L’economia programmata russa. La sua caratteristica è il trasferimento di una quota notevole di lavoratori all’industria pesante

Tratto da:

La Città libera

Data di pubblicazione: 31/05/1945

L’economia programmata russa. La sua caratteristica è il trasferimento di una quota notevole di lavoratori all’industria pesante

«La Città libera», 31 maggio 1945, pp. 3-4

 

 

 

Le vittorie conseguite dalla Russia nella guerra presente pongono il quesito: quale è il sistema economico il quale ha consentito così grandi successi? La risposta è nota: il sistema è quello di una economia comandata pianificata o programmata da una autorità centrale posta a Mosca, la quale opera per mezzo di imprese pubbliche locali, diversificate per industrie ed altri rami di attività e più o meno autonome.

 

 

In genere si usa, parlando della Russia, aggiungere che siffatto tipo di economia è comunistico: ma l’aggiunta ha scarso significato sostanziale, perché le parole «comunismo», «socialismo», «liberismo», «capitalismo» non hanno significato il quale sia univoco per tutti i lettori e sono oggettivamente di assai ardua definizione.

 

 

Le sole due parole le quali possono decentemente essere usate da chi voglia farsi capire sono quelle di economia «di mercato» e di economia «programmata o comandata dall’alto». Nell’economia di mercato i prezzi, i salari, gli interessi, i fitti, i valori sono quasi tutti od in gran parte fissati, secondo un piano, da una autorità centrale, autoeletta o scelta, con varie maniere di suffragio, dai cittadini. In tutti i paesi belligeranti, senza alcuna eccezione, in questa e nella passata guerra, l’economia fu, più o meno presto e più o meno totalmente, organizzata secondo un piano comandato dall’alto. I piani furono introdotti, a poco a poco, sotto la pressione della necessità, un po’ a caso e con eccezioni più o meno grandi nella guerra del 1914-18; furono invece applicati più sistematicamente fin dal principio nella guerra presente: male e con grandi deviazioni in Italia, bene in Inghilterra e negli Stati Uniti: da più antica data e con propositi più decisi in Germania (1933, data dell’avvento del nazismo); da tempo ancor più lungo e con un programma ancor meglio definito in Russia (1928, inizio del primo piano quinquennale). Programmate dal centro sono necessariamente tutte le economie dei paesi in guerra: ché lo stato determina quel che si deve produrre, fissa i prezzi d’acquisto delle materie prime e dei prodotti finiti, e quindi i margini entro cui le singole imprese debbono lavorare; determina gli interessi da pagare al capitale e mette un blocco ai salari, agli stipendi ed alle remunerazioni in genere.

 

 

In Russia lo stato contrae prestiti sui quali paga interessi assai bassi; ma non pare siano più bassi di quelli pagati negli Stati Uniti ai sottoscrittori di prestiti pubblici a lunga scadenza (3 per cento) e dei buoni del tesoro a breve scadenza (da un decimo dell’uno per cento, all’uno per cento); e lo stato può ogni dove far ciò perché gli stati in guerra vietano qualunque altro investimento del risparmio e lo sottopongono ad autorizzazioni quasi sempre negate. In Russia lo stato proibisce qualunque altro investimento privato, salvochè nelle imprese rurali per uso familiare e, pare, nelle case di abitazione propria; ma in tempo di guerra, in tutti gli stati belligeranti è fatto divieto di investimento in qualunque impresa privata, salvochè in quelle utili alla condotta della guerra e sono anche fissati gli ammortamenti da farsi ed i massimi di profitto consentiti agli imprenditori.

