Le tendenze libero-scambiste e le tariffe doganali in Italia

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 27/12/1898

Le tendenze libero-scambiste e le tariffe doganali in Italia

«La Stampa», 27 dicembre 1898

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 102-105

 

Le principali caratteristiche del movimento commerciale dopo la variazione di tariffa doganale avvenuta nel 1887 sono le seguenti: scemata la importazione in genere, e sovratutto nei manufatti industriali a cagione della protezione accordata dai dazi ai produttori interni, e nei generi alimentari per il medesimo motivo e per la diminuita capacità di consumo delle masse; accresciuta la esportazione dei manufatti per lo svolgimento grande preso dalle industrie interne, svolgimento tale che ad esse più non basta il mercato nazionale, e scemata la esportazione delle derrate agrarie per le barriere elevate contro di esse dalle nazioni straniere.

 

 

Noi non diciamo che i fenomeni ora accennati si debbano attribuire alla mutazione nella politica doganale, solo perché avvennero dopo l’attuazione delle tariffe protettive; ne dobbiamo tener conto però per confrontarli coi risultati che gli autori della tariffa si ripromettevano dalla sua attuazione.

 

Quali erano i propositi di coloro che attuarono la tariffa protezionista?

 

 

Permettere alle industrie nuove manifatturiere di svilupparsi al riparo della concorrenza estera, ed alle industrie vecchie agricole di reggere ai rudi colpi della concorrenza transatlantica, e nel frattempo di trasformarsi in modo da non avere in un tempo più o meno lontano ulteriore bisogno della protezione. È opportuno ora, sulla scorta dei dati esaminati, vedere quale uso abbiano fatto le industrie protette della protezione loro largita e determinare così quale trasformazione si debba far subire alle tariffe doganali per adattarle ai nuovi bisogni dell’economia nazionale.

 

 

Per verità solo per metafora si può asserire che l’agricoltura italiana sia protetta. Non sono e non possono essere protette le industrie veramente italiane degli agrumi, vini, frutta, latticini, ova, bestiame, ecc., le quali anzi soffrono degli effetti della controprotezione estera a danno della nostra esportazione. Protetta è la cerealicoltura, la quale non ha, dopo il 1887, fatto progressi visibili, se anzi non ha subito un regresso notevole, per quanto non si possa prestare alcuna fede alle inesattissime e cervellotiche statistiche ufficiali al riguardo.

 

 

Ripetute volte noi abbiamo espresso il profondo convincimento della necessità della abolizione graduale dei dazi sui cereali, sia per stimolare i proprietari ad una cultura scientifica e moderna, sia per permettere alle masse consumatrici di giovarsi del buon mercato dei generi alimentari che è consentito dai rapidi mezzi odierni di comunicazione.

 

 

Riguardo all’industria tessile, l’arte che meglio si è avvantaggiata delle nuove tariffe è quella del cotone. Il Colnaghi, console britannico in Italia, scrive: «Benché le cotonerie italiane non possano generalmente essere ancora considerate uguali ai manufatti inglesi… non c’è dubbio che, sia sotto l’aspetto della qualità sia in ordine alla perizia degli operai, hanno migliorato assai in questi ultimi anni. Le stoffe sono forti, durevoli e ben tessute. I filati italiani sono riconosciuti buonissimi e pari ai prodotti esteri». Non solo, ma i filati e tessuti in cotone cominciano già ad esportarsi dall’Italia, sul grande mercato internazionale la industria italiana mantiene vittoriosamente il campo. Il compito prefisso dagli industriali cotonieri alle tariffe protettive è oramai raggiunto, per loro stessa confessione, riguardo ai numeri grossolani e solo si desidera che essa rimanga per i numeri fini ad eccitare il trapasso ad una fabbricazione più raffinata. Il compito del legislatore è dunque chiaro: togliere i dazi sui prodotti grossolani che non servono più a nulla, e, per non spostare troppi interessi, avvertire, con un inizio di riduzione, che i cotonieri devono entro un tempo limitato, aver compiuto il loro addestramento nella confezione di prodotti fini.

