Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Le spese pubbliche a Venezia nel secolo XVIII

«Corriere della Sera», 5 gennaio[1] 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 92-96

 

 

In Italia le grandi collezioni storiche di documenti importantissimi per la nostra storia civile non fanno difetto e tornano ad onore insigne dei pazienti eruditi che le composero seguendo le tracce lasciate dal sommo Muratori, della cui raccolta è stata ora, con ardimento, iniziata la ristampa dal compianto editore Lapi. Difettavano – come del resto difettano in parte anche all’estero – le collezioni di documenti finanziari ed economici. Sia per la mancanza di studiosi che si interessassero dell’argomento, – preferendo gli economisti gli studi teorici ed attuali, ed ignorando spesso gli storici la importanza del lato economico della vita sociale – sia per la vastità dei campi affatto vergini da esplorarsi, una cosa era certa: che in Italia la storia dell’economia e della finanza era troppo, quasi del tutto, trascurata.

 

 

Noi non possiamo perciò passare sotto silenzio la pubblicazione di due bei volumi nei quali la «real commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica di Venezia» ha ora pubblicato, coi tipi dello stabilimento Visentini (Venezia 1903), i Bilanci generali della Repubblica di Venezia dal 1736 al 1755 insieme con le relazioni ed i decreti relativi. La pubblicazione, dovuta alla geniale iniziativa dell’onorevole Luzzatti, quand’era ministro del tesoro, e curata assiduamente dal senatore Lampertico, dal professore Besta, dal prof. Riccardo Pedrelli e dal signor Carlo Minotto, prelude ad una lunga serie di volumi dai quali sarà illuminata tutta la vita economica e finanziaria della repubblica veneta ed è di per se stessa già ora una miniera ricchissima di dati interessanti e preziosi. Essa comprende, come dicemmo, i bilanci generali a partire dal 1736 (quando un modesto e benemerito «ragionato» della serenissima, Gerolamo Costantini, propose ed attuò un piano di bilanci generali a complemento degli antichi e complicatissimi bilanci speciali) sino al 1755, ed abbraccia il periodo fortunoso della fine della neutralità per la successione di Parma, delle neutralità per la successione d’Austria ed il ristabilimento della pace che finalmente durò sino alla rivoluzione francese. Fu un periodo durante il quale la repubblica dovette sostenere gravissimi sacrifici per mantenere intatto il suo territorio contro le «gelosie» straniere; e, malgrado ciò, seppe gittare le basi della restaurazione delle pubbliche finanze. Noi non vogliamo tediare i lettori con una esposizione storica che non sarebbe adatta ad un giornale quotidiano; ma, dopo avere accennato nelle poche righe che precedono alle benemerenze insigni di coloro che si accinsero alla pubblicazione di una così importante raccolta, non vogliamo perdere l’occasione di ricavare dai volumi citati un mazzo di notizie relative alle spese della serenissima. Avvezzi alle cifre dei bilanci moderni, che hanno per unità il miliardo, non sappiamo più nemmeno immaginare che i bilanci di un secolo e mezzo fa sembravano grossi quando avevano per unità il milione. A Venezia (compresa la dominante, la terraferma, il levante, la Dalmazia ed il golfo) si spendevano da 6.317.000 ducati nel 1736 (in tempo di neutralità armata) a 5.831.000 ducati nel 1755, in tempo di pace profonda in tutta Europa. È vero che il ducato effettivo d’allora corrispondeva a 4,37 lire di moneta italiana; ed è vero che la potenza d’acquisto della moneta era allora ben maggiore d’oggidì; ma ciò nonostante il divario tra le cifre antiche e quelle moderne è rilevante.

 

 

Allora, come oggi, le due partite che assorbivano la parte migliore del bilancio delle spese erano il debito pubblico e le spese militari. Il debito pubblico costava nel 1736 ben 2.225.065,3 ducati, di cui 383.809,12 erano dedicati all’ammortamento, ed il resto al servizio dell’interesse; nel 1755 raggiungeva i 2.355.000 ducati, di cui 419.000 per l’ammortamento. Non si deve però credere che di regola la repubblica ammortizzasse il suo debito con tanta velocità, poiché essendo quasi sempre le spese superiori all’entrata, per ammortizzare i vecchi debiti se ne dovevano contrarre dei nuovi.

