Le società italiane per azioni nell’ultimo quarto di secolo

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/12/1937

Le società italiane per azioni nell’ultimo quarto di secolo

«Rivista di storia economica», dicembre 1937, pp. 358-364

 

 

 

Società italiane per azioni – Notizie statistiche, 1937. Quindicesima edizione. Un vol. in quarto di pag. 2.488, s. i. p.

 

 

È la quindicesima edizione del volume di notizie su le società italiane per azioni, la cui pubblicazione iniziata nel 1907 dal Credito italiano è ora curata dall’Associazione fra le società italiane per azioni. Essa comprende, come le precedenti, tutte le società italiane esercitanti in Italia e nei territori coloniali le quali abbiano un capitale di almeno un milione di lire od anche quelle con capitale minore, se aderenti alla associazione; e riferisce i dati e notizie relativi a 4.309 società i cui bilanci si chiusero entro il 31 marzo 1937.

 

 

Non è facile riassumere un volume il cui pregio massimo è di consultazione per uomini pratici, finanzieri, risparmiatori, amministratori i quali vogliano conoscere per ogni società per una lunga serie di anni, la quale di solito è il decennio, ma talvolta giunge al quarantennio, notizie sul capitale, sulle obbligazioni, sulle riserve, sugli ammortamenti, sui debiti, sui depositi, sugli immobili, sulle merci, sui valori e crediti, sugli utili, perdite, dividendi ecc. Ricaverò qualche dato riassuntivo da talune preziose tabelle iniziali; per brevità scelgo il 1913, antebellico, il 1922 ultimo dell’antico regime, il 1929 di massimo utile, il 1930 di massimo capitale versato e di massima perdita, il 1932 di minimo utile, ed il 1936 ultimo della serie.

 

 

 

1913

1922

1929

1930

1932

1936

Società

816

2.712

4.418

4.368

3.955

3.851

Capitali: proprii
Capitale versato

4.172,9

17.445,2

43.474,4

45.490,8

42.846,1

38.440,7

Riserve

552,8

2.865,5

9.834,6

11.563,0

12.060,3

17.565,9

altrui Obbligazioni

1.178,2

1.649,7

5.749,3

6.263,7

7.115,6

6.602,3

Debiti diversi

4.613,2

44.355,0

71.525,5

74.178,1

66.962,3

52.347,1

Impieghi dei capitali
Impianti

4.085,2

14.410,1

42.451,3

45.352,9

45.797,2

45.056,4

Merci

1.116,2

7.625,6

11.222,4

10.916,5

7.379,5

9.317,5

Titoli

508,4

5.247,7

15.748,5

18.352,2

20.861,9

10.510,8

Valori e crediti

5.126,7

40.000,2

64.614,2

64.054,9

55.996,4

54.871,1

Utile:
Società

686

1.808

2.836

2.480

2.055

2.815

Importo

300,5

1.303,9

3.444,7

2.986,5

1.957,9

2.805,3

Dividendo

237,9

937,5

2.745,0

2.386,9

1.545,3

2.092,0

Perdita:

Società

82

705

1.322

1.696

1.711

904

Importo

31,3

990,5

930,1

2.822

2.373,9

250,7

 

 

Sui dati raccolti nella tabella si possono fare poche osservazioni e queste assai generiche. Le somme e le medie relative a migliaia di società anonime nascondono i fatti veramente caratteristici che sono sempre peculiari ad ogni individuo componente il gruppo. Sommando la buona amministrazione colla cattiva, quella fornita di iniziativa con la addormentata, la nuova con la vecchia si ottengono risultati medi insapori e grigiastri. Tuttavia, qualche punto di orientamento si può fermare nella storia del quarto di secolo bellico e post bellico delle società italiane per azioni:

 

 

1)    La importanza relativa delle società per azioni nella vita economica del paese è cresciuta. Pur dividendo per quattro o, meglio – anticipando gli effetti del decreto 6 ottobre 1936, che possa ritenersi fossero già scontati al momento del decreto – per cinque le cifre del 1936, queste risultano ancora spesso doppie, talvolta triple e mai inferiori al 50 per cento in più di quelle del 1913. In complesso la somma dei capitali proprii ed altrui messi a disposizione delle società anonime nel 1936 è, divisa per cinque, superiore del 160 per cento a quella disponibile nel 1913. Poiché nessuno statistico ci ha detto che la ricchezza nazionale e l’attività economica del paese siano cresciute in siffatta proporzione, pare potersi concludere con sufficiente fondamento che nel venticinquennio il tipo di impresa governato a forma di società per azioni ha acquistato terreno in confronto agli altri tipi.

