Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Leghe operaie, produttività del lavoro e problema delle abitazioni

«Corriere della Sera», 4[1] e 6[2] febbraio, 19 giugno[3] 1910

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 29-37

 

 

 

 

I

 

Il dott. Alessandro Schiavi, direttore dell’Ufficio del lavoro della Società umanitaria, ha indirizzato alla direzione del «Corriere della sera» la seguente lettera:

 

 

Nel suo articolo «Dopo il congresso delle case popolari» Luigi Einaudi, a proposito dei «metodi negligenti e volutamente lenti dei muratori, i quali costruiscono le case nuove», domanda: «Perché la Società umanitaria non istituisce nella sua utilissima scuola di legislazione sociale un corso in cui si spieghi che la scarsa produttività del lavoro aumenta il costo del prodotto, ne scema il consumo e quindi per riflesso la produzione, con aumento fatale nelle schiere dei disoccupati e degli emigranti verso paesi più benigni?» Come direttore di siffatta scuola, mi permetto di ricordare all’Einaudi che non solo nel corso di economia politica il prof. Osimo dedica una lezione espressamente a spiegare l’assunto della influenza della produttività del lavoro sul costo del prodotto, ma che, fin dall’anno scorso, essendo uno degli scopi della scuola – sta scritto sul programma – «di contribuire a formare negli operai la consapevolezza della vera loro posizione economica e morale, e della loro forza reale, a sviluppare e ad irrobustire in essi quella probità morale anche nel lavoro, che è la più salda garanzia di prosperità e il miglior indice del valore sociale della classe lavoratrice», venne affidata la trattazione in quattro lezioni del tema «etica sociale» al prof. Giovanni Zibordi.

 

 

Il titolo è un po’ pretenzioso e scolastico, ma i concetti svolti dallo Zibordi, che ha formata la sua esperienza in quel laboratorio sperimentale della classe lavoratrice che è la provincia di Reggio Emilia, furono chiarissimi, e lontani da quella piaggeria verso gli operai che troppo spesso si attribuisce a coloro che hanno l’abitudine di parlare loro dei loro interessi.

 

 

Cito un solo brano delle lezioni dello Zibordi, stampate e distribuite agli alunni operai anche quest’anno. «Come il patto collettivo, così il patto individuale  che ciascun operaio ha col padrone, in quanto riguarda la prestazione del suo lavoro, deve essere lealmente osservato. Una tradizione secolare di servitù e di reazione, di oppressione e di rappresaglia, porta spesso l’operaio a violare i suoi patti, lavorando poco, lavorando male. Questa tendenza antica fu oggi rinverniciata e teorizzata come cosa nuova nelle aberrazioni dei predicatori del sabotaggio. E – solito errore e solito equivoco! – i partigiani di questa forma obliqua ed odiosa di lotta dicono che il sabotaggio del proletariato non è che il contrapposto legittimo del sabotaggio che la borghesia capitalista e commerciante esercita in danno comune quando mette in circolazione derrate sofisticate, prodotti non buoni. Per ben altre vie, fuor da questo circolo vizioso di azioni e reazioni, fuor da questo rimbalzarsi d’invidie o di violenze o d’inganni, andrà la classe lavoratrice verso i suoi più alti destini! Per le vie della lealtà e dell’onestà – che è anche la migliore e più fine delle accortezze, la più efficace delle furberie – essa rifarà il mondo così nel campo economico come nel campo morale, lungi da mezzi insidiosi e obbrobriosi, dai quali essa stessa, d’altronde, rimarrebbe colpita».

 

 

Questo è il linguaggio di socialisti a operai, perché i socialisti al pari dei conservatori, vedono i difetti della classe lavoratrice e più di quelli soffrono, e se ne dolgono appunto in quanto hanno presente più nitido l’ideale dell’angelica farfalla che dovrebbe uscire dal bozzolo del proletario d’oggi, e non si peritano di riconoscere quelle manchevolezze, e di aiutare i lavoratori a correggersene.

 

 

Ma non bisogna d’altro canto far rinascere la vieta accusa che siano le leghe e le camere del lavoro che di proposito, per programma, statutariamente direi quasi, incitano i loro soci a limitare la loro capacità produttiva.

 

 

È l’accusa che in Inghilterra, nel 1896 lancia il «Times» contro le Trade unions accusandole di insegnare il Ca’ Canny, modo di dire scozzese che si potrebbe tradurre in buon milanese nel cascet minga. (Quando due scozzesi vanno a spasso e l’uno d’essi cammina troppo lesto, il compagno gli dice: Ca’ Canny mon, Ca’ Canny, e cioè: Più piano, amico, più piano). Ma anche allora l’accusa corse e ricordo un’inchiesta compiuta per incarico del «Musée social» di Parigi da due scrittori politicamente agnostici, Mantoux e Alfassa, i quali vennero a queste conclusioni: «La campagna del Times ci ha rivelato una penosa condizione di spirito, una tendenza di certi industriali a voler rigettare sugli operai la responsabilità di una situazione che potrebbe diventar grave, responsabilità della quale una buona parte è ad essi imputabile», cioè agli industriali.

 

 

A non diverse conclusioni verrebbe chi indagasse se di una propaganda siffatta siano responsabili le organizzazioni operaie italiane. Resta la proibizione del cottimo che, infatti, esiste in parecchi mestieri.

 

 

Riconosco col Bernstein, che il cottimo, e sovratutto il cottimo americano, così detto, a premi, è la sola forma di mercede che tenga convenientemente conto del grado di intensità del lavoro ed è perciò più equa del rozzo e meccanico metodo del salario a giornata. A due condizioni però: che, come fanno gli industriali americani, una volta fissato un tasso equo di salario per un lavoro, esso venga conservato per incoraggiare gli operai a produrre di più, qualunque sia il salario giornaliero o mensile al quale essi possono arrivare; e che la organizzazione operaia sia così salda da stipulare essa le tariffe del cottimo cogli imprenditori, e da farle mantenere inalterate quando le condizioni tecniche del lavoro restano immutate. Ma sino a quando l’alta produttività che un operaio può raggiungere col cottimo deve servire di misura all’imprenditore per abbassare il tasso del salario o per tornare al sistema del salario a giornata in misura inferiore al guadagno realizzato col cottimo, è legittima la diffidenza e l’ostilità delle organizzazioni deboli verso il cottimo specialmente in quei mestieri nei quali il lavoro degli operai non è nettamente limitato e classificato, ma vario e generico.

 

 

Il problema è dunque questo: organizzazione solida ed educazione diffusa, continua, insistente della classe operaia da parte della stessa organizzazione.

