Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Le variazioni dei cambi

«Corriere della Sera», 19 luglio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 303-307

 

 

 

Interrompo, per ora, la discussione sui metodi e sulla convenienza di rivalutare la lira, perché il problema di cui si parla oggi è piuttosto quello dell’inasprimento dei cambi. Ho atteso, a parlarne, che il rialzo fosse un po’ frenato, per non dare importanza ad un movimento improvviso di carattere transitorio. Sebbene da qualche giorno le quotazioni siano stazionarie, importa pur sempre vigilare.

 

 

Il secondo trimestre dell’anno ci è stato invero contrario, perché ci ha fatto perdere gran parte del terreno guadagnato nell’ultimo bimestre del 1922 e conservato nel primo trimestre del 1923. Traggo dagli allegati al discorso De Stefani le seguenti quotazioni del dollaro in lire italiane, completandole con quelle di fine giugno e del 9 e 12 luglio:

 

 

1920

 

1921

1922

1923

31 marzo 

19,11

24,34

19,66

20,61

30 giugno 

16,60

19,72

20,62

22,82

9 luglio 

— —

— —

— —

23,80

12 luglio 

— —

— —

— —

23,10

30 settembre 

22,89

24,06

23,71

— —

31 dicembre 

29,28

21,94

19,70

— —

 

 

Cito le quotazioni del dollaro, essendo questa, come è noto, la sola moneta aurea, la quale rappresenta qualcosa di materiale – l’oro, con cui essa soltanto è permutabile illimitatamente – mentre le altre monete, quale più e quale meno, sono creazioni governative, non legate necessariamente con l’oro.

 

 

La tabellina ci dice che negli anni dal 1920 al 1922 il dollaro rincarava ossia la lira deprezzava verso l’autunno, toccando il massimo verso la fine dell’anno; mentre il minimo prezzo del dollaro ed il massimo valore della lira si avvertivano in primavera, tra il marzo e il giugno. I grossi fabbisogni autunnali per l’alimentazione, i combustibili e gli approvvigionamenti industriali spiegano il deprezzamento autunnale della lira; mentre i minori fabbisogni e i ricavi delle esportazioni spiegano il miglioramento primaverile.

 

 

Colla metà del 1922 il movimento stagionale non è più nettamente visibile, per la prevalenza acquistata da altri fattori, che si possono presumere di carattere politico. Dico «presumere», perché, a rigore, lo studioso non è autorizzato a fare affermazioni se non con estrema prudenza, e sempre in tono dubitativo. Il massimo del prezzo del dollaro, invece che a fine dicembre, è raggiunto nel 1922 a fine settembre. Non conoscendosi altre cause di variazione intervenute nel frattempo, la mente ricorre ai fatti che allora preoccupavano gli animi: debolezza di governi, minacce bolsceviche e controminacce fasciste; ribollimento generale, che teneva gli animi inquieti e faceva dubitare dell’avvenire del paese. Il dollaro rincara sino a 23,71. Avviene la rivoluzione fascista; il paese accoglie fiducioso il nuovo governo; la calma ritorna, la lotta col disavanzo appare iniziata sotto buoni auspici; il dollaro ribassa a 19,70 a fine dicembre e si mantiene praticamente ad un livello ragionevole sino a fine marzo. Dopo d’allora ricomincia il peggioramento; alla fine giugno siamo a 22,82 e in questi giorni, dopo aver toccato il corso di 23,80, circa uguale ai massimi dell’autunno 1921 e 1922, siamo a 23,10. Come l’avvento del governo fascista anticipò di qualche mese il consueto miglioramento primaverile, così ora qualche nuovo avvenimento ha anticipato di forse un trimestre il solito inasprimento autunnale.

 

 

Qual è questo o quali sono questi avvenimenti? Per ricercarli, notisi innanzitutto che il mercato della lira italiana non è in Italia. Milano, Torino e Genova seguono, a distanza di ore, l’indirizzo delle piazze estere, principalmente Nuova York e Londra. Il fabbisogno locale di lire e le vendite locali di divisa estera hanno, certo, una qualche importanza; ed, in ultimo, sono fatti italiani, sono i rapporti tra l’Italia e l’estero quelli che regolano le tendenze fondamentali. Ma il giudizio, ma l’iniziativa vengono dall’estero. Il fatto, asseveratomi da tanti tecnici peritissimi, sembra talmente certo, da doverlo assumere come punto di partenza. Le nostre banche, per quanto importanti, non possono dare il la ai mercati.

