Le proposte di una quadruplice gerarchia di dazi doganali

Tratto da:

Il Corriere economico

Data di pubblicazione: 01/06/1916

Le proposte di una quadruplice gerarchia di dazi doganali

«Il Corriere economico», 1 giugno 1916, pp. 5-9

 

 

 

La guerra odierna ha fornito purtroppo il pretesto ai soliti progettisti di inscenare una campagna perniciosa intorno a quella che fu detta la guerra dopo la guerra. Il buon senso, il quale dice che oggi importa soltanto preoccuparci di condurre a buon fine la guerra vera, e che la condotta nostra dopo la guerra potrà essere a ragion veduta precisata solo a pace conchiusa, ha già fortunatamente lasciato cadere il fantasma della guerra economica, la quale dovrebbe precedere alla guerra guerreggiata; sicché, dopo i doverosi inni alla «grandiosità» e «genialità» teorica dei «complessi» piani in lotta economica contro le potenze centrali, sono sorte le voci degli uomini prudenti, i quali osservano timidamente che in pratica il problema è complesso, forse prematuro, irto di difficoltà le quali richieggono maturo consiglio.

 

 

Sia lecito di osservare che quei piani, sia che prendano la forma di «tariffe differenziali» o di «boicottaggio anti-tedesco» o di «argine contro il dumping post-bellico della Germania», o di «ripartizione convenzionale delle industrie di guerra fra i paesi alleati», non sono né belli, né geniali, né grandiosi; che la teoria non ha nulla a che fare con simili escogitazioni oziose; e che la pratica è d’accordo con la teoria nel dichiararli inattuabili e dannosi.

 

 

Coloro i quali si contentano di ammirare in teoria e di sconsigliare in pratica codesti ed altri simiglianti piani non sanno che cosa sia la teoria, almeno nel campo delle scienze economiche. Una teoria che non risponde ai fatti; una teoria che, attuata, produrrebbe conseguenze dannose non è una teoria, la quale non merita alcun rispetto. Deve essere senza paura dannata al rogo. La carta su cui fu stampata diventerà utile solo quando sarà stata mandata al macero.

 

 

Mi limiterò in questo articolo a discorrere di una delle escogitazioni ricordate, la più macchinosa di tutte e quella perciò che urge più rapidamente dannare al rogo delle fiamme purificatrici: voglio accennare al piano delle tariffe differenziali.

 

 

Parrebbe, a sentir taluno, che si sarebbe conseguito un risultato meraviglioso se si riuscisse a concludere un accordo fra Inghilterra, Francia, Russia, Italia, Belgio, Giappone, Serbia, Portogallo, ecc., in virtù del quale i paesi alleati si obbligassero a stabilire:

 

 

  1. una tariffa mitissima ed eventualmente anche la franchigia a favore delle importazioni dalle colonie. Ad esempio, l’Inghilterra ammetterebbe in franchigia o colpirebbe col 10 per cento le merci australiane, canadesi, africane del sud, ecc.; l’Italia farebbe lo stesso per le merci e derrate provenienti dalla Libia, dall’Eritrea, ecc.; così pure si comporterebbero la Francia e gli altri paesi verso le rispettive colonie;

 

  1. una tariffa mite, sebbene un po’ più elevata, verso le importazioni dai paesi alleati. Ad esempio, l’Inghilterra, la Francia, la Russia ed il Giappone colpirebbero col 20 per cento le importazioni italiane; e l’Italia agirebbe ugualmente verso le importazioni inglesi, francesi e russe;

 

  1. una tariffa media, poniamo del 30-40 per cento, verso le importazioni dei paesi neutri. Alcuni distinguono ancora tra i neutri benevoli ed i neutri frigidi o malevoli; ma, per non andare troppo per il sottile, possiamo trascurare queste raffinatezze di gelosia. L’Inghilterra, l’Italia, la Francia e la Russia dovrebbero quindi colpire col 30-40 per cento le importazioni, nord-americane, spagnuole, olandesi, scandinave, greche;

 

  1. una tariffa elevata, presuppongasi del 60-80 per cento sulle importazioni dai paesi ex-nemici, tedesche, austro-ungheresi, bulgare e turche. Questa è la formula tipica; di cui molte possono essere le varianti, più o meno «geniali».

