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La Stampa

Le tre tendenze

«La Stampa», 4 novembre 1900

 

 

 

Qui nei circoli parlamentari si comincia a parlare del contegno che terrà la Camera di fronte al programma finanziario del Ministero. Quale questo sia, già ne siete stati informati; e le informazioni mie risultarono esatte dopo le ripetute conferme che vennero da varie parti intorno all’intenzione del Ministero, di attenersi ad un quid medium fra le diverse proposte che i ministri aveano messo innanzi. Oramai è certo che il Ministero attuale chiederà un minimo di riforme finanziarie, minimo intorno al quale tutti i ministri sono d’accordo, senza pregiudicare affatto le opinioni individuali di ognuno di essi.

 

 

Di fronte a questo programma minimo ministeriale, nella Camera si delineano tre principali tendenze, le quali informeranno la condotta dei più importanti gruppi politici.

 

 

La prima di queste tendenze è quella che si potrebbe chiamare del pareggio aritmetico. Gli autorevoli finanzieri che si accostano a codesta opinione ritengono che il cardine principale di una buona finanza sia il bilancio in equilibrio. Il danno maggiore dell’Italia è stato per il passato la spensieratezza, colla quale, nella fretta di volere compiere opere talvolta troppo grandiose, e spesso anche utilissime, si è dimenticato che per spendere occorre prima procurarsi i mezzi a ciò necessari. Di qui l’indebitamento continuo del Tesoro, la necessità di ricorrere a prestiti larvati e di consolidarli poi in seguito, ed il gravame ognora crescente degli interessi, i quali ora assorbono il 40 per cento delle entrate dello Stato.

 

 

È d’uopo, dicono i fautori del bilancio aritmetico, non curarsi dei clamori di coloro che vogliono nuove spese, e tenersi rigidamente fermi al programma di non spendere un centesimo di più di quanto si introiti. Solo in tal modo, quando le entrate abbiano spontaneamente ad aumentare, sarà possibile senza timore procedere a sgravi di imposte o compiere quei nuovi sacrifizi che fossero richiesti dalle necessità della pubblica cosa. Ogni altra via non conduce che al disavanzo; e questo all’indebitamento progressivo ed all’incremento crescente del peso delle imposte.

 

 

Una seconda tendenza, la quale più di ogni altra si avvicina al programma minimo ministeriale, vorrebbe che si compiessero alcune riforme nel senso di sgravare certe categorie di contribuenti, troppo vessate anche in confronto delle altre, e nel tempo stesso non sarebbe lontana dal consentire a nuove spese per l’esercito e per la marina da guerra non nel senso di accrescere lo stanziamento permanente del bilancio, ma di provvedere alle spese straordinarie, che sarebbe pericoloso rimandare ancora nei rispetti della difesa del territorio nazionale. I fautori di questa tendenza hanno fiducia che l’incremento innegabile della ricchezza nazionale accresca a poco a poco il gettito delle imposte, cosicché malgrado gli sgravi di imposte e malgrado si potesse raggiungere subito, si crede miglior consiglio ricorrere temporaneamente a qualche espediente di tesoreria, che non mettere in forse la difesa del paese da un lato e scontentar dall’altro l’opinione pubblica che da troppo lungo tempo aspetta le riforme tributarie.

 

 

Coloro i quali rappresentano la terza tendenza, al pari dei fautori del pareggio aritmetico, ritengono grandemente pericoloso di procedere a nuove spese militari finché il bilancio non presenti effettivamente un margine disponibile a tale intento; e sono decisi ad opporsi a qualunque provvedimento che risultasse a far rinascere il deficit, per il motivo che è impossibile protrarre più a lungo certe spese ritenute indispensabili. Essi affermano che non si sa fino a qual punto si possa andare una volta che si consenta a passare il limite ora fissato per le spese militari e della marina da guerra; e ritengono che alle spese straordinarie possa meglio provvedere uno Stato con un bilancio forte che non uno Stato a finanze depresse.

 

 

Me nel medesimo tempo i fautori di questa terza tendenza non sanno resistere alla domanda insistente e per troppo lungo tempo frustrata di sgravi e di riforme tributarie; e sarebbero disposti a fare qualche passo su tal via anche a costo di far sorgere un deficit momentaneo. Un deficit invero incontrato per alleviare il carico dei contribuenti è un debito infallantemente produttivo di benefiche conseguenze per l’economia nazionale e per riverbero per il bilancio dello Stato; mentre altrettanto non può dirsi di un deficit sorto per accresciute spese militari.

