Le ricchezze sociali e naturali nel programma socialista

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/10/1919

Le ricchezze sociali e naturali nel programma socialista

«Corriere della Sera», 24 ottobre 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 490-494

 

 

 

La campagna elettorale è cominciata; e con essa il dilagare delle promesse sconfinate, dei programmi grandiosi di rinnovamento e di riforma, l’inondazione delle parole senza contenuto. Non si può dire che alcun partito sia immune da questa lebbra; ma, per necessità di cose, il programma socialista ne è contaminato sovra tutti. Stavolta alle promesse del paradiso economico in terra, si aggiungono le promesse di rinnovazione politica: i Soviet, o consigli che sarebbero una scoperta mai più vista nel campo della politica.

 

 

Come sempre, il sostegno più saldo della predicazione socialista è la propaganda dell’odio e del disprezzo degli istituti sociali esistenti. Si assume come articolo di fede che essi siano cosa antiquata, sorpassata, tenuta su non per ragioni ideali di principio, ma per bassi interessi materiali. Alcune frasi ripetute alla sazietà giovano a dare alle folle la convinzione assoluta che la luce della verità splende esclusivamente dalla loro parte. Una di queste frasi si legge in un ordine del giorno votato dal congresso socialista di Bologna. Frase tipica che merita di essere riprodotta:

 

 

«Gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall’odierno sistema politico, rappresentano il dominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice».

 

 

La frase non è chiarissima; ma all’incirca si può immaginare che, nel pensiero dei socialisti italiani, tutte le ricchezze esistenti sono ricchezze «sociali» e «naturali»; che di queste si sono ingiustamente impadroniti i capitalisti; che costoro, in difesa del loro privilegio, hanno chiamato il governo, l’esercito, la magistratura, la chiesa; e che quindi occorra e basti impadronirsi delle istituzioni politiche per togliere ai «monopolizzatori» le male acquistate ricchezze e restituirle ai loro legittimi proprietari, che sarebbero i proletari, soli veri membri della società.

 

 

In tutto questo ragionamento vi sono parecchi anelli deboli. Ma debolissimo è il primo: quello che chiama «sociali» o «naturali» le ricchezze, per trarne la facile deduzione che, essendo tali, non possono spettare a singoli monopolizzatori. Che cosa sono queste ricchezze sociali o naturali?

 

 

«Sociale» è una piazza, una strada, un ponte; ma appunto perché servono direttamente alla società, queste ricchezze sono già di proprietà dello stato o del comune. Esse sono già socializzate col consenso di tutti, anche dei cosidetti capitalisti, i quali troverebbero di assai cattivo gusto che qualcheduno di loro o qualche ex proletario si impadronisse della strada per esigere un pedaggio dai passanti.

 

 

Vi sono altre ricchezze, per cui la socialità è meno sicura: ad esempio, una ferrovia, un tram, un’impresa idroelettrica. Qui si discute se convenga o meno l’impianto e l’esercizio di privati o di enti pubblici. Ma ogni persona di buona fede riconosce che il problema è di limiti, contingente, da risolversi caso per caso. Per certe linee o reti ferroviarie è necessario che non solo il controllo, ma anche l’esercizio spetti alla collettività; per altre linee la esperienza ha dimostrato sufficiente il controllo statale ed opportuno l’esercizio affidato ai privati. Opportuno, si osservi, nell’interesse collettivo, allo scopo di rendere minimo il costo per la collettività, massimi i salari per gli agenti, minimo il guadagno privato dei capitalisti.

 

 

Esempio tipico di ricchezza «sociale» è il valore delle aree fabbricabili nelle grandi città; tipico almeno per quei socialisti, i quali hanno qualche dimestichezza con i libri, con la storia delle esperienze sociali e legislative. La città cresce di abitanti e di ricchezze; e crescono con essa i fitti percepiti dai proprietari di case. La constatazione del fatto conduce alla conseguenza che non si debba ammettere la proprietà privata delle case? Pare di no; almeno per chi non creda ancora che le case nascano da sé come i funghi, e che basti mandare al potere i socialisti per vederle moltiplicarsi per incanto. Finché a costruire case occorreranno mattoni e calce e tegole e ferro e legname e mano d’opera, occorrerà dare un compenso a coloro i quali producono il risparmio necessario per acquistare tutte queste belle cose e con esse fabbricar case. Quindi bisogna distinguere nel fitto la parte la quale è il compenso del costo di costruzione delle case da quella che è il compenso dell’uso della pura area fabbricabile. Questa seconda parte soltanto ha carattere «sociale» e intorno ad essa soltanto si può discutere sul metodo più acconcio per socializzarla: se con la proprietà comunale delle aree o con imposte speciali; se sul valore già esistente delle aree o sul loro incremento futuro. Ma avvertasi che gli esperimenti più interessanti a questo riguardo sono stati fatti da amministratori «borghesi», senza attendere affatto la spinta dell’avvento proletario. La caratteristica dei socialisti e dei loro congressi è soltanto quella di prendere le cose all’ingrosso, facendo un fascio d’ogni sorta di cose e trattando per sociali tutte le specie di ricchezza, anche quelle che di sociale non hanno nulla, essendo il frutto dell’iniziativa e del risparmio individuali.