 

2)    Non è variata apprezzabilmente – 45,6 per cento nel 1936 contro 43,9 nel 1913 – la proporzione dei mezzi necessari alla vita delle società procacciata per mezzo di debiti diversi; ma è scemata la quota ottenuta col mezzo di obbligazioni (5,7 per cento nel 1936 contro 11,2 per cento nel 1913). Nonostante le esenzioni da imposta fruite per parecchio tempo, sembra che l’emissione di obbligazioni sia un mezzo troppo costoso per ottener capitali. Le società preferiscono far fuoco colla propria legna, emettendo azioni od accumulando riserve: 48,7 per cento nel 1936 contro 44,9 per cento nel 1913. Vi fu un momento in cui le società oltrepassarono il segno della prudenza e fu quando nel 1930 si procacciarono ben 74,2 miliardi di mezzi ricorrendo ai debiti diversi su un totale di 137,5 miliardi di mezzi totali proprii ed altrui: quasi il 54 per cento del totale. In quell’anno le perdite giunsero al massimo di 2.822 milioni, ammonendo che non impunemente si contraggono troppi debiti. Questi rimangono in cifra fissa, laddove le attività possono svalutarsi e dar luogo a forti perdite del capitale proprio.

 

3)    I disordinati indebitamenti del tempo di allegria, che generò necessariamente la crisi successiva al 1929, non sembra siano stati dovuti ad eccesso di impianti diretti. Questi giungono ai 45 miliardi e lì si fermano. Invece crescono prima e poi si sgonfiano gli impieghi in titoli, in valori e crediti, insieme giungendo ad 82,4 miliardi nel 1930 e poi riducendosi a 65,4 nel 1936: indice della mania di raggruppamenti dominazioni incatenamenti che imperversò per tanti anni e non è abbastanza castigata neppure oggi.

 

 

Gli errori si traducono in perdite; sì come i confiteor e relativa flagellazione vogliono dire guadagni. A proposito dei profitti e delle perdite ho voluto perdere un po’ di tempo in una piccola esercitazione accademica.

 

 

Se noi supponiamo che il coefficiente di divisione utile per rendere i profitti e le perdite del dopo – guerra paragonabili in potenza d’acquisto a quelli del 1913, sia di 1 per il 1913, cresca da 3 a 6 fra il 1922 e il 1926, diminuisca da 6 a 3 fra il 1926 e il 1931 e cresca di nuovo da 3 a 5 fra il 1931 e il 1936, si ottengono certi risultati. Nulla ci dice che quei coefficienti, fissati a occhio e croce, sulla base di impressioni e di ricordi relativi un po’ al mercato dei beni di consumo ed un po’ a quello dei beni e valori capitali, siano esatti; ed anzi è probabile che essi siano grossolanissimi in confronto ad altri che si potrebbero calcolare con indagine accurata. Ma a questa occorrerebbero mesi di accanito lavoro; e sarebbe tempo sprecato solo per segnalare un problema.

 

 

Ecco i risultati che avrei ottenuto (in milioni di lire di pregio supposto costante):

 

 

Utili

Perdite

Utili netti

1913

300,5

31,3

269,2

1922

434,8

330,2

104,6

1923

392,1

79,8

312,3

1924

512,1

142,0

370,1

1925

571,1

57,1

514,0

1926

518,8

87,2

431,6

1927

561,7

198,4

363,3

1928

800,8

223,7

577,1

1929

861,2

232,5

628,7

1930

746,6

705,5

41,1

1931

741,6

650,3

91,3

1932

652,6

791,3

138,7

1933

527,5

481,8

45,7

1934

528,2

132,4

395,8

1935

482,7

87,1

395,6

1936

561,1

50,1

511,0

 

 

Le cifre non hanno alcun significato sostanziale. Non sono, salvo che per il 1913, né lire vecchie né lire nuove; non raffigurano profitti o perdite particolari di nessuno; sono una somma algebrica riferita ad una miscellanea di enti il cui numero ed importanza muta di anno in anno. Il loro significato è puramente di tendenza.

