali più importanti del Giappone siano risparmiate. Il miglioramento verificatosi nel 1922 e nel 1923 nelle esportazioni fu dovuto quasi intieramente alla seta e per il resto al cotone. Su una esportazione totale nel 1922 di 1 miliardo 638 milioni di yen, ben 610 milioni di yen erano seta greggia esportata in America e 171 milioni di yen filati e tessuti di cotone esportati nell’India. Gli Stati uniti sono i più grandi consumatori di seta del mondo; e se il Giappone non potesse temporaneamente soddisfare alla domanda americana, le ripercussioni sui prezzi non potrebbero tardare a manifestarsi anche in Italia, di cui il Giappone è da tempo il formidabile concorrente.

 

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