 

 

Già altra volta abbiamo avuto occasione di notare come l’industria laniera sia rimasta tecnicamente e commercialmente arretrata, malgrado i fortissimi dazi protettivi, e come questi abbiano addormentato i nostri industriali, i quali provano viaggiando all’estero quasi un senso di sbalordimento nel contemplare i progressi compiuti dai rivali.

 

 

Un indice della inferiorità dell’arte della lana si ha nella esportazione; la quale da venti anni si aggira sui duemila quintali senza alcuna tendenza al rialzo; segno evidente che i manifattori nazionali cercano di sfruttare il mercato nazionale, che loro è garantito dalle barriere doganali, senza mai spingere lo sguardo al di là. Secondo le parole del Cognetti «l’arte laniera ha sfruttato i favori della protezione daziaria, senza provvedere a svolgere e rinvigorire la propria energia, a perfezionare i suoi organi tecnici materiali e personali». Quello che non fece la protezione potrà forse compierlo l’aria ossigenata della libertà e della concorrenza a coltello coi manifattori esteri. Qui la riduzione progressiva ed a scadenza fissa del dazio deve rivestire il carattere di minaccia ai produttori arretrati e di stimolo agli intraprendenti. Per fortuna del nostro paese, nel Biellese, nel Veneto, nella Toscana la razza dei lanaiuoli intraprendenti è ancora viva e vigorosa. Essa abbisogna soltanto di un po’ di ossigeno vivificatore.

 

 

Quanto all’industria della seta, non rimane se non da pigliare atto dei ripetuti voti delle associazioni seriche piemontesi e lombarde invocanti un trattato commerciale colla Francia sulla base di larghe concessioni reciproche in senso di riduzione dei dazi: quando i voti dei produttori collimano così bene cogli interessi dei consumatori è desiderabile che il governo non intervenga a turbare così rara armonia.

 

 

Delle industrie metallurgiche basti dire che hanno una costituzione tecnica sotto ogni rispetto eccellente; ma l’efficacia economica dei capitali immobilizzati nelle grandi officine non è in proporzione della grandiosità e della precisione degli impianti. Una relazione consolare inglese dichiara avere l’esperienza provato che in certi rami di codeste industrie il lavoro italiano, prudentemente guidato, può ottenere successi considerevoli e che i meccanici italiani sono in grado di produrre opere così buone come quelle dei loro concorrenti dei paesi esteri.

 

 

Per ciò che riflette l’opportunità di mantenere intatta o variare la tariffa protettiva delle industrie meccaniche bisogna distinguere fra industrie che soddisfano ad una domanda esclusivamente privata ed industrie il cui principale sostegno sono le ordinazioni governative. Quanto alle prime, l’ingegnere Franco Tosi di Legnano ha recentemente provato dinanzi alla giuria dell’esposizione incaricata di accordare i premi ministeriali per i conquistatori di mercati esteri che egli aveva saputo diffondere i suoi motori in tutto il mondo, battendo inglesi, tedeschi e francesi. Evidentemente ad uomini di questa fatta la protezione non porta alcun vantaggio.

 

 

Quanto alle seconde, di cui gli esempi più insigni sono le acciaierie di Terni ed i cantieri navali, l’esame dell’efficacia e dell’opportunità della protezione doganale esorbita dal campo dell’economia per entrare in quello più complesso della difesa nazionale. Ed in questo campo noi non vogliamo entrare per non fare un discorso troppo lungo.

 

 

Il mutamento ora accennato nelle tariffe doganali nel senso di riduzione generale progressiva dei dazi protettivi è di possibile e probabile attuazione? Quello che sembrava forse ipotetico e troppo lontano qualche tempo fa, ha acquistato ora, dopo l’annunzio del trattato di commercio colla Francia, un grado notevole di probabilità. Gli industriali, indeboliti dalla concorrenza francese, cercheranno di rimbalzare su altri il nuovo onere; e la lotta che necessariamente si disfrenerà fra agricoltori e industriali, non potrà non riuscire dannosa agli interessi particolari delle due classi interessate e di benefizio per il consumatore italiano e per la grande massa degli agricoltori e degli operai.

 

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