 

 

Queste le tre tendenze che ora si delineano con maggior precisione nel nostro mondo parlamentare. Da una parte il rigido pareggio aritmetico, dall’altra un programma minimo di sgravi e di nuove spese riconosciute urgenti; e finalmente la tendenza di coloro, che si adatterebbero magari ad un disavanzo momentaneo, purché ridondasse a favore dei contribuenti, ma si ribellano invece ad ogni idea di un disavanzo incontrato per maggiori spese militari.

 

 

Tutti i più competenti uomini di finanza, i quali vorrebbero una politica di riforme tributarie, e così pure coloro che le avversano, si preoccupano eziandio delle conseguenze che tali riforme avrebbero per il bilancio dello Stato; ed a tale riguardo si vanno facendo molti conti, di cui credo opportuno farvi qualche accenno.

 

 

Gli sgravi preferiti sono l’abolizione del dazio sul grano, la riduzione dell’imposta sul sale, la soppressione del dazio consumo governativo ed un complesso organico di esenzioni di quote minime e di alleviamenti tributari. L’abolizione del dazio sul grano vorrebbe dire una perdita per lo stato variabile da un minimo di 33 ed un massimo di 60 milioni con una cifra media di 35/40 milioni.

 

 

L’imposta sul sale rende oggi 73 milioni lordi e 67 milioni netti. Riducendo il prezzo del sale comune a 20 centesimi al chilogrammo ed a 5 centesimi il prezzo del sale pastorizio ed industriale, la perdita dell’erario si potrebbe determinare in 32 milioni e mezzo.

 

 

La soppressione del dazio consumo governativo cagionerebbe all’erario governativo una diminuzione di entrate di 52 milioni circa; e così pure si perderebbero da 50 a 55 milioni all’anno, ove si volesse procedere ad una riduzione sensibile delle aliquote delle imposte dirette sulle minori fortune ed alla soppressione dell’imposta sulle quote minime. Con un bilancio che si tiene a mala pena in equilibrio e per cui la Ragioneria generale dello Stato prognostica in quest’anno, senza tener conto degli eventuali sgravi, un disavanzo di 25 milioni, sembra a molti necessario procedere con estrema prudenza sulla via delle remissioni d’imposta per non trovarsi nella dura necessità di dovere contrarre nuovi debiti. Tutti questi dubbi in mezzo a cui si tormentano i finanzieri del Parlamento provano la verità di ciò che voi avete recentemente dimostrato: essere cioè necessario far procedere parallele le riforme tributarie e le riforme amministrative.

 

 

Senza tagliare profondamente negli inutili organismi governativi, è vano sperare in disponibilità di bilancio tali che permettano di compiere delle riforme finanziarie veramente importanti e benefiche per l’economie nazionali; e se queste riforme non si compiono, la vita italiana continuerà ad aggirarsi in un circolo vizioso, fra il bilancio dello Stato che non ammette sgravi e l’economia nazionale che viene depressa dalle imposte pesanti. Forse qualche uomo politico notevole avrà molto presto occasione di accennare a questo programma di radicali riforme amministrative, le quali permettano riduzioni e trasformazioni veramente benefiche del sistema tributario.

 

 

È una nuova tendenza la quale sta ora spuntando nel campo costituzionale ed alla quale sarà mestieri affidarsi se pure si vuol fare qualcosa sul serio. Essa può dare origine ad un nuovo partito, il vero e grande partito conservatore, intelligente e riformista, che non rifugga dalla modernità dei provvedimenti, e dai concetti di giustizia sociale. Su questa via vi è molto cammino da percorrere.

 

 

E se questo partito si forma realmente, non potrà che avere un grande seguito nel Paese. Gli stessi partiti estremi guardano ad esso con speranza e con simpatia. Credo di non andare errato affermandovi che l’on. Prinetti, nel discorso che terrà domenica nel capoluogo del suo Collegio, riaffermerà questa tendenza di conservatore illuminato. Sarebbe l’inizio di una nuova era. Voglia Iddio che le buone intenzioni non abbiano ad infrangersi contro la cattiva volontà dei più!

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