 

 

Innanzi che si instaurasse in Russia una economia comandata dall’alto vi fu un periodo, dal 1918 al 1921 che da taluni è detto di «economia comunistica», da altri forse più appropriatamente, di «economia di difesa del nuovo stato comunistico». I risultati furono quali potevano attendersi dal disordine conseguente alla guerra ed alla rivoluzione: tra il 1913 ed il 1921-22 il valore della produzione agricola lorda diminuì del 51 per cento; ed il prodotto netto in cereali per persona scemò da 245 a 120 chilogrammi a testa. Nell’industria le cose andarono ancora peggio; in quella grande, il valore della produzione lorda nel 1920 cadde al 12,8% di quella del 1913, nella piccola al 44,1 per cento; e nel complesso industriale al 20,4 per cento. La fonderia del ferro precipitò al 2,4% del livello antebellico, la produzione delle rotaie al 2,1 per cento, quella dello zucchero al 7 per cento, dell’olio vegetale al 3 per cento. Nell’estate del 1921 la coltivazione delle miniere di carbone del bacino del Donez era caduta a zero e la maggior parte delle imprese nelle altre branche industriali era inattiva. Col 15 marzo 1921 si inizia la «nuova politica economica» cosidetta N.E.P. durata sino al 1926-27. Essa significò un allentamento della stretta statale sulle imprese individuali. Nella agricoltura i risultati furono mediocri: distrutte le grandi imprese agrarie, le quali sole davano un contributo alla esportazione, la produzione, ristretta alle esigenze famigliari dei contadini, segnò un incremento in confronto ai bassissimi livelli del 1921-22; ma non riuscì a tornare al livello pre-bellico. Nonostante che fra il 1913-14 ed il 1928-29 il numero degli occupati nell’agricoltura fosse salito da 96,6 a 116,5 milioni, il raccolto cerealicolo totale scese da 80,1 a 73,3 milioni di tonnellate e la produzione per testa da 829 a 629 chilogrammi. Nell’industria si fece invece un gran salto dai bassissimi livelli toccati alla fine del periodo precedente: nelle grandi imprese dal 12,8% nel 1920 si risalì al 106,2% nel 1926/27; nelle piccole dal 44,1 a 100% e nel complesso industriale dal 20,4 al 103,9 per cento. Si era insomma riguadagnato il tempo perduto in confronto al tempo ante-bellico zarista.

 

 

Quali risultati si sarebbero toccati se la politica di ritorno ad una parziale iniziativa privata avesse continuato ad inspirare i dirigenti di uno stato chiuso inspirato all’ideologia comunistica, non si sa. Fare delle estrapolazioni argomentando dall’aumento da 20,4 a 103,9 in sette anni per concludere analoghi incrementi in ognuno dei settenni successivi, sarebbe logicamente altrettanto illegittimo come l’affermare che i progressi i quali si verificarono dopo, non avrebbero potuto aver luogo se si fossero osservati metodi diversi. Forse si può con sicurezza affermare soltanto che, perdurando la N.E.P., ossia una economia mista di iniziativa individuale privata e di comandi di requisizione a fini pubblici dall’alto, si sarebbero prodotti beni «diversi» da quelli che si produssero poi, e, probabilmente, una maggior copia di beni diretti di consumo ed una minor quantità di beni strumentali (impianti, macchinari ecc.). Gli uomini viventi avrebbero goduto oggi di più ed accantonato forzatamente meno per l’avvenire.

 

 

I dubbi che sorgono e le difficoltà che si incontrano nel descrivere la economia russa dal 1928 in poi, ossia dall’inizio del primo piano quinquennale, il quale sostituì all’economia informata prevalentemente al concetto di libera produzione contrattata sul mercato quello della economia comandata dall’alto, nascono dalla natura delle fonti, dalle statistiche che sono sempre di ardua interpretazione, dalla mancanza di una unità di misura, simile alle monete occidentali, o, meglio, simile alle monete che esistevano prima della guerra presente negli stati non totalitari. Le fonti sono troppo spesso di propaganda, a simiglianza di quelle di tutti i governi comandati dal centro (fascisti e nazisti), nei quali non esiste possibilità di critica ai principii informatori dei regimi esistenti, gli statistici non dichiarano i criteri seguiti nella compilazione dei loro dati; il rublo è una unità contabile, non, come ancora sono, di massima, il franco svizzero, la lira sterlina o il dollaro, una unità di contrattazione. I prezzi espressi in monete proprie delle economie di mercato hanno un significato tutto diverso e non paragonabile a quelli espressi in monete usate nelle economie programmate.

