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La Città libera

Le vittorie russe hanno una spiegazione economica? Le vittorie russe non si spiegano soltanto con il consapevole ragionamento economico

«La Città libera», 7 giugno 1945, pp. 3-4

 

 

 

Come lo stato trovò i mezzi per conseguire i risultati che in un precedente articolo si addussero a testimonianza di progresso nella produzione dei beni strumentali, i quali potevano servire a scopo di pace e servirono invece alla condotta della guerra? Agli operai tecnici ed impiegati i quali scavano miniere, lavorano ferro acciaio e rame e manganese ed alluminio, che costruiscono stabilimenti, macchine e motori capaci di produrre trattrici, carri armati, fucili, cannoni, mitragliatrici ed aeroplani, bisogna che qualcuno dia pane e bevande e carne e vestiti e scarpe e case. Nei paesi ad economia di mercato, il risultato si consegue con le imposte ed i prestiti. In Inghilterra, nel 1943, su un reddito nazionale totale di 10 miliardi di lire sterline in cifra tonda, lo stato prelevò 5 miliardi, dei quali 2.5 miliardi con imposte (progressivamente crescenti sino a qualcosa di più, nel complesso, del 100 per cento del reddito per i ricchissimi) e 2.5 miliardi con prestiti, contratti ad interessi variabili, a seconda della durata del prestito, da qualche frazione dell’1 per cento al 3 per cento. In Russia, poiché tutti sono impiegati dello stato o di enti pubblici, il sistema occidentale non potrebbe funzionare. Nelle grandi linee, il sistema accolto potrebbe essere descritto così: lo stato acquista dalle aziende agricole (alcune sono imprese statali, pochissime imprese individuali dei singoli contadini, e le più cooperative agricole, le quali ubbidiscono, nei loro programmi di lavoro, al comando di organi locali, alla loro volta dipendenti dall’ufficio centrale dei piani di Mosca) le derrate prodotte ad un prezzo fissato dalla autorità. Questo prezzo, molto basso, riguarda la parte più rilevante (nel 1934 l’81.1 per cento) della produzione agraria.

 

 

Una seconda parte (nel 1934 il 13.6 per cento) deve pure essere venduta allo stato o ad imprese statali locali ad un prezzo basso, ma alquanto più elevato di quello assegnato alle consegne obbligatorie. Finalmente, una terza parte (nel 1934 il 5.3 per cento) può dalle cooperative agricole, e dai singoli contadini per il prodotto della bassa corte, dell’orto e del campicello annesso alla casa, essere venduta a prezzo libero. Lo stato rivende poscia ai consumatori le derrate acquistate dalle cooperative agricole e dai contadini singoli, a prezzi più elevati. Per dare un esempio, nel secondo periodo quinquennale la segala doveva dai contadini essere assegnata allo stato al prezzo di 6 rubli e 33 copechi al quintale; ma la stessa segala era rivenduta ai compratori, sotto forma di farina, a 25 rubli. Il prezzo libero di vendita, per le rimanenze lasciate a libera disposizione dei contadini, variò da 35 rubli in dicembre a 58 in gennaio nella regione di Mosca. Lasciando da parte questi che potrebbero essere detti di mercato nero, con cui i contadini cercano di rifarsi dei prezzi bassi della quota del raccolto dovuta consegnare obbligatoriamente allo stato, la differenza fra 6,33 prezzo pagato ai contadini e 25 prezzo di rivendita ai consumatori da parte dello stato, è la fonte principale delle entrate statali.

 

 

Nel 1936 su un’entrata totale del bilancio dello stato di 67.428 milioni di rubli, ben 52.167 milioni erano forniti da questa tassa di scambio. Se qualcuno proponesse nei paesi occidentali di applicare questa specie di imposta unica, si griderebbe alla ingiustizia, perché essa non tiene conto delle diversità di reddito, che pure esistono anche in Russia e grava sovratutto sulle derrate alimentari di prima necessità. Non tutte le derrate subiscono infatti un aumento di prezzo così grande come quello indicato sopra dalla differenza fra 6,33 e 25 rubli per la segala.

