L’economia pubblica veneziana dal 1736 al 1755

Tratto da:

Studi di economia e finanza

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 15/03/1904

L’economia pubblica veneziana dal 1736 al 1755

«La Riforma Sociale», 15 marzo 1904, pp. 177-196; 15 aprile 1904, pp. 261-282; 15 giugno 1904, pp. 429-450; 15 luglio 1904, pp. 509-536

Studi di economia e finanza, Società tipografico editrice nazionale, Torino-Roma, 1907, pp. 116-207

 

 

 

 

I

L’opera da cui si traggono i dati di fatti del presente studio è una raccolta di documenti forse la più interessante che in Italia abbia visto la luce in materia di storia economica e finanziaria. L’iniziativa di questa magnifica pubblicazione spetta all’on. Luigi Luzzatti, il quale, essendo Ministro del Tesoro, nominò una «Reale Commissione per la pubblicazione dei documenti finanziarii della Repubblica di Venezia» e ad essa volle assegnare un fondo per le spese di stampa e di redazione.

 

 

Il Luzzatti, geniale sempre ed innamorato della grandezza storica di Venezia, aveva visto – pure in mezzo alle gravi occupazioni del Tesoro italiano -quale preziosa miniera di notizie e di insegnamenti si raccogliesse nella storia finanziaria della Repubblica Veneta; e nella sua perspicua e dotta relazione al Re del 16 agosto 1897, come pure nel discorso inaugurale delle sedute della Commissione il 24 ottobre 1897, aveva saputo con linguaggio smagliante additare il vantaggio che all’Italia moderna sarebbe derivato dalla conoscenza degli ordini finanziari veneti, così sagaci e così singolari. «Quantunque si tratti di opera altamente scientifica, il fine è essenzialmente pratico. Trattasi si migliorare le nostre istituzioni finanziarie ed economiche e gli ordini costituzionali della nostra contabilità di Stato». A così alto intento molto può giovare l’esempio di Venezia, la quale con l’istituzione degli Scansadori delle spese superflue e dei Deputati ed aggiunti alla provvision del denaro avea arrecato nuovo vigore alla antica usanza delle strettezze ossia delle «speciali procedure e prove e scutinii richiesti a difesa dei contribuenti prima di aggravare con nuove spese l’erario; poiché chi proponeva in Senato una spesa sopra certe materie, doveva pagare forti multe, il che era un freno grandissimo». E concludendo, il Ministro, istitutore ed ideatore della Commissione, aveva tratto i più lieti auspicii da questi studi che «ribattezzaranno nell’ambiente purificatore della nostra storia nazionale i nostri istituti costituzionali troppo informati agli esempi di Francia e d’Inghilterra ed ancora troppo poco italiani».[1]

 

 

A parole così alte e ad esortazioni così autorevoli non potevano non corrispondere degni risultamenti.

 

 

Il piano dei lavoro che la Commissione, appena nominata, si accinse a compiere è infatti vasto e grandioso. In una relazione litografata del Prof. Fabio Besta, in data 25 giugno 1898,[2] leggesi che la Commissione si propone di pubblicare tutti i documenti finanziari della Repubblica Veneta che hanno carattere generale, lasciando da parte soltanto i documenti relativi a fatti singoli di carattere personale e particolare. Fu giuocoforza addivenire a questa restrizione per la quantità enorme, o, per dir meglio, spaventosa dei documenti contenuti in quel meraviglioso Archivio dei Frari di Venezia che è certo uno dei templi più imponenti innalzati alla scienza storica nel mondo intero. Solo per i tempi più arretrati pei quali mancano le leggi e le notizie autentiche sugli istituti e sugli organi finanziari possono divenire preziosi i documenti riguardanti fatti o negozi singoli, perché da essi in mancanza di altre fonti si può per via di induzione assurgere agli ordinamenti generali.

 

 

Ma, pur così ridotta ai documenti l’indole generale, le carte da pubblicarsi formano una massa così imponente che la divisione in parti era inevitabile.

 

 

Una prima serie intitolata del Governo e tutela del pubblico denaro comprenderà perciò tutte le leggi, gli atti e le notizie che tendono a chiarire l’origine, la costituzione, le attribuzioni, i riti, l’azione effettiva, le correzioni o riforme successive dei diversi consigli, collegi o magistrati che ebbero nel corso del tempo parte nel Governo delle finanze, e conseguentemente le parti, le scritture e i ricordi che concernono la formazione graduale del patrimonio pubblico e la sua amministrazione, la deliberazione dell’imposta, la sua allibrazione ed esazione, la limitazione delle spese e la scansazione di quelle superflue, la provvisione e la disposizione del pubblico denaro, il governo delle pubbliche casse, le revisioni e regolazioni della scrittura, la resa dei conti, la investigazione delle frodi nei giri delle partite o degli intacchi alle casse. Per i volumi di di questa serie si presenta opportuna la divisione in parti, di cui la prima vada sino al 1324, anno in cui la quarantia diventa anche di diritto un sol corpo coi pregadi quando si tratta di deliberare in materia di economia e di finanza. La seconda parte andrà dal 1324 alla fine del secolo XV, quando il consiglio dei dieci coll’aggiunta prende la direzione suprema delle finanze. La terza parte, dalla fine del secolo decimoquinto giungerà sino al 1582, abbracciando il periodo che segna l’apogeo del dominio dei dieci. In quell’anno accade la correzione del consiglio dei dieci e si abolisce la sua aggiunta; e da quella data prende inizio la quarta parte che va sino alla caduta della repubblica.

 

 

Per la seconda serie intitolata Bilanci generali d’avviso e di fatto e fa-bisogno del Savio Cassier la divisione in parti non si presentava altrettanto facile, poiché un solo volume può comprendere tutti i bilanci d’avviso di cui si ha notizia e i fa bisogno sino al 1736. Quattro volumi bastano per la pubblicazione di tutti i bilanci di fatto dal 1736 al 1783 insieme con i decreti del Senato e le relazioni dei Deputati ed aggiunti alla provision del denaro. Un sesto volume sarà destinato a raccogliere le notizie generali sulle finanze dopo l’anno 1783, l’indice analitico per materie e il glossario di tutti i sei volumi.

 

 

La terza serie dal titolo: Debito Pubblico nelle sue relazioni col credito pubblico e privato comprenderà le notizie e documenti e le parti e decreti numerosissimi sugli antichi prestiti volontari od obbligatorii, sui monti, sui depositi in zecca e fuori zecca, sulla loro amministrazione la loro conversione e la loro affrancazione, e inoltre sulla moneta, sugli antichi cambisti, sui banchi pubblici di Rialto, del giro e presso i magistrati di esazione che pagavano prò (interessi) di pubblici depositi (prestiti). Tre saranno le parti di questa serie ed andranno rispettivamente la prima fino alla istituzione del monte nuovo avvenuta il 23 aprile 1482, la seconda dal 23 aprile 1482, alla fondazione del Banco di Rialto, cioè al 29 dicembre 1584, e la terza dal 29 dicembre 1584 alla fine della repubblica.

 

 

La quarta serie dei Dazi e gravezze comprenderà le notizie ed i documenti sulla origine e la formazione del patrimonio pubblico che risalgono al doge Obelerio, ciò al principio del secolo nono, sulle entrate procedenti da multe o confische di beni, e le leggi, le scritture, i ricordi tutti che si potranno avere sui dazi e le gravezze, su tutte le imposte insomma. Rispetto a questi monumenti le epoche per la divisione in parti possono trovarsi nelle leggi di istituzione delle due maggiori imposte dirette, la decima ed il campatico. La parte prima comprenderà i ricordi ed i documenti della originaria formazione del patrimonio pubblico, i patti, le promissioni, gli statuti e le leggi sino al 25 giugno 1463, data della istituzione della decima. Una seconda parte comprenderà i monumenti relativi alla istituzione delle decime del laico e di quelle del clero, alle varie redecime fatte nel corso del tempo, alle tanse, alle riforme continue degli antichi dazi, all’istituzione dei dazi nuovi e dei varii monopoli, ecc. La terza serie, che si inizierà colla istituzione del campatico nel 1665, comprenderà le leggi e le scritture sul campatico medesimo, sulle riforme delle decime e dei dazi numerosissimi e delle loro tariffe, sulla istituzione del taglione, sui sussidi delle città e luoghi sudditi, sui partiti da quell’anno infino al cadere della repubblica.

 

 

Ad ogni serie dovrà precedere una prefazione, ad ogni parte una introduzione storica; e ricchi glossari ed indici dovranno facilitare le ricerche.

 

 

Questo il piano dei lavori che con mano maestra il Prof. Besta tracciava cinque anni fa dei lavori della Commissione. Difficoltà di varia indole, bene valutabili da chi abbia pratica dei lavori d’archivio, impedirono che dei lavori diuturni della Veneta Commissione venissero prima d’oggi alla luce i frutti; ma il ritardo è ampiamente compensato dai due primi volumi, ora pubblicati, di questa raccolta veramente insigne. Vi appongono un’avvertenza il Presidente effettivo della Commissione Senatore Felele Lampertico ed una lunga introduzione il Prof. Fabio Besta.[3] Nell’avvertenza – sinteticamente classica – il Sen. Lampertico pone in luce gli insegnamenti che dai due volumi si possono ricavare rispetto alla amorosa sollecitudine dello Stato Veneziano per ripartire equamente le imposte e per ridurre, con fortunate ed abili conversioni del debito pubblico, le spese incombenti sull’erario. Nella introduzione il Besta delinea la storia dei tentativi che nella Repubblica Veneta furono fatti sin dal secolo XVI per dare ordine alla arruffatissima materia dei bilanci generali finché Gerolamo Costantini, ragioniere presso i Deputati ad aggiunti alla provision del denaro, nel 1736 condusse a termine la pubblicazione da tanto tempo desiderata e deliberata dal Senato Veneto dei bilanci delle rendite e delle spese effettivamente compiute. Egli nel 1737 in un primo libro, avente per titolo Bilanci generali delle pubbliche casse, accese dei conti a tutte le casse dei magistrati della Dominante e delle Camere e dei reggimenti della Terraferma, della Dalmazia, del Golfo e del Levante e vi trascrisse i ristretti dei loro conti relativi al 1736 epilogando in gruppi le singole intrate ed uscite. Per dare un’idea della complicazione della materia che il Costantini doveva ordinare basti dire che nel 1755 vi erano ben 213 Casse diverse nei domini della Serenissima, di cui ognuna teneva conti separati da quelli delle altre Casse ed avea con esse continui rapporti di versamenti e di incassi. Poi in un secondo libro avente per titolo Distinzione delle rendite e spese il Costantini riprodusse e classificò in numerosi conti o rubriche gli incassi e i pagamenti effettivi, non più badando alle casse in cui avvennero, sibbene alle varie fonti di rendita o cagione di spesa, insomma alla varia indole delle entrate e delle uscite. E vi pose separatamente ma omogeneamente le rendite e le spese della Dominante, quelle della Terraferma, quelle della Dalmazia, quelle del Golfo e quelle del Levante. Tra le entrate figurano le somme esistenti nelle singole casse, o, come dicevasi, i sopravanzi al principio dell’anno, e tra le uscite, i sopravanzi accertati alla fine dell’anno medesimo. Per il 1737 si provvide a compilare i due bilanci delle pubbliche casse e delle rendite e spese su appositi moduli a stampa i quali poi durarono, salvo poche modificazioni, per molti anni successivi.

 

 

A questi due registri aggiunse, pure su moduli a stampa, un Bilancio generale nel quale si epilogarono per classi e separatamente in opportuni ristretti le rendite e spese della Dominante prima, quindi quelle della Terraferma, della Dalmazia, del Levante e del Golfo, e per ultimo in un ristretto generale le rendite e spese di tutto lo Stato. Rendite e spese, si noti, non previste ma effettivamente compiutesi; diguisaché, salvo pochi scarti che qui sarebbe troppo lungo ed irrilevante ricordare, i bilanci veneti sono dei veri e propri rendiconti consuntivi e rispecchiano i fatti finanziari quali realmente si sono svolti.

 

 

Sarebbe certo interessante esaminare nei suoi particolari il sistema ideato dal Costantini per riassumere le entrate e le spese della Serenissima, sistema che il Besta nitidamente espone e grandemente loda, chiarendo inoltre le modificazioni che dopo il 1790 si apportarono nella pubblicazione dei bilanci. Ma, sia perché si tratta di notizie già egregiamente svolte dal Besta nella citata sua introduzione sia perché altro è l’argomento della presente scrittura, ci limiteremo a ricordare che nel volume III sono riprodotti integralmente i bilanci generali degli anni 1736, 1737, 1740, 1745, 1750 e 1755; e di quelli e di tutti i bilanci intermedi sono dati i ristretti e le partite che riguardano i provvedimenti straordinari, oltre alla particolareggiata distinzione dei dazi della terraferma, che nei bilanci generali erano indicati in una somma sola, in monte, per ogni singola cassa. Nel volume II sono raccolte invece, quasi a spiegazione delle cifre nudamente esposte nei bilanci generali, le scritture e relazioni dei magistrati ed i decreti del Senato che riguardano la intiera economia dello Stato ed i principali documenti che si riferiscono a rami notabili di essi. Nel volume sono perciò riprodotte tutte le scritture e relazioni generali dei deputati ed aggiunti alla provisione del denaro sui bilanci di fatto (dal 1736 al 1755), e i decreti corrispondenti del Senato[4] le scritture e i decreti sui bilanci d’avviso dei cassierati, che concernono le entrate e le spese variabili e straordinarie di maggior momento, e inoltre i documenti di ogni indole riguardanti provvedimenti straordinari e riforme complesse (ad es. aumento di imposte, alienazioni di parte del pubblico demanio e delle rendite dello Stato; accensione di debiti, conversioni ad un tasso minore degli interessi del Debito Pubblico, ecc.) per ridurre, come si diceva «l’economia pubblica in bilancio».[5]Su questo materiale greggio – bilanci di fatto, relazioni e decreti finanziarii – chi scrive vorrebbe fare un tentativo: esporre come in un quadro, le condizioni dell’Economia dello Stato veneto negli anni che volsero dal 1736 al 1755 e durante i quali furono alla Serenissima cagione di preoccupazioni politiche gravi e di angustie finanziarie inquietanti prima la neutralità armata in occasione della guerra per la successione al ducato di Parma e poi l’altra neutralità armata per la guerra di successione di Casa d’Austria.

 

 

Tentativo, si disse e non a caso; poiché un quadro compiuto dell’economia finanziaria della Repubblica Veneta non sarà possibile disegnare prima che siano pubblicati i documenti delle altre tre serie nelle quali si divide la grandiosa raccolta veneziana. I dati che ora possediamo ci permettono non tanto di fare uno studio di storia finanziaria quanto di mettere insieme degli indici preziosi per un giudizio sulla Economia pubblica e privata di Venezia nel secolo XVIII. Adesso la semiologia economica può disporre di molti dati per assorgere alla misura delle variazioni dello stato economico di un paese: dal rendimento delle imposte alle cifre del commercio internazionale, dal corso del cambio ai prezzi del consolidato, dai salari ai prezzi del pane, ecc. ecc. Per le epoche passate questa ricchezza grande – se bene talvolta pericolosa – di dati non esiste; e ben di rado è possibile imbattersi in raccolte frammentarie sufficientemente sicure di statistiche atte al illuminarci su quelle epoche. Una di queste fortune e rare occasioni ci è data dalla pubblicazione veneziana nella quale cono contenute cifre veritiere, tratte dai bilanci consuntivi di uno Stato ove esisteva una mirabile organizzazione della pubblica contabilità. Perciò basti per ora tracciare un quadro sommario sulla Economia di quei tempi. Forse fra anni parecchi – quando saranno usciti alla luce molti più volumi della Raccolta – sarà possibile compiere il quadro, entrando nel vivo dei congegni amministrativi e finanziari, di cui i bilanci ci presentano le ultime risultanze numeriche. Per ora – e sarebbe ad augurarsi che lo stesso potesse farsi per gli altri Stati italiani – ci basti gittare uno sguardo fugace sul modo in cui viveva lo Stato Veneto in un periodo che l’opinione corrente suole mettere a fascio insieme con quelli di più profonda decadenza della secolare Repubblica.

 

 

II

 

Non erano state certamente floride le condizioni delle venete finanze durante l’ultimo terzo del secolo XVII e nel primo terzo del XVIII, ossia nel periodo immediatamente anteriore a quello di cui noi ci occupiamo. Acerbamente se ne lagnavano i deputati ed aggiunti alla provvigione del denaro, sovra i cui omeri venivano a scaricarsi le richieste pressanti degli altri Magistrati a cui era affidata la difesa del territorio o l’amministrazione della cosa pubblica. «Sarà sempre argomento di meraviglia, – si legge in una loro scrittura del 28 marzo 1739 – che nel giro di questi ultimi novantadue anni, quanti sono dal 1646 sino al presente, abbia la Repubblica negli ultimi 54 del secolo decorso sostenute per sopra 40 anni due guerre ottomane, et che nel corso dei trentaotto anni del secolo presente ella abbia dovuto patire una terza guerra contro quella formidabile potenza ed inoltre due gelose armate e difficili neutralità d’Italia, la quale per l’insorte guerre è ancora tanto conturbata ed afflitta».[6]

 

 

Maraviglioso ancora più è il fatto che la Repubblica abbia potuto trovare i mezzi pecuniari per far fronte a così grave emergenze. Uscita appena dalla guerra di Candia essa si trova nel 1670 (come segna un bilancio del savio cassier di quell’anno, Marco Molin), di fronte ad un disavanzo totale di 768 mila ducati[7] all’anno, a cui aggiungendo uno sbilancio anno della mal regolata zecca, di 450 mila ducati, giungesi ad uno disavanzo totale di 1.218.000 ducati «così esorbitante, che appena si potevano cimentare per pareggiarlo le speranze nonchè le prove» (II, 54). Vi si rimediò con qualche accrescimento di rendita, ma sovratutto con «la riduttione de’ censi», ossia con la riduzione degli interessi del Debito Pubblico, riduzione probabilmente forzosa, sebbene i documenti pubblicati non siano chiari in proposito. Con questi espedienti, necessari sebbene dolorosi, il bilancio del 1679 presentato da ser Zuanne Lando, savio cassier di quell’anno, presentava un avanzo di 250 mila ducati. Ma la guerra di Morea, durata dal 1684 al 1699, la neutralità d’Italia per la guerra di successione di Spagna, cominciata nel 1700, rinnovarono lo sconcerto nelle finanze venete, sicchè ad es. dal 1700 al 1714 si dovettero fare nuovi debiti per 5 milioni di ducati; contrarre imprestanze garantite sulle decime e sui taglioni, imporre nuovi gravami per 200 mila ducati all’anno, ricorrere alle offerte volontarie, alle aggregazioni alla nobiltà, agli indulti, alla liberazione di banditi, al lotto, all’imposizione di tre soldi per lira di estimo, di un quarto soldo sul consumo dell’olio ed accrescere il prezzo dei sali e del porto delle lettere. Malgrado ciò il bilancio del 1711 presentava un disavanzo di 900 mila ducati; e non vedendosi mezzo alcuno di porvi riparo, fu giuocoforza ricorrere di nuovo all’estremo rimedio della riduzione dei censi che già nel 1699 si erano per la seconda volta ridotti dal 5 al 4 per cento. Nel 1714 gli interessi son ridotti ancora dal 4 al 2 per cento; fallimento questo che dovette sembrare dolorosissimo ai reggitori di allora, se a tanti anni di distanza, nel 1739, strappa ai deputati ed aggiunti alla provision del denaro la frase seguente: «Da questo caso ne rissulta un utile ammaestramento di riconossere quanto sia pregiudiciale il non rissanare le piaghe terminate le occasioni de dispendi, et che non vi è sorte più infelice in un principato di quella di non poter sussistere in tempo di pace senza far nuovi debiti; perché dillatandosi sempre più il male, la difficoltà del rimedio inlanguidisce le applicazioni e per risanarlo conviene poi ricorrere a quegli espedienti che feriscono ugualmente il cuore del Principe che l’interesse dei privati (II, 55)».

 

 

Ma non bastarono nemmeno le riduzioni forzose degli interessi a ridare stabile assetto alle finanze; poiché una terza guerra ottomana (1713-1718) e la seconda neutralità d’Italia per la guerra di successione al ducato di Parma (1733-1735) furono causa che si istituissero due nuovi Depositi (Casse di Debito Pubblico) detti di «macina ed oglio», si desse mano alle anticipazioni e prestanze sui proventi dei dazi e si facessero nuove aggiunte agli antichi debiti già esistenti, sicchè dal 1714 al 1729 il Debito Pubblico si accrebbe di circa 2 milioni di ducati e dal 1730 al 1739 di 5.642.650 ducati, aumentando così una somma che già doveva essere prima enorme e che può calcolarsi non fosse inferiore nel 1740 a circa 71 milioni di ducati.[8]

 

 

Somma codesta che forse potrà parere modesta in rapporto alle odierne costumanze ma che assorbiva invece la forza più viva delle rendite della Repubblica in quel tempo, tantochè è da meravigliare che la Repubblica abbia potuto dal 1714 in poi far a meno di ricorrere all’espediente della bancarotta larvata colla riduzione degli interessi del Debito Pubblico.

 

 

III

 

Quanto fosse difficile mantenere intatta la fede promessa ai creditori dello Stato, si vede dall’esame dei bilanci che Girolamo Costantini apparecchiò e che ora vedono la luce nei due nitidi volumi già ricordati. Qui non è possibile riportare, nemmeno per sunto, le entrate e le spese in tutti gli anni dal 1736 al 1755; e perciò è necessità limitarsi agli anni che furono scelti dalla Commissione veneta per la pubblicazione dei bilanci completi: 1736, 1737, 1740, 1745, 1750, 1755, di cui i due primi portano ancora le traccie della neutralità per la successione di Parma, il terzo (1740) si trova all’inizio, il quarto (1745) in mezzo, il quinto (1750) dopo la fine delle neutralità per la successione d’Austria; e l’ultimo tradisce già i notevoli miglioramenti che la pace aveva permesso di ottenere nella pubblica economia.

 

 

Fra le spese a Venezia due categorie sovratutto meritano di essere ricordate: quella per la difesa della Repubblica e quella per gli interessi (che nel linguaggio del tempo dicevansi prò) e l’ammortamento del Debito Pubblico. Sono le due cagioni massime – e tutte e due derivanti dalle medesime circostanze di guerra e di neutralità armata – di angustia per le finanze venete. Dell’ammontare di queste spese ecco un quadro riassuntivo (in ducati effettivi di otto lire venete);

 

 

 

Spese relative all’ordine militare

 

 

 

1736

 

 

1737

 

 

1740

 

 

1745

 

 

1750

 

 

1755

Venezia

814.529.10

1.008.511.23

694.249.8

693.159.3

697.220.19

789.466.18

Terraferma

1.114.181.4

589.051.10

441.959.1

1.252.637.4

435.983.8

368.675.18

Levante, intiera spesa, detratti li salariati N.N.U.U. e salariati particolari

267.975.3

227.487.15

277.084.2

209.915.19

255.240.28

318.664

Dalmazia, come sopra

142.542.4

195.749.17

148.155.12

126.981.13

132.807.5

175.528

Golfo, intiera spesa, detratti li salariati

50.871.1

40.164.18

31.336.3

27.717.8

33.326.3

28.527.18

Totale della spesa relativa all’ordine militare

2.390.098.22

2.060.965.11

1.592.784.2

2.310.410.23

1.554.578.7

1.680.862.6

 

 

Spese di Debito

Pubblico

 

Venezia, per interessi

1.781.598

1.772.709.17

1.774.675.4

1.920.335.14

1.856.957

1.867.834

Terraferma

59.657.15

86.861.9

92.595.1

60.017.13

60.615.13

67.999.2

Ammortamento del Debito Pubblico (affrancazione de capitali, maccina et oglio)

383.809.12

310.979.23

439.157.8

494.038.21

577.333.18

419.284.23

Totale della spesa pel Debito pubblico

2.225.065.3

2.170.511.1

2.306.427.13

2.474.392

2.494.906.7

2.355.118.1

 

 

Sono da notare in queste cifre la elevatezza delle somme destinate alla difesa nazionale ed al Debito Pubblico, la variabilità delle spese militari e la energia dell’ammortamento del Debito Pubblico. Dato che il ducato effettivo corrispondeva – a peso, astrazion fatta dalle quistioni di variazioni di valore della moneta – a circa lire 4.375 di moneta italiana, è facile vedere che non erano indifferenti le somme che la Repubblica consacrava a mantenere integro il territorio contro le cupidigie straniere ed a conservare alto il credito dello Stato. Anche è interessante vedere come, appena finita la guerra, i reggitori veneti provvedessero a sminuire le spese dell’esercito, sia riducendo il numero dei soldati sia facendone passare una parte dalla Terraferma nella Dalmazia e nel Levante dove le spese per il mantenimento dell’esercito erano minori che non in Terraferma. Anzi è opportuno a questo riguardo riprodurre una parte di un quadro che i Deputati ed aggiunti alla provision del denaro avevano compilato nel 1752, forse a persuadere il Senato, cogli esempi trascorsi, della opportunità di praticare economie nell’esercito in tempo di pace (II, 572). Sono le spese militari dalla fine della seconda alla fine della terza neutralità d’Italia.

 

 

1737 Fine della seconda neutralità d’Italia ……………………… 2.060.965
1738 Studio di economia ……………………………………………… 1.886.322
1739 Riforma eseguita e truppe oltre mare …………………….. 1.670.333
1740 Morte dell’imperatore Carlo V addì 12 ottobre …………. 1.592.784
1741 Terza neutralità …………………………………………………… 1.818.147
1742 Leva di 4.000 cernide ………………………………………….. 2.845.481
1743 Licenziate le dette cernide ……………………………………. 2.413.244
1744 Continua la neutralità con 20.000 teste ………………….. 2.108.412
1745 Simile come sopra ………………………………………………. 2.310.410
1746 »           »         »………………………………………….. 2.305.665
1747 »           »         »………………………………………….. 2.227.114
1748 Segue la pace ……………………………………………………. 1.973.615
1749 Riforma in 16.000 teste e truppe al di là del mare …… 1.680.056
1750 Segue la pace…………………………………………………….. 1.554.578
1751 Simile come sopra……………………………………………….. 1.611.517

 

 

Sulle somme destinate all’ammortamento del Debito Pubblico ritorneremo in seguito, quando se ne parlerà di proposito; per ora basti notare che esso era in notevolissima parte fittizio, dovendosi ogni anno ricorrere a nuovi debiti per ammortizzare il vecchio debito che pure, conformemente ai patti, volevasi estinguere. Ma questa medesima necessità di contrarre nuovi debiti poneva in difficoltà la Repubblica perché in tempi torbidi meno facile riusciva ottenere credito a buone condizioni.

 

 

Oltre a quelle per l’ordine militare e per il servizio del D.P. molte sono le spese che i rendiconti specificavano; ma per brevità qui è possibile ricordarne solo alcune, come è fatto nel quadro seguente:

 

 

 

1736

 

1737

1740

1745

1750

1755

Spese per i  provvisionati in tutta la Repubblica

101.613.13

95.724.21

107.186.7

98.972.23

116.353.5

120.860.18

Spese per i salariati

215.934.23

218.370.9

204.995.4

207.157.2

244.995.6

239.221.5

Spese per i graziati

5.842.19

4.530.4

6.141.10

4.935.20

4.772.8

3.820.1

Venezia: Urgenze d’Acque

74.833.9

69.229.19

103.352.1

71.167.2

50.550.4

62.108.16

Spese per il Bailo a Costantinopoli:

 

Lettere di cambio

32.871.18

25.168.18

50.767.11

30.613.18

31.508.23

45.541.12

Id. Salario suo e suoi ministri

4.256.20

4.078.7

3.746

4.035.19

Id. Drappo d’oro, seta e panni spediti al medesimo

2.741.21

13.999.13

9.393

16.381.6

2.887.3

Spese per gli ambasciat. e residenti all’estero: Spazzi

32.711.12

32.627.4

39.669.16

39.328.18 28.018.16 6.843.21
Id. spese ordinarie

67.880.2

74.578.21

64.924.2

56.263.18 94.449.4 64.529.5
Id. spese straordinarie

13.667.17

14.388.8

6.022.15

36.671.23 2.394.20 13.014.16
Spese per il Serenissimo Principe, Consigli e Collegi

59.422.17

58.398.3

58.664.23

58.533.11 61.880.2 60.685.13
Eccelso Consiglio dei dieci

45.362.10

46.354.21

52.281.2

42.789.7 45.559.5 56.276.7
Elemosine

13.533.6

12.852

15.565.11

17.898.23 16.893.3 13.412.10
Doni Pubblici

8.074.15

5.723.6

11.512.7

9.988.5 8.226.22 8.103.5
Ospitale della pietà

7.560.17

7.767.1

7.110.23

6.986.20 8.682.7 6.442.2
Accademia dei Nobili

3.807.17

5.491.23

4.409.6

5.256.10 5.757.18 5.593.9
Fabbriche

17.502.5

23.299.1

24.864.15

33.589.11 26.371.4 57.263.12
Carte, stampe, libri e cere

11.378.17

10.626.4

21.834.10

19.256.22 20.264.9 21.953.18
Porti di lettere ed annessi

3.254.17

4.648.18

5.667.16

9.637.15 5.249.7 6.044.18
Controllo (revisione ed appontadure)

7.156

8.047.4

6.453.1

11.096.11 9.959.9 12.168
Guardie di piazza

1.577.10

946.11

903.16

900.14 945.22 900.16
Spese di Ufficio

2.782.5

3.535.6

4.097.18

4.319.12 4.175.7 5.464.16
Spese straordinarie

8.171.9

13.661.7

46.442.1

14.510.14 26.575.22 106.256.9
Spese diverse

41.220.9

40.960.6

46.598.23

51.692.3 51.676.17 47.987.14
Deconti prestanze ed anticipazioni

98.583.16

70.549.19

64.628.10

98.411.15 85.556.2 84.193.17
Terraferma: Fabbriche

10.993.20

16.715.23

20.588

9.404.8 18.444.4 17.528.8
Elemosine

1.995.5

1.961

2.272.2

1.994.20 2.152.10 3.046.11
All’eccelso Consiglio dei Dieci

9.021.11

7.619.8

7.750.8

7.307.18 7.547.19 6.201.17
Carta e libri

1.736.3

1.798

1.365.8

1.554.22 1.022.18 1.022.4
Stampe

1.227.19

1.911.11

2.501.17

2.626.6 4.142.8 4.293.6
Deconti d’anticipazioni e prestanze

145.822.6

189.677.4

180.209

159.428.11 110.270.8 62.945.22
Mantenimento studio di Padova

26.958.6

23.167.23

26.124.13

25.667.15 21.896.1 30.544.12
Spese diverse

9.466.22

19.018.20

25.446.17

17.974.6 18.299.6 22.040.12
Id. straordinarie

10.695.11

11.050.3

22.109.12

12.934.7 20.879.18 19.943.20
Id. dei condannati alla galera

13.865.15

11.861.18

16.510.8

10.870.17 14.977.22 9.644.18
Id. di capitani di campagna coi suoi uomini

2.948.2

11.950.4

11.700

11.139.6 10.328.10 10.672.4
Id. di cavalcate 2.833.9 4.246.11 3.674.22 5.197.12 6.312.17 6.896.13
Dalmazia: Elemosine 55.14 230.20 165.17 165.8 141.15 142.20
Benemeriti e provvisionati 4.889.18 2.773 1.825.18 2.632.7 2.459 2.287.18
Spese straordinarie 5.119.12 9.277.20 6.616.14 13.491.13 9.654.17 17.408.11
Fabbriche 677.6 734.1 2.754.18 3.775.11 11.903.1
Levante: Elemosine 440.13 427.8 270.20 307.3 289.14 273.12
Benemeriti 727.4 3.055.17 989.22 2.860.3 2.776.12 2.781.3
Felucca pubblica 731.4 731.4 731.4 731.18 731.4 985.6
Straordinarie 6.047.10 8.317.3 10.825.16 11.965.20 12.271.6 14.986.6
Fabbriche 4.910 14.701.7
Golfo: Straordinarie 1.190.23 1.237.15 298.23 385.8 570.12 170.14
Diverse 24.23 333.14 158.14

 

 

Queste le spese principali, od almeno più interessanti della Repubblica nel periodo studiato. Non sarà inutile però fornire qualche particolareggiata notizia intorno ad alcune di esse.