 

 

Non so se queste escogitazioni siano geniali. Certo sono infantili e non reggono al più superficiale esame. Ogni ragazzo del ginnasio inferiore sa che, per un dato paese, le colonie sono qualcosa di più vicino, unito, fraterno degli alleati, che un alleato ci è più caro di un neutro ed un neutro di un ex-nemico; almeno finché l’ex-inimicizia è di data recente. Non ne consegue però affatto che i dazi doganali debbano essere graduati in quel grottesco ordine ascendente che sopra si disse od in quell’altro che ogni scolaro, di scuola media di commercio, a cui quel tema fosse dato per componimento, od ogni garzone di barbiere, in vena di brandire rasoio e spuma di sapone contro il nemico, saprebbe immaginare facilissimamente. Schemi di questo genere sono fuori della realtà e su di essi non si può costruire alcuna teoria.

 

 

L’Inghilterra dovrà differenziare fra le sue colonie e gli alleati? Sarebbe un bel modo di ringraziare la Russia e la Francia per l’aiuto porto nella dura lotta contro il comune nemico! Il grano russo dovrebbe essere trattato meno bene del grano canadese e del grano australiano. Il vino della Francia e dell’Italia e del Portogallo dovrebbe essere posto su una base di concorrenza più sfavorevole del vino dell’Australia e di Cipro. Gli agrumi italiani dovrebbero essere posposti a quelli che finissero per essere prodotti in alcune delle colonie inglesi. Un proposito così nocivo alla armonia, la quale dovrebbe poter persistere fra alleati e fra colonie e madrepatrie può forse cadere in mente di altri fuorché di uno di quei capi di governi australiani che da decenni sono famigerati nel mondo per la ingenuità con la quale ripetono i più vecchi spropositi europei e proclamano nel tempo stesso che il loro è il paese dell’avvenire, il segnacolo in vessillo della civiltà umana? Consentirà la Russia, nel vedersi così malamente bistrattata, a concedere agli attuali alleati il beneficio della clausola della nazione più favorita? Non è lo stesso che spingerla nelle braccia della Germania? Peggio, stabilire un principio generale di preferenza alle colonie in confronto degli altri paesi, vuol dire introdurre nei consigli di governo di ogni Stato un elemento dissolvitore dei legami di alleanza e di amicizia con gli attuali alleati.

 

 

Le colonie premeranno per ottenere sempre nuove preferenze a danno degli alleati; le quali, se concesse, saranno un germe di dissoluzione delle alleanze; se rifiutate, di malcontento e di separazione fra madrepatrie e colonie. Si direbbe quasi di essere dinnanzi ad un piano infernale maturato nella testa di un ex-germanofilo infiltratosi nei consigli della Quadruplice.

 

 

Quali saranno le conseguenze di una preferenza data alle colonie ed agli alleati in confronto dei neutri? Il piano porta a trattare i neutri peggio delle colonie e degli alleati. Come dimenticare che tra i neutri vi sono alcuni paesi tra i più popolosi e ricchi del mondo? Stati Uniti, Svizzera, Olanda, Scandinavia, repubbliche sud-americane, Cina sono contrade con centinaia di milioni di consumatori, con industrie fiorenti. Sono governi e popoli atti a risentirsi di qualunque trattamento odioso che noi volessimo far loro. Stati Uniti ed Argentina si acqueterebbero facilmente ad un sistema di dazi che minacciasse di escludere o danneggiare il loro grano in confronto al grano russo, canadese od australiano, le loro lane ed il loro cotone in favore delle lane australiane e del cotone egiziano od indiano? Che risultati benefici possiamo noi attenderci da un sistema il quale ci vietasse di acquistare derrate alimentari e materie prime sui mercati dove esse fossero a miglior mercato? Rincaro della vita delle maestranze operaie, aumento del costo di produzione delle nostre industrie; impossibilità di potere lottare nella concorrenza internazionale con la Germania. Poiché la Germania sarebbe la beneficiaria dell’attuazione di un così pazzesco disegno. Alle preferenze accordate al grano, alle lane ed al cotone delle colonie e dei paesi alleati i neutri risponderebbero indubbiamente con dazi differenziali di ritorsione; il che vorrebbe dire necessariamente con preferenze a favore del blocco austro-tedesco. Di nuovo, solo ad un amico delle potenze con le quali siamo in guerra, può essere caduto in mente l’idea nefasta di stringere vieppiù i legami già potenti che legano l’Olanda, la Svizzera, gli Stati Scandinavi con la Germania.

