Le sorprese del sabato e gli agenti di cambio

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/03/1925

Le sorprese del sabato e gli agenti di cambio

«Corriere della Sera», 10 marzo 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 144-149

 

 

 

Il sabato pomeriggio è dunque consacrato alle sorprese legislative. Quale sorpresa ci riserverà il prossimo sabato?

 

 

Bisogna sul serio chiedersi perché esista ancora ed a quali uffici serva il parlamento, se in piena pace, due giorni prima dalla convocazione della camera, si legifera su problemi di importanza straordinaria, su cui si discute da anni, su cui sono pronti lavori preparatori lungamente vagliati ed elaborati in contraddittorio, passandoci sopra tranquillamente ed adottando d’impero soluzioni rivoluzionarie ed unilaterali. Che cosa deve discutere il parlamento, se non appunto di problemi importanti? A che cosa serve la discussione, se non ad impedire dirizzoni ed errori? In altri tempi, nel 1913, sotto il governo di Giolitti, che pure aveva fama di dittatore, su questo stesso problema degli agenti di cambio e dell’organizzazione delle borse, si poté discutere per mesi; gli interessati intervennero con memoriali illuminanti; le riviste scientifiche pubblicarono studi – ricordo di avere anch’io scritto uno studio sulla mia rivista, che fece arrabbiare taluni agenti di cambio, sebbene parlasse male di alcuni punti del progetto Giolitti, nimicissimo delle borse e degli speculatori -; camera e senato discussero largamente; e la legge del 20 marzo 1913 riuscì sotto alcuni rispetti discreta. Adesso no. L’altro sabato un decreto piglia di petto gli operatori e li obbliga a versare una cauzione in anticipo sul momento della esecuzione del contratto. Siccome da ogni parte si dice che i buoni operatori sono scelti dai buoni agenti di cambio, eccoti questo sabato un altro bravo decreto sugli agenti di cambio. Sono troppi! si diceva; ed il decreto subito fa piazza pulita, riduce il numero, impone cauzioni enormi, costituisce corporazioni chiuse. Così le borse saranno risanate, si spera.

 

 

Non saranno risanate affatto, se di risanamento c’era bisogno; ché con gli empiastri non si guarisce nessuno. Il male, se male c’è, sta nella mania speculativa che a tratti piglia la gente. Il ministro delle finanze, che conosce la storia economica, sa che queste manie sono universali e periodiche. Agendo su una parte del meccanismo, attraverso a cui agiscono queste manie, è possibile eliminare gli inconvenienti a cui le manie, che sono fenomeni di psicologia collettiva, danno origine?

 

 

Se il decreto non servirà dunque a nulla per quanto tocca il fine a cui intende, quali sono le sue caratteristiche tecniche? Considero solo i punti che mi fecero più impressione. I pratici rileveranno sicuramente altri vizi.

 

 

Cauzione. Sin qui gli agenti di cambio prestarono una cauzione da 50.000 a 100.000 lire. D’un tratto, in pochi mesi, la cauzione deve essere elevata ad una cifra variabile da 500.000 a 1 milione di lire. Un aumento era ragionevole, non foss’altro a causa della svalutazione della lira. Ma doveva essere lasciato un congruo tempo agli interessati per integrare la cauzione. I milioni non si trovano per i cantoni delle strade; e lo stato non ha diritto di rovinare senza motivo un professionista onorato, il quale è entrato in una carriera, sapendo di correre certi rischi e sottoponendosi a certi obblighi, costringendolo ad abbandonare quella carriera solo perché salta in mente ad un fabbricante di decreti di inventare un obbligo nuovo ed imprevedibile.

 

 

Riduzione del numero. Dirò poi come il criterio del numero piccolo sia una non necessaria imitazione francese. In primissimo luogo vuolsi però osservare che la decadenza dall’ufficio di agente di cambio comminata a quanti eccedono il numero che piacerà al governo di fissare sia una confisca bell’e buona (espropriazione senza compenso) di un diritto di proprietà, sacro quanto ogni altro diritto di proprietà. Anzi più, perché si tratta di una proprietà personale, la cui perdita può ridurre alla miseria, può obbligare a ritornare salariati altrui, uomini i quali avevano saputo conquistarsi l’indipendenza economica.

