Le rovine dei trusts

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/10/1903

Le rovine dei trusts

«Corriere della sera», 4 ottobre 1903

 

 

 

I telegrammi, ogni giorno più allarmanti, sulla situazione finanziaria delle Borse di Nuova York e di Londra, hanno di nuovo fatta convergere l’attenzione sui trusts. Ma in senso inverso a quello di prima: invece dello spavento per questi nuovissimi mostri divoratori della ricchezza dei medi e dei minuti capitalisti, adesso si teme soltanto che nella loro rovina, oramai inevitabile, trascinino con sé troppi altri interessi di lavoratori e di industrie sussidiarie. Troppo presto Carnegie vede i fatti dar ragione alle sue profezie; egli che aveva sempre sostenuto che i trusts erano una gonfiatura, un pallone pieno d’aria destinato a scoppiare, un giocattolo buono a divertire per qualche istante i magnati della Borsa, vede proprio ora minacciare una rovina fragorosissima il grandioso trust dell’acciaio da lui fondato.

 

 

Come mai, dirà il pubblico, codesti chiaroveggenti ed espertissimi capitani dell’industria e magnati della Borsa che si chiamano Carnegie, Morgan, Schwab, ecc., hanno fondato a cuor leggero dei colossi che essi sapevano avere i piedi di creta, ed essere destinati a sfasciarsi al primo soffio di un turbine di borsa?

 

 

Egli è che in fondo ai nuovi trusts, insieme ad un’idea nuova e buona, vi era il germe della rovina. Non bisogna infatti confondere i trusts che per brevità chiameremo «nuovissimi», con i trusts di più antica data. La confusione che quasi tutti fanno, dà origine ad equivoci grossolani e fa ricercare le cause dei disastri attuali in circostanze che vi sono in gran parte estranee. Nei trusts o sindacati «antichi», parecchi industriali produttori di un’identica merce, si mettevano d’accordo per sostenere i prezzi o per limitare la produzione ed alzare così per un altro verso i prezzi. Lo scopo spesso non si poteva raggiungere, se non temporaneamente, perché i prezzi cresciuti stimolavano il sorgere di nuovi concorrenti al di fuori del Sindacato, restringevano il consumo ed incitavano i consumatori a ricorrere ai surrogati. I nove decimi dei trusts di questo genere avevano ed hanno una durata effimera, di pochi mesi o di pochi anni; ed i soli che abbiano potuto resistere a lungo sono quelli che vendevano merci aventi un monopolio naturale; per esempio i produttori di petrolio o di diamante, perché questi minerali, tanto diversi tra loro, si trovano concentrati in pochi punti del globo e riesce facile impedire la concorrenza quando i trusts si siano impossessati di tutte o quasi tutte le miniere.

 

 

I trusts «nuovissimi» sono o pretendono di essere qualcosa di diverso e di più perfetto. Essi non uniscono più industriali producenti la stessa merce. Qui i soci sono già ciascuno dei colossi nel loro genere; e se talvolta si uniscono ancora insieme, come accadde nel trust dell’Oceano, lo fanno in vista di uno scopo più elevato: l’unione di tutte le industrie interdipendenti, da quella che produce la materia prima a quella che mette sul mercato il prodotto finito. Fu Carnegie che primo ebbe questa idea e cercò di attuarla in grandiose proporzioni, accaparrando delle miniere di ferro dei Grandi Laghi, delle imprese di trasporto sui laghi, delle ferrovie sino a Pittsburg e delle miniere di antracite necessarie per il combustibile, sino alle acciaierie ed agli altri stabilimenti metallurgici destinati a manipolare in svariatissime guise il suo ferro e il suo acciaio.

 

 