 

 

Fra gli stipendiati notiamo il Monsignor Eletto d’Aquileja con 1.200 ducati all’anno, il console di Livorno con 480 dal 1736 al 1740 e 768 nel 1745, il Marchese Ferdinando Carlo Gonzaga con 100 e poi 300 e poi 200 e poi 700 ducati nel 1745; il Feld maresciallo (Veltz Marescial) di Scolemburg il quale dal 1736 al 1740 ricevette 25 mila ducati e nel 1745 solo più 18.750 ducati, il Tenente Generale Guglielmo di Greem a cui nel 1755 si pagavano 4.125 ducati, con notevole risparmio sullo stipendio prima pagato allo Scolemburg. Oltrecchè coi generali forestieri, la Repubblica era larga verso gli ambasciatori e residenti all’estero. L’ambasciatore a Roma riceveva per salari da 11.329.7 (1740) a 15.248.18 (1745) ducati all’anno oltre al rimborso delle spese straordinarie in ducati 1471.17 nel 1737 e D. 727.17 nel 1745 ed allo spazzo[9] di D. 5310.12 nel 1740 D., 3517.13 nel 1750, e D. 105 nel 1755. Quello di Vienna aveva da D. 10.383.14 (1750) a D. 13.850.21 (1740) di salario; e gli si rimborsarono inoltre D. 6955.16 nel 1737, D. 4437 nel 1740, D. 14.541.21 nel 1745 di spese straordinarie, oltre a più di 15 mila ducati di spazzo nel 1736, 1737 e 1740, 5610.16 nel 1750 e 2899.4 nel 1755. L’ambasciatore in Inghilterra si trova ricordato solo nel 1745 e in quell’anno ricevette un salario di 15.114 ducati. Nel 1755, anno in cui l’organico, per chiamarlo così, delle Ambasciate si trova all’incirca al completo si hanno le seguenti cifre per salari: all’ambasciatore a Roma D. 11.749.9; a Vienna 11.731.11, in Francia 9.238.15, in Spagna 10.764.22; ai segretari a Roma 1008, a Vienna 575.6, in Francia 575.6, in Spagna 575.6, al Residente in Inghilterra 5.473.12, a Napoli 3735.12, a Milano 4.302.14, a Torino 4299.12.

 

 

Larga nelle relazioni estere, la Serenissima era invece severa coi suoi funzionari dell’interno, a cominciare dagli assegni al Doge ed ai membri delle Quarantie e dei Collegi, che fra tutti ricevevano, come si vide più su, appena un 60 mila ducati all’anno, ad andare sino ai Magistrati le cui paghe non erano certamente laute. Nei due anni estremi 1736 e 1755 ecco che cosa ricevevano, in salari e utilità[10] alcuni fra i Nobiluomini giudici dei diversi Magistrati, Consigli e Collegi della Repubblica:

 

 

 

1736

1755

 

SALARI

UTILITÀ

SALARI

UTILITÀ

Officio Avogaria di Comun.: Ai pubblici rappresentati che sostennero i reggimenti più del tempo prescrittogli

3.098.13

6.482

Alli Tre NN. UU. Avogadori

336

366

Officio Biave: Salariati NN.UU.

760.20

90.9

725.13

Officio de Cattaver: NN.UU. Giudici

154.12

6.10

Officio Dacio vin: Alli NN.UU. Giudici per salario

421.7

724

Alli detti per supplimento

302.12

1.408.22

Alli patroni dell’Arsenale per salario

180

180

Officio Giustitia nova: Alli quattro NN.UU. Giudici per salario di ducati uno e mezzo per sentata li giorni feriali

1.036.13

108

1.044.16

133.15

Officio provveditori di Comun.: Alli due NN.UU. Giudici

88.17

57.16

22.8

Ufficio Camerlenghi di Comun.: Alli NN.UU. della Dominante

5.796.12

?

6.519.2

?

Ufficio Camerlenghi di Comun.: Alli NN.UU. dè Reggimenti

4.217.3

4.191.21

Officio Ternaria nova: Alli quattro NN. UU. Giudici

926.6

290.17

1.584

322.6

Officio fontico dei Tedeschi: Alli tre NN. UU. Giudici

216

349.12

840

557.7

Officio Messettaria: Alli quattro NN.UU. Giudici

645

51.20

537.12

50.12

Officio provveditoriori et argenti: Alli quattro NN.UU. Masseri, due all’oro e due all’argento

554

?

629

?

Officio Beccarie: Alli quattro NN.UU. Giudice

775

630.22

710.10

632.10

 

 

Dove la Serenissima poteva dare segnalato esempio di Governo economico si è nelle spese di controllo, di carta, stampa e altre spese d’ufficio. È vero che talvolta lamentavansi degli «intacchi», come allora chiamavansi le malversazioni del denaro pubblico, ma non dovevano essere gran cosa né dovevano avvicinarsi per niente alle cifre moderne. Mentre ben diversi dai colossali organismi di controllo dello Stato moderno erano i semplicissimi strumenti che la Repubblica adoperava per «le appuntadure e revisioni». Pur prendendo l’anno della maggiore spesa, che fu nel 1755 con ducati 12.168, vediamo che D. 2.894.2 bastavano per l’ufficio dei Revisori e regolatori alla scrittura che pur aveva vaste attribuzioni di riscontro. Si spendevano poi 1560 D. per l’ufficio della Ternaria vecchia, 1562.17 per l’ufficio del nuovo Stallaggio, sovra cui si erano caricati i pagamenti di diverse partite del Debito Pubblico, 780 l’uno per gli Uffici del Dazio del vino, dell’uscita e delle beccarie. L’Ufficio dei Dieci savi spendeva appena D. 18.2; e per parecchi uffici, per cui nel 1736 figuravano ancora le spese di controllo, queste erano state abolite, accentrando la revisione in altri uffici più importanti. Pur essendo molto cresciute – per la consuetudine di stampare molti atti pubblici e di redigere parecchi registri su noduli stampati -, le spese di stampa rimanevano ancora modeste, come anche le spese della corrispondenza ufficiale che oggi sono divenute esorbitanti. Nel 1740, in cui la specificazione delle spese è maggiore, si spendevano D. 985 per la corsa di Milano, D. 1312.20 al Console di Genova per lettere, 180.18 al Bollador Ducal per espressi, 534.22 per trasporto di pubblici dispacci, 602.6 al Conte Niccolò Bolizza per spese di dispacci da Costantinopoli, 1315.1 al Corrier Maggiore per espressi e 736.21 al Conte di Cattaro per espressi. Talvolta le spese crescevano un pò, come nel 1745 quando si rimborsarono al Conte Niccolò Bolizza D. 3797.11 per spese di dispacci da Costantinopoli. Ma, tenendo sovratutto conto del costo molto maggiore della spedizione dei corrieri, e delle spese già riportate dei corrieri speciali degli ambasciatori, le cifre di spesa non potrebbero essere tenute entro limiti più ristretti.

 

 

Le spese d’ufficio appaiono piccole se si bada alla cifra generale (ad es. nel 1755 Ducati 5.464.16 in tutto); ma ancor più piccole se si elencano separatamente per ogni ufficio. In quell’anno 1755 l’Ufficio Avogaria di Comun spendeva D. 717.14, l’Ufficio dell’Armar 69.22, quello del Dazio Vin 138.18, l’Ufficio Biave 375.18, l’Ufficio Formento a S. Marco 129.21, quello del Formento a Rialto 129.1 l’Ufficio dei Dieci savii 14.22, l’Ufficio Beccaria 134.17, quello dei Cinque savii alla mercanzia 145.7, i Camerlenghi di Commun spendevano appena 8 lire nell’anno, l’Ufficio Rason Vecchie 40.15, i Sette savii 67.3, il Fontico dei Tedeschi 14.8, l’Ufficio dell’Uscita 108.21, la Ternaria vecchia 3.16, l’Ufficio sopra Camere 193.22, i Tre savii sopra gli officii 263.3, l’Ufficio della Sanità 852.22, l’Ufficio Rason nove 114.23, i Provveditori di comun 320.15, l’Ufficio Tana 8.17, i Governatori delle entrade 32.21, la Cassa piccola del Sal 765.21, l’Ufficio Fortezze 127, l’Ufficio Cazude 10.22, l’Ufficio Acque 562.1, l’Ufficio dei Beni inculti 40, e l’Ufficio Artiglierie 73.7. È già vedemmo che per la Pubblica Sicurezza di Venezia si spendevano poco più di 900 Ducati all’anno per il Capitano ed i guardiani di notte nella piazza di S. Marco.

 

 

Quanto alle spese della Terraferma, basti ricordare le spese per lo studio di Padova, pei sei anni prescelti:

 

 

 

1736

 

1737

1740

1745

1750

1755

Spese di lettori

24.031.3

19.843.3

21.883.7

21.939.20

17.427.16

20.790.1

Id di salariati

745.1

682.20

1.724.22

2.057.21

1.143.15

2.028.4

Id. di livelli

104.1

87.11

105

217

161

104.23

Id. per li 12 scolari greci

600

690

720

662.10

680

Id. per li 2 scolari di Cattaro

139.19

116.15

139.22

139.20

116.16

140

Affitto dello stabile ove alloggiano li scolari greci

93.8

112

112

Provision dello studio

73.2

87.16

149.15

Al Collegio Cottunco

32.6

38.17

38.17

Spese straordinarie

1.799.16

1.537.13

1.135.15

Id. diverse

137.16

101.15

71.19

509.20

Id. di fabbriche

83.5

83.6

6.539.17

Filosofia esperimental, teatro anatomico, Accademia Delia, Orto de’ semplici

Utilità ragionato, Revisori e regolatori entrate pubbliche in zecca e quadernier Rocchi

26.958.6

23.167.21

52.10

26.124.13

25.667.15

21.896.1

30.544.12

 

 

La repubblica cercava di diffondere la cultura italiana nei suoi possedimenti della Dalmazia e del Levante; e, tenuto conto dei tempi, spendeva somme abbastanza forti per l’istruzione superiore.

 

 

Già furono ricordate le spese principali della Dalmazia; ora si aggiunga che il Provveditor general da mar, la massima autorità veneziana in quella regione, riceveva 1.156 ducati di salario nel 1736, 1737 e 1740, 1.254.13 nel 1745 e 5.025.5 nel 1755, probabilmente comprendendosi dei rimborsi di spese in quest’ultima cifra. In Dalmazia il governo veneto spendeva per i «bastardelli»[11] nel 1745 D. 1.286.13 a Zara e 77.13 a Spalato; e nel 1755 D. 746.1 a Zara e 76.4 a Spalato. Il Provveditor general del Levante riceveva da 4.103.22 (1737) a 6.355.16 (1745) ducati all’anno di assegno, e pure nel Levante si spendevano nel 1755 ducati 1.163.5 a Corfù e ducati 2.203.13 a Zante per i «bastardelli».

 

 

Riassumendo tutti i fatti fin qui arrecati sulle spese pubbliche della Serenissima, si ottiene la tabella suguente:[12]

 

 

 

1736

 

1737

1740

1745

1750

1755

Spese della Dominante

4.252.319.8

4.201.953.5

4.333.070.15

4.461.714.13

4.507.262

4.515.251.6

Id Terraferma

1.546.368.21

1.087.713.14

967.082.2

1.674.737.19

835.833.23

733.513.1

Id. Levante

299.779.13

258.043.23

365.439.14

234.251.10

279.119.9

348.065.12

Id. della Dalmazia

168.144.22

221.852.7

170.485.7

149.826.18

175.150.21

205.737

Id. del Golfo

51.181.4

40.474.21

31.675.10

27.958.20

33.756.23

28.740.18

Totale spese effettive

6.317.793.20

5.810.037.22

5.867.753

6.548.489.8

5.831.123.4

5.831.307.13

 

Sopravanzi a benefizio dell’anno successivo:

Dominante

1.054.849.5

1.128.327.5

1.711.439.11

1.914.390.16

2.231.848.16

2.891.609.12

Terraferma

73.151.12

86.389.19

50.568.19

203.697.19

103.033.9

51.195.12

Levante

9.577.16

29.552.12

14.828.1

43.582.16

63.092.6

32.879.7

Dalmazia

235.14

21.835.23

9.269.11

7.816.16

21.474.7

16.276.15

Golfo

1.21

11.768.4

154.7

695.11

Totale sopravanzi

1.137.813.23

1.266.105.11

1.786.107.15

2.181.255.23

2.419.602.22

2.992.656.9

 

Totale generale

7.455.607.19

7.076.143.9

7.653.860.15

8.729.745.7

8.250.726.1

8.823.963.22

Somme da aggiungersi o da togliersi per contabilità speciali

7.455.607.19

+ 33.085.10

7.109.229.4

7.653.860.15

8.729.745.7

8.250.726.1

8.823.936.22

 

 

IV

 

In qual modo la Repubblica riusciva ad incassare i sei milioni di ducati che all’incirca erano necessari per far fronte alle spese del]o Stato e di cui più dei due terzi erano destinati alle spese fondamentali dell’esercito e del servizio del Debito Pubblico?

 

 

Il grosso delle entrate era dato da quelle che oggi si dicono imposte indirette e che allora chiamavansi «partiti e dazi» e che abbracciavano i dazi di importazione, di esportazione, di transito, di consumo, i monopoli del sale e del tabacco, le imposte sulla macellazione e sullo spaccio, ecc. ecc. Distinguevansi i «partiti» dai «dazi» non per qualche differenza intrinseca, ma per il modo di esazione od ancora piuttosto per la importanza dei contratti che la Serenissima faceva con le persone incaricate dell’esazione. I «partiti» comprendevano specialmente gli appalti della riscossione di un grosso dazio o di molti dazi presi insieme; ed i partitanti erano dei forti capitalisti, specie di fermiers généraux di Francia, che potevano fare notevoli anticipazioni allo Stato o prestavano cauzioni importanti. I dazi, numerosissimi, potevano anche essere affittati col cosidetto «ordine delle serrate» e sulla loro esazione il governo esercitava ancora una certa sorveglianza, oppure erano condotti in economia o, come si diceva, «per Serenissima Signoria». Molti di questi partiti e dazi venivano affittati a Venezia; ma l’affitto si estendeva anche ai territori dipendenti, diguisachè la distinzione fatta fra le somme esatte nella Dominante e negli altri paesi non ci può dare un’idea delle proporzioni in cui effettivamente quelle somme gravavano sulle diverse parti della Repubblica. Ecco le cifre complessive, distinte per regioni, dei «partiti e dazi».

 

 

 

1736

 

1737

1740

1745

1750

1755

Dominante: Partiti ……

929.354.17

913.493.20

967.493.9

958.089.12

979.015.15

1.083.010.18

                   Dazi …….

1.272.091.15

2.201.446.8

1.186.108.19

2.099.602.15

1.261.893.19

2.229.387.4

1.212.191.6

2.170.280.18

1.319.077.2

2.298.092.17

1.301.879.18

2.384.890.12

Terraferma: Dazi…….

942.986.23

975.631.20

928.188

970.918.17

981.848.2

1.025.725.12

Dalmazia: Dazi……….

8.836.15

10.068.5

9.444.15

9.716.9

25.428.13

26.358.20

Appalti………

188.21

188.17

188.22

189

257.11

200.16

Levante: Dazi ………….

47.565.6

39.731.21

39.044.15

57.042.10

58.281.1

55.735.5

         Appalti……..

695

737.12

848.13

698.19

716.22

941.14

TOTALE

3.201.724.22

3.125.962.15

3.206.903.9

3.308.849.10

3.364.625.21

3.493.854.4

 

 

Le imposte di consumo rendevano dunque dal 50 al 60% del fabbisogno della Repubblica, assumendo così nel sistema tributario d’allora quella posizione prevalente che hanno conservato nei bilanci odierni; e riesce quindi opportuno un breve esame della natura di quelle imposte.

 

 

Il sale, derrata anche allora tassabile per eccellenza, rendeva forti somme.

 

 

 

1736

1755

Partito generale di qua dal Mincio………..

408.406.5

430.174.22

Gabella sali per partito di qua dal Mincio..

37.492.20

Partito dei cinque dazi di Lombardia……..

154.500

179.067.7

Partito di Milan……………………………..

5.820

Partito di Mantova………………………….

1.701.17

Partiti con le comunità privileggiate, compreso quello del sardeler d’Istria…….

5.649.22

5.859

Partito delle saline del Zante……………..

2.501.8

Partito delle gabelle della Dominante ed Albania……………………….…………….

17.717.8

Gabella dei sali Dalmazia………………..

34.288.23

32.306.8

Totale…..

630.585.11

684.900.9

 

 

Per gli altri dazi e partiti è bene citar solo quelli esatti nella Dominante, perché per quelli esatti nelle altre parti del Dominio veneto o si hanno solo le cifre in monte, o la classificazione è fin troppo minuta, come accade per la Terraferma. Eccone alcuni:

 

 

 

 

1736

1737

1740

 

1745

1750

1755

Partito del tabacco

144.843

144.843

147.227

177.527

180.100

223.100

Id. dell’osso di balena

755

1.785

1.571.12

1.610

1.557

Id. della pesca de coralli

275

Id. della vendita della polvere

10.074

10.074

14.420.13

8.851.22

11.938

12.557.4

Id. animali bovini della Dominante

2.053.11

1.781.15

610.19

607.14

432.23

6.084.15

Id. vitelli della Dominante

16.459.12

10.916.1

17.871.11

19.497.7

17.676.22

19.652.22

Id. castrati della Dominante

12.754.15

11.990.15

16.051

18.327.2

21.103.23

23.059.19

³ Id. animali porcini della Dominante

2.367

6.261.19

5.899.9

4.027.19

4.658.23

4.244.12

Id. delle anguille di Comacchio

3.033.8

3.033.8

2.550

2.550

3.000

3.200

Id. detto di Venezia o sia pesce al pallo

3.608.15

3.799.18

2.532

4.656

Dacio biave

56.243.19

69.227.8

75.605.20

186.500.4

188.236.1

187.766.2

Maccina pistori

75.357.21

63.861.19

73.721.10

Dacio di Chiozza

2.115

300

6.500

3.733.4

9.882.12

Id. uscita biave

2.339

1.875.7

1.939.6

931.11

2.060.6

1.143.7

Nuova imposta della maccina

33.177.15

31.178.1

34.817.13

169.19

Pistorie di Mestre

3.550

4.740

4.320

3.703.6

Dacietti del Dogado

3.291

2.030.17

4.004

3.280

3.060

4.520

Dacio del fieno della Terraferma

5.661.20

5.811.23

7.187

3.976.9

7.983

6.568.20

Id. delle carte da giuoco della città

4.036.2

6.482.10

4.641.7

4.979.5

4.516.6

2.914

Id. vino

313.331.8

319.046.23

4.645.15

305.237.5

7.356.3

293.978.5

6.685.12

298.830.23

330.302.15

Id. Vino di Chiozza
Id. delli soldi due per carra di legna

Id. del soldo uno per carra

6.143

5.088.15

7.459

6.685.12

3.129.1

4.200.20

8.438.20

Dacii dei frutti affittato all’arte de fruttaroli et ad essa assegnato per prestanze capital et soldi sette per lira

5.996.16

5.340.21

5.795.9

5.929.18

7.584.3

8.494.18

Id. detto per soldi tre per lira risservati

893.6

308.20

Id. delle carte da giuoco della Terraferma

1.327

1.269.20

2.200

2.545.20

3.659

2.851

Id. della grossa

32.751.14

39.007.7

25.469.3

23.592.17

35.538.19

36.332.8

Id. entrada et uscida oglio et bollettoni per la Germania

58.366

55.533.6

52.115.20

50.790.6

52.203.17

50.402.20

Id. soldi otto per lira entrada et uscida et bollettoni per Germania  risservati per conto pubblico

24.136.16

22.943.22

21.621.14

21.070.18

21.267

21.084.21

Id. del quinto capital e soldi otto come sopra

4.292.20

1.632.15

584.20

3.171.4

93.16

148.15

Id. del consumo capital et soldi otto per lira

276.350.10

248.860.13

289.005.19

293.570.12

334.153.4

301.863.9

Poste da oglio

5.226

5.435.4

2.536.1

2.450.6

956.23

Dacio sopra legname

15.782.7

9.528.20

14.192.16

12.442.13

10.698.17

13.343.16

Id. del nuovo stallaggio: – p. Levante
– p. Ponente

 

74.108.8

46.224.3

40.207.16

52.223.21

91.172.8

78.432.20

32.861.16

13.229.8

11.111.22

13.431.11

Id. nuova imposta caffè

307.18

Id. dell’uscida

40.996

36.710.19

36.731.17

37.034.16

36.778.7

34.195.15

Id. d’entrada da terra

11.759.11

9.898.11

21.596.15

20.376

25.033.17

15.179.7

Id. del transito

12.458.17

10.131.8

21.596.15

20.376

25.033.17

9.105.6 ³

Id. delle osterie

5.538.5

6.953.15

5.528.4

3.525.12

3.970.6

3.309.17

Id. del canevo

17.611.5

17.168.18

16.728.20

19.102.7

20.324

15.166.10

Id. dell’oglio di lino di Venezia, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Rovigo

2.133.21

4.741.4

7.398.7

9.078.12

9.637.12

10.259.2

Dacio della grassa

1.601.20

3.039.8

2.060.10

1.749.13

3.396.16

3.271.4

Id. del pesce salato

27.666.9

30.146.2

29.906.2

31.573

30.000

32.000

Id. Messettaria del 2%

4.635.12

2.102.7

3.528.8

5.060.11

6.483.18

4.845.22

Id.          »         del 3%

3.971.10

5.232.17

4.476.12

3.852.10

11.474.2

3.864.12

Id. delle lettere

10.138.12

10.138.12

10.138.12

11.100

11.100

11.115

Id. degli affitti dei bastioni

37.205.11

34.976.20

40.824.12

33.714.4

35.541.11

38.175

Id. delle sentenze

395.22

381.2

550.3

537.2

583.22

125

Id. d’instrumenti e testamenti

2.911.21

2.290

2.851.17

2.785.4

2.449.23

1.726.18

Id. entrada candelle

95.2

64.5

294.15 ³

315.11

1.476.20

1.022.18

Id. dei gramatici

1.061.20

892.15

625.21

729.15

506.15

587.1

Id. caffè e giazzo

3.796.3

3.294.9

3.380

3.580

4.381.18

3.680

 

 

Non tutti questi partiti e dazi colpiscono i consumi: quelli della Messettaria, delle sentenze, d’istrumenti e testamenti, dei gramatici sono simili alle attuali tasse di registro per atti civili e giudiziarii; quello delle lettere colpisce un pubblico servizio, e quello degli affitti dei bastioni è una entrata derivante dal demanio fiscale. Ma la varietà degli altri dazi dimostra come la Serenissima avesse cercato di colpire numerose merci all’entrata, all’uscita, nel transito, al momento del consumo, presso gli osti ecc.; e come pure tassando di preferenza oggetti necessarii e di consumo generale non rifuggisse dal colpire consumi voluttuosi o di lusso.

 

 

Quelli che sopra si sono elencati sono soltanto una parte dei dazi che si percepivano a Venezia. Altri ve ne sono come: il partito del pesce dolce di Padova, che nel 1755 rendeva D. 941, il dazio delle piere (D. 816.2 nel 1755), il dazio entrada ed uscida del Fontico dei Todeschi (16.541.10), il dazio dei carboni (1523.23), il dazio della ferrarezza (829.9), il dazio del soldo per stara e di piccoli sei sopra le farine del Fontico di S. Marco (134.5) e di Rialto (132.13), il dazio delle banderole, delle malvasie (1190), delle albergarie (389.12), il dazio dei panni (2326.23), il dazio del scudo sopra i panni (1287), il dazio dei panni di lana nostrana (1074.4), il dazio della foglia d’oro (2609.9), il dazio delle botteselle del sale (4.214), il dazio capelli (1713), il dazio dell’ancorazzo (497), il dazio pegola (49.9), del cinaprio (170), delle cendaline (74), dei lavezzi (32.23), dei fachini dei campi (806.12), del grosso per zattera (912), ecc.; i quali provano come le Repubblica gravasse la mano, non sempre con felice esito, sopra tutti indistintamente i consumi.

 

 

Non è possibile per i dazi che si percepivano nella Terraferma, nel Levante ed in Dalmazia diffonderci come per la Dominante. Per il Levante e la Dalmazia vi sono solo le cifre in monte; per la Terraferma le cifre sono divise per ognuna delle 17 casse di Verona, Vicenza, Capo d’Istria, Feltre, Pinguente, Salò, Brescia, Conegliano, Cividal di Friuli, Cividal di Belluno, Padova, Rovigo, Crema, Udine, Cologna, Treviso e Bergamo, sicchè la enumerazione dei dazi riscossi per ognuna di queste camere riuscirebbe, oltrecchè troppo lunga, una inutile ripetizione. Basterà indicare quali fossero i dazi riscossi per una di queste Camere e scelgo quella di Verona, che era la più importante fra le Camere della Terraferma, esigendo nel 1755 ben 195.097.5 ducati su un totale di ducati 1.025.725.12 esatti in Terraferma.[13] A Verona dunque nel 1755 il dazio seda, case e fornelli rendeva ducati 5.700, il dazio carni del territorio 1.080.7, il dazio porte 4.088.74, il dazio acconcia pelli 2949.14, il dazio peschere Fossa 299.14, il dazio peschere Mezana 425.22, il dazio del mercato delle biade 1.309.6, il dazio scorta lago 687.22, il dazio del ducatone del vino che si estrae per terre aliene 7.17, il dazio delli soldi tre per lira dell’oglio della Gardesana 755.10, il dazio dell’oglio delle olive veronesi 1.255.19, il dazio del ducato per botte di Verona 8.787.14, il dazio delle lane terriere e forestiere 778.9, il dazio ucchierie, sive uscita de calcetami 227.23, il dazio panni e saglie e follo di Montorio 242.21, il dazio carni di Peschiera 30.17, il dazio del vino dell’osterie della città e suburbi 2.579.17, il dazio del vino dell’osterie di Villa 230.21, il dazio del ducato per botte di Legnago 163.22, il dazio della malvasia 63.20, il dazio istrumenti e testamenti 3.275.15, il dazio vino a foro 194.3, il dazio del ducato per botte di Peschiera 77.4, il dazio stadella 27.213.18, il dazio degli animali porcini 1.405.15, il dazio del vino al minuto 1.558.18. Tutti questi dazi erano pagati alla cassa militare di Verona e rendevano insieme 65.360.3.

 

 

Venivano poi i dazi pagati alla Cassa obbligata: il dazio della maccina della città con ducati 16.467.19, il dazio del pestrin della città che rendeva 4.274.5, il dazio dell’uscida della seda 11.533.5, il dazio del pestrin del territorio 2.067.16, i dazietti di Cona con Alfaè 40.16, i Vicariatti 774.4, il dazio della maccina del territorio 22.544.19, il dazio di Frizolana (Frizzolone ?) 99, il dazio della maccina di Legnago 1.065, il dazio delle carni della città 13.548.9, il dazio sede, case e fornelli 16.000, il dazio delle carni del territorio 360.2, il dazio dogana 1.371.11, e li «aggionti de dacii» che rendevano 39.590.18. In tutto ducati 129.737.4 che aggiunti ai 65.360.3 formavano i ducati 195.097.7 che rendeva la Camera di Verona.