 

 

Conosciamo la proporzione per ogni cento lire del prezzo di vendita ai consumatori che nel 1936 era assorbita dalla tassa scambi: l’82,8 per cento del prezzo di vendita ai consumatori delle derrate agricole era tassa scambio e forniva 20.729 sui 52.167 milioni di rubli del provento totale. Altri 9.734 milioni erano forniti dalla tassa scambio sui prodotti delle industrie di trasformazione delle derrate alimentari (50 per cento del prezzo di vendita) e 5.998 milioni (l’82,1 per cento del prezzo di vendita) dalla tassa scambio sulle bevande alcoliche, entrata questa, per la sua ragionevolezza, non sconosciuta nel resto dell’Europa.

 

 

Assai meno tassati, ossia aumentati di prezzo, i prodotti industriali. I prezzi dei prodotti varii delle industrie del legname e delle sue trasformazioni erano composti solo per il 18,8 per cento dalla tassa scambio e quelli della industria pesante per il 26,6 per cento. Sembra che lo stato, al quale i prodotti industriali costano assai, non possa aumentarne troppo il prezzo di vendita, che in pratica è quasi proibitivo per i contadini, il cui reddito è ridotto assai dal prezzo a cui debbono vendere i loro prodotti allo stato.

 

 

Il meccanismo con cui lo stato provvede a procacciarsi coattivamente dai contadini, che sono il grosso della popolazione russa, i beni diretti di consumo necessari a far vivere gli operai e gli impiegati che attendono alla produzione dei beni strumentali, gli impiegati civili necessari per la sua vasta amministrazione e gli ufficiali e soldati dell’esercito combattente, era quale fu descritto al momento dello scoppio della guerra. Questa produsse conseguenze, non ancora bene conosciute. Si sa che secondo il bilancio consuntivo del 1940, le entrate dello stato ammontarono a 180,2 milioni di rubli dei quali 105,8 forniti dalla tassa scambio. Alla difesa, ossia alla preparazione della guerra, che nel 1940 appariva già a quegli uomini di stato inevitabile, furono consacrati 56 miliardi; alla economia nazionale, ossia agli impianti industriali, 57,1 miliardi ed al progresso sociale e culturale, e cioè alla creazione di una sempre più numerosa e tecnicamente perita classe operaia ed impiegatizia, 43 miliardi.

 

 

Nel bilancio preventivo per il 1944 le entrate sono previste in 245,6 miliardi di rubli (di cui 128,4 destinati alla guerra, 44,7 allo sviluppo industriale e 51,4 alle opere sociali e culturali): ma di questi solo 80,2 miliardi si prevede saranno ricavati dalla tassa scambi.

 

 

Due osservazioni: il bilancio totale è cresciuto poco da 180,2 a 245,6 miliardi dal ’40 al ’44; assai meno, proporzionatamente, dei bilanci dei paesi occidentali. La spiegazione ovvia è che la Russia sino dal 1928 ubbidiva ad un piano che avrebbe potuto avere altro fine, ma era già concepito in funzione di una possibile guerra.

 

 

La seconda osservazione è data dalla decrescente importanza, come fonte d’entrata statale, della tassa scambio, scemata da due terzi del reddito totale nel primo e secondo periodo quinquennale e da tre quinti ancora nel 1940 a circa un terzo nel 1944. Poiché la tassa scambio colpisce i consumi, la diminuzione è indice di una grande riduzione nei consumi durante la guerra. La riduzione nei consumi è stata ancor più sensibile di quanto potrebbe presumersi dalla riduzione nel gettito della tassa da 105,8 miliardi nel 1940 ad 80,2 nel 1944, se si riflette che nel 1942 la tassa era stata aumentata fortissimamente, almeno del 100 per cento. Da dove furon ricavate le ingenti somme necessarie a colmare il vuoto fra i 245,6 miliardi da spendere nel 1944 e gli 80,2 miliardi sperati dalla tassa scambi?