 

 

Dire che il reddito nazionale nella Russia del 1938 era 100 è esprimere un concetto il quale non ha nulla a che fare con l’altro che nell’Inghilterra dello stesso tempo il reddito nazionale fu, ad ipotesi, pure di 100. A meno di fare mille avvertenze complicate, anche se i rubli si convertono in sterline o viceversa, il paragone non dice nulla. Perciò la più parte dei dati di valore che si leggono in libri sulla economia russa sono assolutamente incomprensibili; sicché è giuocoforza limitarsi alle cifre che si riferiscono alle quantità, non ai valori, delle singole cose prodotte od a quelle che, con qualche espediente di calcolo, riescono a sommare quantità di cose e beni diversi. Traggo i dati esclusivamente da alcuni studi pubblicati nelle tre grandi riviste economiche inglesi «Economist», «Economic Journal» ed «Economica», e da una particolareggiata recensione del più recente studio sulla economia russa (S.N. Prokopovicz, Russlands Volkswirtschaft unter den Sowiets. Zurich. Europa Press) pubblicata nell’ultimo quaderno della Schweizerische Zeitschriftfer Volkswirtshaft und Statistik. Li traggo di lì perché quegli studi sono compilati con criteri rigorosamente scientifici e perché gli economisti inglesi in generale ed i compilatori degli studi utilizzati in particolare sono animati da grande, e taluno potrebbe aggiungere singolare, simpatia per l’esperimento russo.

 

 

La caratteristica fondamentale dell’economia programmata russa è quella della destinazione di una quota notevolissima del lavoro alla produzione dei beni strumentali. I dirigenti russi sin dall’inizio del primo piano quinquennale si proposero lo scopo di creare quella che si chiama la grande industria pesante: mineraria, siderurgica, meccanica, elettrica. Non vollero o non poterono ricorrere all’uopo a prestiti esteri, ossia alla importazione, a credito, di macchine e di materiali; o se vi ricorsero, fu per quantità trascurabili. Volendo far da sé, in un paese povero, nel quale, a causa della confisca delle terre, delle case, delle fabbriche private a pro dello stato, nessuno aveva interesse a risparmiare, i dirigenti dovettero diminuire il numero dei lavoratori destinati a produrre beni di consumo (derrate agrarie, tessuti, scarpe, berretti, mobilio, case di abitazione) ed aumentare il numero dei lavoratori destinati a produrre carbone, cemento, ferro, acciaio ecc. ecc. Un grande sbarramento idroelettrico si costruisce cominciando ab ovo: collo scavare terre capaci a produrre cemento, miniere buone a dar carbone per le fabbriche di cemento, e poi cercando il minerale atto ad essere trasformato in ferro ed acciaio. È tutta una catena di lavori, cominciando dal lavoro più semplice e andando al più complesso. Prima di potere avere pronto un carro armato, bisogna costruire città intiere di stabilimenti nuovi, mettere in attività miniere sparse in contrade talora lontane, collegarle con ferrovie, sbarrare fiumi e creare reti di distribuzione di forza elettrica. Per lunghi quinquenni – fino a tutto il 1942, i quinquenni sono stati tre – gli uomini lavorarono a produrre impianti, stabilimenti, strade, ferrovie, macchine. Strumenti e macchine, beni cioè che gli economisti chiamano «diretti» atti a soddisfare i veri bisogni degli uomini, ossia case nuove, vestiti, scarpe, pane, carne, bevande e simili. Se, durante tre quinquenni, il programma vuole sia dato impulso alla produzione dei beni strumentali, evidentemente bisogna distogliere gli uomini dalla produzione dei beni diretti. Già il proverbio aveva sentenziato: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. I dirigenti russi vollero costruire una grande industria pesante. Era il timore di una guerra mossa dai paesi che essi definivano «capitalistici»?