 

 

Dopo i dazi, le gravezze costituivano il cespite più importante delle entrate della Repubblica. Erano le gravezze all’incirca imposte come quelle che ora si dicono dirette. Importantissima era la decima del laico e del clero, antichissima fra tutte ed a cui accennano documenti anteriori al mille. Caduta in disuso e sostituita cogli imprestiti coattivi sin dal secolo XII, rinacque nel 1463 durante la guerra coi Turchi e si impose da prima sugli affitti delle case, dei molini e degli altri beni d’ogni fatta, poi nello stesso anno, anche sui prò delle camere d’imprestiti, sui noli delle navi, sui salari e le rendite tutte dei cittadini di Venezia e del Dogado. Le decime prendevano un numero d’ordine ed il numero era determinato dalle volte per cui si levavano. Generalmente si levavano una volta all’anno. Il numero d’ordine si rinnovava e ricominciava dalla redecima o lustrazione dei quaderni che servivano per la tassazione. Il campatico deliberato nel 1665 era un’imposta reale su ogni terra fruttifera appartenente ai sudditi di tutto lo Stato. La tansa era un nome generico che valeva ad indicare le imposte sulle arti, ossia sui guadagni e le rendite dei negozianti, dei professionisti e degli artieri. I taglioni sono le tanse normali ed avevano come la decima il loro numero d’ordine secondo gli anni in cui si levavano dopo la tassazione o revisione generale di essa. La tansa insensibile era una imposta di guerra, non grave. Le somme che essa fruttava dovevano costituire un deposito o fondo, intangibile in tempi normali, e da servire per le necessità di guerra. Il sussidio ordinario era l’antico donativo che i territori della terraferma pagavano ed a cui si era aggiunto il campatico. Le gravezze de mandato dominii (specificate in taglia ducal sive colta sive dadia, alloggi di cavalleria sive ordine di banca, Tasse di gente d’armi, Fabriche di Legnago, Limitazioni, Soldi per lira sopra la limitazion e censo, Gravezze dell’Istria), erano tasse relativamente piccole, antiche, forse d’origine feudale, ed in parte d’indole militare. La gravezza del 5% sopra le eredità esisteva dapprima prima solo nella Dominante e fu estesa nel 1750 ai paesi terraferma.

 

 

 

1736

1737

1740

 

1745

1750

1755

Dominante:            
Benintrada d’officij

68.8

123.6

127.11

235.2

83.2

86.3

Cinque per cento sopra eredità

16.759.23

22.437.15

53.104.6

52.084.18

35.040.2

30.157.5

Decima dal clero, suo importar per Venezia et diocesi ad essa obblig.

20.843.12

30.420.3

26.131.22

29.974.22

25.907.8

29.354

Decima del laico ordinaria

349.281.9

347.023.3

138.864.15

155.434.11

153.774.1

156.464.11

Id. scossi con mandati verdi

106.689.23

109.490.2 ³

115.166.9

112.374.18

Campatico

107.688.5

108.130.17

107.672.15

117.405.3

123.082.18

124.064.2

Taglioni

5.808.16

5.645.14

7.618

14.754

11.550.12

11.409.14

Tansa insensibile dell’arti, comunità e traghetti

24.161.10

32.803.17

21.041.10

33.464.2

40.556.1

37.087.19

Taglioni delle arti

11.944.9

12.555.16

13.341.12

26.673.11

25.147.20

21.664.11

Tansa del ghetto

5.257.6

Grosso per ducato per escavazion canali

1.424.4

73.3

2.186.12

1.758.13

2.556.2

1.474.2

Decime de’ ministri (impiegati pubblici) ed altri

33.516.20

25.087.3

23.152.10

23.710.19

28.330.13

23.584.18

Totale (comprese alcune piccole gravezze e partite diverse sopra non specif.)

604.386.5

648.975.17

515.149.1

577.682.19

582.555.12

568.871.7

 

Terraferma:

Campatico

205.860.5

206.725.13

210.746.7

219.342.3

231.283.4

133.391.1

Tansa

14.405.22

17.361.22

20.921

20.361.8

38.766.16

42.180.21

Sussidio ordinario

75.597.17

80.806.14

88.824.12

78.205.4

92.048.10

85.229.6

Gravezze di mandato dominij

77.139.13

66.990.11

83.990.18

59.772.18

75.517.13

78.202.12

Gravezze del cinque per cento sopra le eredità

4.587.17

52.592.22

Decima ordinaria del clero

37.093.10

5.675.13

40.081.18

46.841.20

45.357.20

48.019.16

Decima d’officij

18.716.3

20.081.16

16.824.18

18.312.3

17.525.1

15.542.18

Campatico per li restauri del fiume Adige

5.299.22

Totale

424.815.22

397.641.17

461.391.16

442.842.2

503.088.6

560.461.13

Dalmazia:

Gravezze diverse

35.502.13

30.748.21

17.521.14

18.122.12

46.128.9

41.088.12

Levante:

Gravezze diverse

104.661.8

62.589.22

57.799.8

73.487.6

121.194.10

140.714.4

Totale generale

1.169.370.21

1.139.936.5

1.051.865.0

1.109.137.15

1.252.972.4

1.311.139.15

 

 

Le rendite rimanenti hanno una importanza di gran lunga minore; gli affitti e livelli di botteghe, pascoli, boschi, feudi, case, stamperie; le esazioni diverse per diritti di ufficio, penalità, condanne, risarcimenti, robe vecchie vendute, confische, investite di beni feudali, contrabandi, diritti notarili e di cancelleria; utilità dei ministri, graziati, morti devoluti, licenze d’armi, pensioni, tassa napolitana, limitazioni, erbatici, fieni e trattenuti alle milizie per soldi all’ospitale, sopravanzi morti e falliti, trattenuti a milizie per fruo d’armi; residuati di imposte e dazi non pagati negli anni precedenti; vendita di effetti di pubblica ragione, come vendita di cariche, di salnitro, di beni, formentone; sopraggi ossia guadagni sui pagamenti fatti in moneta di piazza, in moneta di rame della Dalmazia, in moneta lunga di Terraferma; le utilità del pubblico lotto al netto da spese; le partite di giro derivanti da aggiustamenti di conti fra le molteplici casse della Serenissima; rendita delle correrie; aggio de’ cecchini di Levante; vendita farine in pubblici fondici, esercitando la Repubblica, a quanto sembra, il commercio delle farine al minuto, come calmiere dei prezzi, ed essendo impostata nelle spese una somma corrispondente.

 

 

Nel quadro seguente sono ricordate codeste entrate secondarie:

 

 

 

1736

1737

1740

1745

1750

1755

 

Dominante: Affitti e livelli

8.018.22

7.079.4

8.278.1

7.670.15

9.698.7

10.448.19

Esazioni diverse

82.822.16

69.414.22

80.356.18

92.026.6

105.770.19

86.846.2

Vendita farine da pubblici fontici

240.730.9

110.046.22

269.584.6

69.628.18

176.285.5

134.503.6

Risarcimenti in cassa Revisori e Regolatori alle scritture

167.4

1.794.5

640.8

308.10

221.4

166.1

Sopraggi

41.132.23

58.177.4

47.809.7

97.069.5

77.338.13

76.015.2

Residuati

67.599

50.133.17

78.837.5

57.343.10

46.994.14

44.141.2

Vendita effetti di pubblica ragione

2.372

3.506.6

12.239.21

5.662.22

5.125.1

4.743.4

Utilità del Lotto netta da manifatture

54.224

156.596.5

82.859.8

9.397.14

122.635

65.100

Utilità dello stampo netta da manifatture

33.877.3

14.791.3

4.466.14

3.611.3

12.124.17

22.401.2

Eredità Patriarca Sagredo

Risarcimenti fatti  risultanti dai saldaconti dei bilanzi dei passaggi

15.361.13

1.080.9

Aggiustamenti di scrittura

28.029.5

60.127.21

Rendita Correrie

2.364.1

 

Terraferma: Residuati

111.722.8

128.969.15

140.011.2

125.932.22

103.360.11

100.687.7

Sopraggi di valute

181.267.3

91.980.22

63.082.16

207.599

66.039.14

45.965.1

Affitti e livelli

440.2

906.18

819.12

522.4

2.229.22

1.687.1

Esazioni diverse

22.898.8

27.736.10

59.346.9

41.218.3

52.539.8

49.408.9

Risarcimenti fatti risultanti dal saldaconti dei bilanzi dei passaggi

59.3

104.4

Aggiustamenti di scrittura

515.11

1.475.13

Rendita Correrie

 

 

1736

1737

1740

1745

1750

1755

 

Dalmazia: Affitti e livelli

331.11

547.12

518.19

814.10

884.15

1.813.12

Residuati

989.7

556.17

16.455.14

20.684.16

972

16.956

Esazioni diverse

7.850.13

7.857.23

10.999.20

6.517.16

11.833.15

13.357.1

Estraordinarie

643.12

419.12

460.6

5.290.4

313.8

Aggio della moneta di rame

21.574.8

13.776.10

8.300.2

5.056.4

5.883.8

33.306.8

Gabelle de’ sali

34.288.23

27.047.22

22.216.16

29.338.17

37.828

7.466.22

Aggio de’ Cecchini

Aggiustamenti di scrittura

12.877.17

Risarcimenti fatti risultanti dal saldaconti dei bilanzi dei passaggi

22.5

Levante: Affitti e livelli

3.517.5

3.759.15

3.221.17

3.541.21

3.750.21

3.981.14

Esazioni estraordinarie

2.064.22

1.619.10

882.1

23.164.15

1.682.12

685.11

Esazioni de’ residuati

7.397.14

7.373.17

21.865.23

18.204

11.447

15.586.17

Aggio della moneta di rame

1.397.5

3.831.10

1.244.19

9.569.5

14.497.14

33.283.7

Rendita de’ sali

1.053.18

Gabella sali del Zante

1.157.10

1.519.4

1.205.17

Risarcimenti fatti risultanti dal saldaconti dei bilanzi dei passaggi

3.1

731.21

Aggiustamenti di scrittura

65.270.5

3.193.13

43.501.1

 

 

Riassumendo, ecco ora un quadro sintetico di tutte le entrate della Repubblica:

 

 

 

1736

 

1737

1740

1745

1750

1755

Rendite della Dominante

3.336.777.12

3.220.117.13

3.372.998.15

3.151.890.2

3.436.841.13

3.400.495.3

      »     della Terraferma

1.688.127.18

1.656.160.23

1.653.411.6

1.789.160.10

1.727.313.8

1.802.342.15

      »     del Levante

206.317.10

147.200.23

217.801.22

191.844.18

259.199.18

258.000.1

      »     della Dalmazia

109.562.15

91.435.19

98.943.7

90.900.12

134.528.8

140.861.3

      »     del Golfo

274.4

16.742.5

1.146.1

395.2

Totale rendite ordinarie

5.341.059.11

5.114.915.6

5.343.155.2

5.240.537.23

5.559.029.-

5.602.095.-

Provvedimenti estraordinari: Dominante

1.258.928.17

749.620.-

775.161.10

1.112.044.20

513.400.3

293.266.7

Id. Terraferma

40.893.6

99.512.3

20.191.22

39.384.1

246.14

Totale rendite straordinarie

1.299.821.23

849.132.3

795.353.8

1.151.428.21

513.400.3

293.512.21

Sopravanzi dell’anno precedente a beneficio dell’anno presente:

Dominante

831.727.13

1.052.175.8

1.422.930.1

2.099.791.12

1.967.246.18

2.764.131.19

Terraferma

84.708.21

84.029.20

72.092.15

217.073.3

152.835.19

79.304.15

Levante

4.899.2

4.899.2

14.810.3

14.507.1

46.846.21

62.986.11

Dalmazia

29.12

3.914.7

5.512.4

6.364.3

11.363.6

21.933.4

Golfo

7.6

42.16

4.6

Totale sopravanzi

921.365.-

1.145.018.13

1.515.352.5

2.337.778.11

2.178.296.22

2.928.356.1

Crediti di casse

164

Totale generale

7.562.246.10

7.109.229.22

7.653.860.15

8.729.745.7

8.250.726.1

8.823.963.22

 

 

Come è facile osservare col confronto di questa tabella con la tabella delle spese complessive della Repubblica, questa non è mai riuscita negli anni studiati ad ottenere il pareggio delle entrate ordinarie colle uscite effettive. Crescente dapprima e poi in diminuzione, il disavanzo era pur tuttavia il tarlo roditore dei bilanci dell’antica Repubblica come dei bilanci moderni. Per valutare questo disavanzo, occorre ricordare ciò che già si disse, che cioè essendo i rendiconti della Serenissima a partita doppia, nelle entrate figurano i sopravanzi al principio dell’anno e nelle spese i sopravanzi alla fine dell’anno. Per conoscere perciò il vero disavanzo annuo, bisogna aggiungere alla somma che si aveva in cassa (sopravanzo) al principio dell’anno la somma che nell’anno si introitò per provvedimenti straordinari all’infuori delle entrate ordinarie e togliere poi dal risultato la somma che il cassiere lasciava alla fine dell’esercizio a beneficio dell’anno successivo.

 

 

Prendiamo ad esempio l’anno 1755. In quest’anno, come si vede dalle due tabelle riassuntive delle entrate e delle spese, le entrate ordinarie furono di ducati 5.602.095 e le spese effettive di D. 5.831.307.13 con un disavanzo di 229.212.13 ducati. D’altra parte al principio dell’anno vi erano in cassa soltanto 2.928.356.1 ducati; mentre alla fine dell’anno vi erano ducati 2.992.656.9 con un sovrappiù di ducati 64.300.8. A colmare il disavanzo di D. 229.212.13 ed a lasciare in cassa 64.300.8 ducati di più di quanto vi era al principio dell’anno, si dovette ricorrere a provvedimenti straordinari per ducati 293.513.21. Diguisachè in quest’anno i provvedimenti straordinari servirono non solo a far fronte al disavanzo, ma anche a mettere la cassa in migliore stato. In altri anni invece, in cui il disavanzo era eccessivo ed i provvedimenti straordinari non si dimostrarono all’uopo bastevoli, fu necessario diminuire il fondo cassa, e lasciare alla fine dell’anno un sopravanzo minore di quello ricevuto. Per formarsi però un giusto criterio della natura dei disavanzi della Repubblica Veneta, bisogna ricordare che ogni anno i suoi reggitori consacravano fortissime somme a rimborsare i debiti fatti. Se essi erano sempre costretti a ricorrere a nuovi debiti ciò accadeva perché si ostinavano a volere rimborsare i debiti vecchi. Felice ostinazione nella quale i governanti veneti rimanevano saldi perché reputavano che la correntezza nel restituire alle epoche fissate i debiti antichi giovasse a tenere alto il credito dello Stato e a assicurare alla Repubblica la possibilità di ottenere nelle gravi emergenze forti somme ad un mite saggio di interesse.

 

 

Non accadde mai – almeno non risulta dai documenti che sia accaduto nel periodo studiato – che la Repubblica dovesse procurarsi somme a prestito ad un saggio di interesse più alto di quello corrente sui debiti che si rimborsavano.

 

 

Ecco ora una tabella, in parte compilata dal ragionato Costantini ed in parte da noi completata sui dati dei bilanci, la quale ci indica le somme destinate in ogni anno all’ammortamento del Debito Pubblico, il disavanzo accertato alla fine dell’anno e le somme che fa d’uopo procurarsi con provvedimenti straordinari. Le cifre non sempre concordano con quelle ricordate altrove; ma sarebbe troppo lungo spiegare le ragioni di queste differenze, del resto piccole.

 

 

 

 

Disavanzi

Spese per l’ammortamento del Debito Pubblico

Disavanzi effettivi (Disavanzi-Spesa per ammortamento del Debito Pubblico)

 

Entrate ottenute con

provvedimenti straordinari

1736

?

383.809.12

?

1.299.821.23

1737

770.784.17

310.979.23

459.804.18

849.132.3

1738

706.985.14

363.938.82

343.046.16

733.793.4

1739

469.038.3

393.685.18

75.352.9

636.980.12

1740

524.597.22

439.157.8

85.440.14

795.353.8

1741

700.018.3

448.369.17

251.648.10

1.038.397.18

1742

1.741.701.4

558.068.21

1.183.632.7

1.421.315.21

1743

1.282.149.20

482.660.13

799.489.3

1.268.804.21

1744

815.895.3

527.597

288.298.3

1.378.557.2

1745

1.307.951.9

494.038.21

813.912.12

1.151.428.21

1746

1.119.955.19

575.816.15

544.139.4

1.236.912.22

1747

1.072.200.18

549.717.9

522.483.9

1.080.063.8

1748

978.085.12

666.999.7

311.086.5

731.333.11

1749

596.717.3

517.137.1

79.580.2

894.044.21

1750

272.094.3

577.333.18

+ 305.239.15

513.400.3

1751

497.958.7

606.358.7

+ 108.400

437.241.4

1752

873.022.17

684.685.16

188.337.1

533.212.16

1753

+ 144.537.15

76.768.8

+ 221.305.23

96.835.20

1754

+ 262.669.17

130.001.1

+ 392.670.18

210.057.22

1755

229.212.13

419.284.23

+ 190.072.10

293.512.21

 

 

In tutti gli anni, eccettochè nel 1742, 1743, 1745, 1748, 1751, 1752, le somme ottenute per mezzo di provvedimenti straordinari furono superiori a quelle che erano d’uopo per colmare i disavanzi; il che significa che le somme esatte in più andavano a crescere il fondo di cassa. Infatti i sopravanzi esistenti al principio dell’anno che nel 1736 erano di ducati 916.436.10 giungevano al principio del 1755 a 2.928.356.1 ducati: due milioni di ducati in più che giovarono a rendere solide le condizioni del bilancio della Repubblica e possibile l’attuazione di quei vasti disegni di conversione del Debito Pubblico di cui sarà tenuto discorso in seguito. Se poi si bada ai disavanzi effettivi, ossia a quelli che ci sarebbero stati, se non si fosse mai pensato a restituire i debiti vecchi, si vede che essi erano gravi bensì, ma solo durante gli anni della neutralità; né si sarebbe potuto immaginare cosa diversa, specie in quei tempi quando il sistema tributario era così poco elastico. Appena ritornata però la pace, subito l’equilibrio si ristabiliva e rinasceva l’avanzo, permettendo di ammortizzare rapidamente i debiti di guerra.

 

 

V

 

Comunque sia, dovuti alle necessità della difesa, od al desiderio di mantenere alto il credito di Stato soddisfacendo puntualmente ai rimborsi pattuiti, certo si è che i disavanzi esistevano ed angustiavano forte i finanzieri dell’epoca. Le relazioni dei Deputati ed aggiunti alla provision del denaro e i decreti del Senato che riempiono tutto il primo dei due volumi ora pubblicati della Raccolta veneziana sono quasi intieramente dedicati a querimonie altissime intorno ai disavanzi dei bilanci ed a proposte e ricerche di provvedimenti atti a colmarli. Querimonie e ricerche che ci fanno entrare nel vivo dell’economia pubblica veneta e ci mettono dinanzi in movimento e quasi in trasformazione continua quegli istituti che or ora abbiamo veduti riflettersi nelle cifre nella loro configurazione normale.

 

 

Per la segretezza di cui circondavasi rigidamente la pubblica economia a Venezia, le querimonie sullo stato deplorevole delle Finanze non erano sentite fuor d’una piccola cerchia di persone; ma forse appunto perciò erano più sincere, né si doveva ricorrere a quei metodi di palliare e nascondere la verità che ora sono tanto cari ai ministri del tesoro desiderosi di crescere la popolarità intorno al proprio nome. Non mancavano per conseguenza i deputati od aggiunti alla provision del denaro di usare un linguaggio spesse volte allarmante, nell’intento di esercitare una forte pressione sull’animo del Senato, a cui spettava di decidere in queste materie e che d’altra parte era spinto da altri Magistrati – quelli che provvedevano alle spese – a crescere gli stanziamenti per le urgenze pubbliche dipinte come ogni giorno più pressanti.

 

 

«Per l’eccedenza di questo dispendio» – esclamavano i deputati predetti il 27 novembre 1742 – «sono talmente angustiati gli animi nostri per la difficoltà dè provvedimenti necessarj et estremamente gravosi, che dobbiamo rispettosamente protestare l’insuperabile difficoltà che, specialmente nel semestre venturo e successivi, s’incontrerà di provvedere il bisognevole con l’intiero addempimento degli altri pubblici pesi (II, 292)». E dopo avere affermato (II, 296) «la necessità di diminuire li pubblici dispendj o di ricorrere all’instituzione di nuovi tributi tanto a cittadini che a sudditi, senza de quali mezzi, quando persista la fatalità delle cose presenti e il modo delle attuali precustodie, impossibile si renderà l’addempimento di tutte le partite che compongono gli aggravi della pubblica economia», finiscono per concludere che se i bisogni della difesa del territorio e della pubblica sanità continueranno nella medesima misura, «cose tutte che non appartengono agli studi (loro)» essi deputati ed aggiunti «non (sarebbero) per cessare nelle proteste che tanto dinaro non è possibile provedersi nell’attual situazione della pubblica economia senza dar mano ad espedienti, nell’uno o nell’altro degli indicati modi dolorosi alla carità dell’eccellentissimo Senato et gravosi a benemeriti cittadini et agl’amatissimi suoi sudditi, et Vostra Serenità ben comprende se pur questi saranno sufficienti et adeguati al bisogno (II, 300)». Altrove (relazione 9 agosto 1745, II, 390-1) dopo aver notato che «tutti li dazij sopra quali si sono potute ingiungere delle anticipazioni… hanno somministrato in passato somme ragguardevoli… per quanto è stato possibile di spremere dinaro per questo mezzo…», amaramente concludono che «doppo l’essiccamento di tanti fondi non è facile di prontamente conseguirne l’effetto». Più tardi (23 luglio 1746) quando le spese della neutralità armata per la successione d’Austria incombono maggiormente, i deputati ed aggiunti hanno degli accenti di disperazione: «Se difficile è stata sempre la materia de provedimenti estraordinari, ella s’attrova in presente circuita da difficoltà sempre maggiori: primo, perché molti fondi che in passato hanno somministrato dinaro sono presentemente essicati; secondariamente perché molti dei suggeriti o non hanno corrisposto col fatto all’idea concepita, o non è stato possibile porli in uso per li fraposti impedimenti; e perché finalmente talun’altre proposizione da noi rassegnate né furono ammesse, né proposta fu per esse, come par che si doveva, alcun’altra equivalente sostituzione» (II, 467).

 

 

Il meccanismo complicato del governo veneto non era certo la cagione ultima di incertezze e ritardi nel prendere deliberazioni talvolta urgenti. Il controllo reciproco dei diversi magistrati se era utile ad impedire che alcuni soverchiassero, ritardava ogni iniziativa benefica. I deputati ed aggiunti possono bensì raccomandare le economie nelle spese; ma «dipende dal zelo e dall’attenzione benemerita de’ respettivi magistrati et de’ pubblici rappresentanti il meditare e suggerire tutti quei mezzi che per loro virtù et esperienza possono credere atti all’effetto del miglioramento delle pubbliche rendite et della minorazione dei pubblici dispendi» (II, 390). Il Senato, spesso, di fronte al contrasto fra i magistrati che reclamano fondi per i bisogni dello Stato ed i deputati alla provision del denaro che vogliono si faccia economia, indice delle conferenze. Così ad es. il 30 luglio 1746 dopo aver raccomandato «al magistrato de’ Deputati, e così ad ogni altro magistrato, come lo fa con precise (lettere) ducali a tutti li rettori da terra e da mar, di contribuir con tutto lo studio e con tutti li mezzi al vantaggio della publica cassa e al sollievo del suo patrimonio, o suggerendo nuovi fondi o migliorando le vendite o promovendo con forte mano le pubbliche esazioni e tutti poi scansando e diminuendo le spese» il Senato, preoccupato sovratutto dell’onere delle casse dell’Arsenale, dove si spendevano 300 mila ducati annui, come pure per quelle dell’Armar, Fortezze ed Artiglierie, ordina che «il Savio cassier unirà in conferenza a parte a parte essi (quelli preposti alle casse dell’arsenale, ecc.) magistrati con li Deputati alla provision del dinaro, onde esaminare quali dispendj o potessero minorarsi o potessero differirsi, e in questo modo sollevare l’erario dalli tanti pesi che lo aggravano» (II, 480). Ma sembra che le «conferenze» venete fossero un pò come le commissioni parlamentari e governative d’adesso: le quali difficilmente si radunano e, quando ne trovano il tempo, ancora più difficilmente concludono qualche cosa. Questa almeno era l’opinione dei magistrati ed aggiunti alla provision del denaro a cui fin dal 1739 ai 19 di febbraio era stato ordinato di versare in conferenza col Magistrato delle Acque per una faccenda importantissima; se non che «per le molteplici, tutte importanti, foragginose incombenze d’ambo li magistrati restò arenata la materia»; al qual proposito essi, osservando che questo «è solito accadere in quelle cose che demandate sono alle conferenze, che difficilmente si uniscono e più difficilmente si accordano» (II, 462-3), propongono che non si indicano nuove conferenze altrettanto inutili.

 

 

Pur tuttavia, attraverso a difficoltà ed ostacoli, molto si faceva per attuare i provvedimenti straordinari utili ad ottenere il pareggio. Non sempre la scelta cadeva sui partiti migliori; ma le difficoltà dei tempi e la urgenza di provvedere subito possono servire di scusa ai redditori veneti, i quali non disponevano del resto dei sussidi che l’economia monetaria perfezionatissima e la diffusione estrema del credito offrono ai governanti di oggidì. Una delle preoccupazioni più forti dei Deputati era di reprimere gli abusi e le trascuranze nella contabilità e nei controlli. La istituzione dei bilanci generali, ogni anno rinnovati, l’esercizio di un controllo regolare su tutte le pubbliche casse giovavano assai ad impedire questi abusi, che riuscivano di tanto nocumento alla cassa pubblica. Incessanti sono le proposte dei Deputati per evitare gli «intacchi» del denaro pubblico «con efficace eccitamento al zelo molto benemerito dei signori Revisori e regolatori alla scrittura di devenire contro de’ trasgressori rissolutamente al lievo della pena di privazione della carica et agl’appuntadori che omettessero le riferte a quelle pene criminali che saranno riputate proprie dalla maturità dell’eccellentissimo Senato» (II, 16). Mercè l’adozione di queste norme, si riusciva talvolta a scoperte importanti; come quando nel 1737 si vide che le Comunità del Vicentino, per un loro credito verso lo Stato avevano continuato a percepire l’interesse del 5 e del 4 per cento, laddove per tutti gli altri creditori dello Stato l’interesse era dal 1714 stato ridotto al 2% con un discapito per la pubblica cassa in tanto tempo di più di 50 mila ducati (II, 17).

 

 

Uno degli abusi contro di cui maggiormente si elevavano i Deputati era il numero eccessivo delle Casse che, tenendo conti separati, facilitavano le manomissioni del denaro pubblico e richiedevano numerosi impiegati, inutili ed eccessivamente dispendiosi. «Su tal proposito della molteplicità delle casse nelle quali vien di formarsi molteplicità di cariche e per conseguenza la spesa de ministri (impiegati), rifferiremo (sono i Deputati che scrivono una relazione al Senato sul bilancio 1738) che alle Rason nove sussistono due casse con due scontri e due quadernieri separati: l’una nominata cassa grande qual esige da debitori decaduti, l’altra de salariati che paga li salari de dazi, provisioni et altro; nell’offizio de’ Provveditori di comun tre casse: una del dazio lettere, l’altra delle fabbriche, la terza d’escavazioni, con tre scontri e tre libri separati; nelle Rason vecchie due casse: l’una nominata grande, l’altra d’affitti e livelli, con due ministri separati; nel magistrato delle Legne parimenti due casse con distinti ministri: l’una delli dazj delle legne da fuoco, che assai aggravano e poco rillevano in pubblico, l’altra degl’affitti dei boschi di molto tenue rilevanza; al Stallaggio due casse: l’una del dazio, l’altra dell’estraordinario che raccoglie il terzo delle senserie, quando avesse a correre, e le varee di Spalato, pur esercitate da due ministri. In tutte le accennate, per la quantità e qualità delle loro incombenze sarà conosciuto da magistrati competenti rendersi sufficiente una sola mano di ministri». Non par di sentire un inascoltato relatore di un bilancio moderno alla Camera, quando fa risaltare l’inutilità di molti uffici di poca importanza e la opportunità di conglobarli con altri maggiori che pur attendono agevolmente alle loro funzioni? Anche allora esistevano di questi uffici maggiori. «Regge un solo scontro della cassa dei Proveditor agl’ori et argenti in cecca al peso di 18 casse di rilievo, quello del Conservator del Deposito a tre, quello dell’Acque a cinque, e così dir si potrebbe di molte altre; non v’è però a parer nostro ragione alcuna perché lo stesso far non si possa in magistrati di un azienda tanto inferiore. Non è possibile pagar a dovere tanto numero di ministri, quali per altro, sotto titolo del loro necessario mantenimento, ricevono per tutte le vie il loro maggior profitto, ed in farlo o sono per arrecare troppo di peso alla pubblica cassa per la via de salari, o, Dio non voglia, per quella dei defraudi, o per lo meno con inferire troppo di peso a privati che corrispondono con le loro casse; il che tutto vien poi di riffondersi in pubblico discapito» (II, 196).