 

 

Vaghissimo e indeterminato è anche l’altro aggettivo di «naturale» affibbiato alla ricchezza. Per dimostrare che una ricchezza non deve spettare ad un individuo singolo, ma deve spettare alla collettività, si afferma che quella ricchezza è «naturale». Ed infatti se una cosa esisteva in natura, prima che l’uomo venisse al mondo, che cosa v’ha di più illogico, di più ingiusto della sua appropriazione da parte del singolo? Una ricchezza «naturale», che esiste per sé, indipendentemente dall’opera dell’uomo, perché deve spettare a Tizio o a Sempronio, e non a tutta l’umanità?

 

 

La mente corre subito alle acque, alle miniere, alla terra medesima. Non hanno forse ragione i socialisti quando mettono in luce la odiosità della appropriazione privata di questi beni che la natura fornisce all’uomo, che esistevano prima che l’uomo venisse al mondo?

 

 

Anche qui, però, l’analisi più elementare dimostra che il problema è più complicato di quanto immaginano i teorici semplicisti del comunismo. Acque, miniere, terre esistono in natura? Sì. Ma dove e in che condizioni?

 

 

L’acqua cade dai fianchi delle montagne e forma cadute splendide di bellezza; ma per renderla utilizzabile dall’uomo occorrono impianti costosissimi di milioni e centinaia di milioni. Se voi non promettete un compenso a coloro che azzardano i loro risparmi in questa intrapresa, l’acqua rimarrà una ricchezza «naturale», ma sarà anche perfettamente inutile agli uomini. Che cosa dunque è veramente «naturale» nella forza d’acqua domata dall’ingegno umano e trasportata nella città ad azionare macchine, tramvie, ferrovie? Quel tanto che supera il compenso necessario a indurre il risparmio ad investirsi negli impianti idroelettrici. Su questo si può discutere e si è discusso molto. Molti metodi sono stati proposti, da borghesi per lo più, per assicurare alla collettività il possesso della parte «naturale» del reddito degli impianti idroelettrici. Ma si deve riconoscere che la parte «naturale» è una quantità piccolissima in confronto alla parte dovuta all’opera degli uomini.

 

 

Le miniere? Sì, i minerali si trovano deposti da madre natura nel sottosuolo. Ma ciò è ben lungi dal voler dire che il valore delle miniere sia una ricchezza naturale. In nove casi su dieci, anzi in novantanove su cento, se noi cominciamo a dedurre dal valore della miniera il costo vivo delle macchine, delle gallerie, degli impianti sotterranei non resta più nulla. In moltissimi casi, forse nella maggior parte, resta una perdita.

 

 

La terra? I congressisti di Bologna avranno avuto dinanzi agli occhi lo spettacolo magnifico della grande pianura padana, dalle marcite lombarde alle bonifiche ferraresi. Perché, avranno essi pensato, tutta questa ricchezza «naturale» deve spettare ai singoli proprietari e non alla collettività? Noi non siamo di quelli i quali neghino che i proprietari terrieri hanno grandi doveri sociali, e sul punto si deve insistere; ma una verità è certissima ed è che la terra non è una ricchezza «naturale» ma una ricchezza esclusivamente creata dall’opera dell’uomo, dal risparmio di generazioni e generazioni. La terra lombarda era stata vista da Annibale nel suo stato di «ricchezza naturale»: una grande, una distesissima palude, in cui affondavano uomini e cavalli e in cui sormontavano qua e là boschi e magri umidi pascoli. Quel che rimane oggi della ricchezza «naturale» che Annibale vide è zero. La terra oggi esistente, sana, elevata, libera da acque paludose, fitta di case, di piantagioni, di canali è stata fabbricata dall’uomo. Ci vollero secoli, anzi decine di secoli a fabbricarla. Ogni ettaro di quella terra vale oggi cinque, sei, dieci mila lire; ma non un centesimo del valore odierno preesisteva in natura. Tutto è stato creato dall’uomo, tutto fu a soldo a soldo costruito col risparmio diuturno.

 

 

I due aggettivi «sociale» e «naturale» affibbiati alla «ricchezza» per dimostrare che questa deve essere appropriata dalla collettività e non dall’individuo hanno dunque uno scarsissimo o nullo valore. La ricchezza esistente è quasi tutta creata dall’uomo, artificiale, prodotta col risparmio. Per giustificarne la socializzazione non basta dire che essa è sociale o naturale; poiché, così parlando, si dice cosa erronea, contraria a verità e realtà. Bisognerebbe dimostrare che la collettività è assai più capace degli individui di fabbricare ricchezza, la ricchezza vera universalmente conosciuta, che è ricchezza artificiale, creata dall’uomo. Ma questa dimostrazione è un po’ più difficile a darsi di quanto non sia costruire deduzioni affrettate su aggettivi semplicisti e ingannevoli.

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