 

 

Segnalano variazioni e nient’altro. Sembra dicano di guardarsi dal guadagnar troppo; il crescere degli utili fino al 1929 sembrando evidentemente la causa del crescere delle perdite negli anni successivi, sino ad invertirsi le parti fra gli uni e le altre nel 1932 e dar luogo ad una perdita netta secca. Laddove la penitenza fatta negli anni posteriori al 1929 e gli sforzi intesi a risanare patrimoni, ridurre debiti eccessivi, sgonfiare le partecipazioni nelle faccende altrui partorirono il più felice andamento delle cose dal 1934 in poi. Queste stesse osservazioni potevano probabilmente farsi anche sulle cifre originarie in lire correnti, senza la correzione arbitraria a lume di naso apportata per ridurle in lire sedicentemente costanti in qualche cosa che potrebbe essere la potenza d’acquisto in una miscellanea mal definita di beni di consumo e di beni capitali. Ma la correzione ha l’ufficio non spregevole di inculcare grossolanamente un’altra verità: che fra tutte le sirene, la più ingannatrice è forse quella dei profitti crescenti in moneta svalutantesi.

 

 

Se è vero che i profitti netti odierni sono il doppio di quelli del 1913, è anche vero che le società considerate sono 3.851 invece di 816, e che i mezzi impiegati dalle società del 1936 sono superiori del 160 per cento a quelli usati nel 1913. Le società guadagnano un po’ meno che nel 1913; ma qualcosa guadagnano. Il che è sempre meglio che perdere.

 

 

Le «notizie» sciolgono il blocco complessivo delle società per azioni in cinque gruppi: delle società industriali, delle banche e società finanziarie, delle società commerciali ed alberghiere, delle società esercenti trasporti e di quelle agricole. Ho compilato solo per i due primi e più importanti gruppi una elaborazione analoga a quella generale. E prima le società industriali:

 

 

 

1913

1922

1929

1930

1932

1936

Società

632

1.920

3.182

3.156

2.939

2.944

Capitali: proprii

Capitale versato

2.551,3

11.501,2

30.746,8

32.308,5

30.896,4

30.646,7

Riserve altrui

327,5

1.793,5

7.251,2

8.383,5

9.123,5

15.031,1

Obbligazioni

384,5

553,4

4.451,6

5.013,9

5.499,9

5.386,1

Debiti diversi

2.020,1

14.171,2

25.894,5

27.189,4

24.111,1

22.067,8

Impieghi dei capitali:

Impianti

2.856,4

10.456,7

33.658,3

36.070,9

37.356,4

39.576,6

Merci

1.058,3

6.632,1

9.758,2

9.429,0

6.718,1

8.788,8

Titoli

100,2

886,4

4.306,8

4.948,6

4.488,0

4.253,1

Valori e crediti

1.410,2

10.925,4

24.046,0

24.289,8

22.554,4

25.780,0

Utile:

Società

527

1.307

2.059

1.831

1.581

2.210

Importo

194,2

928,7

2.551,0

2.162,2

1.503,9

2.397,9

Dividendo

148,0

683,9

2.071,1

1.782,6

1.215,3

1.845,4

Perdita:

Società

62

477

924

1.187

1.216

643

Importo

28,0

735,0

691,8

2.076,0

1.929,0

165,6

 

 

La situazione del gruppo delle società industriali appare migliore di quella delle società in genere quanto alle fonti da cui esse ricavano i mezzi di lavoro: nel 1936 il 65,1 per cento è fornito dal capitale versato dagli azionisti e dalle riserve e solo il 30,2 per cento dai debiti diversi ed il 4,7 per cento dalle obbligazioni. Il che vuole per sé dir poco, essendo ovvio che una società industriale, la quale immobilizza gran parte del suo capitale in impianti fissi, deve essere assai più restia di una società finanziaria o commerciale, il cui attivo è più facilmente mobilizzabile, a trasformare in calce mattoni e macchine i denari degli altri.