 

 

Con molti impiegati male pagati e poco contenti, i servizi pubblici non possono procedere speditamente ed è facile che le leggi sieno poco osservate o anzi apertamente violate su vasta scala: specialmente le leggi di imposta per la renitenza dei contribuenti a pagare, il contrabbando e le difficoltà della sorveglianza. Sul contrabbando sono frequenti le lagnanze. Presentando al Senato il consuntivo del 1739 raffrontato coi dati del 1740, i Deputati rilevano il 21 luglio 1741 come il dazio sul vino che era solito rendere 350 mila ducati all’anno abbia reso nel 1739 soli ducati 329.810 e nel 1740 ducati 312.590. «Che un tal consumo siasi diminuito non è così facile a persuadersi, non essendo certamente diminuita la popolazione. Né la scarsità del raccolto di un dal prodotto può scemarne il consumo, mentre le cose necessarie concorrono da tutte le parti attirate dal loro valore, sempre che s’aumenti in qualche stato; il che si diede specialmente a vedere nell’anno susseguente alla mortalità delle viti del 1708, in cui, in onta della carestia maggiore, si fece maggiore la summa del dazio. Convien vedere che li soli contrabandi che hanno forse il commodo di farsi nelle vicinanze della laguna, siano la vera caggione, e che per conseguenza, per estirparne l’occasioni più facili, necessario si rende lo studio dei competenti magistrati, altrimenti sempre più gravi si faranno in esso li pubblici degradi, quando anche riuscir potesse di trovarne abboccatori (appaltatori del dazio) con ribbasso delle decorse affittanze, già avvezze con troppo pubblico discapito ad essere dalla necessità accordate» (II, 224).

 

 

Per evitare i pericoli di dovere percepire i dazi in economia per mezzo di agenti del Governo, era infatti norma generale della Repubblica di appaltare quasi sempre la riscossione dei dazi. «Principal studio deve essere, a nostro credere, quello di sottrarre i dazi dal pericolo sempre maggiore di correre per conto pubblico, con procurar d’affittarli» (II, 40). Ed altrove: «L’esperienza, maestra di tutto, documenta che li dacj che per loro natura devono correre per via di governo per conto pubblico, qual’ora sono gravosi altro non producono che la richezza dei contrabandieri e l’utilità indebita delle custodie destinate a diffenderli da contrabando» (II; 437). Questa è una delle massime di buon governo che son ripetute più di frequente nelle relazioni dei Deputati, i quali del resto si persuadevano dei cattivi risultati della riscossione in economia, osservando l’accumularsi dei residui nelle imposte dirette. Nel 1738, per cui si hanno dei dati precisi, nella Dominante la Decima del Laico aveva lasciato residui in ragione del 12 per cento, il campatico del 14, li taglioni de’ mercanti del 25, li taglioni dell’arti dell’81, la tansa insensibile del 44, le decime dei ministri (pubblici impiegati) del 57 e le gravezze della terraferma esatte a Venezia del 68 per cento. Quanto alla terraferma, il campatico andò in resta ossia lasciò residui per il 22 per cento, la tansa per il 70, il sussidio ordinario del 33 per cento, le gravezze de mandato dominii del 31 per cento; in media le quattro gravezze insieme del 27 circa % (II, 182-189).

 

 

I deputati non sanno vedere a questo malanno dei copiosi residui altro rimedio migliore di un nuovo estimo che renda perequate o sopportabili le gravezze. Essi citano l’esempio della città di Treviso che «ha in questi ultimi anni compito il proprio estimo nel modo più chiaro e sicuro che mai si possa» dimostrando «oltre la descrizione dei possessori de beni, della qualità, quantità e valore di essi… in disegno ogni più minuto corpo de’ beni con tutte le più distinte particolari notizie». Ma trattandosi di materia grave ed importante, se ne rimanda ad epoca più propizia la trattazione definitiva; e frattanto si dovrà ricorrere «al metodo delle cariche estraordinarie (ispettori viaggianti), tenutosi in passato, destinate a girar la terraferma (dove i residui erano più copiosi) convenendo certamente introdurre una soggezione valevole a rimovere tante copiose summe degli annui suoi residui» (II, 189).

 

 

Ma il malanno non cessa. Nella relazione al Bilancio 1739, i Deputati accusano nella Dominante dei residui del 16 per la decima del laico, del 16 per il campatico, del 23 per li taglioni dei mercanti, del 30 per li taglioni dell’arti, del 52 per la tansa insensibile, del 60 per le decime dei ministri, e nella terraferma del 22 per cento per il campatico, del 20 per la tansa, del 33 per il sussidio ordinario, e del 30 per cento per le gravezze de mandato dominii. Al solito essi fanno delle raccomandazioni ai Magistrati competenti «a rinforzar le loro fervide diligenze» a fine «che resti in avvenire promossa una più abbondante esazione»; incuorandoli a prestare sull’argomento «una particolare attenzione per rinvenirvi il conveniente riparo». Ma essi medesimi sono scettici sui risultati delle loro esortazioni ed anzi accade che per la tansa della terraferma prevedono per il futuro «sempre maggiori diminuzioni, e tali che la faranno riuscire una rendita di solo nome», restando dessa «per altro una gravezza che per essere mal ripartita ne sudditi, vien d’arrecare ad essi, in riguardo alle vessazioni de ministri, dell’aggravio senza pubblico proffitto. Essi fanno perciò nuovi propositi di modificar gli estimi mercantili; ma non è chiaro se ai propositi buoni sia seguita l’opera efficace (II, 228-233). Ancora il 25 Marzo 1742 i Deputati mettono in luce la necessità di un qualche estraordinario espediente che ponga freno al disordine dell’esazione in primo luocco, et secondariamente per redimere li pregiudici che possono derivare dall’imposizione delle (gravezze) sopra gl’estimi a contribuenti, quali estimi essendo di vecchia data et confusi in tanti luochi, non distinguono li beni vecchi dai nuovi et dai comunali, e meritano certamente universal regolazione» (II, 273).

 

 

Siccome però occorre tempo a stabilire i nuovi estimi, si cerca di ottener denaro dai contribuenti ritardatari, concedendo loro degli indulti per il ritardo e permettendo di pagare i residui senza multe. Ma non pare che le promesse di indulgenza giovassero molto, poiché il Senato, impazientito ed irritato, il 5 dicembre 1742 decreta: «Trar convenendo sopra ogni cosa da debitori pubblici le summe maggiori, come da quelli che, abusati essendosi del passato indulto e delle proroghe accordategli, si resero immeritevoli di ulterior atto della pubblica indulgenza, sieno pertanto incaricati gl’inquisitori conti o pubblici debitori a dar mano a tutte quelle più forti e rigorose esecuzioni ed atti che furono loro prescritti, onde per ogni modo astretti sieno, e succeda copiosa l’esazione da fonti naturali della pubblica cassa a conforto della medema in tanta esigenza di dispendio» (II, 312).

 

 

Un metodo efficace, se fosse possibile attuarlo in vaste proporzioni, per ristabilire l’equilibrio nelle pubbliche Finanze sarebbe di fare economie riducendo le spese; ma come è difficilissimo attuarlo ora per non scompaginare i servizi pubblici e per non ledere diritti acquisiti, altrettanto arduo sembra fosse a Venezia. Nel 1739 finita la seconda neutralità d’Italia i Deputati insistono affinché sia ridotto il piano militare che ascendeva allora a 21.736 uomini; e poiché da una «conferenza» militare si era già ottenuto un risparmio di 115 mila ducati, essi se ne dimostrarono riconoscenti verso i magistrati «che in tutte le unioni secco loro fatte si sono mostrati tanto commossi ed inteneriti dalla sincera esposizione fatta dell’infelice stato della pubblica economia e confidano che continueranno a produrre nuovi riguardevoli risparmi». Essi poi dal canto loro non si stancano di «sempre rippetere, che senza giungere finalmente al reale risparmio di ducati 250.000 non si potrà mai conseguire il bilanzo sovra d’ogni altra cosa desiderabile e profficuo» (II, 61).

 

 

Qualcosa si ottiene dunque quanto alle spese militari appena scemono le urgenze di guerra. Ma la bisogna è più ardua per gli altri servizi. I Deputati se ne lagnano in una relazione dell’8 giugno 1740 e ne attribuiscono la causa all’essersi trascurato il metodo allora invalso degli assegnamenti alle singole casse. Questo metodo che oggi è stato universalmente abbandonato consisteva in ciò che per ogni servizio pubblico si creava una speciale cassa, assegnandole il reddito o parte del reddito di una data imposta, per esempio il partito della vendita della polvere e del salnitro all’ufficio delle Artiglierie. Ciò produceva l’inconveniente che se il provento di quella speciale imposta era esuberante ovvero insufficiente alle spese della cassa a cui l’imposta era applicata, i magistrati potevano trovarsi o spinti a fare spese inutili per spendere i fondi esistenti o costretti a lasciare andare a male il servizio che ad essi era stato affidato. Il secondo inconveniente era quello più sentito a Venezia, e vi si era provveduto supplendo alle deficienze delle singole casse con fondi forniti dalla cassa del Conservatore del Deposito, che era come la cassa centrale a cui affluivano i resti di tutte le casse speciali ed a cui ricorrevano per aiuto le casse in disavanzo. Ma la consuetudine di ricorrere per supplementi di assegni, o come allora dicevasi «per la via dei fabbisogni e delle ballottazioni» alla Cassa del Conservator del Deposito, spiaceva assai ai Deputati i quali lamentavano che per tal modo venisse ad obliterarsi l’ufficio precipuo del metodo degli assegni alle singole casse, che era quello di mettere quasi un freno automatico all’eccesso delle spese; poiché i magistrati consapevoli di poter disporre soltanto del provento ad es. dei partiti delle polveri e del salnitro, avrebbero cercato di non spendere in Artiglierie più della somma disponibile. Invece, grazie alla facilità di poter far gravare l’eccedenza della spesa sulla cassa del Conservator del Deposito, quel salutare freno veniva onninamente a mancare e le spese non avevano più limiti di sorta alcuna. «Né sarà fuori di proposito» – ammonivano perciò i Deputati – «il riandare le spese delle casse principali della Dominante per fissargli una corrispondente assegnazione, altrimenti accorrendo questa cassa a tutte le loro esposte indigenze, benchè con la scorta sempre de decreti, viene talmente ad impoverirsi l’errario, per il sopracarico de censi, che difficile molto, come abbiamo detto; sarebbe per riuscire il conseguimento del bilancio voluto dall’Ecc. Senato per li gravissimi oggetti del suo vero servizio». In tal modo forse sarà possibile ottenere qualche economia. «Convien solo che il zelo de magistrati e delle cariche primarie modifichi li bisogni, o almeno che l’ecc.mo Senato, in quella parte ch’è compatibile col suo servizio, li diminuisca per trasportarne il di più a tempi meno incommodi e però più atti ad addempirli… Il solo magistrato ecc.mo dell’Artiglierie si è sino ad’ora proddotto col risparmio della spesa di due tiri al bersaglio, già decretato dall’ecc.mo Senato; resta che l’attenzione benemerita di questo magistrato venga d’imitarsi da tanti altri a cui incombe il carico di tante maggiori spese». Fra tutte le spese una di quelle che angustia maggiormente l’animo dei Deputati è quella delle fabbriche: «Le spese di fabbriche giungono ormai all’eccesso; per le sole Terraferma e Dominante nel 1738 si sono spesi per esse ducati 53.000 effettivi. Questo è un genere di dispendio che commove l’economia ad implorare qualche ritegno, e sarà dell’ecc.mo Senato l’ingiongere quei maggiori risparmi, che saranno creduti giovevoli dalla maturità di vostre eccellenze, per procurar di scemare e rippartire un tal dispendio all’urgenze più premurose col riguardo del possibile sollievo della pubblica cassa, sempre con le previe informazioni de magistrati» (II, 159-160). Ripetutamente ed ancora il 26 luglio 1746 i Deputati tornano alla carica: «Se la fabbrica del tezzon che per li precedenti decreti doveva sospendersi quando fosse andata a coperto fino al segno dei volti che erano all’ora fabbricati, sia tempo, come pare a noi, di restar per ora sospesa, lo detterminerà la pubblica prudenza, mentre noi dobbiamo con asseveranza ripeter che, senza diminuir qualche dispendio compatibile con pubblici riguardi, sarà molto difficile poter supplire a tanti estraordinari militari dispendij della Terraferma; e però crederessimo che tutte le spese di fabbriche, di strade e ponti meritar potessero una sospensione per qualche tempo almeno, alla risserva dei ripari che conosciuti fossero necessari per evitar le ruvine» (II, 475).

 

 

I provvedimenti temporanei di questo genere sono i soli che possano essere attuati. Sospendendo una fabbrica iniziata e provvedendo ad «evitar le ruvine» si può sperare di riprenderla ben presto e condurla a compimento. Del pari per l’esercito, rispetto a cui la Serenissima era tuttavia tanto più energica nelle riduzioni dei governi presenti, si preferivano le mezze misure, simili a quelle a cui si ricorre tanto volontieri adesso, di ridurre la forza effettiva delle compagnie e dei reggimenti senza diminuirne il numero. «Fu laudabile, non può negarsi» – riconoscono i Deputati in scrittura del 21 Gennaio 1741 – «la direzione tenuta dalla militar conferenza nel suggerire le comandate riforme del 1739 al mezzo della diminuzione del numero delle compagnie (all’ora almeno si riducevano di numero le compagnie), piuttosto che con riforme di corpi intieri». Ed il motivo allora addotto per dar lode a questo provvedimento era quello che ancora oggidì si adduce: «cosicchè nel caso presente si può ottener l’intento dell’unione delle truppe che occorrono senza la necessità di formar nuovi corpi, che avrebbero arrecato molto maggior dispendio alla pubblica cassa».

 

 

Ma, se sui metodi di ridurre le milizie si poteva discutere, niun dubbio vi era sul principio della riduzione. Appena conchiusa la pace il 4 febbraio 1749 i Deputati subito avvertono che importa moltissimo «al vero interesse della Repubblica che nell’attuale tranquillità d’Italia s’arrechi sopra il dispendio militare un sollievo corrispondente per quanto mai si può al vero bisogno dell’erario. Quella ragione che costrinse in tempi di neutralità a dispendiar molto in milizie per la precustodia dei publici Stati, è a parer nostro la stessa per risparmiar possibilmente simile dispendio in tempo di quiete, onde abilitare la pubblica cassa a provedere ciò che fosse per occorrere di milizie nei casi di nuove moleste insorgenze» (II, 519).

 

 

Ma purtroppo, fuor della riduzione delle spese militari e della sospensione delle fabbriche, non sembra che in altri campi si riuscissero a fare economie rilevanti; ed è curioso osservare l’intonazione pessimista del seguente sfogo dei Deputati, in data 23 luglio 1746: «Indicassimo varie diminuzioni di dispendij, oltre quelli che furono col decreto 26 settembre prossimo passato abbraciati per li dragomani e giovani di lingua, ed intendessimo a merito particolare degli ecc.mi signori Scansatori fatta una limitazione del consumo della carta, già approvata dall’ecc.mo Senato, che si lusinghiamo sarà per essere sostenuta dai decreti dell’ecc.mo Senato; ma tant’altre partite di spese proseguiscono sul solito piede» (II, 470).

 

 

VI

 

Perciò vista la impossibilità di ridurre le spese, i Deputati vorrebbero trovare nuove entrate, e prima di tutto ristabilire almeno alcune fra le imposte indirette (dazi doganali e imposte di fabbricazione) che erano state abolite nel 1736 per agevolare gli scambi e promuovere l’industria. Essi non osano proporre di ritornare alla condizione di prima; ma affacciano il dubbio che le riforme daziarie siano state eseguite forse con troppa sollecitudine ed occorra operare dei «ritocchi» solito eufemismo di cui allora si conosceva se non il nome, la sostanza e che serviva a mascherare la proposta di nuove gravezze.

 

 

Al commercio, essi dicono, lo Stato ha fatto nel 1736 in via di esperimento «un generosissimo dono di 115.000 ducati». «Se una tale grandiosa somma va a cader tutta in benefficio dell’arti, in vantaggio del comercio ed in onor della piazza, anche in questi molestissimi pensieri della pubblica tanto afflitta economia, non possiamo se non benedire l’indole caritatevole e beneffica dell’eccell. Senato. Ma ci sia lecito l’accennare che la tariffa che regola il peso dell’ingresso et l’uscita delle mercanzie, quantunque formata con zelo et con studio benemerito del magistrato ecc.mo della Deputazione, è stata un opera adempita con quella sollecitudine che conveniva all’ora per mettere in esecuzione un tanto proggeto. Chi sa che nuovi e maturi esami della medesima non potessero ancora render noto all’errario senza togliere al comercio, sia nell’estere maniffature che entrano nello Stato a confronto delle nostre, sia a danno delle nostre di non dissimile genere che potrebbero subrogarsi con utile alle straniere, et sopra di queste, quando si credesse di aggravarli di nuovi pesi in ordine al consumo, questa sarebbe una compensazione all’erario senza vulnerare il commercio». (Cfr. relazione 28 marzo 1739, II, 74). Il 3 febbraio 1744 ritornano alla carica e ricordano che l’alterazione delle tariffe del commercio sin’allora aveva già arrecato una perdita di 900 mila ducati, oltre alla perdita del dazio sulla seta di qua del Mincio che ammontava a circa 210 mila ducati, «sagrificati con oggetti speciosi di commercio e di stato e di prodotto, con aumento di impiantaggione de moreri», cosicchè in tutto si era risentito il rilevantissimo discapito di 1.100.000 ducati (II, 349). Tanto insistono che il Senato decreta l’8 febbraio 1744: «non si dubita che dal zelo benemerito de cittadini che compongono la Deputazione del comercio… non sia per essere quanto prima, in ordine alli replicati decreti di questo Consiglio, prodotta quella regolazione delle tariffe che sarà creduta la più conferente, onde, preservati gli oggetti del possibile sollievo al comercio, sia restituita alla pubblica cassa quella summa di rendita, che sarà per essere di giustizia a respiro della medesima. E per quello riguarda al punto ugualmente esenziale della seda di qua dal Mincio, resta incaricato il dilettissimo nobile nostro ser Polo Querino Inquisitor eletto a quella parte d’internarsi per riconoscere se in fatto riesca quella maggior affluenza e perfezione de lavori proposta con l’alleviamento datosi al dazio stesso, e se corrisponda agli oggetti accordati dalla pubblica munificenza, al qual fine dovrà la Deputazione suddetta munirlo di tutti quei lumi che occorrere gli potessero» (II, 353).

 

 

Ma più che dal ristabilimento delle imposte abolite, sembra che i Deputati sperassero dalle imposte nuove che essi andavano escogitando continuamente in obbedienza agli inviti del Senato desideroso di maggiori entrate.

 

 

Non era la prima volta che il Senato deliberava di doversi ricorrere a nuove maniere di imposte, se in decreto del 4 agosto 1742 si legge l’invito ai Deputati ed aggiunti alla provision del denaro di «versare» e di «riferire» «sopra la massima già presa fin dall’anno 1681 col decreto di questo Consiglio di 30 dicembre per l’imposizione della carta bollata, onde facilitarne le maniere della sua esecuzione». «Proseguiranno egualmente – seguita il citato decreto – in consimili esami anche in relazione ad altri fondi nuovi che per prudente loro parere potessero instituirsi col possibile minor peso de sudditi» (II, 326).

 

 

I Deputati studiano ed il 9 agosto 1745 si dicono «ardentemente» desiderosi «che possa aver il suo effetto il proggetto di nuovo fondo sul caffè, sopra cui dovendosi di nuovo replicare l’unione della comandata conferenza con l’eccell.ma Deputazione del commercio, sarà per essere quanto prima informato l’eccell.mo Senato del rissultato, onde per effetto di sue provide deliberazioni possono instituirsi quei metodi che saranno conosciuti più certi per proveder denaro alla publica cassa in tempi di tanta ristrettezza. Si versa ugualmente per rassegnare alla Serenità Vostra a momenti altro proggetto d’aggravare il consumo della carta, et dietro a tutto quel più che si desidera poter riuscir valevole all’effetto di non aggravare, se fosse possibile, con estraordinarie gravezze (imposte dirette) li cittadini e li sudditi, al quale espediente per altro converrebbe senza ulterior ritardo darsi mano per necessità quando venissero d’abbortire le accennate speranze della instituzione di nuovi fondi (dazi replicatamente comandati dalla sovrana autorità, perché sommamente necessarii onde poter reggere a tanti e così gravosi provedimenti» (II, 392-3).

 

 

Urgendo i bisogni il 1° ottobre 1745 i Deputati possono rallegrarsi che sia stata decretata la massima dell’appalto del caffè; e sollecitano il compimento della cosa temendo che, «altro modo operando, s’arricchiranno poche persone con molto discapito dell’universale e tenue profitto della pubblica cassa». Essi credono che, seguitando nel cammino incominciato, in «senza molti riguardi convenisse d’aggravarsi tutte quelle cose che sono di consumo voluttuoso et di lusso», ed annunciano che poco tarderanno «a rassegnare un altro proggetto sopra il consumo della carta, dietro al quale pocco manca alla raccolta di tutti li lumi necessari» (II, 437).

 

 

Sembra che questi progetti di nuove imposte fossero da parecchie parti criticati ma i Deputati, dopo avere sarcasticamente notato che «l’opponere qualunque proposizione è cosa di pocca fatica, non così riesce nel dover sostituire l’equivalente» (II, 437) passano subito a fare altre proposte di una nuova imposizione ancora più gravosa per i contribuenti, e cioè di una «estraordinaria universale gravezza, cioè di mezza decima di capital et soldi per lira della Dominante, et una imposizione estraordinaria di ducati 200.000 alla Terraferma. Mezza decima parimenti sopra li salari tutti, così de N. N. H. H. come de ministri di ogni genere, non esclusi li provisionati tanto della Dominante che della Terraferma; la metà parimenti delli due taglioni che si pagano in questa città dagli avvocati, causidici, mercanti et dalle arti; et mezza tansa della Terraferma, affinché sia proporzionalmente rippartito l’aggravio tanto sopra dei possessori dei beni stabili, quanto sopra quelli che traggono proffitto dalle pubbliche beneficenze, dal pubblico servizio et dagl’esercizij dell’industria così liberale come meccanica». La proposta è così grave che i Deputati sentono il bisogno di ricordare che già nel 1701 e 1705 erasi applicato un provvedimento di questo genere e di esortare i contribuenti alla pazienza «trattandosi del ben comune e del dovere che ogn’uno concorra all’aggravio, che al fine è estraordinario et che può sperarsi che non averà ad essere replicato per molti anni, potendo esser forse non molto lontana la benedizion della pace doppo tanti anni che sono trascorsi di eccedenti dispendj di tutte le potenze guerreggianti in Europa» (II, 440). Purtroppo però i Deputati non sperano di poter ricavare tutti i 450 mila ducati che l’imposta dovrebbe rendere e si augurano «ardentemente che nell’invernata che si va approssimando s’allontani l’occasione delle gravezze estraordinarie che la cruda necessità ci costrinse di indicare, pur troppo temendo che sarebbe per essere copiosa di resti la loro esazione, o che si diminuirebbe di gran lunga quella delle ordinarie gravezze» (II, 441). Sia per il timore che l’aumento delle aliquote riducesse lo sperato beneficio delle gravezze straordinarie, sia perché era politica costante del Senato di non mettere nuove imposte se non quando non fosse davvero aperta altra via di scampo, le proposte dei Deputati non sono accolte dal Senato il quale in suo decreto del 7 ottobre 1745 manifesta al «benemerito magistrato de Deputati il publico aggradimento per tanti e così fruttuosi suoi studi», ma si riserva «a determinarsi sopra la suggerita mezza decima di capital e soldi per lira, e la metà dei due taglioni in questa città, e sopra la estraordinaria imposizione di ducati 200.000 e mezza tansa in Terraferma» raccomandandosi che in caso di necessità i Deputati prontamente suggeriscano «in qual tempo dovrà essere imposta, dentro qual termine pagata, con qual benefizio ai più o meno pontuali». Siccome poi la incertezza del Senato a prendere determinazioni definitive circa le nuove imposte gli ha impedito di mettere in attuazione il dazio sul caffè pur già deliberato, come si vide, in massima; nuovi inviti si fanno ai Deputati a suggerire nuove fonti di rendita. «Quello del caffè che quanto più presto si maturerà dall’autorità pubblica e quello della carta che si promette, valeranno a questo essenzialissimo oggetto. Il Magistrato interni li suoi esami e suggerisca nuovi fondi, particolarmente come egli stesso saviamente riflette, sopra quelle cose che sono di consumo voluttuario e di lusso» (II, 446).

 

 

Frattanto, potendosi sperare una prossima diminuzione nelle spese militari, la proposta della gravezza straordinaria di 450 mila ducati viene messa da parte; e solo – mentre si procede col solito metodo degli spedienti temporanei, che saranno in seguito descritti – si raccomanda ancora il 30 aprile 1746 al Magistrato dei Deputati di applicarsi «a rinvenir nuovi fondi che soccorrono ed aggiongono forze all’erario. Tra questi riconoscerà anche quello della carta bollata e, riconosciuto, porterà a publico lume gli effetti de’ suoi studj. Può meritare pure esame e riflesso se alcuna gravezza vi fosse cui si trovassero soggetti li soli abitanti di questa città, ch’estender anche si potesse alli sudditi della Terraferma». Simili studi il Senato si promette altresì «dal magistrato della Deputazione al commercio che vorrà, col proddur sollecitamente gli effetti delle sue applicazioni, in esecuzione alle commissioni ingiontegli in riguardo al caffè, assicurare un conveniente fondo. E come l’erario pubblico ha molto donato al commercio, verserà se dal commercio in adesso restituir in alcun modo si potesse all’erario e rimmettergli il patrimonio» (II, 458).

 

 

Ma sembra che molto tempo si perdesse nelle conferenze tra i diversi Magistrati e che gli studi sui nuovi dazi e sulle imposte straordinarie a poco giovassero; sicchè in una scrittura del 21 maggio 1746 i Deputati, pieni di sfiducia non sanno più che partito prendere. «Tutte le cose che, non necessarie alla vita umana, possono dirsi di lusso, et quelle ancora che per la quantità del loro necessario consumo potrebbero senza aggravio della povertà essere caricate di nuovi pesi prendessimo in esame; ma fatto riflesso all’occorso per il caffè, fossimo disanimati dalle cose sempre decretate in favor del commercio, che rispettar dobbiamo per tanti riguardi». Visto che di lì non si poteva ricavar nulla, i Deputati si erano posti «a ripassare ogni categoria (di entrate); et prima di tutte fu quella dei dacij della Dominante e della Terraferma; ma vedendoli caricati di 10 soldi per lira, che è la metà dell’antico aggravio, e considerato inoltre il grave peso aggionto loro di 29 per cento a cagion del rialzo delle monete, fossimo costretti a persuadersi che, piuttosto che aumentarli, s’havesse dovuto attendere tempi più felici onde poterli diminuire più tosto a sollievo dei sudditi e specialmente dei poveri artisti delle città e dei villici dei territori». Scartati i dazi, i Deputati passano all’esame «delle ordinarie gravezze che cadono sul ben reale e sull’industria personale delle arti liberali e meccaniche». Ma anche qui i risultati della rassegna sono lamentevoli: «La decima ordinaria della Dominante, per esser stata caricata essa pure di 10 soldi per lira, et perché rissente ugual discapito delle monete, che produce il considerabile pernicioso effetto di pagarsi la decima in pubblico col ducato effettivo di quella rendita che esiggono i privati in moneta di piazza,[14] non potessimo divisar sopra la medesima alcun’altro aggionto. Il campatico poi, che nel suo nascere fu imposto come gravezza estraordinaria nei casi di gravi bisogni dell’errario, è divenuta ordinaria, essendo stata ogni anno dopo il 1688 imposta, perché pur troppo da allora in poi non ha potuto respirare l’economia; e noti essendo all’eccellenze vostre (i membri del Senato) li reclami di tanti territorij meno fecondi degli altri, che hanno tentato d’ottenere qualche diminuzione, passar dovessimo all’altra gravezza del taglione che cade sull’industria, come parimenti la tansa insensibile. Queste due gravezze sono fissate in cadaun anno, ma tanto eccedenti sono comparsi in passato li ressidui caduti in pena, che l’unico studio esser deve quello d’invigilare alla dirrezione de’ corpi per rendere col minor loro aggravio più copiosa l’esazione». Dopo d’avere accennato alle analoghe imposte dirette che cadevano sulla Terraferma, anche per esse conchiudono i Deputati non potersi «certamente pensare di dar nuovi accrescimenti… Ripassassimo dopo ciò anco le gravezze che cadono sul ministerio, da cui tanto numero di persone trae il proprio sostentamento; ma vedendole caricate del 30% di decime sopra li salarj che escono dalla publica cassa, d’altrettanto sopra le utilità delle pene, ed altro passanti per cassa, e similmente di 30 p.% sopra gli utili incerti, coll’obbligo inoltre di pagar la pena di 25% nel caso di cader in diffetto, con l’aggionta inoltre a detta pena de soldi 10 per lira, che rivengono 37,5 p.%, oltre il danno che essi pure rissentono nella moneta, non ci diede l’animo di pensar né pur sopra di esse all’istituzione d’alcun nuovo fondo» (II, 459-61).

 

 

Finalmente, dopo tanto cercare e ricercare, i Deputati si fermano sul progetto di estendere alla Terraferma l’imposta del 5% sulle eredità che si esigeva da tempo nella Dominante. In verità sino dal 1617 si era deliberata l’estensione; ma poi per le solite titubanze dai reggitori veneti quando si tratta di disgustare i sudditi e più ancora «per la felicità che correva» allora, fu sospesa nel 1619. Né più se ne era parlato sino al 1738 quando «per le disgrazie resesi sempre maggiori nel secolo presente», il Senato col decreto 27 settembre 1738 commetteva al magistrato competente di studiare se «convenisse rinovar alla Terraferma l’imposizione predetta, con qual modo e con quali regole». Ora i Deputati, visto che malgrado gli inviti del Senato non si era potuto far nulla a causa delle lungaggini delle conferenze fra i diversi magistrati interessati[15], propongono nuovamente che l’estensione dell’imposta ereditaria del 5% alla Terraferma sia seriamente studiata. «Posto che per l’estremità del bisogno di proveder nuovi fondi et l’impossibilità in riguardo a noi d’aggravare il commercio, i daci di consumo e le gravezze ordinarie, applicar si debba almeno per uguagliare possibilmente nelle imposizioni ordinarie li sudditi della Terraferma in proporzione della Dominante, non sapiamo veder che esser vi possa opposizione alcuna perché la maturità del Governo, senza ulteriori conferenze, avesse a detterminarsi nella massima antedetta»; tanto più, che un’imposta migliore, secondo l’avviso dei Deputati, non potrebbe essere escogitata: «L’aggravio è giusto, perché eguale alla Dominante; non è pesante, perché non vi soggiacciono se non quelli che restano benefficati per eredità o per legati; né può riuscire se non grato all’universale che verrà per tal mezzo ad essere sottratto dall’occasione di soggiacere a maggiori e più pesanti gravezze sia del genere delle ordinarie che di quello delle estraordinarie» (II, 462-4).