 

 

Quanto alla questione se la crisi delle abitazioni e il rincaro degli affitti in generale siano proprio cagionati dal Ca’ Canny degli operai muratori, o se non vi entrino altri elementi e in quale misura, non è qui il luogo e il momento di discutere senza abusare della cortesia nella quale confido, on. signor Direttore, per la pubblicazione di questa nota.

 

Alessandro Schiavi

 

 

Mi sia consentito di aggiungere alcune considerazioni a quelle dello Schiavi. Sono lieto che l’Umanitaria abbia già tentato di attuare nella sua «scuola di legislazione sociale» quell’insegnamento sui rapporti fra la produttività del lavoro, il costo del prodotto, la disoccupazione e i salari, che io mi auguravo vi fosse istituito; e spero che a poco a poco esso riesca ad emulare i corsi utilissimi di legislazione sociale propriamente detta, di cui avevo, scrivendo l’articolo, sott’occhio i riassunti pubblicati dall’Umanitaria in nitidi volumetti. Non conosco le lezioni dello Zibordi; ma dal brano, che lo Schiavi cita e che deve manifestamente essere stato scelto a dimostrare nel miglior modo la sincerità coraggiosa dell’insegnante, risulta chiaro come molta e molta strada debba essere ancora percorsa affinché l’insegnamento, iniziato senza dubbio con fervido entusiasmo, dia i desiderati frutti. Io non ritengo, ad esempio, che farebbe opera molto proficua quell’insegnante il quale, volendo dimostrare i vantaggi e la funzione importantissima e benefica della banca nella società moderna, cominciasse col ricordare i fasti dell’usura antica e medioevale, le estorsioni dei caorsini, degli ebrei e dei lombardi di un tempo, e le rappresaglie dei principi e dei papi. Tutto ciò potrà essere storia vera o falsa, potrà essere il risultato di indagini pazienti o di ridevoli esagerazioni, ma non darebbe certamente nessuna idea della funzione economica della banca, anzi servirebbe soltanto a ingenerare confusione nella mente dell’ascoltatore ed a farlo diffidare del bene che l’insegnante dirà in seguito dei banchieri moderni. Del pari non ritengo che il parlare anzitutto di «tradizione secolare di servitù e di reazione, di oppressione e di rappresaglie», sia pure come premessa alla condanna del «sabotaggio» sindacalista, giovi assai alla comprensione dei rapporti fra produttività del lavoro, costo, prezzi e salari. Si sa che ciascuno afferra delle lezioni dell’insegnante, del discorso dell’oratore, del libro che legge, quelle idee e quei brani che gli piacciono di più, che solleticano di più il suo amor proprio, le sue tendenze egoistiche, i suoi preconcetti. L’ascoltatore della lezione, od almeno del brano della lezione citato dallo Schiavi, sarà indotto ad usare lealtà ed onestà nella prestazione del lavoro; ma probabilmente solo quando egli sia persuaso che la classe imprenditrice non usa «mezzi insidiosi ed obbrobriosi». Persuasione non agevole ad inspirare, se si pensa alla facilità con cui si contorce il significato dei metodi più semplici e ragionevoli tenuti dagli imprenditori per raggiungere la massima economicità nel lavoro.

 

 

Vengo alla questione di fatto su cui è sorta la controversia. Lo Schiavi non nega che il cottimo sia stato bandito dai muratori milanesi; e si limita a porre in luce le cautele dalle quali dovrebbe essere circondata la sua applicazione. Su di che non avrei osservazioni in massima da fare, salvo particolari di secondaria importanza. La questione è diversa ed è di fatto: è vero o non è vero che la mala voglia nel lavorare, il Ca’ Canny, come dicono gli inglesi, esiste di fatto a Milano e in molte altre città in parecchi generi di lavoro, fra cui principalissimo il lavoro edilizio? Quasi tutti gli impresari, con accordo troppo significativo per derivare da un fatto immaginario, dicono di sì: dicono di sì molti ingegneri e molte persone che, per cariche coperte in istituti per la costruzione di case popolari, vorrebbero poter dire di no. Pare un fatto certo che questa malavoglia nel lavoro produce un rincarimento notevole nel costo delle costruzioni. Che cosa si risponde dagli operai a questa accusa specifica? Probabilmente essi risponderanno anzi ho già udito questa risposta – che non si tratta tanto di trascuraggine nel lavoro, quanto di imperizia; e l’imperizia sarebbe provocata dalla domanda febbrile di mano d’opera fatta dagli imprenditori i quali, per costruire in fretta le molte case che devono essere buttate sul mercato edilizio, racimolano purchessia e dovunque operai inabili, i quali lavorano adagio ed a costo alto.

 

 

Se questa fosse la verità sola ed intiera, sarebbe aggiunto un argomento alla tesi che ho sostenuta nel mio articolo: essere cioè pericoloso concedere d’un tratto esenzioni tributarie ad una sola industria, quella edilizia, perché in tal modo si sposterebbero operai dalle altre industrie verso quella edilizia, in cui essi sono inabili. La loro incapacità, unita al tumultuario affluire verso l’industria edilizia, rende impossibile ogni tirocinio efficace; e finirebbe per annullare, con un maggior costo del lavoro, i benefici della esenzione dalle imposte. Ivanoe Bonomi mi ha rimproverato sull’«Avanti!» di non avere ben compreso che la esenzione temporanea tributaria, se vuole davvero spingere alla fabbricazione, deve essere speciale alle case e non generale a tutte le industrie. D’accordo che una esenzione generale non favorisce in modo particolare la costruzione delle case; ma una esenzione speciale la favorisce ancor meno, almanco fino a che il beneficio dell’esenzione è eliso dall’accresciuto costo del lavoro, provocato dall’esenzione stessa.

 

 

Dubito però fortemente che il cresciuto costo del lavoro sia dovuto soltanto all’imperizia dei nuovi lavoratori chiamati dalla campagna, e racimolati da ogni sorta di mestieri per provvedere al cresciuto fabbisogno di case. Le lagnanze degli imprenditori e degli ingegneri si riferiscono a ben altro: alla malavoglia e alla poca produttività di quelli stessi che una volta producevano tre m.c. di muratura al giorno, ed ora ne producono uno solo; alla emigrazione dei migliori, i quali dai regolamenti del lavoro sono impediti di guadagnare quei massimi di salario a cui avrebbero ben diritto per la loro abilità ed operosità. Che cosa significa la proibizione del cottimo, se non la volontà deliberata dei dirigenti di deprimere la produttività dei migliori operai, adeguandone il salario al livello dei salari dei peggiori? Occorrono ragioni valide, specifiche per spiegare questi fatti concreti. Una inchiesta fatta tra operai ed imprenditori, ed affidata a persone godenti la fiducia di amendue le classi, gioverebbe assai all’intento.