 

 

Venivano subito dopo, per importanza, le spese militari che assorbivano 2.390.000 ducati nel 1736 in tempo di timori di guerra e 1.680.000 ducati in tempo di pace.

 

 

Rimanevano per tutte le altre spese 1.702.000 ducati nel 1736 ed 1.795.000 nel 1755, nei quali si dovevano comprendere parecchie partite di giro e parecchie somme per restituzione di prestiti temporanei che avrebbero dovuto essere comprese nel debito pubblico. Non è quindi a stupire se la serenissima dovesse essere assai tirchia di regola nello spendere per le magistrature civili e giudiziarie. All’interno l’unico stipendio abbastanza elevato era quello (che del resto avrebbe dovuto essere inchiuso nel bilancio militare) del capo mercenario del suo esercito, il Feld maresciallo di Scolemburg, il quale riceveva dapprima 25.000 ducati all’anno (100.000 lire nostre circa). Ma poi lo stipendio gli fu ridotto a 18.750 ducati ed al tenente generale Guglielmo di Greem, che nei bilanci figura come suo successore, si pagavano appena 4.125 ducati all’anno. Larga era altresì, per antica tradizione, la repubblica coi suoi ambasciatori e ministri all’estero. L’ambasciatore a Roma riceveva per salari da 11.329,7 (1740) a 15.248,18 (1745) ducati all’anno, oltre al rimborso delle spese straordinarie in ducati 1.471,12 nel 1737 e ducati 727,17 nel 1745 ed allo spazzo (rimborso di spese per l’invio di dispacci con corrieri speciali) di ducati 5.310,12 nel 1740, 3.517,13 nel 1750 e 105 nel 1755. Nel 1755, anno in cui l’organico, per chiamarlo così, delle ambasciate si trovava all’incirca al completo, si avevano le seguenti cifre per stipendi: all’ambasciatore a Roma ducati 11.749,9; a Vienna 11.731,11, in Francia 9.738,15, in Spagna 10.764,22; ai segretari a Roma 1.008, a Vienna, in Francia e in Spagna 575,6; al residente in Inghilterra 5.473,12, a Napoli 3.735,12, a Milano 4.302,14 ed a Torino 4.299,12. Stipendi da 40 a 50.000 lire nostre per gli ambasciatori; da 15 a 22.000 lire per i residenti e da 2.300 a 4.000 lire circa per i segretari erano per quell’epoca stipendi lauti e superiori agli stipendi pagati da potenze pure di gran lunga più importanti.

 

 

Nell’interno le cose erano ben diverse. La repubblica era avara con i suoi magistrati: a cominciare dalla carica massima, il doge, il quale riceveva, insieme con tutte le quarantie e tutti i collegi, ossia insieme con le supreme autorità giuridiche, legislative ed esecutive, appena 60.000 ducati all’anno, ad andare all’«eccelso consiglio dei dieci», al quale era assegnata una somma variabile dai 40 ai 50.000 ducati (e con questo si doveva pensare a tutti gli uffici dipendenti), per scendere giù giù sino agli altri magistrati grandi e piccini. Ad esempio ai tre nobiluomini avogadori era assegnato un salario complessivo fra tutti e tre di 336 ducati all’anno. Racimolavano essi ancora le cosidette utilità; ma non erano gran cosa: nel 1755 appena 516 ducati in tutto. Ai due giudici provveditori di comune si davano nel 1736 ducati 88,17 di salario complessivo; ai tre giudici del fondaco dei tedeschi 216 ducati; ai quattro giudici della messettaria 645 ducati, sempre nel 1736.