Morgan, che gli successe, aveva allargata la concezione e il trust dell’Oceano era destinato a mettere nelle mani dei dirigenti medesimi del trust dell’acciaio, i cantieri dove si sarebbero fabbricate le nuove flotte e le navi in cui si sarebbero trasportati i prodotti del trust. Così il circolo diventava completo: dal momento in cui si estraeva il metallo greggio all’istante della vendita al consumatore europeo, il trust non aveva più da dipendere da nessuno; era un mondo chiuso che scavava, trasportava, trasformava da sé, all’infuori ed al coperto dalle oscillazioni dei prezzi e dalle speculazioni di borsa. Da una parte la natura vergine, dall’altra il consumatore coi suoi bisogni; ed in mezzo il trust fabbricante e commerciante: ecco l’idea geniale che brillava in fondo ai programmi giganteschi del Morgan. Ma il tarlo roditore persisteva: e dobbiamo cercarlo nella necessità di ricorrere su vasta scala all’appoggio della speculazione di Borsa. Nei sindacati «antichi» la rovina proveniva dal fatto che i soci violavano i patti e che i prezzi alla lunga non potevano sostenersi. Ma almeno non vi erano emissioni di titoli su vasta scala ed il sindacato poteva vivere ignorato dalla Borsa. Per un pezzo i titoli del trust del petrolio non furono veduti in Wall Street (la strada della Borsa di New York); ogni antico produttore aveva consegnato ai trustees (amministratori) i propri titoli di proprietà, ed aveva ricevuto dei certificati che davano diritto ad una quota parte degli utili; ed ogni socio, conservando per sé i certificati di un’industria in cui era nato e cresciuto, e che forse in parte amministrava ancora, i titoli avevano potuto andare in Borsa solo per piccolissime partite. Invece nei sindacati «nuovissimi» la riuscita dell’impresa non dipendeva solo dall’abilità tecnica; ma anche dal favore delle Borse e del pubblico. Dicemmo che il sindacato dell’acciaio riunisce in sé tutto il ciclo della produzione, dallo scavo delle miniere alle navi che trasportano in Europa i prodotti.

 

 

Fra tutte queste industrie, una finisce per essere l’industria dominante. Nel caso nostro, le acciaierie comprarono le miniere di ferro e di carbone, le ferrovie, le navi e le industrie sussidiarie. Non era una società fra uguali: ma una monarchia assoluta con delle provincie annesse. Naturalmente le industrie assorbite male si sarebbero accontentate di una partecipazione agli utili del nuovo trust: un minatore di ferro non si intende spesso dei lavori delle acciaierie e non desidera possedere azioni di acciaierie. Egli vuole essere pagato, per cedere la sua miniera, in contanti od almeno in obbligazioni od in azioni di preferenza per mettersi al coperto da rischi che egli non può valutare. E così il trust comincia la sua vita con un cumulo enorme di azioni di preferenza e di obbligazioni, cumulo accresciuto dal fatto che di solito i trusts comprano le imprese da assorbire a carissimo prezzo, sovratutto verso la fine quando dall’adesione degli ultimi renitenti dipende la buona riuscita dell’intrapresa. Il trust dell’acciaio cominciò la sua vita con 5 miliardi e mezzo di lire di capitale. La somma parve una testimonianza splendida della forza capitalistica colossale degli Stati Uniti; e voleva dire invece soltanto che il trust aveva comperato ad un prezzo esorbitante le imprese rivali: su 5 miliardi e mezzo almeno 4 erano acqua e solo 1 e mezzo era capitale effettivamente versato.

 

 

Questo vizio d’origine è la causa dei malanni presenti. Alle azioni fu necessario pagare un dividendo, magari fittizio, per non screditarle.

 

 

Coloro che avevano ricevuto in pagamento obbligazioni ed azioni di preferenza vollero disfarsene e realizzare i guadagni delle vendite ben fatte. Per un po’ le cose andarono bene; ma oggi che la gonfiatura è passata, che per diverse circostanze i prezzi son ribassati ed il consumo scemato, anche i trusts non possono più pagare i dividendi di prima: le azioni buttate sul mercato rinviliscono (i telegrammi di Nuova York ci parlano di 9 miliardi di valori galleggianti), ed il piano grandioso di Carnegie e di Morgan sfuma come nebbia al vento.

 

 

Almeno l’esempio degli Stati Uniti servisse a noi! Anche in Italia ci siamo messi – un po’ in ritardo, è vero – sulla via dei Sindacati «nuovissimi»; anche da noi si parla di grandiosi trusts che devono assorbire miniere di ferro. Alti forni, acciaierie, cantieri navali, imprese di navigazioni: un vero e proprio trust Morgan a scartamento ridotto. Ed anche da noi la speculazione di Borsa, specialmente a Genova, si agita per far sopravalutare i titoli delle imprese che sono in procinto di essere assorbite, affinché il trust compri a caro prezzo e cominci la sua vita con un carico di azioni e di obbligazioni, quale in Italia non si è visto mai. Dopo, chi vivrà, vedrà. Ma è meglio sin d’ora stare attenti. Respice finem. La fine dei Sindacati nord-americani «nuovo stile» non è atta a farci stare tranquilli e contenti.

 

 

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