 

 

Che le leghe siano del tutto immuni dalla colpa di impedire la migliore utilizzazione del lavoro è difficile crederlo, quando si leggono le norme di lavoro che esse hanno voluto ed imposto agli imprenditori. Non ho sott’occhio i concordati nell’arte edile; e mi sono perciò limitato a ricordare la proibizione del cottimo, già lamentata dall’ing. Negri. Ma ho i concordati conclusi fra imprenditori ed operai addetti all’industria tipografica e vi leggo norme strabilianti, che ben difficilmente possono ritenersi intese ad ottenere la massima produttività nel lavoro. Così mi rimane ignoto il motivo per cui «non sono ammessi alle macchine a comporre che i combinatori tipografi passati lavoranti dopo i cinque anni di regolare apprendisaggio». Se si tratta di una ragione di umanità verso i compositori già impiegati nei giornali o nelle altre tipografie, dove sono in uso le moderne macchine a comporre, riconosco senz’altro la opportunità di una disposizione transitoria che avesse dato la preferenza ai compositori attualmente addetti alle tipografie. Ma che siano normalmente necessari cinque anni di regolare tirocinio per imparare a comporre a macchina, pare una pretesa assurda, quando si conosce il poco tempo che occorre per imparare mestieri ben più difficili. I cinque anni di tirocinio in siffatte circostanze conducono ad un aumento artificioso nel costo del lavoro, che dal punto di vista economico è dannoso. Tanto più dannoso se si pensa che il concordato aggiunge il divieto assoluto agli «apprendisti compositori di essere adibiti per tutta la durata del loro tirocinio al lavoro delle macchine». Le macchine, dunque, devono essere azionate da compositori che hanno perso cinque anni del loro tempo ad imparare un mestiere (composizione a mano) che essi durante la loro vita non eserciteranno forse mai più e non devono esserlo da chi, invece, in alcuni mesi o fors’anco in alcune settimane, si fosse messo in grado di comporre rapidamente e bene a macchina!

 

 

Se si aggiunge che il «lavoro a macchina non può essere eseguito a cottimo e neppure a contratto, ma deve essere sempre fatto a stipendio fisso» si ha un’idea abbastanza precisa del modo singolare tenuto dai lavoratori del libro per facilitare l’introduzione delle macchine nella loro industria. Che se si vuole comprendere ancor meglio in qual maniera si cerchi dai lavoratori del libro di ridurre il costo, si tenga nota di un’altra norma, la quale dice: «Gli operatori addetti alle squadre dei giornali quotidiani non potranno eseguire nessun altro lavoro all’infuori della composizione meccanica, a qualsiasi pagina essa si riferisca e solo in casi eccezionali potranno essere richiesti in aiuto all’impaginazione del giornale a cui sono adibiti»; norma, che deve essere letta insieme ad un altra, la quale si riferisce ai compositori in genere ed è la seguente: «tutti indistintamente gli addetti ai giornali quotidiani non possono essere adibiti a nessun altro lavoro». Che le leghe tutelino l’operaio per quanto riguarda l’orario e l’altezza del salario e vietino che l’operaio, temporaneamente destinato ad un lavoro diverso dal suo, sia pagato col salario del lavoro inferiore provvisorio od impongano che sia pagato col salario del lavoro superiore eventualmente compiuto, è ragionevole ed ha lo scopo di impedire che ad una classe di operai avente una data qualifica sia ridotto il salario, applicandola a lavori d’indole diversa dalla sua. Ma che, rimanendo impregiudicati i salari, l’imprenditore non possa più distribuire i suoi dipendenti nel modo che ritiene più conveniente per la rapida esecuzione del lavoro, anche trasportando qualche operatore da un lavoro ad un altro, è chiaramente un voler aumentare i costi. Una tipografia mista, che stampi giornali quotidiani, periodici settimanali, libri, ecc. come ve ne sono parecchie, specie tra quelle che assumono la stampa dei giornali a bassa tiratura – deve lasciare talvolta immobilizzata, durante l’orario normale, la squadra addetta al giornale, mentre potrebbe utilmente adibirla ad altri lavori. Se questo non è un voler crescere inutilmente i costi, coll’intento – economicamente impossibile a raggiungere in tal guisa – di aumentare la domanda di lavoro e diminuire la disoccupazione, io non so più che significato abbiano le parole.

 

 

Peggio è per gli impressori addetti alle macchine piane e rotative. Il «prospetto delle paghe minime giornaliere e distinta del personale da applicarsi ad ogni macchina» impone obblighi di stipendiare talvolta un macchinista, un aiutante, e un mettifoglio, talvolta macchinista ed aiutante per ogni macchina di quelle che si dicono piane, anche nei casi in cui tecnicamente sarebbe possibile di far dirigere due macchine piane da un solo macchinista. Se la cosa è tecnicamente possibile, diventa assurdo dal punto di vista economico obbligare all’impiego di due personali dove basterebbe uno solo. Perché non permettere al macchinista abile di guadagnare il 10 od il 20% di più del salario normale sorvegliando due macchine? La ragione pare sia sempre la stessa: crescere il costo del lavoro, nell’assurda speranza che cresca il numero degli operai richiesti ed aumenti il salario. Invano ho cercato i ragionevoli motivi con cui si potrebbe giustificare infine un’altra disposizione in cui è detto: «Gli addetti (macchinisti ed aiutanti) ai giornali, ultimato il proprio servizio, non saranno tenuti a disimpegnare altri lavori oltre alla manutenzione delle proprie macchine, anche se non avessero completato l’orario ordinario prescritto». Questa, e chi conosca anche superficialmente la tecnica dei giornali, è la più singolare di tutte le norme imposte dalla federazione tra i lavoratori del libro. Una macchina rotativa per la stampa di un giornale, anche di sole 4 pagine ed anche a tiratura limitata, richiede un macchinista, un primo aiutante ed un secondo aiutante. Questi operatori dovrebbero fare un orario diurno di nove ore ed uno notturno di sei ore. Orbene, se in un’ora la macchina rotativa ha stampato tutto il quantitativo di copie richiesto dalla tiratura del giornale – e ciò è facilissimo data la potenza delle macchine moderne per un giornale di quattro pagine a tiratura limitata – i macchinisti hanno diritto di non far più nulla durante il resto della giornata. In un’ora hanno guadagnato il salario della giornata che per quel tipo di giornali va da 4,40 per gli aiutanti a 6,65 (minimi) per i macchinisti. Se si trattasse di giornali a grande tiratura, il salario minimo del macchinista può andare sino alle 8,55. Io auguro salari anche più elevati agli impressori, ma alla condizione: che siano adottate norme atte a spingere e non a deprimere la produttività del lavoro; e che sia dato il mezzo all’imprenditore di potere fare a fidanza sulla cooperazione volonterosa e non sulla ostilità delle leghe per ottenere la più perfetta ed economica organizzazione del lavoro nella sua azienda.