 

 

Questo è il sogno della Mittel-Europa fatto realtà, ad opera delle potenze dell’intesa. Agire in tal modo: spingere gli Stati Uniti nelle braccia della Germania, è dare una arma potente in mano ai partiti americani che veggono nella lotta contro la supremazia marittima britannica, nell’alleanza anglo-giapponese, nei progetti di stretta federazione britannica una minaccia alla propria indipendenza e grandezza. È un volere provocare la formazione di un aggruppamento mondiale di potenze (blocco austro-tedesco e neutri), saldato dall’interesse economico della difesa contro un altro aggruppamento di potenze (attuali alleati e loro colonie), deciso a muovere al primo guerra doganale. Siamo davvero sicuri che il nostro aggruppamento, minato internamente dal contrasto d’interessi fra colonie ed alleati, abbia a riuscire il più forte? Un simile raggruppamento non potrebbe fornire il destro alla Germania ed agli Stati Uniti ad acquistare una definitiva supremazia industriale sul resto del mondo? È azzardata troppo l’ipotesi che le classi industriali ed operaie germaniche abbiano il sopravvento sulle classi feudali ed, aprendo le porte alle derrate alimentari estere, si mettano in grado di ridurre ancor più i loro costi di produzione? Chi potrà loro impedire di esercitare con maggior vigoria di prima quel tal dumping, che costituisce oggi l’ossessione di tanti industriali dell’Intesa, e scavalcare così le barriere doganali che contro di essi avessimo innalzato? E quale sicurezza vi è che la Russia debba in perpetuo, contro i suoi più evidenti interessi, tenere una condotta atta a chiudere le porte della Germania ai suoi grani a tutto vantaggio dei produttori nord e sud-americani?

 

 

E qui si passa all’ultimo scalino della graduatoria dei dazi: è conveniente ed è possibile stabilire dazi differenziali elevati contro le provenienze austro-tedesco-bulgare-turche? Facciamo pure la ipotesi, augurabile, che la Turchia scompaia dal novero delle nazioni indipendenti. Rimane pur sempre il problema dell’Europa centrale: 120 a 130 milioni di abitanti oggi, 150 milioni domani, che noi dovremmo evitare di avere per fornitori o per clienti. È l’ultima e non meno grossa pazzia. Il signor Guyot calcola nell’ultimo «Journal des Economistes» che il commercio degli alleati col blocco ammonti a 13 miliardi di lire, di cui 7 miliardi all’importazione e 6 miliardi all’esportazione. Distruggere o frastornare un commercio di tal fatto è proposito insano. Fra i 7 miliardi di importazioni vi sono materie prime e macchine, che sono state e continueranno ad essere – finché altri non ce le venda a miglior mercato – utilissime alle nostre industrie ed alla nostra agricoltura, a cui hanno consentita e consentiranno di guadagnare fior di quattrini in concorrenza con gli stessi produttori tedeschi di semi-lavorati e di prodotti finiti. Ed un mercato vicino, ricco e avido di godimenti come quello germanico fu e sarà ancora per l’industria e l’agricoltura inglesi, francesi ed italiane un magnifico cliente, a cui non si vede per quel ragione i nostri produttori dovrebbero rinunciare. Se l’imporre a noi stessi il sacrificio gravissimo di non comprare le merci che noi riteniamo utili e di non vendere quelle che abbiamo disponibili fosse una condizione necessaria per conseguire dei fini nazionali, politici, intellettuali o morali ritenuti da noi importanti, nessuno si rifiuterebbe di sacrificio. Meglio ridursi in povertà, meglio lasciar languire per difetto di strumenti e sbocchi, le nostre industrie e la nostra agricoltura, che essere servi. Tutto ciò è incontrovertibile. Ma è incontroverso del pari che non è lecito persuadere i popoli ad adottare una politica, la quale economicamente vuol dire sacrificio, illudendoli che essi ne ritrarranno vantaggi economici. Se i popoli adottassero la proposta politica economica in seguito alla illusione di un guadagno inesistente, perderebbero valore anche gli ideali nazionali, morali e politici che si vollero conseguire. Caduta l’illusione, i popoli respingerebbero anche, come dannosi, gli stessi ideali che pure sarebbe stato utile conseguire a prezzo di consapevoli sacrifici. Epperciò coloro che vogliono la nuova politica per conseguire i vantaggi sovradetti debbono dimostrare:

 

 

  1. che esiste un rapporto di causa ad effetto tra rapporti commerciali, basati sulla convenienza, ossia sulla libertà di contrattazione, e servitù politica verso i nostri fornitori e clienti;

 

  1. che non esistono altri mezzi infinitamente meno costosi per evitare che producano quei fenomeni di servitù morale e politica che da tutti sono ritenuti lamentevoli;

 

  1. che il sistema preferenziale non è atto a suscitare odi, gelosie e rivalità tra gli attuali alleati e da fare quindi il gioco degli attuali nemici.