 

 

È più importante rilevare che la percentuale del capitale proprio aumentò in questo gruppo costantemente:

 

 

 

1913

1930

1936

Capitale e riserve

54,6

56,0

65,1

Obbligazioni

7,2

6,8

4,7

Debiti diversi

38,2

37,2

30,2

 

100,0

100,0

100,0

 

 

Non si osserva invece alcuna diminuzione nell’ammontare dei titoli, valori e crediti in confronto agli impianti ed al magazzino merci. Le cifre complessive sono una guida insufficiente per l’apprezzamento della varietà dei casi; e può darsi anche che l’altezza dei crediti rifletta quella dei debiti; ma si ha l’impressione che il vizio degli incatenamenti non si sia ancora ridotto alla virtù dei necessari interessamenti nelle imprese tecnicamente affini. Più suggestiva è la tabella delle banche e società finanziarie (in milioni di lire):

 

 

 

1913

1922

1929

1930

1932

1936

Società

39

209

278

261

200

159

Capitali proprii:

Capitale versato

757,6

2.742,3

6.771,8

6.814,1

6.919,9

4.380,3

Totale riserve e riporto a nuovo

127,6

501,0

1.411,7

1.803,8

1.856,3

1.154,0

altrui:

Obbligazioni

458,5

729,0

841,4

832,6

1.003,7

838,3

Depositi e conti correnti

905,3

6.525,2

9.792,4

9.216,7

7.014,3

8.598,5

Debiti verso corrispondenti

1.050,2

14.213,1

22.414,0

21.970,6

18.499,9

14.686,5

Assegni in circolazione

55,6

806,0

773,1

686,2

508,0

677,9

Debiti diversi

204,6

3.667,4

4.596,9

6.708,6

10.135,1

2.438,1

Impieghi dei capitali:

Cassa e portafoglio

1.407,7

13.739,9

17.556,4

16.966,3

15.565,7

15.558,2

Riporti e anticipi

300,2

1.814,1

3.557,3

2.996,8

1.495,2

1.510,1

Titoli e partecipazioni

408,2

4.361,3

11.441,7

13.403,7

16.373,8

6.257,7

Altri crediti

1.577,1

9.285,5

14.117,5

14.389,8

12.321,1

9.033,5

Utile:

Società

39

181

229

203

143

139

Importo

54,3

230,2

580,1

543,2

361,7

265,3

Dividendo

48,8

150,8

433,0

380,2

265,3

154,1

Perdita:

Società

20

41

53

50

18

Importo

34,8

70,4

261,7

210,5

28,2

 

 

È ovvio che i mezzi occorrenti all’esercizio del credito ordinario e mobiliare siano tratti in prevalenza dai capitali altrui. Sembra però che si siano sorpassati alquanto i limiti della prudenza, se si fa la convenzione di assumere ad indice di una giusta dose di questa la condotta tenuta nel 1913:

 

 

 

1915

1930

1936

Capitale versato e riserve

24,8

17,9

16,8

Obbligazioni

12,8

1,7

2,6

Depositi, corrispondenti e debiti diversi

62,4

80,4

80,6

 

100,0

100,0

100,0

 

 

Anche qui le cifre generali forniscono impressioni tutt’affatto generiche. Bisognerebbe distinguere fra banche di credito ordinario e banche di credito mobiliare a lunga scadenza. Stupisce la scarsa importanza generica delle obbligazioni, che vorrebbe dire poca loro rilevanza anche per le banche mobiliari, alle quali tal mezzo di procacciarsi capitali parrebbe connaturato.

 

 

Gli anni fra il 1930 e il 1932 furono i più duri per le società bancarie e finanziarie. Massimi gli impegni liquidi; e massimi pure gli impieghi in titoli, partecipazioni e diversi, scarsamente mobilizzabili. Ora (1936) si è fatta molta piazza pulita. La cifra d’impiego di gran lunga preponderante (nel 1932 veniva appena seconda) è quella della cassa e del portafoglio, a cui si possono aggiungere, perché altrettanto liquidi, i riporti e le anticipazioni. Gli altri capitoli stanno nel complesso alquanto, come deve essere, al disotto della somma di questi due. Queste sono riflessioni ed impressioni generiche. A renderle vive occorrerebbe scendere ad un esame minuto di gruppi: gruppi di contenuto, gruppi regionali, per dimensioni di capitali propri ed altrui, per proporzioni di profitti e di perdite, per variabilità degli elementi costitutivi del passivo e dell’attivo.

 

 

Io non posso che additare ai giovani di buona volontà la filza dei 15 volumoni maestosi di queste benemeritissime Notizie statistiche ed assicurarli che, se li assisterà buona volontà e pazienza, essi riusciranno, coll’aiuto di una macchina calcolatrice perfezionata, a trarre dalla loro fatica un contento di gran lunga maggiore di quello che potranno mai ottener dal rimestare le solite polemiche intorno ai soliti problemi che i candidati ai concorsi economici si palleggiano l’un l’altro stizzosamente tra gli sbadigli dei commissari e il nessun interesse del pubblico.

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