 

 

II

 

La lettera di Alessandro Schiavi e la replica del prof. Einaudi – ambedue pubblicate nel «Corriere» del 4 febbraio – a proposito degli ostacoli frapposti dalle leghe operaie alla migliore utilizzazione del lavoro (il prof. Einaudi, come si ricorderà, citava ad esempio alcune delle norme introdotte nei contratti ora vigenti per l’industria tipografica), ci hanno procurato pronte risposte degli interessati.

 

 

La federazione del libro, a mezzo del suo segretario Ernesto Gondolo, osserva che le disposizioni contenute nelle tariffe

 

 

«rispondono così bene alla tecnica dell’industria, che sono in vigore anche in quegli stabilimenti diretti da industriali tecnici, i quali si trovano in città in cui la tariffa non le prescrive». E aggiunge che, a dare carattere di obiettività ai rilievi del prof. Einaudi, occorre ricordare, oltre le disposizioni che a suo giudizio inceppano l’industria, anche quella secondo la quale è fissata la media di produzione dei linotipisti: «media che, oltre essere la più alta di Europa, non è affatto una media di produzione massima, ma una media minima per i minimi di salario». Cosicché – conclude – «quello che i professori Einaudi e Schiavi vorrebbero ottenere col cottimo» ogni industriale può ottenerlo «compensando in misura superiore ai minimi quegli operai che danno una produzione maggiore o migliore, o l’una e l’altra insieme».

 

 

A sua volta Francesco Cafassi, ex tipografo, attualmente impiegato all’Umanitaria e segretario del comitato di propaganda della camera del lavoro, c’invia una lunga lettera a difesa pure del contratto di lavoro concluso dai tipografi con gl’imprenditori, che, dopo alcune premesse generiche, inizia la parte polemica con questa notevole dichiarazione non sminuita dalle successive restrizioni:

 

 

Apertamente dichiaro di esser pienamente d’accordo col prof. Einaudi, nell’ultima parte del suo articolo, quando rileva le veramente irrazionali disposizioni contenute nel contratto di lavoro degli impressori tipografi; gli stessi ragionamenti io ho svolti in parecchie occasioni coi miei ex compagni di lavoro; ed ho la soddisfazione di poter dire che l’elemento migliore e più intelligente degli impressori si trovò sempre con me in pieno accordo. Chi però, per le sue funzioni e tali sono, ad esempio, gli amministratori di giornali – ha potuto seguire personalmente lo svolgersi del contratto di lavoro da qualche lustro ad oggi, può affermare che se esso contratto è venuto complicandosi seguendo il complicarsi del macchinario e delle aziende, nel suo complesso, nel suo spirito, il contratto di lavoro ha sempre più acquistato di elasticità, di bilateralità: in una parola, la classe degli impressori va abbandonando quel corporativismo che in essa era tipico.

 

 

Con tale osservazione generica cadono le osservazioni secondarie del prof. Einaudi; appunto quelle che – riferendosi a circostanze strettamente tecniche e che sarebbe troppo noioso per il lettore sviscerare – inducono in chi esamina superficialmente il contratto di lavoro degli impressori di Milano, la convinzione ch’esso imponga esagerate clausole restrittive ed onerose. E di tutta evidenza, ad esempio, che i giornali a piccola tiratura non si stampano in macchine rotative; e che quelli di grande tiratura non esauriscono un’edizione in un’ora, normalmente. E i casi speciali non formano la regola.

 

 

Lo scrittore della lettera quindi prosegue dicendo che in pieno disaccordo è invece con l’Einaudi per ciò che riguarda i compositori tipografi.

 

 

Ciò che maggiormente ha colpito il prof. Einaudi – scrive – è la limitazione dell’apprendisaggio alle macchine a comporre, il divieto del lavoro a cottimo e quello di essere adibiti ad altri lavori all’infuori del giornale. Si riesumano qui antiche querimonie contro l’organizzazione; i liberisti non hanno mai visto di buon occhio l’intervento di una forza superiore che disciplinasse i contratti individuali tra l’offerente ed il prenditore di lavoro…

 

 

Egli però deve rivendicare ad onore della federazione del libro se l’introduzione della macchina da comporre in Italia non riuscì un disastro per la classe tipografica: la vigilanza della federazione, aiutata dalla scarsezza dei capitali che rese impossibile l’impiego di fortissime somme nei simultanei rinnovamenti delle aziende, salvò dalla disoccupazione migliaia di operai, e ciò senza causar dispersione di capitali o remore di lavoro.

 

 

D’altra parte – aggiunge – l’intervento delle organizzazioni nelle questioni dell’ordinamento del lavoro, questioni che – sia loro concesso – le toccano molto davvicino, sono per esse ragione di vita o di morte, è un fatto umano, che deriva non dal considerare l’operaio come un’entità astratta, ma come un uomo di carne ed ossa, che vive anche dopo aver prodotto, che vive anche fuori dell’officina. L’organizzazione agisce con determinate idee, si muove e si orienta verso determinati fini, appunto perché per essa l’operaio non èsoltanto il produttore di lavoro, di ricchezze, ma l’uomo, il cittadino completo, prima, durante e dopo la sua funzione economica di salariato.

 

 

Così limita l’apprendisaggio: lo limita per evitare l’affollamento di mano d’opera, fonte di disoccupazione, di maestranza incapace, di bassi salari, di immorale concorrenza, di malattie precoci, di impedimento al progredire dell’industria; limita l’apprendisaggio subordinandolo prima – empiricamente – al numero degli operai provetti, indi sostituendovi limitazioni di età (non prima dei 15 anni), di istruzione (primo corso ginnasiale o tecnico) e di sana costituzione fisica, in relazione agli specifici pericoli dell’arte. Tuttavia la limitazione è inefficace, inquantoché all’infuori delle officine sottoposte al controllo della federazione, nelle provincie e nei numerosi ricoveri per l’infanzia si alleva in gran numero la mano d’opera tipografica.