 

 

Era il proposito di muovere essi la guerra altrui per la vittoria dei loro ideali? Era l’intenzione di creare un organismo industriale che potesse servire al tempo stesso alla difesa contro il nemico, e, non insorgendo guerra, alle opere di pace? Essendo inutile fare il processo alle intenzioni, constatiamo il fatto che i dirigenti russi crearono una grande industria pesante, la quale, al momento giusto, servì per apprestare i mezzi per condurre la guerra contro un nemico il quale, adottando anch’esso, con metodi solo in apparenza diversi, i principii della economia programmata, aveva, con rapidità febbrile, dal 1933 in poi, perfezionato a scopi bellici la grande industria pesante che già possedeva.

 

 

La differenza fra la Russia dei Sovieti e la Germania nazista consisté in questo: che, avendo ambedue deciso di fabbricare, secondo il detto di Goering, cannoni invece di burro, con mezzi propri, senza ricorrere a prestiti esteri, la prima dovette cominciare da un livello relativamente basso, laddove la seconda poteva cominciare a prendere le mosse più dall’alto.

 

 

Perciò i risultati conseguiti dai dirigenti russi sono, comparativamente, più grandiosi di quelli germanici. Ricordo i dati della produzione di taluni principali rami strumentali negli anni 1913 (ultimo anno zarista prebellico), 1929 (secondo del primo piano quinquennale), 1933 (primo del secondo piano quinquennale) e 1938 (primo del terzo piano quinquennale ed ultimo per il quale le fonti da me utilizzate hanno dati in argomento):

 

 

Forza elettrica

(in miliardi di K.W.):

1.9, 6.2, 16.4, 39.6;

Carbone

(in milioni di tonn.):

29.1, 40.1, 76.3, 132.9;

Petrolio

(id.):

9.2, 13.8, 22.5, 32.2;

Minerale di ferro

(id.):

9.2, 8.0, 14.4, 26.5;

Ghisa

(id.):

4.2, 7.1, 14.6;

Acciaio

(id.):

4.2, 4.9, 6.9, 18.0;

Cemento

(id.):

1.5, 2.2, 2.7, 5.7;

Minerale di manganese

(in migliaia di tonn.):

1245, 702, 1021, 2273;

Rame

(id.):

0, 35.5, 44.5, 103.2;

Alluminio

(id.):

0, 0, 7.0, 56.8.

 

 

I russi odierni non sono partiti dal nulla: ché, fatta ragione ai tempi, l’industria aveva già al tempo zarista ed in conseguenza di una politica protezionistica, ossia programmata, messo fortemente piede in Russia, né bisogna dimenticare la rete ferroviaria europea, la ferrovia transiberiana e le altre che collegavano i luoghi più lontani dell’impero con la capitale; rete alla quale sinora è stato aggiunto relativamente poco. Certo è però che i progressi conseguiti nell’industria pesante dei beni strumentali furono, dato il punto di partenza iniziale più basso, notevolmente più alti di quelli, pur strepitosi, della Germania hitleriana.

 

 

I risultati non poterono essere ottenuti senza un forte aumento relativo degli uomini impiegati nella industria in confronto a quello dei contadini. Il numero degli operai e degli impiegati, che nel 1928 era di 11.6 milioni, crebbe a 22.3 nel 1933, a 27.8 nel 1938 e, secondo il piano preventivo, doveva arrivare a 31.6 milioni nel 1941. Su una popolazione complessiva, europea ed asiatica, di 165.7 milioni nel 1938 un mutamento nell’indirizzo del lavoro come quello indicato dalle cifre riportate non fu affare di poco momento. Occorreva guidare e governare le nuove masse enormi di impiegati ed operai, dei quali nel 1937 ben 10.1 milioni erano occupati nella grande industria; e le università, le quali nel 1933 avevano diplomato 6100 ingegneri ed architetti, diedero nel 1938 il diploma a ben 25.400 giovani.

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