 

 

Il Senato, con decreto 4 giugno 1746, pur abbracciando «la massima di detta imposizione, conveniente e giustissima anche sopra i sudditi della Terraferma, in soccorso e difesa de’ quali si son profuse con paterna predilezione dal Senato, e nei tempi decorsi e di recente, in occasione di guerra e di pace, copiose beneficenze» non accoglie il suggerimento dei Deputati di far senza di ulteriori conferenze, e, ligio alle antiche norme, incarica «il magistrato alle Acque e quello dei Deputati et Aggionti alla provision del denaro, di unirsi in conferenza onde meditare e suggerire i mezzi più facili per dar sistema a questa imposta, e per assicurarne la sua esazione» (II, 405-6).

 

 

Al solito col metodo delle conferenze le cose vanno per le lunghe. In una scrittura del 23 luglio 1746 i Deputati si lagnano nuovamente che «dei fonti che furono da essi posti in vista per il sollievo dell’economia» nessuno abbia avuto «per anco la sorte d’essere secondato». L’appalto del caffè decretato, poi sospeso e poi divenuto litigioso, sospesi gli studi sui nuovi dazi sulla carta e su altri, non ancora esaudita la speranza dei ritocchi ai dazi sul commercio, non accettata la proposta della gravezza straordinaria sulle imposte dirette; ecco l’infelice esito dei disegni di nuove gravezze escogitate con tanta difficoltà. Il Senato di nuovo dà delle buone parole; raccomanda ai Magistrati competenti di studiare i dazi sul commercio e l’imposta ereditaria (Decreto 30 luglio 1746); ma non si conclude nulla; sicchè il 23 agosto 1747, in seguito ad altre rimostranze dei Deputati, è costretto a rinnovare le sue esortazioni platoniche: «Impiegherà – dice il Senato al Magistrato dei Deputati – assidue le sue applicazioni per rinvenir nuovi fondi che soccorrano ed aggiungano vere forze all’erario. Verserà, come ne fu incaricato particolarmente, nei modi di dare esecuzione alla massima presa dal Senato di render commune ai sudditi della Terraferma la imposizione delle 5 per cento cui soggiacciono al magistrato delle Acque li abitanti di questa città; esaminerà nuovamente se introddur si potesse la imposizione sopra la carta bollata; se un qualche aggravio instituire sopra la cera di consumo; e porrà in opra ogni studio onde stabilire una sicura rendita sulla imposizione che si è fissata nell’anno decorso sul caffè… Dalli sempre utili studi di cittadini così esperti, a quali è tanto nota la costituzione dell’afflitta economia pubblica, si promette il Senato, e sopra le cose proposte e sopra altre, e specialmente di lusso che riconoscesse addattate a dar suffragio al pubblico errario, suggerimenti così vantaggiosi che allontanar possano li motivi di ricorrere a’ mezzi sin ora usati con troppo sensibile suo sconcerto» (II, 497). Invece a questi mezzi-vendita di entrate pubbliche e nuovi debiti di varie forme – si continua a ricorrere per tutto il 1747 e per l’anno successivo. Il 18 luglio 1748 non si era concluso nulla, perché nuovamente il Senato, dolente di «ritrovarsi per la urgenza dei momenti nella necessità di provedere alle occorrenze con modi tanto gravosi» ingiunge ai Deputati di versare «sopra la carta bollata, sopra li modi di estendere anche alla Terraferma la già indicata imposizione delle 5 per cento… e sopra pure quegli altri argomenti che con la sua esperienza trovasse opportuni» (II, 506). I Deputati «versano» ed il 4 dicembre 1748 riferiscono che «non lieve vantaggio si è ritratto sinora ed altro giova sperare nell’avvenire dalle riforme introdotte nei metodi di esazione delle rendite del Levante e della Dalmazia, dazij della Dominante e gravezze della Terraferma, specialmente coi nuovi regolamenti adottati per la tansa della Terraferma. In quanto poi alli nuovi fondi, poco manca alla consumazione della ricupera della regalia del Principato nella parte delle correrie della Terraferma; e per l’istituzione della carta bollata si è donato nei mesi scorsi lungo e serio esame onde vincere le molteplici difficoltà da quali è circuita, e poco manca onde poterne rassegnare alla Serenità vostra la proposizione. Si sono anco estesi li capitoli per il metodo dell’esazione delle 5 p.% sopra l’eredità della Terraferma, né altro vi resta se non comunicarli alla comandata conferenza del magistrato eccell.mo delle Acque» (II, 507).

 

 

Gli inviti del Senato erano stavolta così perentori, che sembra qualche risultato concreto si sia ottenuto, a quanto almeno si può dedurre da una relazione dei Deputati ed aggiunti in data 11 dicembre 1750 nella quale si nota che «in ordine al punto dell’istituzione de fondi nuovi, oltre l’aggiunta data alle rendite coll’instituzione del pubblico lotto, si fece la ricupera delle correrie della Terraferma e la dilattazione delle 5 per cento alla medesima». Ma i Deputati debbono confessare «essere questo uno studio che esigge longezza di tempo e che incontra gravi difficoltà non facili a superarsi, specialmente nei tempi correnti; e quando anche nuovo profitto fosse per ritraersi, dobbiamo francamente asserire che non riuscirebbe corrispondente alle pubbliche indigenze. Che se poi rivolger si volesse il pensiere all’imposizione di nuove gravezze, oltre che ciò riuscirebbe spiacente all’animo dell’eccell.mo Senato, che ha voluto tenersene lontano anche nelle circostanze dei recenti estraordinarij dispendij, non sapressimo qual lusinga poterne concepire della loro esazione, mentre sono pur troppo caricati di peso poco meno che eccedente li cittadini e li sudditi per le gravezze e dazi già imposti, e per li repplicati accrescimenti che vi sono stati aggiunti; tra quali non è tenue quello che deriva nelli pagamenti di tutte le pubbliche gravezze e dazij per il rialzamento delle valute, che non importa meno di 29 per cento di estraordinario aggravio, così che anzichè aumentare il loro gravoso importare, voressimo suggerire qualche sollievo, che per le angustie presenti esser dovrà riservato a tempi migliori» (II, 531). I Deputati sono lieti, oltrechè del frutto, per quanto esiguo, ottenuto dalle nuove imposte, altresì dei risparmi ottenuti nelle spese: «Col aperta della cassa del Banco si è sottrata alla publica cassa la considerabile spesa che risentiva dal danno dei concambij. Si sono diminuite varie spese delle casse libere della Terraferma, e quella inoltre de dragomani e giovani di lingua di Costantinopoli, oltre varie altre partite di minor rilevo, che furono secondo l’opportunità dei casi scansate» (id. id.). Ancora maggior profitto si ottenne per la via del miglioramento delle vecchie rendite: «Hanno operato» – riconoscono i Deputati – «certamente con zelo e benemerita applicazione tutte si può dire le magistrature e le pubbliche rappresentanze dietro lo studio di migliorare le antiche rendite, e non lieve fu il beneficio ritratto per molti dazij di Terraferma levati dalli mani dei corpi ed affittati a privati conduttori. Per quelli in oltre del Levante, Dalmazia ed Istria, posti in altro sistema in riguardo alle loro deliberazioni. Per la tansa della Terraferma posta sopra del nuovo. Per le provide regolazioni della fervida applicazione degl’ecc.mi magistrati della Deputazion al comercio e de Cinque savi sopra la mercanzia date a buon conto e sin’ad ora alli dazi delle dogane. Finalmente per gli aumenti ritratti nelle ultime deliberazioni dei principali dazi della Dominante, e specialmente sopra li partiti del tabacco, del sale e del fontico dei curami della Dominante» (II, 529).

 

 

Da tutti questi provvedimenti finanziarii i Deputati calcolano di aver potuto ricavare un maggior provento annuo di circa 300 mila ducati. Infatti se si bada alle cifre pubblicate più sopra nelle tabelle riassuntive dei bilanci si vede che il provento dei partiti e dei dazi della Dominante passò da 2.170.280.19 ducati nel 1745 a 2.298.092.17 nel 1750 ed a 2.384.890.12 nel 1755; che i dazi della Terraferma progredirono pure da 970.918.17 a 981.848.2 ed a 1.025.725.12 ducati rispettivamente nei medesimi anni; che il Campatico della Terraferma passò pure da 219.342.3 nel 1745 a 233.391.1 nel 1755, la tansa da 20.361.8 a 42.180.21 alle medesime date; che la gravezza del cinque per cento sulle eredità, che nel 1745 non esisteva in Terraferma e nel 1750 ascendeva appena 4.587.17 ducati, giungeva a dare nel 1755 ben 52.592.22 ducati; e che in complesso le rendite ordinarie della Repubblica passarono da 5.240.537.23 ducati nel 1745 a 5.559.029 nel 1750 e giungevano a 5.602.095 nel 1755.

 

 

VII

Ma questo notevolissimo progresso si verificò specialmente dopo il 1746, ossia verso gli ultimi anni della neutralità d’Italia e quando già eravamo vicini alla pace. Prima ben poco frutto si potè ricavare dai rimaneggiamenti d’imposte e dalle più sollecite ed efficaci norme di esazione; cosicchè in tutto il periodo che va dal 1736 al 1746 il campo rimase aperto ai «provvedimenti straordinari» per escogitare i quali i finanzieri veneti dovettero dar prova di una ingegnosità non comune.

 

 

Scarso affidamento facevano i reggitori veneziani sul «tesoro di guerra» che essi avevano avuto la prudenza di accumulare col prodotto della tansa insensibile; poiché, malgrado fosse questa stata istituita per preparare, durante la pace, il nerbo pecuniario per la guerra, reputavasi miglior consiglio non intaccarne il fondo affine di averlo pronto per le emergenze davvero estreme in cui fosse in pericolo l’esistenza stessa della Repubblica. Tant’è che ad es. il 18 agosto 1747 calcolandosi che nel semestre venturo il fondo del Conservatore del deposito si sarebbe dovuto ridurre da 611 ad 80 mila ducati, i Deputati propongono di fare un nuovo prestito per lasciare alla fine del cassierato la cassa almeno altrettanto ben fornita come lo era in principio (II, 495). Né questo è il solo esempio che si riscontri scorrendo i documenti veneziani; e tutti provano come la Repubblica non amasse mai trovarsi sprovvista di una forte riserva per le circostanze imprevidibili e gravissime.

 

 

Uno dei metodi preferiti di avere entrate straordinarie era ancora quello di «ritrarre qualche non spregevole somma di danaro dalla vendita di varie cose che essenzialmente dipendono dalla regalja del Principato, inviamenti, cariche, correrie, acque et cose simili; da quali fonti senza verun pubblico aggravio entrando il dinaro con benefizio de privati, verrebbe di sotraersi alla cassa pubblica il gran danno che secco portano le anticipazioni et li depositi con affrancazione, da’ quali possibile non sarebbe finalmente di ritraere tutta la summa occorrente et caricata troppo l’ecconomia di pro, d’affrancazioni et di milizie, angustiati si renderebbero i consigli et le pubbliche deliberazioni» (II, 318). Ed ancora di poi i Deputati ritornano sul medesimo concetto affermando in relazione del 26 febbraio 1746 che «questo della vendita della regalja è il punto più essenziale delle speranze della pubblica ecconomia, perché sottragono non solo l’aggravio delle affrancazioni che sarebbero per slontanar sempre più il suo bilanzio, ma non lasciano né pur sentire l’aggravio del pro» (II, 483). È la teoria della alienazione del pubblico demanio applicata già fin d’allora in vaste proporzioni. Poiché i beni demaniali davano scarso e talvolta nessun reddito, era opportuno alienarlo a buone condizioni.

 

 

Le vendite infatti proseguono assiduamente.[16]

 

 

Nel 1736 si incassano nella Dominante per vendita fatta dall’officio dei Presidenti sopra l’esazion del dinaro publico delle banche di beccaria e botteghini  

D. 1.270

Id., per vendita di cariche in aspettativa » 5.464.12
Id., id » 1.892.9
Id. per vendita de beni della Procuratia de supra » 1.169.17
Nel 1737, id., per vendita beni botteghini a Rialto » 1.450
Id. per vendita beni comunali » 153.5
Nel 1738, id., Affrancazioni perpetue di diversi comuni per il dazio dell’imbottato » 3.225.23
Id., Dalla val Camonica per ottenere il privileggio della fabbrica d’anni 20 entro i confini della valle per le mazze rigate » 2.000
Nel 1739, id., per vendite dacioli della Dominante » 3.540.7
Id., Bergamo, id., di Zarisca » 478.10
Id.,id., diversi » 1.411.20
Nel 1740 id., id » 5.975.20
Id. Brescia. Affrancazioni perpetue dei comuni di Travagliato e Colombaro del dazio dell’imbottato » 14.216.2
Nel 1742 id. Dominante per vendite ostarie ed officij » 58.760.9
Nel 1743 id., affrancazioni d’affitti e livelli » 2.884.2
Id., Vendite d’affitti e livelli » 1.712.18
Nel 1744 id., id. beni delle Procuratie di S. Marco » 7.353.9
Id., id. cariche » 13.261.11
Id., id. ostarie e beccarie della Terraferma » 28.046.8
Nel 1744 Brescia, id., limitazioni » 11.076.3
Nel 1745 Dominante, id., cariche » 17.771
Id., id., ostarie e beccarie Terraferma » 11.250.14
Id., id., affitti » 727.6
Nel 1746, id., id. beni stabili delle Procuratie di S. Marco » 4.787.23
Id., id., cariche » 22.206.17
Id., id, poste d’oglio » 27.100
Id., id., ostarie e beccarie Terraferma » 46.107.21
Nel 1747 id., id., id » 12.061.7
Id., id., officij in attualità » 19.824.10
Id., id., poste oglio Cà di Dio » 21.125.3
Id., id., beni stabili ecc.me Procuratie » 3.720
Nel 1748 id., beni di Po » 11.130.15
Id., id., carico di nodaro acque » 1.860
Id., id., ostarie e beccarie Terraferma » 8.146.12
Id., id., poste oglio » 32.746
Id., id., offici in attualità » 15.060.5
Nel 1749 id., id, beni di Po » 5.253
Id., id., carico nodaro Acque » 387.12
Id., id., laguna in S. Erasmo » 968.21
Id., id., officij in attualità » 20.262.13
Nel 1749 id., ostarie e beccarie Terraferma » 2.602.15
Id., id, beni stabili tre Procuratie di S. Marco » 6.600
Id., Palma, id. carica di ragionato della Camera predetta » 2.120
Nel 1750 id., Dominante, id., ostarie e beccarie Terraferma » 10.971.11
Id., id., officij in attualità » 7.928.12
Nel 1751 id., beni in sacca di Malamocco » 1.398.10
Id., id., beni a S.ta Eufemia di Mazorbo » 534.9
Id., id., officij in attualità » 14.907
Id., id., ostarie e beccarie della Terraferma » 264.20
Nel 1752 id., officij in attualità » 23.649.18
Id., id., ostarie e beccarie » 632
Nel 1753 id., beni » 1.142.8
Id., id., ostarie e beccarie » 495.1
Id., id., officij in attualità » 12.074.10
Id., Camera di Pinguente, id., molini » 220.3
Nel 1754 Dominante, id., officij in attualità » 17.347.5
Id., id., beni di pubblica raggione » 266.6
Id., camera di Pinguente, id., di molini » 259.19
Nel 1755 Dominante, id., officij in attualità » 16.275.18
Id., id., id., beni di pubblica ragione » 158
Id., Camera di Pinguente, id., de Molini » 246.14

 

 

Dal quadro ora composto si vede che le speranze dei finanzieri veneti in ordine alla alienazione del pubblico demanio non si realizzarono guari, e che fuor degli uffici pubblici, delle ostarie, di alcuni dazi e di pochi beni, nulla si potè realizzare delle sperate vendite delle regalie della Serenissima. Forse ciò fu dovuto al fatto che la Repubblica non volle mai essere molto condiscendente nel prezzo di vendita delle regalie e persino nel 1743, quando pure urgevano i bisogni dello Stato, il Senato insisteva a vendere i dazioli di Brescia e di Bergamo al capitale ragguagliato ad un tasso d’interesse del 4% e l’imbottato delle medesime città al 3% (II, 344 e pagine in seguito). Del pari il 31 maggio 1747 i Deputati davano parere contrario alla proposta ricevuta di vendere i dazietti dei territori della Terraferma ad un capitale ragguagliato all’interesse del 4,5 % (II, 492). Per queste cause o per altre ancora, come l’incertezza dei capitalisti in tempo di guerra e la possibilità di facili investimenti in titoli di Debito Pubblico, è certo che la vendita delle regalie dello Stato procedeva stentatamente; e se ne lamentano i Deputati in una scrittura dell’1 ottobre 1745: «Le vendite delle cariche, delli beni di Caurle, delle limitazioni delli terrritori bresciano e bergamasco,[17] delle ostarie di qua dal Mincio et delle cavalerie di Bergamo, che portar potevano in pubblico un million e mezzo incirca di ducati, sono talmente arrenate, che sopra d’esse vendite non sapressimo cosa poter sperare, quando la concordia de sentimenti nei magistrati a quali la respettiva matteria s’aspetta non fosse per vincere una volta le opposizioni dei privati interessati nelle medesime. In tale stato di cose, rippassati dal magistrato li fonti tutti che in passato hanno soministrato dinaro, s’osserva che somme rillevanti entrarono col mezzo delle offerte volontarie per l’aggregazione alla veneta nobiltà, et non siamo fuori di tutta la speranza che nelle città suddite della Terraferma non possa anco in presente trovarsi tal’una famiglia fra quei nobili che fosse in grado di far sopra ciò il solito onorevole proggetto. Habbiamo per tal effetto animato il zelo dell’eccell.mo signor savio cassier che ha onorato la consulta degl’attuali provedimenti, di introdurre qualche maneggio con la naturale sua avvedutezza e desterità per diriggersi poi in questa delicata matteria a misura delle notizie che si ritraeranno. Le chiamate dei banditi non corrisposero all’aspettativa che s’era concepita, et non essendo rimotto il tempo dell’ultima chiamata, non ci dà l’animo di proporne una nuova che altro effetto sicuro non produrrebbe, se non moltiplicar il numero pur troppo osservabile de malviventi» (II, 435-6). Sembra che malgrado la «naturale avedutezza e desterità» del savio Cassiere i suoi maneggi non abbiano giovato a persuadere nessuna famiglia nobile della Terraferma; talchè le speranze di ricavar larghi proventi da questa fonte rimangono deluse al par di quelle di estorcer denari ai banditi per concedere loro il permesso di tornare liberamente in patria.

 

 

Un ultimo partito rimaneva alla Serenissima per procurarsi entrate straordinarie: ed è ancora il partito che oggi viene a preferenza abbracciato: quello di far debiti. Anche allora, come oggi, varie erano le maniere di far debiti.

 

 

Anzitutto le «anticipazioni» dei partiti, dazi ed altre entrate appaltate. Era un metodo facile perché i creditori che anticipavano le somme alla Repubblica, si rimborsavano di anno in anno sul prodotto delle imposte di cui erano appaltatori, conteggiando altresì a proprio vantaggio il solito interesse corrente, che allora era del 4 per cento. È per questo che la Repubblica tanto facilmente ricorreva al metodo delle anticipazioni, si che è possibile compilarne una lunga lista.[18]

 

 

1736 Dominante:

 

 
Anticipazione sopra il partito generale dei sali di qua del Mincio  

D. 100.000

Id., dacio bolla panni e razze di Treviso »  3.000
Id., gli otto dacj di Treviso »  5.000
Id., il partito del tabbacco, condotta Ventura »  130.000
Id., il dazio dell’uscida del tabbacco »  24.500
Id., il dazio della seda di Brescia »  36.580.15
1737 Dominante:

 

 
Anticipazione sopra il dacio oglio lino »  1.000
Id., dacio mercanzia Brescia »  30.000
Id., Pio Luocco della Pietà di detta »  1.500
Id., Cittelle e Soccorso id »  900
Id., Orfani id »  1.800
Id., della Cà di Dio id »  2.100
Anticipazione della Congrega Apostolica id »  2.700
Id., dall’Ospital maggiore id »  7.000
Id., dall’Ospital S.ta Maria de battudi »  3.363.12
Id., sopra dacio uscida Verona »  7.000
Id., sopra il dacio, sive partito animali bovini »  16.000
1737 Terraferma Vicenza:

 

 
Quarto anticipato de dacij diversi in luocco di pieggieria  

»  7.491.22

Brescia. Anticipazion del dacio ducato per botte di Brescia  

»  20.000

 

 

E così di seguito tutti gli anni le anticipazioni formano uno dei mezzi più consueti di sopperire alle urgenti necessità della Repubblica.

 

 

Per non dilungarmi, ricorderò soltanto nel 1741 l’anticipazione del dazio sull’uscita del tabacco di Ducati 20.000 e pel partito generale del tabacco di Ducati 100.000; nel 1742 l’anticipazione del dazio sul pesce salato dall’arte dei salumieri per D. 124.000; dalla Camera di Brescia D. 4931.21 per annate anticipate di Lonato ed Iseo, dalli Corrieri di Roma D. 20 mila, dalla Camera di Brescia D. 64.052.11 per limitazioni e dazi anticipati; nel 1743 anticipazioni diverse delle Camere di Brescia, Salò, Verona, Vicenza; nel 1744 ducati 100 mila dalla Città di Verona per anticipazione sul dazio delle carni, ducati 100 mila sul partito del tabacco, ducati 30 mila sul dazio delle lettere, ecc.; nel 1745 ducati 136 mila sul partito generale del tabacco, ducati 24 mila sul dazio d’uscita dello stesso, D. 124 mila sul dazio del pesce salato, D. 44 mila sul dazio della seta della città di Verona, D. 13.523.18 sul dazio della frutta dall’arte dei fruttaroli; nel 1746 D. 76 mila dalla Città di Verona sul dazio delle carni, D. 16.476.7 dall’arte dei fruttaroli sul dazio delle frutta, D. 14.968.10 dalle tre Procuratie di S. Marco per conto delli D. 150 mila sopra i beni di Caorle, dalla Camera di Bergamo D. 15.435.14 e da quella di Brescia D. 94.865.19 per dieci annate anticipate.

 

 

A Partire dal 1747 le anticipazioni diventano meno frequenti. Esse servivano in casi estremi a procurare rapidamente delle entrate, con metodi a cui si trova un riscontro nei tempi più recenti della unificazione italiana; come per l’anticipazione, sovra ricordata fra le altre, sui beni di Caorle. Erano questi beni demaniali stati messi in vendita al pubblico incanto, ma poiché la vendita procedeva lentamente si stabilì di ottenere, come già si era fatto nel 1696, delle anticipazioni dalle tre Procuratie di S. Marco, le quali dovevano poi ripagarsene a mano a mano che avrebbero venduto i beni, precisamente come si fece in Italia per la vendita dei beni dell’Asse ecclesiastico (II, 346-7). Ma si trattava però sempre di espedienti, i quali erano considerati dai reggitori veneti bensì di esito facile, ma gravosi «perché oltre l’aggravio del prò distragono il capitale dalle pubbliche annuali correnti rendite assegnate al loro rinfranco in breve giro di tempo». Oltre al diminuire le entrate della Repubblica le anticipazioni avevano anche lo svantaggio di legare le mani al governo, il quale, pressato dal bisogno, non poteva ottenere nei nuovi incanti tutti quegli aumenti di prodotto che sarebbero altrimenti stati possibili. È vero che nei contratti di anticipazione si è sempre avuta la mira «di conciliare col mezzo de pubblici incanti la presservazione, se non l’aumento, della pubblica rendita col benefficio degli esborsi anticipati». Ma se si è conservata la cifra del passato, non la si è accresciuta: «Questo modo, quando anco sempre presservar potesse la rendita, del che non si può compromettersi, è ugualmente gravoso: prima perché non si possono promuovere quegl’aumenti delle offerte che s’averebbero in tanti daci, quando potessero esser levati da persone che non fossero tra le più ricche o tra le più accreditate, capaci unicamente di aniticipare le grandiose somme delle anticipazioni. Secondariamente perché ipotecato lo annual redito, convien che l’erario resti proveduto annualmente di tanta summa di più quanto è l’importare dei rispettivi deconti delle anticipazioni ritratte» (II, 434).

 

 

Appena perciò è possibile la Repubblica saviamente abbandona il metodo delle anticipazioni: nel 1748, nel 1749 e nel 1750 non se ne constata alcuna. Nel 1751 viene a scadere il partito generale del tabacco, sopra di cui era solito prima ottenersi una forte anticipazione al momento dell’incanto dagli appaltatori. Ma questa volta, osservandosi che la Cassa del Conservatore del Deposito era abbondantemente provveduta per le occorrenze attuali, che non era forse «conveniente l’aggravar l’economia del prò di 4 per cento fuori del bisogno», ed inoltre «creder potendosi che senza detto vincolo di provedere in piazza gli abboccatori tanta somma di dinaro, potrebbe più facilmente restar promossa la gara dei concorrenti, da quali unicamente dipende il vantaggio di simili deliberazioni»; si rimase in dubbio se si dovesse nuovamente richiedere tale anticipazione agli appaltatori. Ma poi si decise di lasciare a questi di versare la cauzione a loro scelta sia con un anticipazione di ducati 100 mila sul partito del tabacco e di ducati 24 mila sul dazio d’uscita del medesimo, sia con l’ipoteca su titoli di Debito Pubblico; colla riserva che nel primo caso i 124 mila ducati dovessero servire ad accelerare l’ammortamento del Debito Pubblico redimibile (nuovi depositi di maccina ed oglio). Gli appaltatori scelsero difatti la prima alternativa, cosicchè nel 1751 si veggono figurare tra le entrate straordinarie anche 124 mila ducati di anticipazioni. In seguito abbiamo ancora 25 mila ducati nel 1752 dal dazio sul vino, anche questi anticipati a guisa di cauzione; e con ciò cessano le anticipazioni nel periodo studiato.