 

 

I cinque anni di tirocinio non conducono – secondo l’organizzazione – all’aumento artificioso e dannoso del costo del lavoro. Tale periodo è quello giudicato necessario – in tutto il mondo – a formare un buon operaio compositore: e siccome è generalmente ammesso, da proprietari e da operai, che il delicato e costoso utensile che si chiama macchina da comporre rende di più e dà un miglior lavoro, e deperisce assai meno quando è affidato alle cure di un tipografo, invece che a quelle di un meccanico, di un dattilografo o di un giornalista; siccome è ammesso che in casi – e ne succedono – di guasti ed interruzioni, o di bisogni straordinari, l’operatore alle macchine che sia tipografo può anche comporre alla cassa, ciò che né il meccanico, né il dattilografò, né il giornalista sanno fare; così è evidente – sempre secondo l’organizzazione – che l’utile reciproco, degli operai e dei proprietari, sia quello di affidare un valore di parecchie migliaia di lire ad un operaio provetto piuttosto che al primo venuto. E che l’organizzazione non sia del tutto in errore, si può dedurlo da questo particolare: che in Inghilterra ed in America, patrie della macchina da comporre e dove la sua introduzione lasciò strascichi terribili, agli operatori alle macchine non si possono affidare i manoscritti degli autori: tutti gli originali sono prima ricopiati a macchina sostenendo una spesa non indifferente.

 

 

Il lavoro delle macchine non può essere eseguito a cottimo o a contratto: sta bene; lasciamo per ora in disparte la questione se il lavoro a cottimo – così mal visto dalle organizzazioni in generale – sia un bene o un male, dal punto di vista sociale e non esclusivamente economico: osservo che fra i tipografi il lavoro a cottimo è da lunghi anni (a Milano dal 1881) disciplinato in modo che non dà luogo ai pessimi inconvenienti che si verificano in altre e maggiori industrie. Nella composizione manuale il lavoro a cottimo è per così dire scomparso. In quella meccanica è proibito: ma il prof. Einaudi può ben sincerarsi che all’articolo 4 del contratto di lavoro stipulato fra industriali tipografi ed editori di giornali di Milano alla fine del 1907, si stabilisce anche la produzione minima, in perfetta regola, dell’operaio per i singoli tipi delle macchine a comporre e per le differenti qualità di lavoro. E non è il minimo di produzione l’equivalente della produzione minima ottenuta in condizioni normali col lavoro a cottimo? Se l’operaio medio, che il proprietario trova conveniente retribuire come tale, è costretto a produrre non meno di quel tanto che è giudicato compatibile con le sue forze fisiche, che non pregiudichi la sua capacità di lavoro avvenire, non opera saggiamente l’organizzazione, impedendo che per ottenere un maggior bene, pagato a troppo caro prezzo, il cottimo provochi delle crisi e l’operaio s’ammali, diminuisca il suo rendimento, diventi un peso invece di un valore, e sfibrato innanzi tempo resti a carico degli altri?

 

 

E dal punto di vista tecnico, l’attuazione del cottimo non sarebbe di grande utile per i giornali quotidiani, dove si esige la più stretta regolarità; in quanto alle tipografie comuni, la federazione del libro ha dimostrato di saper conciliare i due interessi discordanti, coll’istituzione dei due turni di lavoro normali e del terzo turno in via straordinaria, ma che viene largamente concesso. Così la giornata di lavoro utile per l’imprenditore è non di nove ore, ma di quindici, e l’operaio non è sottoposto ad un lavoro troppo estenuante.

 

 

Così pure l’ultima restrizione, che tanto colpo fa sul prof. Einaudi, non è che una disposizione di ordine tecnico. Visto al lume del preconcetto, tutto quanto mira a rendere armonico ed economico il lavoro, tutto quanto mira a togliere di mezzo le cause di contese, tutto ciò che mira ad istituire nell’officina un regime di diritto, appare agli occhi dell’esaminatore una sopraffazione ai danni dell’imprenditore, del suo assoluto dominio nell’officina e della libertà di lavoro. L’operaio addetto ai giornali non potrà essere adibito ad altri lavori; ma, nella pratica, il lavoro dei giornali quotidiani non è forse appunto disposto in modo di usufruire di tutta e sola la giornata di lavoro degli operai che vi sono addetti? Anche tale norma è un’assicurazione preventiva contro tentativi di guerra: è una disposizione unicamente tattica; è, più che altro, il riconoscimento, imposto, del vincolo di solidarietà, della comunanza di interessi che lega gli operatori alle macchine ai compositori manuali; è la soppressione del crumiraggio.

 

 

Il Cafassi conclude osservando che se veramente gli interessi degli industriali fossero stati gravemente lesi dalle tariffe, essi avrebbero potuto respingerle e lottare. Firmandole, hanno dimostrato che erano accettabili.

 

 

Le lettere dei signori Gondolo e Cafassi dimostrano come sia vivo l’interesse che ha acquistato la polemica iniziata fra chi scrive queste righe e Alessandro Schiavi; ed è cagione di compiacimento vedere come dai dirigenti le organizzazioni operaie si sia compresa tutta l’importanza della questione della produttività del lavoro. Non siamo sempre d’accordo, e parrebbe difficile esserlo senz’altro, in una materia la quale presenta complicazioni tecniche non comuni e fa sorgere dubbi di principio. Ma il disaccordo parrà meno forte se si limita la discussione ai punti di principio.

 

 

Dicendo che talune disposizioni dei concordati di lavoro fra l’operaio e l’imprenditore tipografo sono di ostacolo alla migliore utilizzazione e alla più alta produttività del lavoro, non ho inteso mai di negare i benefici che possono essere la conseguenza degli alti salari e di contestare la opportunità di norme transitorie, le quali intendano stornare i mali della disoccupazione dal capo dei tipografi, già impiegati nell’arte al momento dell’introduzione delle macchine. L’altezza delle tariffe e i provvedimenti di doveroso riguardo verso gli attuali tipografi non furono da me – e ciò dichiarai in modo esplicito – messi in discussione. Contesto soltanto che le disposizioni limitatrici del miglior impiego e della più perfetta rimunerazione del lavoro giovino a aumentare i salari e a diminuire la disoccupazione. Perciò non posso seguire il signor Cafassi quando giustifica la soppressione del cottimo, dicendo che il cottimo provoca crisi economiche, disoccupazione, diminuzione della capacità di lavoro avvenire dell’operaio.