 

 

Per tutta la sua burocrazia giudiziaria e civile compresi anche gran parte degli stipendiati della marina da guerra, la repubblica spendeva nel 1736 ducati 101.000 per i cosidetti provvisionati, 215.000 per i salariati e 5.000 per i graziati. Nel 1755 la spesa si era elevata a 120.000 per i provvisionati, 239.000 per i salariati e 3.000 per i graziati. Non era certo quella una burocrazia molto costosa, sebbene sin d’allora vive fossero le lagnanze per il numero eccessivo degli impiegati male retribuiti ed infesti alla cosa pubblica. «Non è possibile» – si legge in una relazione dei revisori dei conti «pagare a dovere tanto numero di ministri, i quali per altro, sotto titolo del loro necessario mantenimento, ricercano per tutte le vie il loro maggior profitto, ed in farlo o sono per arrecare troppo di peso alla pubblica cassa per la via dei salari, o, Dio non voglia, per quella dei defraudi, o per lo meno con inferire troppo di peso ai privati che corrispondono con le loro casse; il che tutto vien poi di riffondersi in pubblico discapito».

 

 

Economica era altresì l’amministrazione veneziana per quello che si riferisce alle spese di controllo, di carta, di stampa e d’ufficio. Per il controllo del 1755 – che fu l’anno della maggiore spesa – si erogarono ducati 12.168. Per la carta, stampe, libri e cera, si spendevano nel 1736 ducati 11.378,17 e nel 1755 ducati 21.953,18, piccola somma se si pensa che la consuetudine di stampare gli atti ed i registri pubblici era allora a Venezia molto diffusa. Per il porto delle lettere e per gli espressi si spendevano da 3.254,17 (1736) a 9.637,15 (1745) ducati, secondo gli anni e le circostanze, essendosi ad esempio nel 1745 alle spese ordinarie aggiunto il rimborso di ducati 3.797 per dispacci da Costantinopoli. Tenuto conto del costo molto maggiore della spedizione dei corrieri, le cifre di spesa non avrebbero potuto essere tenute in limiti più ristretti. Le spese d’ufficio in tutta la dominante ammontavano appena a 5.464,16 e le spese diverse a 47.987,14 ducati nel 1755.

 

 

La repubblica era pietosa verso gli indigenti ed i malati, ma con moderazione: nel 1755 si assegnavano appena 13.412,10 ducati per le elemosine, 8.103,5 per i doni pubblici, 6,442,2 per l’ospedale della pietà. Più larga era verso l’istruzione superiore: lo studio di Padova costava ducati 26.958,6 nel 1736, 21.896,1 nel 1750 e 30.544,12 nel 1755, somma ragguardevole, data l’indole dei tempi. In compenso, tolti 5.593,9 (1755) ducati per l’accademia dei nobili non si scorgono nei bilanci ora pubblicati altre spese per l’istruzione pubblica. Lo stato evidentemente si disinteressava dell’istruzione media ed elementare. Poco spendeva del pari per la pubblica sicurezza: al capitano e alle guardie della piazza di San Marco si assegnavano circa 900 ducati all’anno e questo, a quanto pare, era tutto. Al resto forse provvedeva il bilancio militare.

 

 

Codeste abitudini di risparmio non impedivano che la repubblica fosse afflitta dal male cronico degli stati moderni: il disavanzo. Anche deducendo dal disavanzo nominale le spese per l’ammortamento del debito pubblico, rimaneva pure sempre un grosso disavanzo effettivo: su 20 anni appena 5 presentano un avanzo che va da un minimo di 108.400 ad un massimo di 392.670,18 ducati mentre 15 sono colpiti dal malanno del disavanzo per un minimo di 79.580,2 ed un massimo di 1.183.632,7 ducati. I veneziani per porre rimedio al male cronico del disavanzo non aveano saputo inventare nessun metodo che fosse migliore di quello odierno del far debiti ed il debito pubblico della serenissima raggiungeva la cifra allora enorme di 80 milioni di ducati (350 milioni circa di lire nostre).

 

 



[1] Con il titolo Le spese pubbliche a Venezia nel secolo XVIII. A proposito di una nuova raccolta storica. [ndr]

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