 

 

Le osservazioni fin qui fatte in generale potrebbero trovare, se non fosse perciò d’uopo di andare troppo per le lunghe, conferma nell’esame del commercio internazionale dei vari Stati della Intesa. Mi limiterò per ora a mettere sott’occhio ai lettori alcune tabelline, nelle quali il commercio dell’Italia con l’estero è distinto a secondo che si tratta di colonie nostre, di paesi alleati e loro colonie, di paesi neutri e di paesi nemici. Le cifre si riferiscono al 1913, che fu l’ultimo anno di pace (in migliaia di lire):

 

 

 

 

 

COLONIE

 

Importazioni

 

 

Esportazioni

6.319

Eritrea 11.224

5.007

Tripolitania e Cirenaica 78.499

Somalia italiana

4.129

11.326

  93.852

 

ALLEATI

 

591.776

Gran Bretagna e Irlanda

260.501

Colonie inglesi:

 

34.979

Federazione australiana

11.392

14.132

Canadà

9.030

2.728

Africa meridionale britannica

8.308

1.453

Altre colonie britanniche d’Africa

1.916

146.037

India britannica e Ceylon

49.458

17.422

Stabilimento degli Stretti

9.195

2.697

Hong Kong

4.202

27.618

Egitto

49.191

Malta

7.223

Cipro

1.605

Gibilterra

1.459

283.356

 

Francia

231.481

Colonie francesi:

 

23.391

Tunisia

12.218

7.345

Algeria

2.579

3.444

Marocco

2.510

3.779

Altre colonie d’Africa

1.404

237.375

Russia

60.930

77.047

Belgio

57.788

1.383

Congo belga

7.476

Portogallo

9.912

1.348

Africa portoghese

1.699

6.256

Serbia

1.525

1.051

Montenegro

1.529

60.783

 1.553.176

Giappone

4.597

801.652

 

NEUTRI

 

Importazioni

 

Esportazioni

86.845

Svizzera

249.163

29.008

Spagna

18.110

1.197

Africa spagnuola

2.655

18.506

Olanda

16.072

6.829

Indie orientali olandesi

9.514

3.767

Danimarca

4.286

2.915

Svezia

4.479

22.557

Norvegia

4.421

100.717

Romania

14.638

7.712

Grecia

18.156

1.422

Candia

4.287

56.047

Cina

5.917

1.337

Persia

1.571

Siam

1.572

522.722

Stati Uniti

267.892

Cuba

4.237

1.242

Filippine

1.402

1.442

Messico

4.003

3.535

America centrale

5.893

4.121

Haiti e S. Domingo

1.255

Portorico

Venezuela

2.527

2.345

Colombia

3.383

4.037

Equatore

1.185

55.311

Brasile

47.648

10.107

Uruguay

21.138

166.622

Argentina

185.557

Perù

7.063

20.402

Chili

17.243

1.132.030

 

924.012

NEMICI

 

612.690

Germania

343.445

264.660

Austria-Ungheria

221.147

4.033

Bulgaria

6.731

23.910

Turchia Europea

49.347

34.190

     «      Asiatica

44.833

939.483

 

665.503

 

PAESI NON NOMINATI E PROVVISTE DI BORDO

 

9.624

 

26.620

 

 

Queste tabelle mi sembrano suggestive. Esse possono con vantaggio essere

riassunte ancora per categorie, calcolando il peso percentuale dei singoli

gruppi di paesi nel nostro commercio internazionale di importazione e di

esportazione:

 

 

Importazione

 

Esportazione

11.326

0.31%

Colonie

93.852

3.73%

1.553.176

42.61%

Alleati

801.652

31.92%

1.132.030

31.05%

Neutri

924.012

36.79%

939.483

25.77%

Nemici

665.503

26.50%

9.624

3.645.639

0.26%

100

Paese non nominati

26.620

2.511.639

1.06%

100

 

 