 

 

Quando si dice «cottimo» non si vuole infatti intendere «cottimo sfibrante stabilito al solo intendimento di utilizzare giorno per giorno, fino all’estremo, la capacità di lavoro dell’operaio». La parola «cottimo» indica un genere di cui vi sono molte specie; talune specie di cottimo sono puramente stabilite in ragione del lavoro fornito, laddove altre in sostanza si risolvono in salari a giornata, con premi, variamente misurati a seconda della tecnica dell’industria, per coloro che forniscono un lavoro superiore al minimo. I signori Gondolo e Cafassi dicono che oggi nulla vieta all’imprenditore di rimunerare con salari variamente superiori al minimo i compositori che diano un rendimento superiore al minimo previsto nel concordato: si dovrebbero – coi regolamenti odierni – pur sempre stabilire per i più meritevoli salari a giornata superiori ai minimi. Il che, quanto sia più difficile e meno efficace del premio o cottimo, non è chi non veda. Il salario a tempo è di sua natura uniforme e uguaglia i buoni ai mediocri; il minimo di salario e di lavoro produce il solo effetto di vietare l’entrata in fabbrica ai troppo neghittosi e inabili, ma non è stimolo ai buoni. Il maggior salario a giornata corrisposto a un operaio abile, specialmente quando la misura di esso sia data dalla qualità piuttosto che dalla quantità del lavoro, facilmente è interpretato come un favoritismo o considerato come un diritto; mentre i maggiori salari ottenuti a cottimo, essendo automatici, sono dati a chi coi fatti dimostra di aver più merito. Le organizzazioni, dice il Cafassi, non vogliono il cottimo perché, per ottenere un maggior bene, con esso, l’operaio provoca crisi e distrugge anzi tempo la propria capacità di lavoro. Ma perché le organizzazioni non studiano forme di cottimo che mantengano integra la forza di lavoro, invece di tenersi strette all’imperfetta forma del salario a giornata?

 

 

La paura delle crisi, della disoccupazione, ecc., giustifica agli occhi dei miei contraddittori le limitazioni al tirocinio e i divieti per gli addetti ai giornali di poter essere destinati ad altri lavori. Motivi tecnici non ve ne sono perché i compositori a mano siano considerati i soli che si trovino in grado di comporre a macchina, e posseggano specialissime qualità, come il Cafassi pretende, in confronto – non dirò dei meccanici, dei dattilografi, e dei giornalisti – ma semplicemente di coloro che hanno imparato a comporre a macchina.

 

 

Che sia tanto raro il caso di addetti a giornali i quali rimangano inutilizzati per un tempo più o meno lungo mentre potrebbero essere utilmente impiegati in lavori affini, è ancora più difficile dimostrare. Sarebbe interessante, a tale riguardo, una statistica per tutti i giornali quotidiani milanesi, grandi e piccoli – quali sono i quotidiani anche di piccola tiratura che non usano le rotative? – delle ore di lavoro inutilizzate, durante un anno intero, le quali avrebbero potuto essere utilizzate senza le norme limitatrici del concordato.

 

 

La discussione di principio può del resto bene essere con serenità chiusa quando il Cafassi ammette, d’accordo con me, che le disposizioni contenute nel contratto di lavoro degli impressori tipografi (macchinisti) sono veramente irrazionali. Le altre disposizioni da me criticate e relative ad altri rami del lavoro tipografico, sono della stessa natura intrinseca di quelle da lui ritenute «irrazionali».

 

 

Un esame più sereno e una esperienza più lunga persuaderanno gli organizzatori che è pernicioso combattere le nuove lotte contro i bassi salari e la disoccupazione con armi antiquate e atte soltanto a aggravare i mali che pretendono a torto di guarire.

 

 

III

 

La polemica iniziata sulle colonne di questo giornale intorno alle cause del rincarimento del costo di costruzione delle nuove case era stata chiusa dal dottor Alessandro Schiavi colla promessa di compiere e rendere di pubblica ragione una inchiesta più vasta di quella che fosse consentita dalle esigenze di un giornale quotidiano. Sono lieto di aver potuto pubblicare nell’ultimo fascicolo della rivista «La Riforma Sociale» l’inchiesta alacremente condotta a termine dallo Schiavi, la quale fornisce un utile contributo per chi voglia studiare il problema che è sicuramente tra i più complessi ed interessanti dell’odierno momento economico. Lo Schiavi ha premesso all’inchiesta sul problema italiano, anzi milanese, un succinto sguardo all’esperienza ed alle discussioni estere su questo medesimo punto; sicché si possono leggere con profitto dati e conclusioni di consimili inchieste in Inghilterra, negli Stati uniti ed in Germania.

 

 

Come spesso accade, non si può affermare che i dati dell’inchiesta milanese siano concordi e permettano conchiusioni sicure ed incontroverse. Lo Schiavi, con grande imparzialità, ha fatto parlare capomastri, imprenditori, ingegneri ed operai, ed ha riferito le loro risposte trascrivendole l’una accanto all’altra; talché riesce agevole vederne d’un tratto le stridenti contraddizioni. A cagion d’esempio, alla domanda: si può calcolare in quale misura si verifichi per metro cubo e per giorno la minore produttività? i capomastri Castoldi e Gadola, i quali, al dir dello Schiavi, hanno compiuto «una particolare accuratissima ed esauriente indagine» al riguardo, risposero con il seguente raffronto della produzione giornaliera nelle opere principali:

 

 

Muratura ordinaria (m3)

Intonachi ordinari (m2)

Posa di serramenti (numero)

Prima del 1887

2 – a 2,70

28 a 30

9 a 12

Dal 1887 al 1901

1,80 a 2,30

20 a 25

7 a 9

Dal 1901 in poi

1,25 a 1,50

15 a 18

5 a 6

 

 

Su questo stesso argomento, nella pagina seguente, la Confederazione generale del lavoro, reca la sua testimonianza – che non è detto da quali fonti sia derivata, mentre si può supporre che quella dei signori Castoldi e Gadola sia attinta dai loro libri – a provare essere bensì vero che «la produzione qualitativa giornaliera è diminuita di qualche poco con la riduzione considerevole degli orari», senza che a Milano sia però scemata dal 1880 ad oggi, più che da 2 a 1,70 metri cubi al giorno.

 

 

Sono contraddizioni queste non facilmente risolubili, senza una ulteriore indagine, simile a quella che viene compiuta dagli storici sui documenti d’archivio delle età trascorse, sulla attendibilità delle fonti da cui le opposte testimonianze sono tolte. Lo Schiavi, il quale si è proposto il compito del cronista fedele più che del critico dubbioso, pur non avendo fatto la critica delle fonti, cosa sempre difficile per gli storici che vivono in mezzo agli avvenimenti da essi narrati, non ha potuto a meno di riassumere alla fine i dati da lui imparzialmente raccolti e, per ridurli a comune denominatore, ha esposto in un breve quadro le variazioni percentuali da circa 20 anni a questa parte, da lui ritenute come più prossime al vero, dei principali coefficienti del costo di produzione delle cose. Ecco il quadro:

 

 