 

 

Il Commissario alle finanze M.Zverev disse soltanto che «la fonte essenziale per provvedere alle spese statali erano i fondi di riserva ed i redditi delle imprese e delle organizzazioni di stato». Se badiamo al significato che noi daremmo a queste parole, si dovrebbe dire che i lavoratori delle imprese industriali statali hanno dovuto consacrare più lavoro, senza aumento di remunerazione, a produrre le cose necessarie alla condotta della guerra; e che si stanno sfruttando sino all’estremo gli impianti esistenti senza provvedere, per risparmio di lavoro, a riparazioni e sostituzioni. Il che accade dappertutto per quel che riguarda lo sfruttamento degli impianti ma non accade per le remunerazioni degli operai, dei tecnici e degli impiegati, i quali in Inghilterra e negli Stati Uniti hanno visto aumentare invece la quota percentuale ad essi spettante del reddito nazionale totale. L’esperimento russo è dunque un esempio insigne di sforzo inteso a far passare, coll’impulso coattivo dello stato, un grande paese dallo stadio agricolo a quello industriale, atto a difendersi con le sole sue forze – ed anche ora, nonostante i rilevanti ed efficaci aiuti anglosassoni, prevalentemente con le sole sue forze – contro l’assalto nemico. Lo sforzo ricorda quello antico, che oggi si commemora lassù patriotticamente, con cui Pietro il grande con la frusta ed il bastone piegò i suoi boiari ad inchinarsi alla civiltà occidentale, costrusse Pietroburgo e riformò l’esercito. Ma sforzo, il quale è ancora ben lungi dall’aver portato la Russia al livello dei grandi paesi industriali. Le fonti da me utilizzate riguardano, per il confronto che segue, il 1937; ma lo scoppio della guerra, stimolando dappertutto lo sforzo produttivo, non deve aver mutato apprezzabilmente la situazione relativa dei vari paesi. In quell’anno si ebbe cioè la seguente produzione «per abitante» di alcuni principalissimi prodotti industriali:

 

 

   

U.R.S.S.

Stati Uniti

Germania

Inghilterra

Forza elettrica

KW

215

1169

735

618

Ferro

Kg

86

292

234

183

Acciaio

Kg

105

397

291

279

Carbone

Kg

757

3429

3313

5165

 

 

E questi sono beni strumentali, rispetto ai quali il progresso della Russia fu come dianzi si chiarì, notevolissimo. Rispetto ai beni di consumo, che sono poi quelli i quali costituiscono il reddito godibile degli uomini, i russi si trovano in condizioni relativamente ancora più arretrate.

Colin Clark, meritatamente uno dei più stimati oggettivi statistici inglesi calcola che, riassunta con vari espedienti di calcolo, in lire sterline inglesi, la produzione agricola lorda era scemata in Russia dal 1913 al 1937 da 51,5 a 42,5 lire sterline per abitante, mentre quella industriale e non agricola era cresciuta nel suo complesso da 76,1 a 122,2.

 

 

Lo sforzo bellico colossale non ha consentito di provvedere anche a migliorare le condizioni di vita. Il cannone ha avuto il sopravvento sul burro: sicché il Clark calcola che ancora nel 1934 il consumo alimentare medio in Russia fosse assai inferiore a quello del 1913 e del 30 per cento inferiore a quello che era il livello del decimo più povero e peggio alimentato dalla popolazione inglese (il cosidetto «decimo sommerso»); e che le condizioni di abitazioni in Russia siano ora in media assai peggiori di quelle descritte da Federigo Engels, l’amico fraterno di Carlo Marx, per la popolazione lavoratrice inglese di un secolo fa, verso il 1840, nel libro che è una delle fonti principali delle accuse che tuttodì si muovono contro il cosidetto «capitalismo», sebbene si riferiscano ad una situazione profondamente diversa dall’attuale.

