Le ragioni dell’intervento dello stato (la crisi della Banca di sconto)

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/02/1922

Le ragioni dell’intervento dello stato (la crisi della Banca di sconto)

«Corriere della Sera», 15 febbraio 1922[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 555-559

 

 

 

Le manifestazioni pubbliche dei vari interessi in giuoco impongono di ritornare troppo più spesso di quanto sarebbe desiderabile sulla questione della Banca italiana di sconto. Ma una recente lettera, del consorzio dei creditori, la quale sostanzialmente ribatte gli argomenti della stupenda circolare dell’on. Bonomi, tocca argomenti di così vivo interesse pubblico che sarebbe disdicevole non occuparsene.

 

 

«La richiesta di garanzie – dice la lettera – non viene fatta sotto l’ingiusta pretesa di far contribuire il denaro pubblico alla sistemazione d’un interesse privato, sia pure generale. La funzione speciale avuta (ma voluta anche dal governo) dalla Banca italiana di sconto, e il genere particolare di grossissime immobilizzazioni nelle quali per conseguenza la banca è stata costretta a venirsi a trovare (basta citare l’Ansaldo), impongono al governo l’obbligo di non sottrarsi alle conseguenze delle responsabilità indubbiamente assunte. Saranno perseguitati gli amministratori e senza pietà alcuna, nella doverosa tutela dei diritti dei creditori, perché paghino fino all’ultimo centesimo i danni derivanti dalle loro responsabilità dolose e colpose; ma non sarebbe giusto che il governo, dopo aver favorita per scopi di ritenuto «interesse pubblico» l’imprudente direttiva di azione e di sviluppo della Banca di sconto, pretendesse ora di far sopportare ai soli creditori della banca tutte le perdite derivanti da quella favorita e talvolta richiesta imprudente linea di azione. La sistemazione “Ansaldo” non può e non deve avvenire senza il concorso degli istituti di emissione e in caso contrario non v’è motivo di privilegio perché l’Ansaldo non debba fare la fine della Banca italiana di sconto. Ma prima di essere costretti a sopportare da soli tutte le perdite derivanti dal dissesto, i creditori hanno bene il diritto di pretendere che siano fatte e rese pubbliche indagini a fondo sulle cause del dissesto stesso e sul come e perché di certe immobilizzazioni con tutte le conseguenze del caso.

 

 

Del resto si rileva che la prestazione di una garanzia effettiva da parte degli istituti di emissione non si tradurrebbe in sostanza che nel doveroso concorso nell’opera di smobilizzo delle pesanti attività della Banca italiana di sconto, nell’interesse stesso dell’economia nazionale e per non far subire all’economia stessa più gravi e ben maggiori perdite.

 

 

Tale garanzia assicurerebbe la tranquilla esecuzione del concordato, eviterebbe le speculazioni di sciacalli sulle attività della Banca dissestata (che sarebbero prevedibilmente conseguenza di un eventuale fallimento) e, permettendo la graduale realizzazione delle attività della Banca ai giusti valori, contribuirebbe al risanamento ed all’equilibrio della economia nazionale. Per modo che il peso che dovrebbe eventualmente sopportare il pubblico erario dalla prestazione della garanzia (data anche per un motivo di “interesse pubblico”) sarebbe certo in ogni caso inferiore e meno grave delle gravissime perdite che senza dubbio necessariamente dovrebbe subire l’economia nazionale nella deprecata ipotesi di eventuale fallimento della Banca italiana di sconto e aziende annesse. Ansaldo compresa».

 

 

Sostanzialmente, i creditori della Banca italiana di sconto chiedono che gli istituti di emissione, ossia in principal luogo la Banca d’Italia, prestino la garanzia che dal realizzo delle attività della Banca di sconto si otterrà almeno quella percentuale da essi desiderata, e superiore a quella che risulterebbe dal progetto dei commissari giudiziali. La garanzia dovrebbe essere prestata per tre ordini di ragioni.