Spesa per la mano d’opera per ogni 100 lire di spesa complessiva 

+ 20%

Salario medio giornaliero 

+ 45 %

Costo della mano d’opera per 1 m3 

+ 54%

Ore di lavoro 

– 6%

Produz. giornaliera in muratura, secondo i capomastri 

– 41%

Produz. giornaliera in muratura, secondo la Confederazione del lavoro 

– 15%

 

 

La situazione di cose resa manifesta da questo quadro non è certo lieta. La riduzione delle ore di lavoro era stata augurata e richiesta per molti motivi, familiari, igienici e sociali, fra cui spiccava quello che un lavoro meno prolungato e meno estenuante doveva permettere all’operaio di produrre l’uguale o poco minor lavoro nel tempo più breve. La realtà, nel caso dei muratori milanesi, è malauguratamente molto diversa: le ore di lavoro sono diminuite del 16 % e la produttività giornaliera è diminuita, nell’ipotesi più ottimista (Confederazione del lavoro) di altrettanto, e secondo i capomastri, del 41%. Dunque la minor durata del lavoro non ha accresciuto la produttività del lavoro, ma pare l’abbia anzi diminuita, con deplorevoli conseguenze sul costo della mano d’opera per metro cubo, aumentato del 54%, mentre i salari aumentavano solo del 45% e sulla spesa della mano d’opera, aumentata del 20% per ogni 100 lire di spesa complessiva. Sembra, da queste cifre riassuntive esposte dallo Schiavi, dimostrata l’asserzione che uno dei maggiori coefficienti del rincaro del costo delle costruzioni sia la maggior spesa relativa per la mano d’opera e che uno dei precipui fattori di questo relativo incremento di spesa sia la diminuita produttività giornaliera dei muratori.

 

 

Le cause sono molteplici. Tecniche le une e sociali le altre. Delle cause tecniche mi limiterò a far cenno, lasciando il discorrerne ai competenti. «I lavori di ponteggio – cito le conclusioni dello Schiavi – che la legge esige per assicurare la incolumità fisica degli operai, importano una maggior spesa di materiale e di mano d’opera in confronto di un tempo; la costruzione dei muri più sottili, con più frequenti sporgenze; rientranze e spezzature, esige da parte del muratore maggior attenzione, maggior cura, maggior perizia e quindi lo occupa per maggior tempo costringendolo a un rendimento unitario minore, il quale non è in compenso abbastanza avvantaggiato ed accelerato dai progressi tecnici nell’industria edilizia, per essere essi limitati alle opere di trasporto, di elevamento e di preparazione dei materiali da costruzione, che sono messi a disposizione del muratore dal manovale, dalla solerzia del quale, quindi, esso dipende». I tecnici dovrebbero dire quale sia il maggior rendimento dei moderni progressi nelle opere di trasporto, di elevamento e di preparazione dei materiali da costruzione e quale il maggior costo dei lavori di ponteggio e dei finimenti più squisiti delle opere murarie; e da questo paragone di rendimenti e di costi dovrebbe risultare se e in qual misura la minore produzione giornaliera abbia causa in elementi estranei al lavoro puro dell’operaio.

 

 

Quanto a questo, il problema più importante era di sapere se la minor produttività dipendesse in parte dall’influenza delle organizzazioni operaie le quali, coll’intento di elevare i salari e di aumentare il numero degli operai occupati o con altri scopi diversi, si affermava predicassero agli operai il vangelo del lavorar poco. L’inchiesta italiana si avvicina, nelle sue conchiusioni, a quelle a cui pervenne il signor Maurizio Alfassa, che dal «Musée Social» di Parigi era stato inviato in Inghilterra a fare un’indagine sulle celebri accuse di Ca’ Canny (motto scozzese che invita ad andare adagio) rivolte dal «Times» agli operai inglesi, specialmente nella industria edilizia. Mal comune mezzo gaudio. Dappertutto gli operai edili sembra siano afflitti dalla medesima malattia di collocare a posto un minor numero di mattoni di prima. Anche noi quindi possiamo accettar per buona la spiegazione che l’Alfassa dà per l’Inghilterra del Ca’ Canny. Egli dalla lettura dei regolamenti di leghe operaie, dalla corrispondenza dei capi lega, dalle dichiarazioni degli interessati, padroni ed operai, si è formato l’opinione che la regola del lavorar poco non esista né come legge scritta né come legge occulta delle leghe. Però egli ha accertato altresì che «nell’ambiente operaio ha corso la teoria della massa di lavoro, secondo cui non vi è che una quantità invariabile di lavoro da eseguire e che, per conseguenza, ognuno deve evitare di produrre il suo massimo per lasciare qualche cosa da fare per i disoccupati». Sia il desiderio altruistico di giovare ai disoccupati, o quello egoistico di provocare collo scarso lavoro individuale una maggiore richiesta di operai da parte dei capomastri e quindi un aumento di paghe, sia una minore probità nel lavoratore che lo induce a considerare opera lodevole il rendere pan per focaccia al «capitalista sfruttatore» o sia un po’ di tutte queste cose insieme, sembra certo che anche «negli ambienti operai» italiani ha corso la tendenza a diminuire il rendimento del lavoro.

 

 

Lascio volontieri agli storici del futuro, il compito di giudicare se abbia ragione o torto l’Alfassa nel togliere ogni responsabilità di questo malo andazzo di dosso alle organizzazioni operaie e nell’attribuirla tutta alle «teorie che corrono nell’ambiente operaio». Queste teorie che corrono colle loro gambe, senza che nessun le propaghi, saranno un altro bellissimo argomento di studio per gli storici, i quali non avranno più timore di incorrere nella scomunica maggiore delle leghe dei muratori o dei collegi dei capomastri, per gli sfavorevoli giudizi che per avventura potranno dare dei loro fasti o nefasti nel secolo presente.

 

 

Per ora mi sia consentito, d’accordo collo Schiavi, di augurare che sia messo a nudo ogni giorno e con copia di argomenti l’errore fondamentale della pestifera dottrina della «massa di lavoro invariabile da distribuirsi tra gli operai» che ha corso in moltissimi ambienti di lavoratori. Lo Schiavi cita brani eloquenti dei Webb, i teorici delle leghe operaie, di Bernstein, il celebre socialista tedesco, contro la teoria del lavorar poco e contro la lotta inconsulta ai sistemi di salario a cottimo ed a premio. La brevità dello spazio non mi consente di riprodurre tutte quelle citazioni. Basti, fra tutte, l’indignata invettiva dei Webb contro il salario a giornata o ad ora:

 

 

