Le responsabilità

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 30/09/1902

Le responsabilità

«La Stampa», 30 settembre 1902

 

 

 

Il raccapriccio che ha fatto fremere tutta Italia alla notizia del terribile disastro della Sicilia non sarà, speriamolo, soltanto un sussulto momentaneo. L’anima italiana saprà dimostrare che in nessuna regione ed in nessuna città è spento quel sentimento di affetto profondo e di memore solidarietà il quale ha scritto tante pagine gloriose nella nostra storia.

 

 

Torino non sarà seconda a nessuna città italiana in questa nobile gara di soccorso verso la disgraziata regione siciliana; e noi confidiamo che tutti i volenterosi sapranno riunire le loro forze in un sublime slancio di fratellanza e di patriottismo.

 

 

L’ora del dolore e l’urgenza dei soccorsi non debbono però impedire a noi di additare quali, a nostro parere, siano i responsabili dell’immane disastro. Poiché i responsabili ci sono. Noi non ne conosciamo i nomi, poiché essi sono legione. Ma sarebbe cecità colpevole non vedere che la rovina attuale non è la conseguenza soltanto dell’ira formidabile della natura ed è invece frutto di colpevoli trascuranze e di delittuose violazioni di legge. Il disastro di Modica è un vero e proprio delitto sociale.

 

 

E di questo delitto sono responsabili tutti coloro i quali hanno consentito che le montagne ed i colli siciliani fossero denudati a poco a poco di quella folta corona di foreste che ne costituiva la difesa più efficace contro l’impeto degli uragani e la violenza dei cicloni. È un delitto secolare, del quale a gran fatica potremmo rintracciare le origini ed i cui effetti disastrosi si sono intensificati cogli anni; cosicché l’ultimo trentennio ha dato il colpo di scure all’albero ancora maestoso e gigante.

 

 

Che le inondazioni e le rovine siano soventi la conseguenza della mancata difesa degli alberi niun dubbio: tutta la scienza forestale è lì ad ammonire – e purtroppo ad ammonire invano – che l’Italia sta sciupando lo scarso residuo delle sue antiche ricchezze forestali e vuole consacrare alla rovina le pianure sottoposte alle montagne denudate per colpa ed incuria umana. E niun dubbio che gli italiani hanno voluto le rovine e le inondazioni, di cui ad ogni primavera e ad ogni autunno sono piene le colonne dei giornali. Ci capita sott’occhio un articolo pubblicato nella Riforma Sociale del corrente mese dall’avv. A. O. Olivetti.

 

 

Questo articolo, nella sua impressionante semplicità, ci dice che l’Italia, colla sua percentuale dell’8.7% di superficie boschiva alla superficie totale, è uno dei paesi che più sono progrediti nell’opera vandalica della devastazione forestale. E – particolare doloroso e memorando – fra tutte le regioni italiane è la Sicilia quella dove la furia del tagliare alberi si è dimostrata più rabbiosa. Mentre la Liguria ha il 32.50 %, la Toscana il 25.92%, la Sardegna il 24.66, il Lazio il 21.32%, la Lombardia il 19.10, il Piemonte il 17.97. La Sicilia scende alla proporzione irrisoria del 3.60% di terreno boschivo sul totale della superficie. Né si dica che la Sicilia non è paese adatto ai boschi, poiché forse non vi è paese dove il bisogno di coronare i colli di boschi di difesa sia altrettanto urgente come la Sicilia, e poiché altri paesi meno esposti di essa ai danni delle intemperie hanno provveduto con cura meticolosa da anni ed anni alla ricostituzione delle foreste: testimoni l’Olanda, la Danimarca, la Svizzera, la Germania, ecc., ecc.

 

 

Ed invece noi non abbiamo saputo conservare nemmeno le splendide istituzioni di difesa dei boschi e di sistemazione dei fiumi che la Sicilia moderna aveva ereditato dal dominio dei Saraceni – maestri all’Europa di progredita civiltà nelle tenebre del medioevo. Noi, dopo il 1860, abbiamo lasciato distruggere, cogli occhi dolosamente chiusi, i boschi onde andavano ancora superbi i demani comunali nel Mezzogiorno d’Italia. Nell’articolo che abbiamo citato, leggiamo queste parole: «Chi viaggia nelle regioni centrali del Mezzogiorno vedrà, ad ogni mutar di valle, campagne e colline solcate da burroni profondi, che la furia delle acque viene ogni anno scavando ed allargando sempre più. Cinquanta volte su cento quelle terre appartennero ai demani. Un giorno furono superbe foreste e pascoli ubertosi, onde i villani traevano di che nutrire abbondantemente se stessi e le greggi; adesso son campi squallidi che la malaria avvelena, e dove è molto se tu vedi ondeggiare alle pigre aure d’estate le spighe rare e sparute di poco frumento. La devastazione compiuta nei boschi ha prodotto la rovina delle terre sottostanti».

 

 

E mentre la devastazione procedeva ininterrotta, dal 1867 a tutto il 1900, noi sapemmo spendere la cifra miserabile di appena 72 mila lire all’anno in media per il rimboschimento; e se nell’ultimo anno tale cifra fu aumentata a 337 mila lire, essa è ancora assolutamente inadeguata alla grandiosità dell’opera necessaria.

 

 

Né basta: appena in 12 province su 69 si son costituiti quei Consorzi fra Stato, Province e Comuni ai quali la legge affida la cura di rimboschire i terreni spogliati dalla cupidigia dei privati.

 

 

Ebbene: è duopo che finisca codesta incoscienza; è urgente che non si ritardi più oltre in questa intrapresa sacra da cui dipende la salvezza di tanta parte della ricchezza italiana: ricchezza di campi, ricchezza di corsi d’acqua regolati, potenti, distributori di energie elettriche alle industrie, ricchezza di forestieri che fuggono dalle lande devastate ed accorrono ai boschi ed ai colli freschi per ombre profonde.

 

 

Noi dobbiamo essere commossi al grido di cordoglio che da tutte le parti d’Italia si è levato verso l’afflitta Sicilia. Ma non basta che i soccorsi affluiscano copiosi, che il ministro dell’interno ordini ai prefetti di iniziare sottoscrizioni e di promuovere feste di beneficienza. No, questo non basta. Bisogna non dimenticare in questo momento doloroso che la colpa dei disastri orrendi in gran parte è nostra; e bisogna provvedere affinché più non si rinnovi ogni anno, con periodicità desolante, la notizia dei catasclismi devastatori.

 

 

Il grido Pro Montibus deve echeggiare oggi in ogni città ed in ogni borgo d’Italia; ed a quel grido deve corrispondere energia invitta di azione e di propositi fecondi. Altrimenti, se noi dimenticheremo, se noi esauriremo i nostri sentimenti pietosi nelle pubbliche sottoscrizioni, noi ci renderemo colpevoli di un grave delitto di fronte alle generazioni venture.

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