Per l’Italia la preferenza da darsi alle colonie rispetto agli alleati non avrebbe importanza, trattandosi di cifre minime, le quali, inoltre, è presumibile abbiano all’esportazione un valore minore di quello apparente, trattandosi di esportazioni probabilmente in notevole parte ufficiali, per i bisogni dell’esercito di occupazione. Pur tolto così il pericolo, gravissimo per l’Inghilterra, di disgustare gli alleati, rimane per l’Italia il quesito: quali effetti potrà avere una preferenza concessa agli alleati sulle nostre relazioni commerciali con i paesi neutri e con i paesi attualmente nemici? All’incirca, il sistema delle tariffe differenziali a scala, vorrebbe dire, all’importazione favorire poco più dei due quinti delle merci importate dai paesi alleati a danno dei tre rimanenti quinti importati dai paesi neutri e nemici; ed all’esportazione favorire coloro che vendono all’estero circa un terzo delle merci esportate, a scapito di coloro che esportano i rimanenti due terzi. Posta la cosa in altre parole, l’Italia dovrebbe dare un quasi-monopolio per approvvigionamento del nostro mercato a chi ora è nostro fornitore per i due quinti del nostro fabbisogno di merci estere; e dovrebbe contemporaneamente disgustare chi è nostro cliente per i due terzi delle merci che mandiamo all’estero. Prima facie, siffatta condotta appare talmente insensata, da rendere necessario addurre prove ben abbondanti della sua convenienza per indurci ad abbracciarla. Ridurre il numero dei nostri possibili fornitori, dando a taluno di essi una preferenza sul nostro mercato significa dar modo ai fornitori privilegiati di aumentare i prezzi a nostro danno, fino a concorrenza della differenza di dazio. Indurre, con questa condotta, i neutri e gli [ex] nemici ad imporre contro le nostre esportazioni dazi differenziali di ritorsione, significa perdere i due terzi dei nostri clienti e dar modo al terzo rimanente (attuali alleati) di acquistare la roba nostra a prezzi di disperazione.

 

 

L’impressione disastrosa di questa follia ragionante si acuisce quando si gitta solo uno sguardo sull’elenco dei paesi neutri: Romania, Stati Uniti, Brasile, Argentina, sono nomi di paesi in cui vivono milioni di nostri connazionali, con cui parve sempre buon consiglio mantenere attive relazioni commerciali, anche per motivi d’indole politica e morale; Svizzera, Olanda, Svezia, Danimarca, Norvegia, sono nomi di paesi con cui abbiamo sempre conservato relazioni di buon vicinato e di amicizia. Vi è qualche ragione perché noi dobbiamo guastarci con essi in omaggio ad una bislacca architettura doganale? E non parlo della Cina, della Persia, del Siam, delle repubbliche americane, con cui pur ieri in relazioni consolari, in istanze di camere di commercio, in relazioni di inchieste sulla marina mercantile si proclamava la necessità di intensificare i rapporti di affari. Né si dimentichi che non si vede, per parlar chiaro, la ragione per la quale, a pace rifatta, si debbano ridurre le correnti commerciali fra l’Italia ed il gruppo delle potenze commerciali fra l’Italia ed il gruppo delle potenze nemiche. A non dire della Turchia, la quale, conservata o fatta a pezzi, dovrebbe essere sempre più un magnifico mercato di approvvigionamento e di vendita per le nostre industrie, la Germania e l’Austria-Ungheria fanno acquisto dalla nostra agricoltura di somme cospicue di prodotti che esse non sono capaci a produrre alle medesime condizioni di costo e che a noi conviene di vendere loro. Vendere agli ex-nemici nostre derrate non è renderci servi di essi. Tutto ciò è terminologia barocca, come è terminologia barocca affermare che noi si sia tributari della Germania solo perché da essa comperiamo 613 milioni di lire di merci. Se l’articolo non fosse già troppo lungo e se si potesse fare l’analisi delle singole voci d’importazione e di esportazione sarebbe agevole vedere che il commercio con la Germania e con l’Austria-Ungheria rispondeva a criteri di nostra convenienza; e che sarebbe assurdo ed antipatriottico rinunciarvi, perché il buon senso insegna a chiamare antipatriottica quella condotta la quale ci rende più poveri e quindi più deboli e quindi meno atti a resistere alle sopraffazioni di una qualunque potenza estera, fatta riserva, s’intende, di quelle produzioni, ben definite e strettamente limitate in numero, che tocchino in modo diretto gli armamenti, le quali dovrebbero essere assunte dallo Stato in regia, in guisa da renderci, rispetto ad esse, indipendenti da ex-nemici, anche se questi potessero ridiventare, per caso, amici, e da neutri od alleati, di cui non è esclusa, sebbene con tutto il cuore sia deprecabile, dall’esperienza storica la possibilità, vicina o lontana, di avere qualche contrasto di interessi con noi.

 

 

Concludasi, dunque, che il proposto sistema della triplice e quadruplice o quintuplice gerarchia di dazi è incomprensibile, fonte di dissidi politici ed economici fra madrepatria e colonie e fra attuali alleati, strumento di supremazia e di vittoria a favore dei nostri nemici, contrario ai più evidenti nostri interessi.

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