Il metodo primitivo ed inetto del pagamento in base alle ore di lavoro, a pensar bene, si avvicina a quello dei possessori di schiavi. Esso non assicura in alcun modo al lavoratore ugual compenso per uguale fatica, ma soltanto ugual mercede per ugual tempo, il che è ben differente. Esso conduce sempre a reciproca sfiducia, anche se non vi è dell’inganno. L’imprenditore non è mai completamente certo di ricevere da tutti i suoi operai, in compenso della paga che egli dà loro, una corrispondente quantità di lavoro. Egli finirà naturalmente per assicurarsene mediante una incessante sorveglianza ed un continuo incitamento, che confina talvolta con la tirannia. Dal punto di vista della lega operaia non è meno enorme e vergognoso il fatto che la mercede a tempo è un metodo ingiusto ed assolutamente non scientifico di ricompensa. Se la mercede è fissata ad ora, un lavoratore può fare il doppio del lavoro compiuto dal suo collega come prestazione normale, mentre un altro può fare non più della metà del lavoro normale. Il primo rovina la mercede normale, dal mantenimento della quale dipende il benessere suo e quello della sua classe, il secondo inganna in modo odioso il suo principale, a sua stessa vergogna e a suo disonore e di tutta la classe dei lavoratori a mercede. Io non credo che l’attività di una classe di intelligenti lavoratori verrà in perpetuo compensata secondo questo rozzo ed inesatto metodo di pagamento a tempo giornata od ore), che è, come fu detto, il metodo dei padroni di schiavi.

 

 

È melanconico pensare che queste evidentissime verità non sono credute dagli operai se non quando sono affermate in Inghilterra da uno dei capi intellettuali del loro movimento o presentate in Italia da un membro in vista del partito socialista. Del resto gli economisti, che quelle stesse cose avevano dette e ripetute molto tempo prima, si possono consolare pensando che anche i conservatori di tutti i paesi, per trovare buona un’idea, che essi (gli economisti) hanno esposto da tempo, aspettano di vederla con gran fracasso esposta da qualche geniale e «non sospetto» rappresentante del socialismo parlamentare o del sindacalismo rivoluzionario. Tale è la sorte miseranda, di cui non giova lamentarsi, degli economisti: di essere sfruttati da tutti e scherniti per giunta!

 

 

L’applicazione di metodi più perfetti di salario, a cottimo, a premio, ad interessenza, ad appalto di gruppi cooperanti di operai, che è l’opera più urgente per porre un freno alla diminuzione accertata nella produttività del lavoro murario, non è certo facile. Lo Schiavi ha elencato quattro condizioni che si richieggono, a suo parere, per la utile applicazione del cottimo: 1) che la tecnica dell’industria si presti alla sua introduzione, così che sia facile, sicuro ed evidente il controllo sul lavoro con tal sistema eseguito; 2) che sia riconosciuta la organizzazione operaia, quale rappresentante dei lavoratori, per la compilazione delle norme di tariffa; 3) che sia garantita nei lavoratori a cottimo la mercede normale riconosciuta dall’organizzazione operaia come mercede minima; 4) che la tariffa rimanga inalterata, quando inalterate restano le condizioni tecniche del lavoro. Sulle quali condizioni non avrei nulla da obiettare, purché si tenga ben presente che il sistema del cottimo è uno solo dei metodi che si possono applicare, essendo sempre possibile ricorrere ad altri metodi che, a seconda delle esigenze tecniche, più facilmente traducano in atto il principio di assegnare ugual salario per ugual lavoro effettivamente compiuto. Se ad altro l’inchiesta Schiavi non avesse servito, avrebbe giovato a mettere in luce l’importanza di una migliore educazione economica, morale e tecnica delle masse operaie. Economica, perché esse comprendano l’utilità della applicazione delle vecchie verità insegnate dagli economisti, sia pure di quelle soltanto che, per la loro evidenza intuitiva, sono già passate attraverso al vaglio della critica socialista. Morale, (mi si perdoni se continuo ad adoperare la vecchia parola morale per mettere in chiaro il mio aborrimento dalle chiacchierate dell’etica sociale), per preservare le giovani generazioni dai funesti allettamenti del ricever la paga senza lavorare, dell’alcoolismo, della bettola e dai nuovissimi pericoli dell’eccesso degli sports (podismo, maratone e simili), e per indurle a pregiare le virtù della previdenza, della assicurazione volontaria, della associazione, dell’amore alla casa. Tecnica, per formare una maestranza abile e che dalle cognizioni acquisite tragga stimolo a progredire, cosa che purtroppo non si verifica ora per molti apprendisti, i quali non hanno amore per l’arte e colla loro negligenza disturbano l’opera accurata dei più anziani lavoratori.

 

 

All’opera di educazione devono contribuire così le leghe operaie come gli imprenditori. Non meno grave e solenne di quello spettante alle leghe operaie é invero il compito degli imprenditori nella campagna per l’educazione popolare.

 

 

Certo, ove le leghe si ostinino ad andare a ritroso del progresso industriale, tenendosi strette a quel metodo di salario a giornata che il Webb definì metodo da schiavi, poco rimane a fare agli imprenditori. Ma, ove il principio dell’ugual salario per ugual lavoro effettivamente compiuto sia accolto da ambe le parti, è dovere degli imprenditori attuarlo via via nelle maniere che meno contrastino le abitudini invalse e più giovino all’innalzamento tecnico e morale delle maestranze. Quindi l’obbligo per essi di adottare quei metodi di accertamento dei minimi di produzione che possono essere più facilmente controllati dalle leghe operaie, il dovere di non dare essi per i primi il cattivo esempio col pretendere una produzione abbondante ma frettolosa e di cattiva qualità; la scelta accurata dei singoli individui adatti a formare la buona maestranza operaia secondo le loro attitudini; la variazione dei salari individuali, al disopra del minimo di tariffa, per premiare e stimolare i migliori; il sistema dei premi usato con una certa larghezza proporzionatamente al buon servizio prestato dall’operaio; l’accordo con le leghe allo scopo di tener lontani dai cantieri, anche se si offrissero con ribasso di tariffe, quegli operai che si distinguessero per vizi abituali di condotta, per negligenza nel lavoro, per abitudine a suscitare contrasti e litigi con i sovrastanti e coi compagni di lavoro. Se le recenti polemiche dottrinali ed i contrasti tra imprenditori e salariati ad altro non avessero servito che a porre il problema della necessità dell’elevamento economico e tecnico, ma sovratutto morale, delle classi operaie ed imprenditrici, avrebbero già ottenuto un non piccolo e non trascurabile risultato.

 

 



[1] Con il titolo Le Leghe operaie e gli ostacoli al rendimento del lavoro [ndr].

[2] Con il titolo Tariffe operaie e produttività di lavoro [ndr].

[3] Con il titolo Il Problema delle abitazioni e la produttività del lavoro. Un’inchiesta

nell’arte muraria milanese [ndr].

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