 

 

Sarebbe come se si dicesse: a Milano, a Torino, i medici e gli avvocati sono troppi; da 1.000 per categoria, riduciamoli a 300. I privilegiati guadagneranno di più. Gli altri andranno a spasso; vivranno di reddito; o ridiventeranno assistenti, giovani di studio, sostituti degli avvocati in carica. Comodo, nevvero? per questi ultimi, che lucreranno redditi di monopolio; ma poco comodo per i clienti, i quali dovranno passare sotto le forche caudine degli affaccendati titolari delle «piazze» privilegiate. Ed iniquo per gli espulsi, che a 40, 50 o 60 anni dovranno pensare al modo di rifarsi una vita. Per i notai ed i farmacisti si ridussero in passato le piazze, per motivi un po’ meno fatui, sebbene rassomiglianti a quelli ora addotti per gli agenti di cambio. Ma si rispettarono le posizioni acquisite, si ridussero le piazze, a mano a mano che la morte o l’età naturalmente riduceva il numero dei professionisti esercenti all’epoca della legge. Qui si fa tabula rasa. Facciamo fagotto e guai a lamentarsi!

 

 

Corporazione chiusa. Questa è un’invenzione napoleonica, dell’epoca in cui Napoleone si irritava perché la rendita consolidata francese andava giù a rotta di collo; e le vittorie non bastavano a tirarla su verso la pari. Risuscitò le vecchie corporazioni; stabilì il numero chiuso; trasformò gli agenti di cambio in funzionari, ecc. ecc. Tutto fu inutile ai fini suoi; la rendita francese seguitò a tenersi bassa, in previsione del disastro fatale provocato dalle sue avventure militari.

 

 

Del resto neanche il monopolio della corporazione parigina è quello che sembra. Paiono essere 70 gli agenti di cambio a Parigi; ma in realtà sono in numero assai maggiore, di parecchie centinaia, a causa della possibilità di aggregarsi associés e sovratutto dell’esistenza dei coulissiers, i quali operano dentro la borsa.

 

 

Perché ispirarsi solo a Parigi? Non ci sono altre borse? Hanno fatto mai il conto a Roma del numero dei brokers e dei jobbers di Londra e di New York? Nelle borse di quelle città quelli che noi chiamiamo agenti di cambio sono migliaia, parecchie migliaia; e nessuno si sogna di attribuire al gran numero degli agenti di cambio la responsabilità delle crisi di rialzo e di ribasso che in quelle borse sempre si sono verificate e sempre si ripeterono.

 

 

Si potrebbe con un certo fondamento affermare che gli agenti di cambio sono troppi se spesseggiassero tra essi i fallimenti o questi fossero più numerosi che in altri commerci od intermediazioni. Sembra che niente di tutto ciò sia accaduto.

 

 

La ressa degli aspiranti alla carica prova anzi che si tratta di una professione buona. Il numero chiuso significherà soltanto che gli investiti della carica finiranno alla lunga per poter vendere le loro piazze per fior di quattrini. A Parigi valgono milioni di franchi e si negoziano a quote di ventiquattresimi. Roba da ancien régime, in pieno secolo di concorrenza tra valori individuali. Invece di dire: ogni soldato ha nella giberna il baston da maresciallo, Napoleone disse: diventerà agente di cambio chi potrà pagar più cara la carica. E noi ripetiamo. Per essere questo il primo saggio di applicazione della teoria delle «corporazioni», il saggio è davvero incoraggiante.