 

 

Morali, in primo luogo. Non è lecito, si dice, che i creditori della Sconto abbiano a perdere mentre il principale debitore, ossia l’«Ansaldo», vede la sua posizione sistemata, grazie al concorso degli istituti di emissione. Ignoro quale portata abbia il concorso degli istituti di emissione nella sistemazione dell’«Ansaldo». Suppongo che esso sia avvenuto senza sacrificio dell’erario; ché male si sarebbe altrimenti operato né gioverebbe ripetere il malo esempio. Gli istituti di emissione, esclusa tale ipotesi deprecabile, avranno dato un concorso alla sistemazione dietro solide garanzie. Avranno anticipato 100, dietro garanzia, pegno ad ipoteca, su attività del valore di 120 e col vincolo, da parte di amministratori solvibili, di integrare la garanzia nel giorno e nell’eventualità in cui il valore delle attività date in pegno scendesse sotto a 120. Se le cose stanno così – e non so immaginare possano stare altrimenti – non c’è nessuna obbiezione di principio a che altrettanto si faccia con la Banca di sconto. Se questa possiede 2.000 o 3000 milioni di attività e se amministratori solvibili garantiscono l’integrazione dei detti valori per il caso in cui dal realizzo non si ricavassero i 2.000 o 3.000 milioni, la Banca d’Italia può – ove ne abbia i mezzi ed ove all’uopo non si aumenti la circolazione oltre i limiti vigenti – anticipare sino agli otto od ai nove decimi delle anzidette somme, allo scopo di facilitare la sistemazione. Evidentemente, però, non è questo il desiderio dei creditori; ché oggi è difficilissimo calcolare il valore vero di realizzo delle attività, né deve essere facile trovare i garanti di tale valore. I creditori vorrebbero che la Banca d’Italia prestasse essa medesima siffatta garanzia; il che moralmente è ingiustificabile.

 

 

Vediamo se sia giustificato economicamente. Sì, – dicono i creditori – perché la Banca d’Italia ha interesse ad impedire la grave jattura che all’economia nazionale deriverebbe da una affrettata liquidazione. Se si sapesse che la Banca d’Italia garantisce il realizzo in 3.000 milioni, il prezzo di realizzo delle attività sarebbe migliore. Quando un oggetto viene offerto in vendita, se nessuno offre un prezzo fermo, l’oggetto svilisce e va in mano agli sciacalli per poco o niente. Se invece c’è un garante, tutti vogliono comperarlo.

 

 

Il ragionamento corre benissimo; ma fa d’uopo sia fatto, in piena indipendenza, dal direttore generale della Banca d’Italia. Egli deve essere sicuro di non rimetterci nulla nel prestare la sua garanzia. Egli ha il dovere strettissima di persuadersi che, per quanto male vada la liquidazione, le attività non si liquideranno ad un prezzo minore di quello da lui garantito. Perciò, egli si deve tenere basso nelle valutazioni; ove non voglia, cosa che gli è vietata dal suo ufficio, far correre illecito rischio ai suoi azionisti, ai suoi depositanti, all’erario pubblico. Ai suoi occhi, queste categorie sono sacre, assai più sacre dei creditori di un altro ente, i quali per lui sono terzi, con cui egli deve fare affari buoni e non cattivi.

 

 

Ma la Banca d’Italia rappresenta l’interesse nazionale! Entro certi limiti, sì; ma il primissimo modo per una banca d’emissione di tutelare l’interesse nazionale è di non immobilizzarsi, di non correre rischi, di non perdere un soldo. Solo a queste condizioni, essa è in grado di servire il pubblico con sconti e con anticipazioni, ossia di tutelare quel preciso interesse nazionale che le è stato affidato. L’interesse nazionale ha molti aspetti e la tutela di ognuno di essi è affidata ad un ente speciale. Alla Banca d’Italia spetta l’ufficio di provvedere ad una sana circolazione, di scontare carte e titoli di prim’ordine e con assoluta garanzia. Facendo ciò che i creditori della Banca di sconto desiderano, la Banca d’Italia violerebbe i suoi statuti, la legge fondamentale che la creò e porrebbe un precedente pericoloso per l’avvenire.