 

 

Ma rimanevano – molto simili alle anticipazioni – le prestanze di Corpi pubblici ed Enti morali, che in un breve periodo di tempo si ripagavano delle somme imprestate allo Stato sul prodotto di certe imposte dirette o dazi che erano quasi date in pegno a quei corpi. Non vi era norma fissa, quanto al periodo di tempo entro cui le prestanze dovevano essere rimborsate; ma di solito oscillava tra i 5 ed i 20 anni, mantenendosi l’interesse quasi sempre al 4%. Ricordo alcune fra le principali prestanze:

 

 

Nel 1736 prestanza sopra il dazio della trattura della seta della città e territorio di Verona D. 19.877.20

»               »

dall’arte dei fruttaroli 6.902.9

»               »

dalla Val Camonica 20.000

»               »

Santo Monte di Treviso 10.000

»               »

Id., id., di Este 3.000

»               »

territorio Bergamo 18.786.4

»               »

città di Verona sopra dazio macina 50.000.2
Nel 1737 prestanza Santo Monte di Verona 20.000

»               »

Id., id., di Vicenza 12.000

»               »

città ed ospital di Udine 18.000

»               »

magnifica città di Bergamo 12.000

»               »

Santo Monte di Treviso 8.000.3
Nel 1738 prestanza città di Brescia 20.000

»               »

Santo Monte di Treviso 2.000
Nel 1739 prestanza pio Ospedale S.ta Maria de battudi di Treviso 1.550
Nel 1742 prestanza città di Verona 100.000

»               »

Udine 3.875

»               »

santo Monte di Vicenza 4.000

»               »

Id., id. di Cologna 2.000

»               »

Id., id. di Crema 3.875

»               »

corrieri di Roma 20.000

»               »

luochi pii di Brescia 40.000

»               »

città di Brescia 20.000

»               »

Santo Monte di Rovigo 2.325

»               »

Id. di Treviso 20.000

»               »

dal Corpo degli ebrei di Verona sopra dacio pestrin 16.800

»               »

Santo Monte 25.299.22
Nel 1743 prestanza città di Brescia 25.000

»               »

Id. Val Camonica 15.000

»               »

Id. territorio di Brescia 60.000

»               »

arte della lana di Verona 20.000

»               »

Santo Monte di Verona 4.700.2

»               »

dal Comun di Tregnago 4.900

»               »

Santo Monte di Vicenza 12.000

»               »

id. di Udine 9.152.22
Nel 1744 prestanza dal territorio di Bergamo 16.000

»               »

ecc.me Procuratie di S. Marco sopra beni di Caorle 42.077.10

»               »

dal Corpo degli Ebrei di Verona 5.000

»               »

città, Santo Monte et Ospital maggiore di Udine 18.000

»               »

Santo Monte di Vicenza 9.000

»               »

città e territorio di Bergamo 40.460.19

»               »

città di Brescia, Val Sabbia e Val Trompia 60.000

»               »

Patria di Salò e suoi comuni 30.000

»               »

città e territorio di Crema 5.000
Nel 1745 prestanza Procuratie ecc.me S. Marco D. 49.559.20

»               »

città di Crema 1.900

»               »

territorio di Bergamo 1.539.5

»               »

Val Sabbia e Val Trompia 4.000

»               »

territorio Crema 1.000

»               »

Id. Vicenza 27.696.7

»               »

Comunità di Cittadella 2.500
Nel 1746 prestanza arte fruttaroli sopra dacio frutti ” 16.476.7

»               »

tre Procuratie di S. Marco per conto delli D. 150 m. sopra beni Caorle 14.968.10

»               »

territorio di Vicenza 16.052.21
Nel 1747 prestanza tre Procuratie sopra beni Caorle 54.973.11

»               »

Santo Monte di Pietà di Vicenza 8.176.6

»               »

territorio di Vicenza 6.250.20
Nel 1748 prestanza tre Procuratie di S. Marco 9.727.21
Nel 1749 prestanza Id. Id. 6.600

 

 

È questa una categoria che presentava poca elasticità, trattandosi in sostanza di anticipazioni fatte dalle Città, dai Comuni rurali, e dai Monti di Pietà sulle imposte che si esigevano nei loro territori, di anticipazioni fatte dalle Procuratie di S. Marco sopra i beni di Caorle, ecc. Il nome è diverso – nell’un caso «prestanza», nell’altro «anticipazioni» -; ma la sostanza è quasi identica; poiché nell’un caso e nell’altro la Repubblica cercava di ottenere subito quelle somme che le imposte avrebbero fruttato in seguito. Erano, se si può usar la parola, le anticipazioni e le prestanze simili ai buoni del tesoro a lunga scadenza (settennali) a cui si ricorse in Italia tempo addietro. I compilatori di bilanci veneti hanno chiara consapevolezza di questa identità fondamentale, poiché nel bilancio delle spese mettono insieme le somme che la Repubblica paga per il servizio degli interessi e dell’ammortamento sia delle anticipazioni che delle prestanze:

 

 

Anni

Dominante

Terraferma

Anni

Dominante

Terraferma

 

Ducati

Ducati

 

Ducati

Ducati

1736

98.583.16

145.822.6

1746

101.882.20

209.957.4

1737

70.549.19

189.677.4

1747

155.158.23

189.841.10

1738

73.589.4

178.929.22

1748

104.357.15

222.071.3

1739

89.374.21

160.677.21

1749

85.556.2

137.908.9

1740

64.628.10

180.209.-

1750

91.942.4

110.270.8

1741

238.039.15

124.404.-

1751

50.285.20

93.273.23

1742

64.058.2

122.255.22

1752

84.345.15

131.000.8

1743

65.573.14

181.541.16

1753

82.377.17

94.603.15

1744

84.199.22

154.377.4

1754

111.181.5

71.291.20

1745

98.411.15

159.428.11

1755

84.193.17

62.945.22

 

 

Ma sovratutto si ricorreva ai prestiti conchiusi col metodo dei depositi e dei capitali istrumentati. Erano i depositi come dei crediti iscritti su quaderni o mastri tenuti presso la Zecca o presso altri magistrati od uffici le cui entrate erano assegnate o vincolate al pagamento dei prò ed all’affrancazione dei capitali. I depositi erano prestiti volontari che i capitalisti facevano dirttamente al governo della Repubblica; e rimontano nelle loro origini non più in là della prima metà del secolo XVI, quando i vecchi monti procedenti da prestiti obbligatori erano scaduti di pregio e di credito per il ritardo nel pagamento degli interessi e per la riduzione di questi. La cessione dei depositi si effettuava con un semplice giro di partite nei quaderni dove si tenevano le iscrizioni. I depositi erano simili ai debiti redimibili attuali, perché oltre al pagamento degli interessi la Repubblica provvedeva all’estrazione a sorte di una forte quota dei capitali dati in deposito. Siccome però il bilancio di solito non era in grado, come già vedemmo, di fornire le somme per l’ammortamento del Debito Pubblico, così accadeva che si dovessero contrarre nuovi prestiti per affrancare i precedenti; e chiamandosi questi, dal nome delle imposte vincolate al servizio dei prestiti, depositi della maccina e dell’oglio, ne veniva che i nuovi prestiti venivano detti aggionte o depositi aggionti alla maccina ed all’oglio. Ad esempio il 4 dicembre 1748 lo stato del debito pubblico redimibile, era il seguente, in capitale e numero degli anni entro cui doveva verificarsi l’ammortamento integrale (Cfr. Relazione dei Deputati, II, 514).

 

 

 

Ducati

 
Aggiunte alla maccina

3.240.000

redimibili in anni 9
Un milione aggiunto alle aggiunte predette

1.000.000

        id.             10
Ultima aggiunta data alla maccina

300.000

        id.             19
Resto del nuovo deposito oglio

1.372.544

        id.               5
Aggiunte all’oglio

3.000.000

        id.             15 (cominciando dopo 5 anni)

Totale …. Ducati

8.912.544

 

 

Di solito le aggiunte non superavano l’ammontare degli antichi prestiti che venivano ad estinguersi, perché data la deficienza dei metodi creditizi di allora e l’impoverimento della Repubblica, non era facile trovare nuovi capitali a prestito; e di solito si poteva ottenere soltanto il reinvestimento dei capitali che erano stati estratti a sorte ed affrancati. Così, in una scrittura dell’1 ottobre 1745 i Deputati riferiscono che non osano proporre nuove aggiunte al deposito dell’oglio, sovra del quale già si erano fatte varie aggiunte per l’ammontare di 1.800.000 ducati, perché «avendo il fatto datto a conoscere che non ivi concorrono se non li capitali condizionati che sortiscono in affrancazione de depositi stessi, e cadendo queste nel semestre di giugno di cadaun anno, sarebbe cosa impropria dilatarle fuori del semestre medesimo, perché non essendovi per essere, come dicessimo, alcun concorso di volontarj, che cercano in altro modo, benchè col pubblico medesimo, di far le loro investite, si darebbe qualche motivo di discredito alle aggionte medesime (II, 435)». Altrove (II, 459, in data 15 aprile 1746), notano parimenti che «soliti sono d’entrare non già volontarij i nazionali e forestieri (ossia di imprestar denaro in deposito alla Repubblica, il che allora dicevasi «entrare nei depositi»), ma quelli unicamente che estratti per le affrancazioni dei nuovi depositi sono obbligati di rinvestire li capitali, che per la maggior parte non sono a libera loro disposizione ma condizionati, ciò che in sostanza altro non fa un tal dinaro che cambiar luocco, passando dalli primi depositi maccina et oglio in quello delle nuove aggionte di quest’ultimo».

 

 

I capitalisti che aveano capitali disponibili cercavano bensì di impiegarli, come dice la relazione ora citata, «col pubblico», ossia in imprestiti allo Stato; ma preferivano altre maniere di imprestito, e specialmente quello così detto dei capitali istrumentati. Erano questi dei mutui che lo Stato otteneva in modo più o meno coattivo dalle Scuole di S. Rocco, della Carità, della Misericordia e di S. Giovanni Evangelista e delle Arti della seda, dei luganegheri, dei pistori e dei testori. Queste che erano potenti e ricche corporazioni di mercadanti e di artefici ottenevano i capitali dai privati promettendone la restituzione. I mutui così nei riguardi dello Stato come in quello delle Scuole si provavano mercè istrumenti notarili. Erano i mutui cedibili e la cessione si operava colla trascrizione dell’istrumento. Probabilmente i capitali istrumentati aveano preso un grande sviluppo dopochè la Repubblica aveva ridotto nel 1714 gli interessi dei vecchi mutui al 2% Allora essa dovette da una parte coi depositi «della maccina e dell’oglio» dare in pegno alcune sue entrate se volle ottenere direttamente a prestito dai capitalisti, ovvero ricorrere al credito antichissimo delle Arti e Scuole, rendendo queste mallevadrici dei contratti di prestito che per mezzo loro stipulava. I reggitori veneti preferivano questa maniera di prestito ai depositi «perché non caricano se non del solo prò del 4%, né obbligano mai il pubblico ad alcuna affrancazione» (II, 433). Erano perciò i capitali istrumentati una specie di debito perpetuo consolidato, per il quale bastava provvedere al servizio degli interessi senza dover mai pensare all’ammortamento. I privati lo preferivano del pari sia perché a tutti gli istrumenti stipulati colle Arti e Scuole restava accordata l’esenzione di ogni spesa di messetaria, gramatici ed altro (II, 331), sia perché potevano stipulare il loro contratto con le Arti e Scuole a scadenze variabili a seconda delle convenienze particolari. Si aggiunga che le Arti e Scuole accettavano senza spesa le cessioni degli istrumenti o, come allora dicevasi, i «sub ingressi» e talvolta anticipavano le restituzioni dei capitali provvedendo esse a rivendere i titoli ad altri capitalisti. Per usare un paragone approssimativo con istituzioni moderne, le Arti e Scuole fungevano da garanti dei prestiti, da custodi dei gran libri del Debito Pubblico d’allora e da Borse dove i capitalisti potevano cedere e comprare titoli al prezzo corrente, pur rimanendo sempre il Debito consolidato ed irredimibile nei riguardi dello Stato.

 

 

VIII

 

Qui sotto è compilata una tabella la quale fa vedere quale fosse il gravame annuo che la Repubblica sopportava per il servizio degli interessi e dell’ammortamento del suo debito pubblico, sia antico che nuovo. Le cifre che vanno sotto la denominazione di «ridotti, ad haeredes» e di «ratte vecchie» corrispondono al debito antico, anteriore al 1714, che in quell’anno era stato ridotto forzatamente ad un tasso d’interesse del 2%. I «vitalizi» e i pagamenti «a fuorusciti» erano partite speciali di poca importanza. Lasciando da parte i debiti «antichi» che oramai erano diventati un carico perpetuo e consolidato, le maniere di debito che costituivano le fonti da cui la Repubblica traeva entrate straordinarie nel periodo 1736-55 erano in sostanza i depositi ed i capitali istrumentati.

 

 

 

 

 

 

1736

1737

1740

1745

1750

1755

Dominante

 

Debito antico: Ridotti, ad haeredes

1.105.746.22

1.055.288.22

1.044.356.15

1.034.646.15

1.058.447.12

1.050.352.21

Ratte vecchie

10.284.17

1.474.21

28.071.8

33.225.1

24.663.20

31.019.22

Partite speciali: Vitalizi

49.228.5

58.316.16

52.152.13

48.153.1

38.005.3

27.725.12

a fuorusciti

2.882.1

1.865.13

2.468.7

3.003.10

2.780.19

1.763.21

Debito nuovo: Depositi maccina et oglio con aggiunte

339.901.1

359.246.6

367.498.8

378.972.16

331.053

11.040.12

Capitali istrumentati

273.555.2

296.517.11

280.128.1

422.334.19

402.006.18

734.144.16

Affrancazioni dei depositi di maccina et oglio

383.809.12

310.979.23

439.157.8

494.038.21

402.006.18

419.284.23

Nuovo deposito al 3,5%

11.786.16

Prò (interessi) pagati per debiti in Terraferma

59.657.15

86.821.9

92.595.1

60.017.13

60.615.13

67.999.2

 

 

A procurare queste ingenti somme che, come già si è visto in principio del presente scritto, ammontavano l’11 dicembre 1750 a ducati 80.243.525 di capitale, di cui 9 milioni contratti nella neutralità durata dal 1740 al 1748 non erano lievi le difficoltà. In una relazione del 15 aprile 1746 i Deputati si lamentano infatti che l’angustia loro è cresciuta «per la difficoltà del fondo da assegnarsi per il pagamento dei pro»; poiché crescendo i debiti male si potevano rinvenire nuove entrate tanto sicure e larghe da dar affidamento ai creditori che non sarebbero mai per venir meno ai bisogni del servizio del prestito garantito con quelle entrate (II, 453). Né sempre i capitalisti, malgrado le più ampie garanzie, si dimostrano pronti a far mutui alla Repubblica. Il 23 luglio 1742 riferiscono i Deputati non essere possibile nel trimestre corrente ottenere mutui nei depositi dell’olio per più – di 100.000 ducati; «né alcuna maggior industria per promuovere in maggior concorso sapressimo adottare. Desiderabile sarebbe bensì qualche maneggio co’ capitalisti forestieri per ottenere il loro denaro; ma difficile l’introdurne le pratiche, non sappiamo se non farne questo cenno perché tutto sia a scarico del nostro divoto zelo. Da capitalisti della nazione è certo che maggior summa non può sperarsi di ritraere, mentre s’è fatto ne’ scorsi mesi ogni tentativo per accelerarne l’unione» (II, 316). Dai capitalisti nazionali è impossibile ottenere somme sufficienti; e «senza il concorso del dinaro forestiero» si teme che non sia possibile supplire alle straordinarie emergenze che continuamente si presentano (II, 332).

 

 

Tanto maggiormente era necessario – per non incontrare «delle opposizioni incredibili in tutto ciò che la necessità costringe a gettar l’occhio» – che la Repubblica, la quale avea pure da far scordare la funestissima conversione forzata al 2% decretata nel 1714, mantenesse rigidamente i patti convenuti e fosse puntale nel pagamento degli interessi e delle quote d’ammortamento. I Reggitori veneti ben lo sapevano; e tratto tratto nelle relazioni dei Deputati ed aggiunti alla provision del denaro si leggono dimostrati i benefici numerosi che la puntualità nei pagamenti, pure frammezzo alle maggiori angustie, ha arrecato alla Repubblica e la necessità di mantenere intatto anche nel futuro il credito dallo Stato. «Per aggiungere» – essi dicono in una scrittura dell’1 ottobre 1745 – «tempi di tanta avversità maggior credito alla pubblica fede, si sono, dopo il 1714, effettuati con somma pontualità li pagamenti non solo delle rate dei prò di qualunque genere, vecchio e nuovo, ma ancora quelli delle affrancazioni nei termini prefissi, ottenuto perciò essendosi l’effetto proposto del concorso de’ privati nel rinovare col pubblico, in uno o in un altro modo, le investite dei loro capitali. Noi siamo di parere che non sia facile lo spiegare quanto abbia confluito ai provvedimenti già fatti detta pontualità; et conoscerà la virtù e ‘l zelo di vostre eccellenze rendersi più che mai necessario di mantenerla in riguardo al tempo avvenire. Nell’atto che detta pontualità giova alla confluenza del dinaro privato in soccorso delle pubbliche straordinarie esigenze, facilita il pagamento delle pubbliche gravezze e dazj; e rende felice in certo modo la condizione de cittadini e sudditi che, non trovando da investire in fondi stabili, si chiama contenta nelle pubbliche investite che in proporzione gli riescono più utili. Per fino taluni forestieri sentonsi attratti a reinvestire li loro capitali che escono annualmente in affrancazione de nuovi depositi, et se ne sono veduti alcuni altri trasportar da proprj paesi il contante in somme non lievi per riporli in seno della pubblica fede. Dalla predetta puntualità altro bene è derivato, di non essersi accresciuto il prò di 4% in qualunque contratto col pubblico, lo che non solo ha giovato all’errario, ma all’universale del comercio, che in caso diverso averebbe pagati molto maggiori gli interusurj della piazza». Non solo si otteneva di mantener basso il tasso corrente dell’interesse a Venezia; ma si riusciva ad effettuare la conversione di titoli di Debito pubblico emessi ad un tasso superiore al 4 per cento. «La cassa pubblica ha finalmente con un tal mezzo potuto ricuperare ducati 24.000 circa di rendita ch’era ipotecata nel pagamento delli prò dalle 4 alle 4,5 et 5 rispettivamente %, essendo al solo cenno della offerita affrancazione concorsa la maggior parte de’ capitalisti a contentarsi volontariamente del detto limite del 4%, che attualmente è comune a tutte le investite posteriori al 1714; e crediamo di poter dire a gloria dell’eccell.mo Senato, che verun Principato d’Europa che versa in dispendj estraordinari ha potuto fermar li prò al limite accennato di 4%. E noi siamo fermi nel proposito che tutt’altro abbia a tentarsi fuorchè ad aumentarlo, per il timore che ci sorprende dei mali effetti che ne deriverebbero di aumentare il pubblico dispendio col pericolo di alterare la pontualità di pagamenti, che tanto importa che si mantenga illibata; oltre quello di alterare le misure dell’universale comercio della Dominante et dello Stato, et per l’oggetto in oltre di mantenere in credito la Nazione et di accrescere il decoro del Principato» (II, 432-33).

 

 

A Venezia si era tanto attaccati all’interesse del 4% e tanto si paventavano le conseguenze di un rialzo dell’interesse che non si accettavano offerte, anche favorevoli, di vendite di beni demaniali o di alienazioni temporanee d’imposta, solo perché gli acquirenti offrivano di trattare sulla base di un tasso di capitalizzazione superiore al 4%. Così i Deputati proposero in relazione del 31 maggio 1747 di respingere le proposte di vendita dei dazietti dei territori della Terraferma perché fatta sulla base del 4,5%; e ciò che loro «fà la maggiore impressione è la novità di permettere in presente le investite al quattro e mezzo%, mentre ci sembra molto ragionevole il timore di potersi invogliare l’universale de capitalisti a tenere in sospeso le investite del denaro solite farsi al 4%, per credere che sarà la pubblica autorità per seguire l’esempio del quattro e mezzo negli altri ordinarij provvedimenti, come pur troppo nei tempi trascorsi è accaduto con grave peso della pubblica cassa non solo, che dell’universale commercio». Perciò essi temono che, per volere ottenere subito una straordinaria entrata si venga a cagionare un pregiudizio permanente alla cosa pubblica, distruggendo «il solo bene o per meglio dire il minor male» che «fra li molti piegiudicij che furono dalla necessità dall’attuale neutralità d’Italia arrecati nell’ecconomia nell’occasione degl’eseguiti provvedimenti dopo il 1740» si è riusciti a conseguire, ossia «di tenere il prò sempre fermo alle quattro per cento, a differenza di tutte le estere nazioni che ne hanno alzato il prezzo» (II, 492-3).

 

 

Qualunque sacrifizio è lieve quando tenda a conservare alla Repubblica la reputazione di fedele esecutrice dei patti stipulati; ed è perciò che i Deputati si allarmano quando nel 1748, dopo eseguita l’estrazione a sorte di ducati 598.709.12 dei depositi della macina e dell’olio, si accerta che «la rendita della macina e pestrini della Terraferma; assegnata in fondo delle affrancazioni del deposito del detto nome, per diffetti corsi negl’anni antecedenti, ciovè per residui e ritardo nell’esazione, in luoco di soministrare a tempo opportuno l’occorrente, lascia talmente esausta la cassa dell’eccell.mo sig. Proveditor agli ori et argenti in zecca, in cui fluir deve per intiero la rendita stessa, che in presente non avrebbe ella modo di supplire in conto alcuno alle affrancazioni sudette, se non col dinaro solito da qui innanzi pervenire mensualmente delle camere della Terraferma di ragion della maccina e pestrini dell’anno corrente, quale per altro in forza delle pubbliche disposizioni restar dovrebbe per intero risservato all’affrancazioni dell’anno venturo» (II, 501). Perciò i Deputati propongono si instituisca subito un nuovo deposito di mezzo milione di ducati; e siccome i Savi manifestarono contrario avviso, essi protestano di non saper ricorrere a migliore spediente ed importare sovra ogni altra cosa il mantenimento della pubblica fede: «Solenni tanto» – essi esclamano – «e promulgati con le stampe, passate anco a cognizione degl’esteri interessati per una gran parte nei nuovi depositi, sono l’impegni della publica fede, che né ci può dar l’animo di suggerir per ora ripieghi nuovi per il timore, che è pur troppo ragionevole, di potersi sconcertare con essi le maniere corse sin ora felicemente nel promuovere alla pubblica cassa li opportuni estraordinari soccorsi» (relaz. 16 luglio 1748, II, 503). Notevoli parole, le quali dimostrano con quanto senno ed antiveggenza i finanzieri veneti sapessero consigliare oggi sacrifizi gravi per ottenere domani ampio guiderdone.

 

 

Né il meritato guiderdone mancò. Pur mantenendo sempre l’occhio fisso alla conversione del Debito pubblico ad un piede di interesse minore del 4% i reggitori veneti non si nascondevano che un impedimento grave si trovava nella molteplicità dei titoli redimibili, dei quali alcuni finivano di ammortizzarsi (alla data del 4 dicembre 1748 a cui si riportano le cifre più su riportate, cadenti appunto negli anni in cui per la pace di Acquisgrana si cominciava a formar pensieri di risanamento del bilancio) fra 5, altri fra 9 ed altri ancora fra 10 e 19 anni, mentre di altri, da estinguersi in 15 anni, l’ammortizzamento doveva iniziarsi solo fra 5 anni. Si aggiunga che ad esempio la somma destinata all’ammortamento delle aggiunte alla maccina (di ducati 3.240.000 di capitale) rimaneva fissa in 360 mila ducati all’anno, ed il risparmio degli interessi per il minor capitale da servire dovea formare il fondo per l’ammortamento del milione aggiunto alle anzidette aggiunte. Per il deposito oglio (di ducati 1.372.544 di capitale) la quota di ammortamento era fissata in ducati 246.917 ed il risparmio negli interessi doveva andare, come si usa anche adesso nei debiti redimibili, ad aumentare la quota di ammortamento. Tutto ciò faceva si che ogni debito redimibile avesse quasi una vita a sé, indipendente da quella degli altri, legando le mani alla Repubblica qualora avesse voluto compiere qualche operazione finanziaria. Perciò i Deputati nella scrittura citata propongono che tutti i depositi vengano posti in cumulo, destinando al servizio degli interessi la somma di ducati 356.501.18 ed a quello dell’ammortamento ducati 621.317.6 all’anno. Il periodo dell’ammortamento sarebbe unico e verrebbe fissato in anni 15. Un primo vantaggio da codesta mutazione sarebbe derivato subito alla Repubblica ed è lo stesso vantaggio a cui pongono la mira adesso i governanti quando allungano i periodi di ammortamento dei loro debiti redimibili; ossia un risparmio nella quota annua di ammortamento che i Deputati concretarono nella cifra di ducati 24.850. Siccome lo sbilancio dell’anno seguente 1749 era calcolato in ducati 600.000, così il fondo reso libero avrebbe appunto servito a permettere alla Repubblica di pagare gli interessi al 4% per un nuovo prestito di 600 mila ducati fatto per colmare il disavanzo. Calcolando che ogni anno il disavanzo continuasse nella medesima cifra, siccome contemporaneamente venivano ad estinguersi 621.317.6 ducati del debito antico, rimaneva ogni anno (ed era il secondo vantaggio dell’operazione), un fondo di 24 mila ducati disponibile per pagare gli interessi di un nuovo debito di altrettanta somma. Era come se la Repubblica rinunciasse all’ammortamento del Debito pubblico. Permaneva però l’inconveniente di dover sempre contrarre un debito nuovo per estinguere il debito vecchio coll’incertezza che i capitalisti estratti volessero reimpiegare i loro capitali alle medesime condizioni. Per evitare anche questo pericolo i Deputati propongono che sia data licenza ai capitalisti di trasportare i loro mutui dalla categoria dei depositi (debiti redimibili, contratti direttamente collo Stato), alla categoria dei capitali istrumentati (debito consolidato, contratto per mezzo delle Arti e Scuole), abolendosi così l’ammortamento e ponendo fine alla finzione di pagare il vecchio debito con uno nuovo. I Deputati sperano che volontieri si appiglieranno a tal partito le Arti e Scuole che hanno investito nei depositi ben 2.494.908 ducati e che sarebbero liete di trasformare quel loro credito in capitali istrumentati posti sotto la loro diretta gestione. Così pure accetterebbero l’offerta i possessori di depositi condizionati, ossia i corpi morali, i tutori di pupilli, le doti, per cui l’estrazione annua rappresenta un fastidio e la necessità di dover cercare nuovo impiego. Col trasporto nei capitali istrumentati queste difficoltà di reimpiego cesserebbero. «Sono in tanto credito» – osservano a ragione i Deputati – «li capitali istrumentati ed in tanta quantità li capitali condizionati e molto rari li casi d’investite in beni stabili, che convien credere che, oltre li capitali antedetti che sussistono in ditta delle arti e scuole, quali per la maggior parte saranno per abbracciare la libertà, quallor gli verrà offerta, di passare nelle accennate aggionte d’istromentati, che sarà anco per essere da molti privati capitalisti fatto lo stesso, giacchè possono da corpi col mezzo de’ subingressi, aver l’affrancazione de’ loro capitali» (II, 511). Se tutti i depositi si trasportassero nei capitali istrumentati, cessando il bisogno delle annue affrancazioni di ducati 621 mila, scomparirebbe senz’altro il disavanzo ed il bilancio della Repubblica si troverebbe in perfetto equilibrio. Ma i finanzieri veneti vogliono che il trasporto avvenga col pieno e libero consenso dei creditori dello Stato, poiché l’imporlo forzatamente od il sospendere le affrancazioni annue «in forza di publico comando» e non di persuasione, sarebbe altamente pregiudicevole al credito dello Stato «dato avendo l’esperienza a conoscere essere questo (delle affrancazioni sicure ad epoca fissa) l’unico mezzo d’attraere il dinaro forestiero che in molta copia v’è concorso nelle accennate aggiunte che finalmente furono tutte composte di capitali vergini (ossia non provenienti da estrazioni a sorte di precedenti depositi)» (II, 512). Il Senato con decreto 14 decembre 1748 accetta la proposta dei Deputati; e già in iscrittura dell’11 decembre 1750 i Deputati sono in grado di riferire che lo sbilancio dell’anno 1749, verificatosi in ducati 596.727, «restò riparato coll’introito del denaro confluito col metodo nuovamente istituito de capitali istrumentati… in cui furono permessi li trasporti volontarij di quelli capitalisti estratti a sorte nel mese di decembre 1748 per ragione delle affrancazioni fissate in somma di ducati 621.317.6… Poterono aver effetto li detti volontarij trasporti per la ristrettezza che corre delle investite in beni stabili, e perché la maggior parte delle facoltà de privati sono di natura condizionata» (II, 524-5).

 

 

Non bastava però aver raggiunto in tal modo il pareggio contabile. Appena ottenuto lo scopo, subito i finanzieri veneti si propongono più alta mira: quella di ammortizzare effettivamente il debito pubblico e di ridurre insieme l’onere degli interessi al disotto del 4 per cento. «Se da un canto» – seguitano i Deputati nella citata scrittura – «si è operato un bene con facilitare l’impiego del detto dinaro destinato alle affrancazioni che passa molto opportunamente da cassa a cassa nell’officio medesimo del Proveditor agli ori (era l’ufficio che sovraintendeva ad una parte del Debito Pubblico), ed apporta suffraggio alle publiche esiggenze senza che si abbiano a praticare altri generi di provvedimenti, quali per altro sarebbero stati indispensabili, si è dovuto dall’altro canto perdere l’occasione di un ben maggiore che sarebbe derivato dall’effettuata affrancazione di detti nuovi depositi, che si doveva fare, et si sarebbe fatta quando la pubblica cassa si fosse trovata in bilanzo» (II, 525).

 

 

Quindi occorre profittare della pace seguita nel 1748 per tentare di risollevare effettivamente la pubblica economia. Non già che nuovi bisogni non urgano. Le necessità della guerra aveano fatto trascurare spese indispensabili ed il desiderio di profittar della pace avea indotto ad economie forse troppo precipitose. «Sono esausti li magazeni della casa dell’Arsenal di tanti generi necessarij così al deposito come al consumo della pubblica armata. Le fortificazioni delle piazze principali sono bisognose, per le frequenti relazioni, dei più importanti ristauri, non meno che delli proporzionati provedimenti di munizioni da bocca e da guerra. Il piano militare è stato ridotto per oggetti di economia nel più ristretto numero di cui sia mai stato in passato, e pure per essere mantenuto conviene che si facciano delle reclute d’ambo le nazioni, alle quali già si è dato principio con quell’aggravio che va in conseguenza di simili provvedimenti. Manca affatto lo Stato generale,[19] ed anche per questo doverà un giorno rissentire non indifferente peso la pubblica cassa: Vi sono inoltre tante, tutte rillevanti ed indispensabili, spese le di cui cattegorie essendo ad una ad una distinte nel general bilanzio, noi, riportandosi ad esso, non aggiungeremo l’incomodo della loro descrizione. Ma oltre gli ordinarij aggravij vi sono quegli altri che recentemente sopravenero di due inquisizioni in Terraferma, due commissariati ai confini, sindicato in Dalmazia, e tutte le altre spese estraordinarie che non possono prevedersi, ma che pur troppo possono sopravenire e di fatto sopravengono di tratto in tratto ad aggiungere nuovo maggior sconcerto all’errario» (II, 527).

 

 

Ma ciò nonostante, la necessità più urgente non è già di fare nuove spese ma di raggiungere il pareggio; e sia un pareggio effettivo, tale che per ammortizzare il debito vecchio non occorre più farne dei nuovi; poiché «ciò che maggiormente affligge gli animi nostri si è il riflettere che non vi è sorte più infelice in un principato di quella di non poter sussistere in tempo di pace senza far nuovi debiti, perché dilatandosi sempre più il male, conviene poi, per risanarlo, ricorrere a quegli espedienti, che feriscono egualmente il cuore del Principe e l’interesse dei privati» (II, 528).

 

 

Nessun tempo più propizio dell’attuale per ristorare davvero le finanze dello Stato, «giacchè piace a Dio Signore di donare una perfetta tranquillità all’Europa ed all’Italia, e che si troviamo liberi non solo da estraordinari impegni, ma perfino anche dalle gielosie. Non v’ha dubbio che gli studi e li regolamenti d’ecconomia non sono per veruna maniera compatibili con quei pensieri che ricercano le estraordinarie combinazioni e la necessità di gravosi e difficili provedimenti: il solo tempo di tranquilità e di pace è addattato alle vere regolazioni ecconomiche. Se per comprovar ciò ci mancassero gli esempi interni derrivanti dalla maturità e prudenza de’ nostri maggiori, potressimo ricorrere a quelli dei Principati forestieri. Infatti, cessate le ultime guerre, è noto a Vostra Serenità aver tutte le potenze d’Europa applicato ed applicarsi attualmente per riordinare le loro finanze» (II, 529).

 

 

IX

 

A Venezia gli studi cominciano subito; e da un lato si provvede a riordinare le entrate, a rimaneggiare gli ordinamenti fiscali ed a fare economie, sicchè i disavanzi scemano e compaiono anzi degli avanzi. Dal 1748 al 1752 si ottengono i seguenti risultati nei bilanci consuntivi.