 

 

Per riassumere in un confronto suggestivo il suo giudizio statistico, il Clark osserva che nella Nuova Zelanda basta il 6,4 per cento della popolazione lavoratrice esistente per assicurare a tutta la popolazione una dieta considerata ottima dai fisiologi. In Russia, se si volesse procacciare alla intera popolazione la stessa ottima dieta, sarebbe necessario di far lavorare non il 6,4 ma il duecento per cento della popolazione lavoratrice. Indice dell’enorme e per ora incolmabile abisso che intercede tra il progresso tecnico industriale ed agricolo e quindi fra le condizioni di vita degli operai e dei contadini russi e quelle degli uomini viventi nei paesi posti nei gradi più alti della civiltà economica.

 

 

Conclusioni? Queste sole:

 

 

  • le vittorie russe non sono dovute all’esperienza già verificatasi di un miglioramento apprezzabile del tenore materiale di vita dei contadini e degli operai in confronto alle condizioni di vita del regime zaristico;

 

  • esse sono dovute, per quel che riguarda il punto di vista tecnico, allo sforzo veramente rimarchevole conseguito dai dirigenti russi per indirizzare, con politica lungimirante, fino al 1928, la produzione verso l’industria pesante ed in genere verso i beni strumentali capaci di far sostenere uno sforzo prolungato di guerra.

 

 

Ma poiché la vittoria non è un fatto puramente tecnico ma anche e sovratutto morale, essa non si spiega colla disciplina strettissima che obbliga gli uomini a vivere male al presente, nella speranza di una vita migliore nell’avvenire.

 

 

Non si spiega nemmeno col consapevole ragionamento economico, il quale paragona i sacrifici presenti con il vantaggio futuro. Con i ragionamenti economici, se i contadini e gli operai russi conoscessero i fatti a tutti palesi, dovrebbero concludere alla impossibilità di toccare con i loro metodi di comando dall’alto, livelli di vita siffatti da non rimanere troppo al disotto di quelli raggiunti oggi nei paesi dove l’economia di mercato non è ancora in tutto morta. Dunque? Non ripeto considerazioni ben note sulla virtù del mito nella storia. Da Gaetano Mosca, il quale negli Elementi di scienza politica illustrò il concetto della «formula politica» a Pareto che nel Trattato di Sociologia a lungo dissertò intorno alle «derivazioni non logiche», la forza del mito è stata studiata abbastanza. Gli storici dell’avvenire probabilmente illustreranno quelle teorie con nuovi esempi tratti dalla storia contemporanea.

 

 

Il mito hitleriano del sangue e della terra era troppo basso per condurre alla vittoria; laddove il mito comunistico fa appello a sentimenti di uguaglianza radicati nell’animo umano. Se al mito comunistico aggiungiamo l’appello alla difesa della patria comune, della terra colonizzata dagli avi, della casa dove vive la famiglia, forse il quadro delle ragioni delle vittorie russe apparirà più compiuto. Sapranno i russi, e con essi gli europei, nelle opere di pace, accanto ed al disopra del mito della uguaglianza tante volte dimostratosi dissolvente perché conseguibile oltre ad un certo moderato segno solo colla forza della ubbidienza coatta ad uno stato accentrato onnipotente, sapranno essi porre i valori eterni costruttivi della autonomia della persona umana, della famiglia, della casa e dell’impresa, viventi di vita propria indipendente dal consenso e dall’arbitrio di sovrastanti, libere di nascere crescere morire nel quadro della legge tutrice dell’interesse pubblico? Sapremo attuare in una società saldamente costruita quella sintesi fra uguaglianza e libertà che a tanti pensatori parve assurda utopia?

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