 

 

Ufficio degli istituti di emissione non è di impedire le crisi. Possono prevenirle, alzando in tempo il saggio dello sconto, e rendendo difficile il credito; così ostacolando le eccessive esposizioni industriali. Se, nonostante tutto, la crisi scoppia, è regola pacifica che gli istituti di emissione debbano lasciarla svolgere, con la eliminazione degli organismi guasti. In Italia forse è necessario usare guanti di velluto e non d’acciaio; senza mai perdere di vista tuttavia la premessa di non perdere un soldo del denaro dei proprii azionisti, dei proprii depositanti e dell’erario.

 

 

Rimane il terzo argomento, che è di ordine politico.

 

 

«La Banca di sconto – si osserva – adempì durante la guerra ad un vero ufficio pubblico, di sovventore di imprese belliche, per impulso e quasi ordine del governo. Essa fu condotta ad iniziative imprudenti e ad immobilizzazioni dalla richiesta di uomini di governo. Si faccia luce, con una indagine pubblica, sulle cause degli immobilizzi e si vedrà che il governo non può sottrarsi ad una certa responsabilità e quindi ad un sacrificio».

 

 

Queste parole od altre simili sono un solenne e grave monito agli uomini di stato. È possibile che alcuni ministri abbiano parlato in pubblico ed in privato dei compiti patriottici della banca e dell’industria. Queste parole avevano un significato morale, né potevano essere interpretate nel senso preteso dai creditori della Banca di sconto. L’uomo politico ebbe, durante la guerra, il dovere di incitare banchieri, industriali e commercianti a venire in aiuto alla patria. Ma era chiaramente inteso che essi dovevano aiutare il paese a loro rischio. Altrimenti, quale sacrificio avrebbero sopportato e quale sarebbe stato il loro merito? L’uomo politico aveva tanto più questo dovere in quanto che, se banchieri ed industriali e commercianti non avessero ascoltato la sua voce, il nemico avrebbe avuto il sopravvento ed essi avrebbero perso assai più di quanto poterono perdere dopo la vittoria. Ma le parole dei ministri non potevano essere interpretate nel senso che esse legittimassero qualsiasi imprudenza di condotta economica e facessero quasi sperare una sanatoria o garanzia governativa per tale imprudente condotta.

 

 

L’esperienza delle richieste odierne dei creditori della Sconto non dovrebbe tuttavia essere dimenticata dagli uomini politici. Senza essere meno entusiasti e meno incitatori, sarà bene che nell’eventualità lontana di una guerra nazionale, gli uomini di governo siano più chiari ed escludano esplicitamente ogni responsabilità pecuniaria dello stato per gli affari conchiusi secondo le pubbliche direttive da essi volute. O meglio, si dica chiaramente quando lo stato si fa garante e quando no. Suppongo, del resto, che anche nella passata guerra, ogni qualvolta lo stato assunse un impegno, questo risulti da documenti scritti. Se il documento esiste; anche se non sia corredato di tutti gli estremi legali, i creditori hanno gran ragione di farlo valere. I magistrati sono lì per rendere giustizia e nel pietoso caso presente la renderanno per fermo con i più larghi criteri di equità. Deve tuttavia trattarsi di precise responsabilità specifiche e non di semplici direttive generiche, doverose per gli uomini pubblici che le espressero e doverose ad osservarsi, a proprio rischio, dai cittadini a cui erano indirizzate.

 

 

Ora che siamo in pace ed in tempi normali, i ministri imparino a tenere la lingua a posto. Incoraggino i privati, banchieri, industriali ecc. ecc., a lavorare, a ricostruire; ma sia ben chiaro che si tratta di puri incoraggiamenti morali. Sia chiaro che coloro i quali lodevolmente opereranno nell’interesse dell’economia nazionale potranno ricevere in guiderdone diplomi, croci di cavaliere del lavoro o della corona d’Italia, commende e grandi ufficialati. Ma non il becco di un quattrino; non un soldo d’indennizzo in caso di mala riuscita. Parole incitatrici e feconde sì; denari punti. Sarebbe un delitto contro il paese.

 

 



[1] Con il titolo Le ragioni dell’intervento dello stato. [ndr]

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