 

 

 

 

Anni

 

 

Entrate effettive

 

 

Spese effettive

Disavanzo nella spesa compreso l’ammortamento del Debito Pubblico

Disavanzo od avanzo dedotto dalla spesa l’ammortamento del Debito Pubblico

 

Fondo di cassa (sopravanzo) alla fine di ogni anno

1748

5.549.770.12

6.527.856

– 978.085.12

– 311.086.5

2.003.495.2

1749

5.603.985.4

6.200.702.7

– 596.717.3

– 79.580.2

2.303.810.12

1750

5.559.029

5.831.123.3

– 272.094.3

+ 305.239.15

2.419.602.22

1751

5.553.371.5

6.031.329.12

– 497.958.7

+ 108.400

2.566.756.5

1752

5.357.451.20

6.230.474.12

– 873.022.17

– 188.337.1

2.325.949.11

 

 

Specialmente intorno al 1750 la situazione finanziaria sembra buona ed auspicante tempi decisamente migliori, sicchè fioriscono i disegni audaci. Sovratutto sorride ai finanzieri veneti l’idea della conversione del Debito pubblico, di cui s’era già nel 1739 fatta una limitata esperienza rispetto a circa tre milioni di capitali istrumentati che erano stati investiti ad un tasso d’interesse maggiore del 4%. L’operazione, prescritta con decreto del Senato del 21 febbraio 1739 era riuscita bene, col consenso dei capitalisti che aveano accondisceso volontariamente alla riduzione e col vantaggio per l’erario di 25 mila ducati all’anno. «Senza verun reclamo furono eseguite le riduzioni e con tanto buon successo, che nel breve giro di pochi mesi e coll’esborso di soli ducati 147.000 circa si sono ridotti tre millioni circa di ducati che erano col prò maggiore di ducati 4%» (II, 65, 66, 171, 433 e 534).

 

 

I nuovi desiderii di conversione non possono però essere immediatamente attuati. Forse lo impedì la portata troppo larga e l’audacia eccessiva dei primi disegni che i Deputati presentarono al Senato. Volevano essi (cfr. scrittura dell’11 dicembre 1750) iniziare la conversione del Debito pubblico dal 4 al 3%. Sugli 80 milioni di ducati che componevano a quell’epoca il Debito pubblico, ve ne erano circa 22 milioni al 4%, i quali comportavano un onere annuo di ducati 884.920.[20] I Deputati proponevano di istituire un nuovo deposito di 4 milioni di ducati impinguandolo subito della somma di 400.000 ducati che esistevano disponibili ed esuberanti nella cassa del Conservator del deposito. Le somme entrate nel nuovo deposito dovrebbero servire per intimare ai capitalisti, cominciando da quelli di più antica data, l’affrancazione di quei mutui che erano stati stipulati ad un tasso di interesse maggiore del 3%, salvo ai capitalisti la facoltà di scansare la restituzione della somma col contentarsi del tasso del 3%. A mano a mano poi che scadevano le quote dei depositi redimibili non sarebbe stato concesso ai capitalisti estratti di potere effettuare il reinvestimento a più del 3%. Inoltre per i capitali istrumentati che i loro possessori volessero vendere (e si poteva, come sopra si vide, mediante subingressi trascritti nei libri delle Arti e Scuole) doveva essere proibito ai Corpi d’Arti e Scuole, tanto, della Dominante che della Terraferma e delle Procuratie, di ricevere subingressi a più del 3%. Così in breve volgere di tempo tutti i 22 milioni di Debito pubblico al 4% sarebbero stati convertiti al 3% senza in nulla offendere la pubblica fede, «essendo in arbitrio di qualunque debitore di sgravarsi dei proprii debiti coll’effettivo pagamento», e col «notabile sollievo alla pubblica cassa d’annui ducati 221.230 che si risparmieranno».

 

 

I Deputati sono persuasi che la loro proposta sia pienamente attuabile, poiché «il maggior numero de capitalisti, anzichè ricevere il proprio dinaro sarà per concorrere di buon animo alla riduzione predetta. Ci persuade a ciò la penuria delle investite in fondi e beni stabiliti, la tenuità del profitto che da tali investite possono avere, e sopratutto la qualità de capitali predetti che essendo per la maggior parte condizionati; ovvero assegnati ad Opere pie, o doverà ridursi, o pure ritornare nel nuovo deposito. Ma sopra tutto serve a togliere qualunque esitanza la notizia che abbiamo, che a quest’ora dalle arti e scuole sono già stati ricevuti capitali per subingresso con minore prò del 4 %». Occorrendo, non mancheranno nuovi capitalisti a prendere il posto di quelli che volessero la restituzione dei loro crediti, poiché «vi è certamente del dinaro della nazione che non ha occasione d’essere investito se non a meno di 3% in beni stabili, de’ quali tall’ora accadendo le vendite da farsi in ordine alle leggi dalli luoghi pii, e dovendo questi investirne il rittratto, è necessario che vi sia un qualche deposito aperto per dar impiego a questa ed a qualunque altra natura di soldo».

 

 

Ad agevolare la riuscita dell’operazione, i Deputati non trascuravano di ricorrere a suggerimenti che adesso apparirebbero vieti e che erano invece allora assai usitati; facendo presente «al Senato la necessità che gli riconfermi nei modi più robusti le proprie provvide leggi, dalle quali restano inibite le fortive estrazioni di dinaro dallo Stato, e le investite ne Stati eteri, o in fondi o sopra li monti de Stati medesimi» (II, 531-35).

 

 

Era dunque la scarsezza delle industrie, le difficoltà dei commerci, le condizioni arretrate dell’agricoltura e i divieti all’emigrazione dei capitali le cause che permettevano allora agli Stati di ottenere credito a buon mercato. Il Debito pubblico formava allora, come oggi nei paesi poco industriosi, la principalissima e forse l’unica maniera di investire i risparmi dei privati. Finchè durava la guerra ed il bilancio degli Stati si chiudeva in disavanzo, i capitalisti potevano pretendere interessi, se non alti, almeno soddisfacenti; ma, appena conchiusa la pace, gli Stati potevano tentare di costringere i capitalisti a tenersi paghi di interessi più miti, i quali venivano accettati per la impossibilità di altri impieghi più fruttuosi.

 

 

Alla proposta precedente di iniziare la conversione libera di 22 milioni di ducati dal 4 al 3%, i Deputati ne aggiungevano un’altra, relativa al debito antico, cosidetto «dei capitali alla zecca alle tre che esigono le due», e «dei capitali fuori zecca alle due», il quale ammontava a 52.549,511 ducati, che essendo stati ridotti nel 1714 forzatamente al 2%, costavano allo Stato l’annua somma di 1.060,000 ducati.[21] Dividevansi questi 52 milioni e mezzo in due parti, di cui la prima di 21 milioni di ducati comprendeva i capitali che aveano le intiere loro rate e prò rispettivi, ed era in mano per la maggior parte di Opere pie per favore alle quali sembrava opportuno procedere coi maggiori riguardi possibili. Per questi non si proponeva alcun provvedimento forzato; e solo si proponeva ai creditori di contentarsi degli interessi ridotti all’1,5%. La residua parte (0.50 per cento) non sarebbe andata a favore dello Stato; ma avrebbe, insieme con le altre somme, di cui ora si dirà, formato un fondo di ammortamento, con cui si sarebbe provveduto a mano a mano a rimborsare alla pari il debito capitale. I Deputati sperano che la proposta di riduzione degli interessi dal 2 all’1,5 per cento, e la costituzione del fondo di ammortamento sarà per essere benevolmente accolta dai creditori i quali ora veggono i loro titoli sviliti del 50 per cento, per la riduzione degli interessi al 2 per cento; ed in futuro ci rimetterebbero bensì quanto agli interessi, ma avrebbero la speranza del rimborso del capitale al 100%, cosa alla quale «in altro modo non possono aspirare».

 

 

Fin qui siamo sempre nel campo delle conversioni libere. Diverso è il discorso per gli altri 31 milioni e mezzo che contribuivano a formare, coi 21 milioni precedenti i 52 milioni e mezzo di Debito pubblico al 2%. Questi 31,5 milioni detti «depositi che si attrovano impresente senza le rate e prò, che sono stati con privati contratti allienati ad tempus, o sopra la vita de capitalisti», si distinguevano dai 21 milioni precedenti, in ciò che questi non erano stati dai creditori alienati ad altri, mentre i 31 milioni e mezzo erano stati dagli antichi creditori alienati ad altri capitalisti. Costoro, comprando un titolo screditato a causa della riduzione forzata degli interessi al 2% avvenuta nel 1714, lo avevano naturalmente comprato ad un prezzo di gran lunga minore del nominale. «Dette private vendite anno formato nei precorsi anni una specie di comercio tra quelli che colpiti nella loro fantasia, forse per la qualità ed antichità de capitali di detti depositi vecchi, anno creduto del loro interesse farne l’allienazione, e quegl’altri che, allettati dal proprio eccedente vantaggio, applicarono a farne gli acquisti. Essendo stato maggiore il numero delli venditori, specialmente nei primi anni che cominciò detto privato commercio, di quello fossero li compratori, derivò da ciò la tenuità del prezzo, che invogliò specialmente li forastieri denarosi a farne gli acquisti; di modo che negli anni precedenti è stato investito il dinaro a più di 6%, e quelli degli ultimi tempi, per essere cessato il maggior numero de venditori, che già avevano venduto, e per conseguenza per essersi diminuita la materia, furono le dette investite in ragione per lo meno di 5%, giusta l’annessa fede di pubblico sensale della zecca».

 

 

Per costoro i Deputati credono convenga dipartirsi alquanto dai metodi seguiti per le altre categorie di creditori e ridurre forzatamente gli interessi che nominalmente limitati al 2% in realtà raggiungono il 5 e il 6%. «Che rispetto quei capitalisti di qualunque nazione che avendo avuta buona fede di conseguire li loro prò, non anno vendute le rate né li prò vitalizi, e che non anno per conseguenza arrecato alcun pregiudizio agli eredi gravati, come pur troppo è avvenuto per le rate vendute, l’eccell.mo Senato concorra ad accordargli le agevolezze e privileggi indicati di sopra, sembra a noi che sia conveniente; ma a quelle investite che, con l’acquisto delle ratte corse e prò vitalizi, sono seguiti coll’eccedente sopra accennato vantaggio, crediamo che non sia lontano dal giusto il devenire a qualche moderata dettrazione. Se questi tali capitalisti che hanno aspirato a lucrare più di sei per cento avessero posto li loro capitali in comercio della piazza, averebbero arrecato primieramente un beneficio all’universale del comercio, ed in oltre averebbero contribuito alla pubblica cassa li diritti cui l’industria e il comercio sono sogetti; o se avessero investito il loro dinaro in beni reali, averebbero pagate le pubbliche ordinarie gravezze, o altrimenti se l’avessero impiegato nelle investite de pubblici depositi che nel tempo medesimo erano apperti, non sarebbero, è vero, stati esposti ad alcun aggravio, ma finalmente non avrebbero lucrato se non quattro per cento, come hanno fatto tutti li capitalisti nazionali, né sarebbe successo il pregiudizio che per il vero da questo genere di comercio è derrivato agli eredi gravati». Sono codeste le ordinarie premesse dei ragionamenti con i quali i governi vogliono legittimare una riduzione forzata dell’interesse del Debito pubblico, quasi che non si trattasse d’altro se non di uniformarsi alle regole delle contrattazioni di piazza che, valutando poco in capitale certi titoli, per esempio il 40 per cento del valor nominale, indicano che basterebbe rimunerare al tasso dell’interesse corrente il capitale effettivo (40) invece che il capitale nominale. Si aggiunga che il fatto del fruttare i titoli di debito vecchio un interesse reale superiore a quello del 4% contraddiceva la massima di governo allora largamente adottata, che non dovessero essere permessi gli interessi al disopra di un determinato tasso. «Questi contratti adunque, nella manutenzione dei quali non è in modo alcuno impegnata la pubblica fede, siccome furono dannosi in passato al bene universale, cui molto importa che gli interessi non eccedano le comuni ordinarie misure, così sarà per giovare che siano moderati in riguardo all’avvenire, molto influendo al detto ben comune che non si dia dal pubblico alcun, benchè tacito, assenso all’alterazione degl’ordinari interessi». Pare ingiusto inoltre ai deputati che mentre si propone di ridurre dal 4 al 3%l’interesse sui crediti dei capitalisti che investirono effettivamente i loro capitali in mutui allo Stato, sia poi permesso a «questi tali ratieri, giente oltre modo industriosa» di potere «anco continuare in avvenire ad essiggere sopra il loro dinaro più di 5%, prendendo anco solamente in vista l’ultime loro investite». Perciò i Deputati propongono di «trattenere dalli pagamenti delle rate corse e vitalizie acquistate dai particolari il quarto del loro importare; con che, supposte tutte le vendite in ragion di 5%, benchè molte ve ne siano di maggior summa, resterebbero ciò non ostante tali investite in ragione di 3-4%, quando le investite vergini render non doverebbero per l’avvenire più di tre per cento, e per ciò non averebbero li ratieri antedetti ragionevole motivo di querelarsi del tempo avvenire dopo tanto maggior utile che anno conseguito in passato».

 

 

La riduzione porterebbe ad un risparmio di 160 mila ducati all’anno che i Deputati propongono vada, in aggiunta al mezzo per cento di cui si disse più sopra, a formare un fondo di ammortamento del debito antico. Il fondo dovrebbe ogni anno automaticamente essere accresciuto dell’ammontare degli interessi sopra i capitali che venissero rimborsati. «Con questo mezzo corrispondendo la nostra aspettazione, come ragionevolmente si può supporre per tanti non spregievoli allettamenti, il corso de capitalisti al trasporto de propri capitali nelle maniere indicate, vi sarà circa la somma non indifferente di ducati 250 mila in ogni anno da poner in affrancazione dei capitali medesimi. Da ciò tre vantaggi assai preggievoli ne deriveranno alla pubblica ecconomia; il primo che con il concorso de capitalisti al suggerito trasporto si conserverà la proporzione tanto necessaria tra li vecchi depositi ed il novissimo da istituirsi, il che non si otterrebbe altrimenti. Il secondo che la cassa pubblica, senza alcun proprio aggravio, resterà sollevata dal peso dei capitali che si anderanno con un tal mezzo estinguendo. Il terzo, più d’ogni altro apprezzabile, sarà quello di accrescere il credito alla pubblica cecca con un esempio che renderà onore alla fede pubblica, ravivandosi capitali d’antichissima data e molto pregiudicati nell’estimazione degli uomeni; il che servirà d’allettamento nell’occorrenze dell’avvenire per attraere il dinaro forastiero. A tutto ciò si deve aggiungere che le affrancazioni di un tal genere di capitali che non sono per la maggior parte di loro natura disponibili, entrar doverebbe necessariamente ad impinguare il deposito novissimo, col qual mezzo sarebbe aumentato l’ingresso di un dinaro che, impiegar dovendosi nell’affrancazioni di quei capitali che reccano maggior peso, promoverebbe con sollecitudine il benefizio di circa annui ducati 300.000» (II, 536-40).

 

 

Ho detto che la proposta dei Deputati che qui si è riassunta era audace. Aggiungo ora che, se fosse stata accolta, la Repubblica avrebbe violata la pubblica fede. Era audace perché voleva abbracciare quasi tutto il debito pubblico veneziano, ossia circa 22 milioni di debito nuovo e 52 milioni e mezzo di debito antico: ben 74 milioni e mezzo su un totale di 80. Era audace perché proposta nella speranza che i 22 milioni di creditori nuovi volessero volontariamente condiscendere alla riduzione dell’interesse dal 4 al 3%, riduzione improvvisa e gravissima sovratutto perché avvenuta tutta insieme e non a grado a grado. Era audace perché fondata sulla fiducia che per 21 milioni di debito vecchio i capitalisti consentissero volontariamente a vedersi ridotto il già magro interesse del 2% all’1,5%, in cambio di un rimborso del capitale alla pari, rimborso effettuabile forse a scadenza molto lontana. Finalmente per i 31 milioni e mezzo per cui si proponeva la riduzione forzata di un quarto dell’interesse non valeva il dire, con gli argomenti veduti, che si trattava di porre rimedio a «contratti seguiti con discapito dei capitalisti nazionali, degli eredi fideicommissari e con indecoro della pubblica zecca» (II, 542). La verità si era che la Repubblica avrebbe con tale provvedimento rinnovata la bancarotta del 1714, con questa differenza però che nel 1714 urgevano i bisogni e tempestava al di fuori la guerra; mentre nel 1750 in tempi di tranquillità nulla giustificava un atto che avrebbe per sempre compromesso il credito pubblico dello Stato.

 

 

È probabile che codeste considerazioni siano state fatte valere nelle adunanze del Senato. Sappiamo soltanto che un cenno apposto a carte 31, tomo I, del vecchio Catastico dell’archivio dei Deputati ed Aggiunti alla provvision del denaro, dice: «Questa scrittura fu posta in Segreta e non nacque decreto alcuno sopra la medesima» (II, 542).

 

 

X

 

Per un po’ di tempo i progetti di conversione tacciono. Anzi i nuovi Deputati vi si mostrano poco favorevoli, pure cercando di rafforzare per altre vie il bilancio. Sono gli anni in cui, come sopra si vide, non si chiedono più agli appaltatori delle anticipazioni di imposte; ed anzi per essere «costituita in grande vigore la cassa del Conservator del deposito» quasi non si vorrebbero più le cauzioni od almeno si desidererebbe che le cauzioni fossero prestate in titoli del Debito pubblico già emessi in guisa da non arrecare alcun nuovo aggravio di interessi all’erario (II, 544 e 546). Migliorandosi il bilancio ed essendosi il disavanzo ridotto nel 1750 a circa 300 mila ducati ne venne che era inutile di permettere – in conformità delle norme spiegate più sopra – a tutti i 621.317 ducati di debiti estratti a sorte e rimborsati ogni anno di potersi reinvestire nei capitali istrumentati. Questo si capiva quando, il disavanzo essendo appunto di circa 600 mila ducati, si sarebbe dovuto fare un nuovo debito di cifra equivalente per potere rimborsare i capitali estratti i quali davano appunto origine al disavanzo. Allora, già si vide, era preferibile senza dubbio di non rimborsare i vecchi debiti e permetterne il rinvestimento. Ma ora, ridotto il disavanzo a 300 mila ducati, l’erario si trovava in grado di potere con le sue risorse ordinarie provvedere al rimborso di circa la metà dei 625.317 ducati annualmente rimborsati; e solo per l’altra metà occorreva ricorrere a nuovi debiti ovvero a rinvestimenti. Ed è appunto questo che fece il Senato quando permise che i trasporti nei capitali istrumentati dei depositi che si rimborsavano si effettuassero solo per la quota di 300 mila ducati all’anno. Ciò era un bene per l’erario, che invece di conservare intatto il Debito pubblico lo diminuiva con le estrazioni a sorte di circa 600 mila ducati mentre lo aumentava, coi rinvestimenti, solo di 300 mila. Ma era un danno per i creditori i quali dovevano aspettare a lungo (secondo la anzianità della loro estrazione) l’occasione di poter reinvestire i capitali in titoli di Debito pubblico; ed «essendovene molti dell’ordine dei monasteri, mansionerie ed altre opere pie obbligate per la maggior parte alle investiture nei pubblici depositi» questi hanno dovuto soffrire la perdita dell’interesse durante un tempo non indifferente. Si aggiunga che siccome si erano estratti capitali per 600 mila ducati e se ne potevano reinvestire solo 300 mila in capitali istrumentati presso le Arti e Scuole, da ciò «derivò una novità che portò avvantaggio ai corpi, un discapito e disgusto ai capitalisti» poiché «li detti corpi cominciarono, col pretesto de subingressi, ed intimare le affrancazioni a quelli che non si fossero contentati di recedere dalle quattro alle tre e mezzo, alla quale necessità molti furono costretti d’aderire per non sapere ove investire il loro dinaro» (Relaz. 15 aprile 1752, II, 550).

 

 

Era la conversione dal 4 al 3,5 che si effettuava a poco a poco a vantaggio delle Arti e Scuole che erano le intermediarie fra lo Stato e i privati. Lo Stato continuava a pagare il 4%alle Arti e Scuole e queste a mano a mano che i debiti venivano a scadenza li rinnovavano solo al tasso minore del 3,%. Naturale quindi sorgeva la domanda: perché l’erario pubblico non potrebbe profittare esso medesimo delle mutate condizioni del mercato, sia istituendo un deposito nuovo al 3,5%, sia dando incarico alle Arti e Scuole di creare dei nuovi capitali istrumentati al medesimo tasso, per impiegarne il provento nel permettere i rinvestimenti dei vecchi depositi affrancati o nel convertire i capitali istrumentati prima al 4%? La domanda era tanto naturale che se la posero anche i Deputati; e se la risposta fu negativa, ciò si dovette a ragioni momentanee di opportunità. Un nuovo deposito, essi notavano nella relazione citata, non sarebbe espediente poiché andrebbe contro al principio adottato dal Senato di non emettere più titoli di debito redimibile (come sarebbero i depositi) ed anzi di convertire a poco a poco tutto il debito redimibile esistente in debito consolidato (capitali istrumentati) senza l’onere di quote di ammortamento. Il nuovo deposito sarebbe screditato perché i capitalisti preferirebbero investire nei capitali istrumentati presso le Arti e Scuole dalle quali possono pattuire il rimborso alle epoche ad essi più convenienti. Nemmeno sarebbe ora consigliabile di affidare alle Arti e Scuole di emettere nuove serie di titoli di debito consolidato (o come allora dicevasi «assegnare ad esse nuove quote di capitali istrumentati») al 3,5% perché, se vi fosse apposta la clausola che il ricavo della nuova emissione dovesse servire a rimborsare titoli vecchi al 4%, evidentemente i capitalisti si asterrebbero dall’accogliere con favore un titolo a basso interesse destinato a rimborsare i titoli da essi già posseduti e fruttanti il 4%. Quando poi la clausola anzidetta non fosse apposta, il pubblico potrebbe credere che la Repubblica si trovasse nella necessità di far debiti e «verrebbe di palesarsi l’attuale accidental sbilanzo della pubblica cassa, quando è finalmente un ben pubblico che resti per quanto si può occultato all’universale». Si aggiunga che se in futuro il tasso dell’interesse rialzasse di nuovo al 4%, le Arti e Scuole dovrebbero ripristinare l’antico saggio, per evitare il pericolo che i capitalisti pretendessero il rimborso dei loro crediti; e finalmente che la riduzione dal 4 al 3,5% danneggerebbe solo i portatori di titoli del debito «nuovo» mentre i portatori di titoli di debito «vecchio» al 2%, che avendoli comprati a basso prezzo, lucrano in realtà il 5 od il 6%, non solo non verrebbero danneggiati, ma «si vederebbero con una specie di inconvenienza assendere (i loro titoli) di valor in piazza senza di averne alcun merito».

 

 

Concludono perciò i Deputati non essere ancora tempo da pensare alla conversione del Debito pubblico: «Se con modi naturali venisse un tempo di tal felicità che l’ecconomia pubblica fosse in bilanzio, cui da tanto tempo s’aspira, ed abbondassero talmente ne privati i contanti, cosicchè dovessero per necessità l’investite, per un effetto naturale e non violente, farsi a meno del 4% da tutti indifferentemente li denarosi, potressimo essere facilmente persuasi noi pure che ciò avesse a ridondare in benefficio pubblico e privato». Ma per il momento i Deputati lasciano alla saggezza del Senato «decidere qual sia il miglior espediente, se quello di far giungere a grado a grado e con modi blandi e piacevoli la sua ecconomia all’intiero bilanzo, non diminuendo senza evidente necessità li prò della nazione, il dinaro della quale, per quanto circola nella quantità maggiore, allimenta maggiormente le arti che travagliano dietro le manifatture in proporzione de dispendij che possono farsi dai richi, overo far della diminuzione de prò col danno tanto de ricchi quanto degli artieri, in un tempo e in un modo che in fatto non sarà atto a far ottenere l’effetto del vero bilanzo; concluder dovendo che la natura delle reduzioni dei prò è dipendente o da una estrema necessità, o vero da una somma felicità, né sembrar a noi d’esser lo stato attuale della pubblica ecconomia né sopra il primo né sopra il secondo piede». I Deputati sperano però che presto possa venire «un giorno che, con sodisfazione de privati capitalisti e col vero respiro dalla pubblica cassa, si potesse promovere all’errario, con sicurezza e senza sconcerto quel maggior benefficio che difficilmente in ora ottener si potrebbe» (II, 552-554).

 

 

Ma i consigli di peritanza dei Deputati che erano Zuan Alvise Mocenigo, Borbon Morosini, Sebastian Zustinian ed Alessandro Zeno non sono già accolti dal Senato che in data 20 aprile 1752, forse persuaso dall’ingrossare del disavanzo che da 272 mila ducati nel 1750 era passato a 497 mila nel 1751 e doveva giungere a 873 mila nel 1752 ed anche premuto dall’interesse dei capitalisti che non sapevano come impiegare i loro capitali, «ad oggetto che il dinaro della nazione non resti ozioso, e perciò darle modo di trarne frutto onde divenga sempre più vigoroso» decreta che si debbano dalle Scuole grandi di San Rocco, della Carità, della Misericordia e di San Giovanni Evangelista emettere per 621 mila ducati di capitali istrumentati in sostituzione dei 621 mila ducati di depositi estratti. Era un passo indietro perché l’ammortamento del Debito Pubblico veniva in fatto di nuovo sospeso; ma era un passo innanzi perché i nuovi titoli dovevano essere emessi al 3,5 per cento (II, 555-6).

 

 

L’ordine del Senato, l’aumento dell’avanzo effettivo e del fondo di cassa infondano coraggio anche nel nuovo Collegio dei Deputati ed aggiunti alla provision del denaro, composto di Bernardo Nani, Savio cassier, Zuan Alvise Mocenigo, Nicolò Tron, Barbon Morosini, Andrea de Lezze e Piero Barbarigo, i quali in una loro notevolissima scrittura dell’8 febbraio 1753 (II, 556-565) propongono si inizi la conversione del Debito pubblico dal 4 al 3,5%. Temono essi che il parlar di conversione possa nuocere nell’opinione pubblica al credito dello Stato; e perciò innanzitutto premettono essere loro desiderio vivissimo conservarlo intatto e superiore ad ogni sospetto: «Il Credito pubblico e della Nazione è a parer nostro quel mezzo che sopra tutti può esser efficace al conseguimento di un tanto bene. Con esso formasi la maggior richezza di uno Stato, e perciò dallo stesso credito dipende la sua maggiore o minore grandezza. Questa è una massima che senza alcun dubbio è ammessa da tutte le nazioni ben regolate. Questo credito non importa meno della moltiplicazione proporzionata del fondo reale che da un Principato può girarsi ne’ suoi bisogni, vale a dire che quanto è maggiore il credito d’uno Stato per altrettanto almeno, se non più, egli dell’altrui può senza danno de’ sudditi disponere in caso di bisogno, oltre il proprio peculio, per il volontario concorso del dinaro de’ nuovi depositi. Nei tempi presenti non v’è sovrano alcuno che alle spese della guerra regger possa col proprio ordinario fondo, ma gli conviene, oltre le nuove imposte, attraere con allettamenti il dinaro de’ sudditi e de’ forestieri. Sempre adunque che li depositi di Vostra Serenità saranno posti in maggior credito in tempo di tranquillità e di pace, ogni ragion vuole che si tenga per certo che in occasione di moleste sopravvenienze sarebbe per concorrervi anche il dinaro degli esteri».

 

 

I provvedimenti proposti dai Deputati non ledono – secondo il loro avviso – codesti così salutari principii. Poiché ai portatori dei 3.300.000 ducati di depositi redimibili che, dopo le affrancazioni ed i trasporti nei capitali istrumentati eseguiti prima, rimangono in vigore, si propone la scelta fra le seguenti alternative:

 

 

a)    accettare subito il trasporto nella categoria dei capitali istrumentati, dove continuerebbero a godere dell’interesse del 4% senza aver più diritto alla affrancazione colle vecchie norme dei depositi redimibili;

 

b)    ottenere l’immediato rimborso (entro il semestre susseguente alla domanda) di tutta la somma mutuata;

 

c)    rimanere nell’attuale condizione, ossia continuare a far parte della categoria dei depositi coll’interesse del 4% redimibili nel giro di sette anni, come è presentemente pattuito e coll’interesse del 4%.

 

 

Il silenzio dei creditori sarebbe interpretato come l’accettazione della alternativa (a) del trasporto nei capitali istrumentati. I Deputati ritengono che la grande maggioranza dei creditori sceglierebbe la prima alternativa; e tutt’al più, dopo un attento esame dei registri dei creditori, i rimborsi immediati (b) potrebbero raggiungere la cifra di un milione di ducati, composti per la maggior parte di capitali forestieri. È questa una cifra sicuramente eccessiva; «ma dato ancora che un million al più si volesse per le affrancazioni richieste, non sarebbe per nascere sconcerto alcuno, imperciocchè la cassa pubblica avrebbe il modo di facilmente provvedere il bisognevole».

 

 

Riuscita l’operazione nel modo indicato e scelto dai creditori la trasformazione dei loro depositi redimibili in capitali istrumentati, tutto il Debito pubblico veneto «nuovo» verrebbe a comporsi esclusivamente di titoli consolidati presso le Arti e Scuole al 4%. Unificato così il debito «nuovo» al 4% i Deputati propongono la istituzione di un deposito «nuovissimo» di quattro milioni di ducati al tre e mezzo per cento presso l’ufficio del Conservator del deposito. Questo deposito dovrebbe essere redimibile in un periodo di 40 anni con una quota fissa di ammortamento di 100 mila ducati all’anno. Con le somme che entrerebbero in detto deposito si intimerebbe l’affrancazione ai capitali istrumentati al 4% a cominciare da quelli di più antica data, a meno che i capitalisti non si contentassero dello scemato interesse del 3,5%.