 

 

Scelta degli agenti di cambio. In verità non ho capito come si provvederà alle nomine per l’avvenire; ché il decreto pare si occupi esclusivamente della prima infornata. Il metodo seguito per questa è una singolare mistura di paternalismo e di corporativismo dell’epoca della decadenza. Avrei capito che, senza limitare il numero, si chiedessero agli aspiranti, se non titoli accademici, i quali non dimostrano in se stessi il possesso delle qualità concrete richieste per assolvere il delicato ufficio, prove di concorso, in cui ognuno potesse fare valere i titoli di studio, e in particolar modo quelli di studi specializzati, il tirocinio pratico, la capacità a trattare, per iscritto ed a voce, questioni di banca e di borsa. Avrei capito che l’ammissione non fosse fatta dipendere, come finora, dal beneplacito dei più anziani agenti in carica, ma da commissioni, in cui entrassero elementi indipendenti. Invece niente di tutto questo. Un primo terzo li nomina il ministro delle finanze di concerto con quello dell’economia nazionale. Qual competenza, di grazia, hanno questi due ministri a nominare i professionisti – ficchiamoci bene in testa che gli agenti di cambio, al pari dei medici e degli avvocati, sono professionisti – destinati a godere la fiducia dei risparmiatori? La fiducia dei clienti, se non ho smarrito del tutto il bene dell’intelletto, non si conquista con decreto ministeriale; ma colle opere. Il governo può dire: coloro i quali desiderano esercitare certe professioni delicate, debbono subire queste e queste prove. Ma deve essere lecito a tutti coloro, che possono superare le prove prescritte, di cimentarsi nell’arringo della conquista della fiducia del pubblico. Se il ministro vuole avere agenti di cambio di sua fiducia, se li scelga; ma non pretenda di imporre i suoi agli altri.

 

 

Una delle due: o i risparmiatori capitalisti diffideranno di questi agenti pubblici ufficiali, lunghe mani del ministro delle finanze e dell’agente delle imposte e ricorreranno ad altri intermediari più discreti; e si costituirà un mercato di titoli in banca ed extra borsa ufficiale, simile a quello che a Parigi assorbe tanta parte, e forse preponderante, degli investimenti di capitale: e sarà gran danno per la larghezza e la facilità delle contrattazioni e delle quotazioni, ovvero – e ciò accadrà per la minutaglia dei risparmiatori – questi presteranno fiducia negli agenti di cambio, perché pubblici ufficiali nominati dal governo; e questo correrà rischio di avallare anche le malefatte di qualche agente poco degno, il quale si farà forte, presso la parte più credula della clientela, del marchio di fabbrica governativo.

 

 

Non meno singolare è il metodo di scelta degli altri due terzi degli agenti di cambio assegnati ad ogni borsa: che è la cooptazione da parte degli agenti in carica. Che si sappia, il metodo della cooptazione funziona solo per le accademie scientifiche, le facoltà universitarie ed i clubs di conversazione, di divertimento o di giuoco. Funziona, a parer mio, bene in ambo i casi, corpi scientifici e circoli, perché giudici migliori delle doti scientifiche o delle attitudini sociali di una persona non vi sono fuori degli scienziati e di coloro di cui si desidera la compagnia.

 

 

In generale – vi sono anche qui talune, nel complesso rare, eccezioni – ogni scienziato o socio di un circolo desidera di crescere il lustro o le attrattive della propria compagnia. Ma nelle professioni? Se spettasse agli avvocati, ai medici, agli ingegneri esercenti scegliere i proprii concorrenti, siamo noi davvero sicuri che essi sceglierebbero i concorrenti più valorosi e meglio capaci di portar loro via la clientela?

 

 

La scelta migliore che la cooptazione alla lunga può dare nel campo degli agenti di cambio sarà questa: che la corporazione nominerà il designato dall’agente che si vuol ritirare. Sarà il sistema migliore per valorizzare l’avviamento delle piazze. Il che vuol dire che, per un altro verso, il decreto tende a creare enormi fortune a vantaggio dei primi privilegiati, i quali per la prima volta riusciranno a entrare nel numero chiuso ed a vantaggio dei loro figli e discendenti. Napoleone distribuiva baronie e maggioraschi ai suoi fedeli; chi non vorrà, per conquistare una baronia provveduta di così prelibati diritti di privilegio sui clienti capitalisti, assumere il necessario color del tempo?

 

 

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