Le specie di intervento bancario

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/12/1921

Le specie di intervento bancario

«Corriere della Sera», 7 dicembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 467-470

 

 

I giornali recano di questi giorni frequenti notizie intorno a convegni di direttori di banche ordinarie e di istituti di emissione con i ministri del tesoro e dell’industria a proposito di interventi rivolti a sistemare la posizione di qualche grande banca e di una grande impresa industriale. Una interpellanza di parte socialista è stata presentata al ministro del tesoro e giova sperare che questi darà spiegazioni compiute e precise sulle ragioni e sui limiti dell’intervento dello stato. Su un punto sovratutto importa che le spiegazioni siano convincenti: se vi siano stati o vi siano per essere allargamenti di circolazione, oltre i limiti portati dalle leggi vigenti, in conseguenza del progettato o deliberato intervento. Tutto il resto, probabilmente, è materia di interesse privato, che non tocca in guisa diretta né lo stato né il paese. È compito delle banche e degli istituti di emissione di evitare che nasca un panico tra i depositanti, e che questo si diffonda pericolosamente; è ufficio loro decidere se meglio convenga una liquidazione rapida ovvero un assestamento tranquillo di situazioni industriali ingarbugliate. Lo stato non può e non deve preoccuparsi dei corsi di borsa delle azioni o delle obbligazioni; siano 100 od 80 o 200 o 150 i prezzi pagati per certi titoli, non c’è ragione che lo stato intervenga a moderare l’ascesa o la discesa.

 

 

La necessità dell’intervento dello stato sorge soltanto quando gli istituti di emissione dicono:

 

 

«Fanno d’uopo 100 o 200 o 500 o più milioni di lire per permettere ad una azienda bancaria od industriale, che noi abbiamo riconosciuta solida e dotata di attività uguali alle passività (non compreso in queste ultime il capitale sociale), di fronteggiare le passività, forse liquide, in attesa che le attività, momentaneamente impegnate a scadenza non breve, possano ridiventare liquide. Ma noi, istituti d’emissione, non abbiamo i milioni di biglietti pronti per compiere l’operazione e chiediamo di essere autorizzati ad aumentare appositamente la circolazione».

 

 

Solo a questo punto nasce l’interesse pubblico a guardar dentro nel problema; perché solo a questo punto si chiede allo stato di intervenire con una vera e propria imposta sulla collettività. Che l’allargamento della circolazione significhi lo stabilimento di una imposta sulla collettività oramai è risaputo. Ogni aumento della circolazione significa aumento di prezzi ovvero freno ad una discesa di prezzi che altrimenti si sarebbe verificata. E l’aumento dei prezzi equivale ad una imposta generale sui consumi compiuti da tutte le classi sociali, dalle più povere come dalle più ricche. Perciò è bene che il ministro del tesoro risponda chiaramente e senza perifrasi: ci fu o ci sarà od è probabile o possibile che si verifichi un aumento di circolazione in conseguenza degli interventi di cui tanto si parla? In caso affermativo, quali dimensioni avrà questo aumento?

 

 

Conoscere i fatti è una condizione necessaria per un giudizio ponderato; conoscerne i motivi è altrettanto necessario. Un allargamento di circolazione in date circostanze è pacifico, è imposto dalla necessità più assoluta. Supponiamo, ad esempio, che in una banca qualunque, in una cassa di risparmio si manifesti un ritiro di depositi e che questo ritiro minacci di convertirsi in un panico. Supponiamo che i dirigenti degli istituti di emissione siano persuasi che, in sostanza, la situazione è sana e che soltanto vi sono difficoltà perché i depositi bisogna rimborsarli a vista od a breve scadenza, mentre la banca o la cassa non può d’un tratto realizzare le sue attività, imprestate a gente solida ma per un tempo più lungo. In tali condizioni, è canone indiscusso di pratica bancaria che non bisogna esitare a dare. Tutti i pratici e tutti i teorici sono concordi nel canone: dare, dare, dare. Dar subito, dare senza esitazione, dare largamente e in modo da persuadere il pubblico che la banca presa di mira ha le spalle sicure e che essa potrà, col risconto, procurarsi fondi sino a far fronte alle domande di rimborso, sino all’ultimo centesimo. Solo così si impedisce che il panico si allarghi come una macchia d’olio e distrugga tutto, istituti buoni e cattivi e fino il credito pubblico. Solo così si pone immediatamente termine al panico; poiché i depositanti, dopo pochi giorni, stufi di tenersi il denaro morto in casa, tornano a riportarlo precisamente là dove l’avevano preso. Un panico di tal fatta è una cosa sciocca e finisce inevitabilmente nel nulla. Se si guarda bene, anche se gli istituti di emissione imprestano biglietti per centinaia di milioni o persino per un miliardo, qui non si è avuto aumento di circolazione. I biglietti sono usciti per qualche giorno dalle casse delle banche, sono emigrati nelle tasche dei depositanti e poi sono ritornati là donde erano venuti. Con quei biglietti nulla è stato comperato; epperciò neppure un prezzo si è mosso; nessun gravame ha subito la collettività. Se l’aumento di circolazione, che sarebbe secondo alcune notizie stato autorizzato, è di questa natura, esso non è criticabile. È un’autorizzazione precauzionale: e per lo più, anzi quasi sempre, basta l’annuncio della facoltà concessa per calmare gli animi e per rendere inutile ogni aumento di fatto.

 

 

Diversamente stanno le cose quando l’aumento di circolazione ha per iscopo di consentire a certe industrie, le quali non producono o non producono più cose necessarie al paese o le producono ad un costo troppo elevato, di continuare ad avere il capitale circolante per comprare materie prime, pagare operai, produrre merce. In Italia avemmo parecchi di questi interventi, di cui il più celebre fu quello a favore delle imprese edilizie a Roma verso il 1890. Si costruiva troppo a Roma in quell’epoca; e alcune imprese erano sul punto di fallire perché le case costruite non trovavano più compratori od inquilini a prezzi rimuneratori. Invece di lasciarle fallire, si fecero anticipazioni, sperando che la crisi fosse passeggera. Invece l’ossigeno fornito consentì di continuare nelle costruzioni; le case divennero ancora più abbondanti, e la crisi scoppiò ugualmente, più tardi e più violenta perché le sue proporzioni si erano nel frattempo ingrandite.

 

 

Bisogna guardarsi dall’imitare l’esempio. Se l’aumento di circolazione dovesse servire solo a mantenere in vita industrie non sane, non capaci di vivere di vita propria, noi infliggeremmo al paese due sciagure: un primo rincaro della vita per l’aumento della moneta cartacea circolante e un secondo rincaro derivante dalla necessità di proteggere industrie artificiali e viventi solo con l’ausilio dei dazi doganali.

 

 

Il ministro del tesoro ha il dovere di dimostrare che, se ci fu intervento dello stato con autorizzazione ad emettere nuovi biglietti, esso non fu di questo tipo ed invece ebbe unicamente per iscopo di passar sopra a momentanee difficoltà, senza alcun pericolo di durature immobilizzazioni per gli istituti di emissione.

 

 

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