 

 

È la conversione libera compiuta a grado a grado, diversa dalle conversioni moderne in quanto ora si intima il rimborso o l’accettazione dell’interesse minore a tutta una massa unica di titoli; mentre a Venezia si preferiva intimare la conversione solo per quelle somme che si avessero disponibili in cassa. Ma i Deputati sperano che la conversione possa procedere abbastanza rapidamente, poiché ben pochi saranno i creditori che preferiranno il rimborso e quasi tutti contentandosi dell’interesse del 3,5, sarà dato alla Repubblica di procedere con lo stesso fondo a sempre nuove intimazioni. Infatti, siccome si comincierebbe ad intimar la conversione coll’alternativa del rimborso ai capitali di più vecchie investite, «queste come le più antiche essendo per essere per la maggior parte condizionate (appartenenti cioè ad opere pie, a pupilli, a corpi o individui con cauzione, ecc.), passar dovrebbero necessariamente, benchè senza alcuna né men palliata violenza ma di spontanea volontà de’ proprietari, a ridursi alle tre e mezzo». Né il nuovo deposito del 3,5% – col cui fondo si dovrebbe iniziare la conversione – sarà disertato dai capitalisti; ed invero «non essendovi altra unione di più vantaggiose investite, tutto il dinaro della Nazione entrerebbe nel deposito, oltre quello delle doti de’ conventi e delle vendite de beni ad pias; e v’è ragion per credere che anche quello dei forastieri sarebbe per concorrervi, ben comprendendo essi che, a confronto dei monti degl’altri Stati, sono a migliori condizioni li depositi della Repubblica. Grande per tutti è l’allettamento dell’affrancazione, persuasi che come l’acqua che scorrendo sempre è fuori di pericolo di guastarsi, così il moto continuo del dinaro de’ depositi che s’affrancano rende quieti i capitalisti né la fede pubblica resta esposta a pericoli di alterarsi».

 

 

Dalla conversione al 3,5% i Deputati si ripromettono grandi vantaggi.

 

 

Lo Stato, col risparmio del mezzo per cento, potrebbe finalmente e stabilmente ottenere il pareggio cosicchè «quallor estraordinarie emergenze sopravenissero che violentassero a far più pronta e maggior unione di dinaro, presto si averebbe facilmente anche da forastieri con tornar a ponere gl’interessi sul piede del 4%».

 

 

Né basta; anche la nazione in generale ne risentirebbe grandi vantaggi, assai somiglianti se pure non identici a quelli che oggidì gli economisti si ripromettono dalla riduzione dell’interesse sui Debiti pubblici.

 

 

«Anche il commercio ne sentirebbe vantaggio, avvegnachè li di lui interessi che in presente forse lo aggravano, s’anderebbero a poco a poco diminuendo, prendendo questi naturalmente la misura in proporzione da quelli che del pubblico si pagano senza la forza d’alcun decreto, che in tali casi non potrebbe a parer nostro riuscire se non pregiudiziale. In questi Stati ne’ quali sono più bassi gl’interessi del dinaro sono gli erari de’ Prencipi ed i commerci delle nazioni più floridi e ricchi. Crescono in proporzione del contante che gira le manifatture. Dietro a queste s’impiega maggior numero di popolazione che viene attirata da paesi più poveri; e da tutto ciò nasce l’aumento dei consumi e per conseguenza delle pubbliche rendite».

 

 

Il Senato, persuaso dell’ampia e lucida relazione che ora è stata riassunta, ne approva tutte le proposte con decreto 15 febbraio 1752, dando ai Deputati amplissima «laude et approvazione» per il loro benemerito zelo, ed ingiungendo che «oltre gli ordinari privileggi de depositi» il nuovissimo deposito del 3,5 abbia ad essere «protetto ed assistito in modo particolare dal magistrato dei Deputati per assicurarlo da ogni pubblico e privato pregiudizio e per l’uso da farsi del denaro che vi sarà per confluire» (II, 562-8).

 

 

Correvano i tempi propizi alla grandiosa operazione finanziaria che i veneti reggitori avevano escogitata. I bilanci pubblici presentavano le seguenti risultanze:

 

 

 

 

Anni

 

 

Entrate effettive

 

 

Spese effettive

Disavanzo nella spesa compreso l’ammortamento del Debito Pubblico

Disavanzo od avanzo dedotto dalla spesa l’ammortamento del Debito Pubblico

 

Fondo di cassa (sopravanzo) alla fine di ogni anno

1752 5.357.451.20 6.230.474.13 – 873.022.17 – 188.337.1 2.325.949.11
1753 5.498.496.10 5.353.958.19 + 144.537.15 + 221.305.23 2.454.278.20
1754 5.581.222.7 5.318.552.14 + 262.669.17 + 392.670.18 2.929.208
1755 5.602.095 5.831.307.13 – 229.212.13 + 190.072.10 2.992.656.9

 

 

Crescevano dunque le entrate ed un salutare freno essendo stato posto alle spese, l’avanzo effettivo si manteneva rilevante, cosicchè il fondo di cassa che ora direbbesi del Tesoro e costituiva la riserva per le circostanze straordinarie, impinguavasi ogni giorno più.

 

 

È quindi naturale che il piano finanziario di unificazione del debito pubblico veneziano e di conversione del debito unificato dal 4 al 3,5% incontrasse il pubblico favore. Sopratutto l’esito fu immediatamente favorevole per la prima parte del piano: l’unificazione del debito. Una relazione dei Deputati del 4 dicembre 1753 informa che su 3.555.733.4 ducati di depositi francabili aveano dichiarato di eleggere l’alternativa a, ossia il trasporto nei capitali istrumentati, ben ducati 1.679.211,16 nelle quattro Scuole grandi, ducati 590.862.5 nelle quattro arti, ai quali dovevansi aggiungere ducati 939.369.16 per i quali non era stata fatta dichiarazione alcuna e che secondo i decreti si doveano interpretare come assenzienti al trasporto: in tutto ducati 3.209.443.13. Aveano dichiarato di voler rimanere nei vecchi depositi redimibili e correre l’alea delle affrancazioni solo 346.289.15 ducati, di cui 319.208.12 amministrati dai banchieri commissionari dei creditori stranieri alla Repubblica (II, 573). L’operazione da questo lato poteva dunque dirsi riuscita. E del resto quanto fosse progredita l’unificazione del debito «nuovo» appare dalle seguenti cifre estratte dai bilanci (esprimenti l’onere annuo in interessi ed ammortamenti del debito veneziano nuovo).

 

 

 

Anni

Depositi redimibili di maccine ed oglio

Per affrancazione dei depositi redimibili

 

Capitali istrumentati

1752

330.118.21

684.685.16

283.771.2

1753

320.877.15

76.768.8

438.008.10

1754

32.911.23

130.001.1

740.388.2

1755

11.040.12

419.284.23

734.144.16

 

 

Di quanto diminuiscono i depositi redimibili, di altrettanto crescono i capitali istrumentati, col vantaggio che le quote che la Repubblica deve consacrare all’ammortamento sono di gran lunga minori.[22]

 

 

Quanto alla seconda parte del programma, la conversione dal 4 al 3,5%, i documenti pubblicati nei due volumi[23], da cui traggo le presenti notizie, non permettono di trarre conclusioni precise, la quali probabilmente saranno contenute nelle relazioni dei Deputati posteriori al 1755, quando l’operazione a grado a grado sarà stata condotta al suo termine. Si può affermare soltanto che l’operazione era bene avviata.

 

 

Alla data del 4 dicembre 1753 erano entrati nel deposito nuovissimo al 3,5%, destinato a convertire il debito «nuovo» al 4%, appena ducati 77.900 (II, 574). Né pare che in seguito il deposito si sia impinguato molto se le somme di interessi pagate su questo deposito ammontano soltanto

 

 

nel 1753

a ducati

434.21

  »  1754

»       »

1.729.14
  »  1755

»       »

11.786.16

 

 

Ma se i capitalisti erano renitenti ad entrare nel nuovissimo deposito, ciò non voleva dire che la Repubblica non potesse altrimenti provvedere alla conversione. Infatti in due relazioni del 4 (già citata) e del 18 dicembre 1753 i Deputati propongono:

 

 

a)    che si abbia ogni cura di impinguare il nuovissimo deposito al 3,5% e che delle somme per tal modo ottenute, l’erario si valga per intimare le affrancazioni all’arte dei testori «da cui si divisa cominciarle per renderla sollevata dal grave peso che rissente, per poi procedere con tal una delle altre arti in seguito, a misura dell’introito di dinaro che seguirà nel detto deposito nuovissimo»;

 

b)    che l’erario pubblico rimborsi ai Corpi d’arti e scuole soltanto l’interesse che essi effettivamente pagano ai creditori dello Stato. Come già si disse i Corpi d’arti e scuole fungevano da intermediari fra lo Stato ed i capitalisti, assumendosi un debito perpetuo verso lo Stato che pagava il 4% ed obbligandosi verso i capitalisti al rimborso del capitale ad epoche variamente stipulate e con un saggio di interesse fissato caso per caso. Era accaduto che per la migliore situazione del mercato monetario i Corpi, giunta la scadenza degli istrumenti conchiusi coi capitalisti o chiesto da costoro il subingresso con altre persone, – rinnovassero i prestiti al 3,5%, pure continuando a percepire il 4% dallo Stato. Ora i Deputati propongono che a somiglianza di quanto già si era fatto con decreti 21 febbraio 1738, 23 luglio e 9 settembre 1739 per la precedente conversione dal 5 e dal 4,5 al 4%, lo Stato non abbia più a rimborsare ai Corpi se non la cifra di interessi effettivamente da essi pagata ai creditori, inibendo nel tempo stesso ai Corpi[24] di accettare subingressi o rinnovazioni di istrumenti ad un tasso superiore al 3,5%. Così a poco a poco la conversione si sarebbe allargata a sempre più gran parte del debito pubblico;

 

c)    ad accelerare il movimento verso il nuovo tipo al 3,5, i Deputati – riflettendo che forse molti capitalisti privati non amano molto il deposito nuovissimo al 3,5, stipulato direttamente coll’erario «a causa delle disagradevoli condizioni dell’ordine opposte alle affrancazioni tanto attive quanto passive per non potersi per conto della pubblica cassa, che soggiace a particolari metodici vincoli, admettere quelle facilità che sono compatibili col metodo diverso dei corpi da quali esigevano li capitalisti… le pronte ed immediate affrancazioni a misura delle private loro premure» – propongono che la conversione al 3,5 si operi non solo mercè il deposito «nuovissimo» ma anche mercè nuovi capitali istrumentati che si permette alle scuole ed arti di prendere a prestito nella somma complessiva di 550 mila ducati. I Deputati nutrono fiducia che le Arti e Scuole non trovino difficoltà a farsi imprestare questa somma, al 3,5%, dai capitalisti, i quali preferiranno le maggiori agevolezze del Debito consolidato;

 

d)    del resto, quando le Arti e Scuole tardassero a collocare le quote dei nuovi capitali istrumentati al 3,5% e non potessero procedere abbastanza sollecitamente nelle intimazioni per la conversione, i Deputati propongono che la pubblica cassa, ora abbondantemente provveduta (vedi sopra le cifre che fanno testimonianza del rapido crescere dei fondi di cassa esistenti alla fine d’ogni anno), faccia passare alle Arti e Scuole le somme necessarie per procedere ai rimborsi ai capitalisti renitenti a contentarsi del nuovo saggio del 3,5%. Ma i Deputati sperano che i capitalisti vorranno contentarsi del più mite tasso d’interesse.

 

 

La speranza medesima nutre altresì il Senato, il quale con suo decreto del 16 gennaio 1753 accoglie tutte le proposte dei Deputati, e pone così la pietra angolare di una riforma destinata «a costituire il pubblico erario in vigore di reggere (ai gravosi pesi che soffre) ed acquistar nuove forze per li casi estraordinarj che Dio voglia sempre lontani» (II, 586).

 

 

L’economia pubblica veneziana ci si presenta dunque con caratteri ben diversi da quelli che sogliono contrassegnare nelle credenze di molti le finanze di antico regime. Severo l’ordinamento amministrativo della gestione del denaro pubblico; perfetti i congegni di controllo contabile, meraviglioso per quei tempi l’impianto di scritture a stampa che riassumevano tutti i fatti dei molteplici bilanci delle diverse casse e li riunivano in un unico quadro di ammaestramento per il passato e di ammonimento per l’avvenire: questi i principali segni esterni della cura meticolosa che la Repubblica metteva nella gestione della propria finanza. Né meno segnalati sono i meriti del Governo aristocratico veneziano per quanto riflette l’ordinamento dei tributi e l’ammontare delle spese. Fastosa nelle relazioni esterne, la Repubblica sapeva ridurre al minimo le spese delle magistrature interne; ed anche nei bilanci militari – se gli storici le possono muovere rimprovero di infiacchimento e di decadenza morale – gli economisti debbono riconoscere che essa sapeva ridurre, appena assicurata la pace, quelle spese militari che apparivano sproporzionate alla capacità contributiva della nazione. Forse i governanti veneti non sapevano facilmente trovare nuove entrate per il fisco esausto e troppo si mantenevano ligi alle vecchie forme d’imposta, anche quando in Piemonte ed in Lombardia si dava impulso vigoroso all’opera della perequazione fondiaria; forse in tempi di calamità e di guerra erano troppo propensi a ricorrere a vieti espedienti per far denari e troppo rifuggivano dalle riforme audaci. Ma d’altra parte la stessa invincibile riluttanza del Senato ad accogliere proposte di nuove imposte e di restaurazione o inasprimento di vecchie imposte contrastava luminosamente colla leggerezza colla quale in altri Stati, come la Francia, si spingevano al malcontento la borghesia e le masse popolari con la pressione soffocante di un regime tributario esoso, incerto ed ingiusto. La sollecitudine per i sudditi e la brama di evitare le mutazioni brusche negli oneri tributari formerà mai sempre il vanto di uno Stato forse invecchiato e ristagnante, ma risoluto a non distruggere per colpa propria i resti della antica fortuna nazionale. D’altra parte una politica di raccoglimento e di amministrazione avara si imponeva ad uno Stato curvo sotto il peso di un enorme Debito ereditato dalle nobilissime lotte sostenute in difesa della civiltà contro il Turco. Per pagare gli interessi di quel Debito e mantenere intatta la fede pubblica verso capitalisti timidi e scarsi, era d’uopo di grande prudenza e di una ordinatissima amministrazione; e una grande avvedutezza si richiedeva per condurre felicemente a termine i felici ardimenti delle conversioni al 3,5% del Debito Pubblico. La Repubblica veneziana seppe, in momenti di scarsa vigoria nell’economia privata e di depressi commerci, essere prudente nell’imporre nuovi sacrificii ai sudditi ed audace nell’alleviare il pondo degli interessi pagati ai suoi creditori. Prudenza meritoria ed audacia non piccola codeste; delle quali è giusto che gli storici sappiano ricordarsi.



[1] Cfr. la relazione ed il discorso di S. E. Luzzatti nel Nuovo Archivio Veneto 1897, tomo XIV, parte II.

[2] Venezia, Litrografia Alberto Pellizzato.

[3] R. commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica di Venezia. Serie II, Bilanci Generali della repubblica di Venezia. Vol. II, Bilanci dal 1736 al 1755 (Scritture e Decreti). Un vol., di pagg. XII – 599. Vol. III, Bilanci dal 1736 al 1755 (Bilanci). Un vol. di pagg. XCV (introduzione del Prof. Fabio Besta col titolo Appunti sulla compilazione dei bilanci generali di fatto) – 357. Venezia, Premiato stabilimento tipo litografico Visentini Cav. Federico, 1903.

Il Senatore Lampertico ed il Prof. Besta, oltrechè all’ideatore on. Luzzatti, esprimono i loro ringraziamenti al Prof. Riccardo Predelli, dell’archivio di Stato di Venezia, il quale coadiuvò nelle ricerche non facili cui occorreva di fare e vigilò la stampa dei due volumi, ed al signor Carlo Minotto, segretario della Commissione, che cooperò a tutto l’arduo lavoro e più specialmente alla riproduzione e collezione dei bilanci. Era doveroso che anche qui quei due nomi, insieme con quelli del Luzzatti, del Lampertico e del Besta, fossero ricordati a titolo di onore.

Chi scrive coglie la gradita occasione di ringraziare pubblicamente l’illustre Prof. Fabio Besta per le cortesi comunicazioni epistolari, con le quali gli volle fornire notizie e schiarimenti preziosissimi.

[4] Nel periodo di cui ci occupiamo, in seguito alla riforma del 1582, era stata molto diminuita, in materia di finanza, l’autorità del Consiglio dei Dieci e cresciuta corrispondentemente quella del Senato, o del Consiglio dei Pregadi. Ecco come il Prof. Enrico Besta (cfr. la sua opera Il Senato Veneziano. Origine, costituzione, attribuzioni e riti, in Miscellanea di Storia Veneta. Serie seconda Tomo V, Venezia 1899, pag. 157) ne delinea i poteri in materia economica e finanziaria.

Non meno ampie furono le sue competenze d’indole economica. Tutti gli interessi fiscali erano tutti da esso dipendenti, salvo due eccezioni: la cura dei boschi, pur molto importante in una città come Venezia che doveva aver la principale sua forza nella marina, e quella delle miniere rimasero al consiglio dei dieci che vi attendeva per mezzo di provveditori proprii. Del resto il senato solo provvedeva alle entrate della repubblica con facoltà di aumentare e diminuire i dazi e le imposte esistenti; d’aprir prestiti e di concedere in esenzioni e dilazioni nel pagamento dei tributi. Non poteva però instituire imposte nuove senza l’assenso del maggior consiglio. Accresceva e instituiva salari; ma, altro freno a tanta autorità, perché le sue deliberazioni avessero in efficacia, era necessaria come sappiamo, l’approvazione del maggior consiglio. Sopraintendeva altresì alla zecca colla circolazione monetaria; dettava regolamenti per le casse e uffici d’esazione, sorvegliava e regolava i banchi. La autorità sua in materia commerciale faceva si che spedisse le galee ai viaggi, e ne determinasse il personale e la rotta, disciplinasse i loro cottimi, la importazione ed esportazione delle merci e le tariffe relative, l’apicoltura, l’industria e le arti, vigilando sulle scuole e paghe degli artigiani. Sole rimanevano sottratte alla sua competenza le scuole grandi, soggette, come quelle in ch’erano le più pericolose, al consiglio dei dieci.

In seno al Senato si nominavano i Savi grandi e quelli di terraferma che avevano la direzione dei diversi rami dell’amministrazione pubblica; e fra questi specialmente importante il Savio Cassier, nominato prima per un anno e poi per sei mesi, il quale badava alle finanze, sollecitava l’esazione delle imposte, sovraintendeva alle spese generali, curava il saldo delle casse, e procurava di migliorare il servizio pubblico denaro.

Così pure erano uno dei Magistrati del Senato propriamenti detti, ossia nominati nel proprio seno, i Deputati ed Aggiunti alla provision del denaro che furono istituiti il 2 agosto 1658 per provvedere alle spese ingenti della guerra di Candia. Erano prima tre, cresciuti a cinque nel 1664 con due aggiunti. A poco a poco tanto crebbe l’autorità loro che ebbero nelle loro mani la direzione di quasi tutte le finanze, regolando le casse e proponendo le riforme nell’ordinamento dei dazi, delle gravezze e del Debito Pubblico.

Se tutti questi magistrati cfr. specialmente Fabio Besta. Lezioni (litografate) di Contabilità di Stato, libro primo, Capitolo 3, Art. 1, dove in successivi capitoli si parla della Costituzione veneziana, dei Consigli e dei collegi che ebbero il governo delle finanze nei varii tempi, dei magistrati pel governo dei beni pubblici, del tesoro centrale e delle camere, dell’esazione delle imposte, dei magistrati sindacatori, dei ragionieri, scontri ed appuntadori, della molteplicità delle casse, della ordinazione delle spese, delle previsioni di cassa, delle scritture e dei bilanci ecc, e Prof. Enrico Besta, Il Senato Veneziano, opera citata.

[5] Nel volume I che sarà pubblicato in seguito saranno pubblicati i bilanci, non sistematici e non compiuti, che si hanno anteriormente alla riforma contabile Costantiniana del 1736; e nel volume lV e successivi saranno riprodotti i bilanci del 1760, 1765, 1770, 1775, 1780 e 1782 (anno sino a cui giungono i bilanci generali conservati negli Archivi Veneti, essendo quelli del 1783 al 1792 andati dispersi), oltre ai ristretti ed alle partite più importanti dei bilanci intermedi, ed alle relazioni e decreti illustrativi.

[6] Vol. II, pag. 53. Quando si citano soltanto queste due cifre, il lettore le riferisca sempre, quella romana al volume della serie II della raccolta citata e quella arabica alla pagina relativa. Così quando si legge soltanto «deputati» si intendano i «deputati ed aggiunti alla provision del denaro».

[7] Nei bilanci si fa sempre uso di una moneta speciale che èil ducato detto effettivo o ducato valuta corrente o ducato moneta di zecca; ma tuttochè si chiamasse «effettivo» era puramente «moneta ideale». Si disse effettivo nel 1561 (cioè circa il tempo in cui cominciò ad essere moneta di conto nei pubblici registri), quando si coniò in una grossa moneta d’argento equivalente a lire venete 6 soldi 4 e conservò poi sempre tale nome e la sua equivalenza nominale in lire 6 soldi 4. Ma la lira scemò di valore nei secoli successivi, onde il ducato moneta di conto che corrisponde sempre a lire 6,4 o a soldi 124 perdette esso pure valore. In una regolazione seguita sullo scorcio del secolo XVII si riconobbe valere lo zecchino 17 lire venete, e allora il ducato valuta corrente valse 6,4 di questa lira e tale valore serbò poi sempre nei pubblici conti fino alla caduta della Repubblica.

Lo zecchino, l’antico ducato d’oro, che non mutò mai sensibilmente dal 1284, tempo della sua creazione, al termine della Repubblica, equivale a it. L. 12.03, e però il ducato effettivo o valuta corrente o valuta di conto dei bilanci vale a oro

Ma dopo il 1687, durante la guerra di Morea e la neutralità armata, nelle contrattazioni di piazza la lira veneta perdette valore e conseguentemente crebbe rispetto ad essa il valor nominale dello zecchino e del ducato valuta corrente; nel 1730 lo zecchino valeva 22 di quelle lire. Di qui ne venne che dal principio del secolo XVIII si distinse la lira e conseguentemente il ducato valuta di piazza, o moneta lunga (il qual ducato venne pure adottato per i conti di alcune casse pubbliche) dalla lira e dal ducato valuta corrente od effettivo il quale continuò ad essere la moneta di conto dei bilanci generali. Il ducato valuta di piazza risultava di lire 6,4 valuta di piazza delle quali 22 valevano uno zecchino; onde questo ducato aveva il valore di   e la lira 22 veneta a oro valuta di piazza L. 0.5468. Si calcolava poi che otto di queste lire fossero pari al ducato valuta corrente od effettivo, a cui si attribuiva così il valore di L. 4.375 che differisce, come si vede, assai poco da quello di L. 4.387 trovato di sopra partendo direttamente dal valore dello zecchino.

Su di questo argomento (a chiarire il quale mi giovò assai una cortese lettera del Prof. Fabio Besta) scrisse una eccellente memoria il Senatore Nicola Papadopoli, letta nell’adunanza del R. Istituto Veneto di Scienze, lettere ed arti del 20 gennaio 1885 ed inserita negli atti di quell’anno di tale Istituto col titolo: Sul valore della moneta veneziana. In tale memoria la lira veneta di piazza è valutata dal 1739 al 1797 in rapporto all’argento L. 0.537 e rispetto all’oro L. 0.546. Nel 1739 a Venezia il rapporto fra il valore dell’argento e quello dell’oro era un pò diverso da quello legale odierno da 1 a 15,5 degli Stati della Lega latina; da ciò la differenza dei due valori sopra detti della medesima lira.

A meno di dichiarazione in contrario, il ducato di cui si parla nelle presenti pagine è sempre quello effettivo o V. C. del valore di L. 4.375 o 4.387 secondo le diverse valutazioni.

Il ducato si divideva in 24 grossi e il grosso in 32 piccoli. S’intende denari grossi e denari piccoli.

[8] Almeno che questa fosse la cifra del D.P. all’aprirsi della neutralità per la successione di Casa d’Austria può arguirsi dal fatto che l’11 dicembre 1750, ritornata la pace, i Deputati ed aggiunti alla provision del denaro riferivano che il debito della Serenissima ammontava a 80.243.525 ducati, di cui circa 9 milioni contratti per la anzidetta neutralità (II, 526).

[9] La voce spazzo suona dispaccio cioè lettera o relazione breve. Tuttavia questo semplice significato mal si attaglia alle locuzioni «… ambasciator di Vienna per suo spazzo…» (III, 108), e all’altra «…in quest’anno fu corrisposto lo spazzo alla sola ambasciata di Spagna» (II, 414). I dispacci si mandavano dagli Ambasciatori o residenti o rettori col mezzo di corrieri speciali celerissimi e la loro spedizione richiedeva perciò spese non lievi. Perciò alla voce spazzo si può nei documenti nostri attribuire il significato di: «facoltà di mandar lettere col mezzo di corrieri speciali».

[10] Le utilità dei ministri e dei nobiluomini magistrati sono compensi pagati dalle casse pubbliche con denaro pubblico diversi dai salari. In generale ogni ufficio era retribuito; e la retribuzione, o si commisurava a un tanto fisso all’anno e allora era detta salario anche rispetto ai NN.UU. eletti alle magistrature od ai reggimenti, oppure si ragguagliava a un tanto per ogni radunanza di Consiglio o magistrato per ogni sentata, come si soleva dire, o rappresentava una quota parte di entrate percette e specialmente di pene pecuniarie inflitte ai contravventori delle leggi sull’esazione delle imposte o sul governo del denaro pubblico, e allora si diceva utilità.

[11] I bastardelli erano i figli illegittimi abbandonati, i trovatelli o esposti si direbbe ora. A Venezia erano accolti nell’Ospizio della Pietà che esiste tuttora con un patrimonio proprio e serba lo stesso ufficio. Sopra si può vedere la cifra della sovvenzione accordata dalla Serenissima a tale Ospizio.

[12] Come in tutti i bilanci tenuti col sistema della partita doppia, fra le entrate figuravano le somme esistenti nelle singole casse, o, come allora dicevasi, i sopravanzi al principio dell’anno; e fra le spese i sopravanzi accertati alla fine dell’anno medesimo. Diguisachè per ottenere la somma che la Serenissima doveva introitare nell’anno per far fronte alle spese e lasciare in cassa il sopravanzo verificatosi, bisogna alle spese effettive aggiungere la differenza positiva fra i sopravanzi finali ed i sopravanzi iniziali ovvero dalle spese effettive togliere la differenza negativa fra le medesime due quantità. Per brevità, supponendo che all’ingrosso i sopravanzi ricevuti all’inizio corrispondessero ai sopravanzi lasciati alla fine dell’anno, si può ritenere che approssimativamente la cifra delle spese effettive uguagliasse il fabbisogno annuo a cui dovevasi provvedere colle entrate.

[13] Mi limito a citare le cifre del 1755 sia per brevità, sia perché non ci sono variazioni notevoli e sia perché le cifre del 1736 e 1737 sono in lire e non in ducati.

[14] Come già si disse il ducato effettivo, in cui si pagavano le imposte, era di lire otto venete, mentre il ducato di piazza, valuta corrente, in cui si ricevevano le rendite dai privati era di sole lire sei e soldi quattro.

[15] Erano i magistrati alle Acque a cui era devoluto il provento dell’imposta ereditaria nella Dominante; ed il Magistrato dei Deputati, che doveva proporre le modalità dei nuovi aggravi.

[16] Cfr. Provvedim. straord. cit. in vol. III, pag. 263 e segg.

[17] Le limitazioni dei territori di Bergamo e Brescia erano delle antiche imposte la cui esazione erasi ceduta ai Comuni o in perpetuo o temporaneamente per una somma annua definita, onde appunto si chiamavano limitazioni. Comprendevano il dazio dell’imbottato e altri dazi che in quel di Bergamo si dicevano dazioli.

[18] Cfr. vol. IV, pag. 261-281 Provvedimenti straordinari nei singoli anni dal 1736 al 1755, dove sono elencati particolareggiatamente anno per anno tutti i singoli provvedimenti straordinari della Repubblica nel periodo studiato.

[19] È lo Stato maggior generale dell’esercito e comprende gli stipendiati, la cui spesa si era ridotta a ducati 5719.14. Il maresciallo di Scolemburg aveva cessato di servir la Repubblica e non era stato sostituito.

[20] Queste cifre, contenute nella relazione dell’11-12-1750, non corrispondono esattamente con quelle che sono riportate nei bilanci generali e che sono più sopra riassunte. Probabilmente gli 884.920 ducati comprendono la cifra degli interessi sui depositi, sui capitali istrumentati, sui debiti della terraferma e sulle prestanze di Città e Corpi morali di cui nel testo si parlò a parte, prima di discorrere del Debito pubblico propriamente detto.

[21] Erano lasciati a parte i debiti vitalizi i quali «si vanno da per sé stessi estinguendo» ed i «capitali della zecca alle due» per «la troppo loro infelice condizione» (Cfr. II, 536).

[22] Specie nel 1753 e 1754. L’aumento del 1755 è dovuto ad altre cause.

[23] Si noti ancora che le relazioni dei Deputati ed i relativi decreti del Senato relativi al bilancio dello Stato ed al Debito pubblico finiscono in data 16 gennaio 1754, dimodochè per il 1754 e il 1755 si hanno poi le sole notizie contenute nelle cifre dei bilanci, che forse richiederebbero di essere illuminante dalle relazioni. L’unico documento pubblicato, il quale sia posteriore al 16 gennaio 1754, si riferisce unicamente a questioni di contabilità.

[24] Come pure alla Ecc.ma Procuratia di supra che aveva imprestato allo Stato ducati 150 mila.

Torna su