 

 

Il prezzo del dollaro – e sul prezzo del dollaro si modellano tutte le altre divise – in lire italiane si stabilisce a Nuova York e non a Milano. Non solo perché il dollaro è l’unica moneta aurea, una specie di faro, a cui tutte le altre monete guardano; ma anche perché a Nuova York si è creato un vero mercato in lire, quale non esiste da noi. In Italia la lira serve per le contrattazioni. Negli Stati uniti la lira, non potendo servire per usi monetari, è esclusivamente un oggetto di investimento. A somiglianza di quanto accade, per altri motivi psicologici, per i tesori dei contadini, la lira è comprata a scopo di investimento di capitale. Si sono comprate molte lire – le stime variano da cinque a otto o nove miliardi – da americani e sovratutto da italiani emigrati, perché si credette ben fatto comprare lire a 5 o 6 o 7 o 10 cents di dollaro, nella speranza di rivenderle a 6, 7, 8, 12 e più cents. L’esistenza di una così fantastica qualità di lire in mano di residenti in America è una prova della fiducia goduta dall’Italia. E d’altro canto l’indice di una situazione delicatissima. Le lire possono invero essere vendute, dopo essere state comperate. Non tutte, forse la minor parte – qui i dati difettano – sono lire – carta vere e proprie; molte sono lire in conto corrente presso banche, altre hanno preso la forma di buoni del tesoro, talune di consolidato. Tutte però sono mobili e realizzabili a breve scadenza.

 

 

Sta di fatto che Nuova York da qualche tempo guarda con una certa crescente diffidenza le monete, meglio, certe monete, europee. Il movimento ha cominciato a delinearsi dopo il marzo. Ecco uno specchietto, compilato sulle quotazioni del «Sole» che avevo sotto mano, dei prezzi che Nuova York quota per talune caratteristiche divise europee:

 

 

29 marzo

27 giugno

6 luglio

11 luglio

Londra (c.t. per sterlina)

 

4,68 1/8

4,59 7/8

4,56 1/4

4,58 1/2

Amsterdam (per 100 fior.) 

39,42

39,10

39,25

39,08

Svizzera (per 100 fr.) 

18,475

17,80

17,19

17,43

Madrid (per 100 pesetas) 

15,39

14,66

14,25

14,49

Parigi (per 100 fr.) 

6,00 3/4

6,13

5,79

5,94

Italia (per 100 lire) 

5,01

4,445

4,25

4,34

Bruxelles (per 100 fr.)

5,70 1/4

5,22

4,79

4,92

 

 

L’ispezione di queste cifre porterebbe a concludere che vi deve essere una causa generale a tutta l’Europa, la quale spinge tutte le divise europee all’ingiù; e vi sono poi cause particolari ai singoli paesi, le quali spiegano il diverso comportamento delle singole divise. Se noi supponiamo, all’ingrosso, che il medio ribasso sia da 100 a 90, noi possiamo concludere che esiste una causa comune, la quale, se avesse agito da sola, avrebbe fatto ribassare tutte le divise del 10 per cento. Questa causa comune è la Ruhr. Su di ciò pare non vi possa essere dubbio. Gli americani guardano con grandissimo sospetto il subbuglio definito con quella parola e ne traggono conclusioni gravi per l’economia europea.

 

 

 

Evidentemente, però, la Ruhr non può essere usata a spiegare tutto: l’Inghilterra e l’Olanda, quasi non se ne risentono; la Svizzera e la Spagna non ne sono toccate in pieno; mentre la Francia, l’Italia ed il Belgio la sentono intieramente. Lasciamo stare gli altri paesi: ciascuno curi i proprii malanni come può. Come ha detto l’ambasciatore americano nel discorso recente di Roma, è inutile accusare gli altri delle proprie disgrazie. I paesi si salvano soltanto guardando entro di sé e sforzandosi di curare, con i proprii mezzi, le proprie malattie.

 

 

Pare a me che l’Italia stia già curando efficacemente le proprie malattie finanziarie. Il ministro delle finanze lotta con energia. I risultati ottenuti si chiamano: circolazione di stato e totale diminuita; ottimo gettito delle imposte nonostante le riforme attenuatrici; economie in corso di attuazione; tranquillità nei rapporti tra capitale e lavoro.

 

 

Poiché, come ho detto sopra, oggi il regolatore del prezzo della lira è il detentore di lire italiane (per lo più italiano) residente negli Stati uniti, bisogna che egli conosca i fattori determinanti della situazione nostra di bilancio. S’intende, che non si deve fare nulla che costituisca intervento artificioso. Ha ragione il governo ad astenersi dagli interventi, che dicono consueti in Francia. Neppure conviene fare propaganda, ché questa in tutto il mondo è venuta, dopo la guerra, in gran sospetto. Bisogna a poco a poco che nell’animo degli americani e dei connazionali nostri residenti negli Stati uniti si faccia spontaneamente la convinzione che l’Italia è un fattore potente di ricostruzione di un’Europa ordinata e pacifica.

 

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