L’elevazione d’Italia

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 05/07/1902

L’elevazione d’Italia

«La Stampa», 5 luglio 1902

 

 

 

Nella stampa europea continua grande la impressione del discorso pronunciato mercoledì alla tribuna della Camera francese dal ministro Delcassé. In quel discorso di Delcassé aveva messo in luce la graduale evoluzione che aveva portato a stringere vieppiù i legami di amicizia tra la Francia e l’Italia. E poiché da taluni si era asserito che il recentissimo rinnovamento della triplice alleanza volesse significare una smentita alle dichiarazioni ufficiose di accordi amichevoli intervenuti fra i due paesi latini, il ministro degli esteri di Francia ne prese occasione per comunicare ai deputati come il Governo del re Vittorio Emanuele III lo avesse autorizzato a dichiarare che la politica dell’Italia, in seguito alle alleanze, non fosse volta né direttamente né indirettamente contro la Francia; e che in ogni caso, sotto nessuna forma, l’Italia sarebbe per divenire strumento od ausiliaria di una aggressione contro la Repubblica francese.

 

 

Dichiarazioni queste le quali hanno sicuramente una notevole importanza, poiché è la prima volta che un ministro degli esteri francese pubblicamente spiega quale sia la natura della clausola che lega l’Italia alle altre Potenze della Triplice per quello che si riferisce alla Francia.

 

 

Ma a nostro parere si ingannano quei giornali i quali ritengono che il discorso Delcassé abbia rivelato qualcosa che prima fosse ignoto, o qualche clausola introdotta nel trattato della triplice alleanza solo alcuni giorni fa, allorquando quel trattato si rinnovava a Berlino.

 

 

No; il discorso di Delcassé non fa altro che ripetere ciò che da tutti si sapeva: avere la triplice alleanza un carattere esclusivamente difensivo, sovratutto per quello che si riferisce ai rapporti dell’Italia con la Francia. Era noto che se una delle Potenze della Triplice aggrediva uno Stato straniero, non si aveva con ciò un casus belli per le altre due Potenza. Né del resto sarebbe stata concepibile una clausola diversa.

 

 

L’Italia non ha alcun interesse ad aggredire la Francia; né l’Austria a muover guerra alla Russia; e neppure la Germania ha ragione di muoversi contro la Francia, poiché suo unico intento oramai può essere soltanto di conservare la sua integrità territoriale in Europa. Un’aggressione contro gli Stati vicini da parte delle Potenze della Triplice sarebbe un atto privo di scopo, e che, come tale, non poteva essere contemplato in un tratto i cui intenti sono positivi e pratici. L’unica nazione che aveva ragione di temere dal suo vicino, l’Austria, si era garantita con un accordo segreto colla Russia.

 

 

Dunque è ingenuo supporre che, in seguito alle dichiarazioni Delcassé, qualche cosa sia mutato nella politica internazionale dell’Europa. La triplice alleanza rimane quale era; e la clausola relativa all’azione eventuale dell’Italia verso la Francia non acquista nuovo significato per essere stata solennemente messa in luce alla tribuna francese da un ministro degli esteri.

 

 

Dicemmo che la clausola non acquista un nuovo significato, poiché invero la lettera di essa non ha mutato. Ciò che è realmente significante è ben altro. Sinora la natura assolutamente difensiva della triplice alleanza era nota per comunicati ufficiosi, i quali provenivano direttamente dalle Cancellerie alleate. Oggi non più, poiché il discorso di Delcassé è un fatto che se non muta nulla alla sostanza della cosa vuol dire però: in primo luogo che le Potenze della Triplice si sono accordate per permettere all’Italia di comunicare ufficialmente al Quay d’Orsay la natura pacifica del contegno che, in virtù del trattato, l’Italia deve tenere verso la Francia; ed in secondo luogo che effettivamente il Governo italiano ha creduto opportuno non solo di comunicare ufficialmente la clausola alla Francia, ma di consentire al ministro Delcassé di divulgarla dalla tribuna parlamentare, indicando la fonte ufficiale da cui quella comunicazione proveniva.

 

 

Questo è il fatto veramente nuovo che a noi premeva mettere in luce nel discorso Delcassé. Non la sostanza è mutata nella triplice alleanza; ma sono mutati, per modo, i rapporti fra l’Italia e la Francia, che il Governo della prima ha creduto atto di buona politica giovarsi dal Governo francese per fare annunciare al mondo in via ufficiale che l’Italia non ha intenti aggressivi verso la sua vicina.

 

 

È questo un segno confortante di migliorati rapporti internazionali; e sovratutto è un segno confortante che la forza dei fatti ha finalmente costretto i governanti nostri a seguire quella politica di buoni rapporti con tutti, senza legami troppo stretti con nessuno, che da lungo tempo noi sosteniamo dover essere la vera base della politica estera d’Italia.

 

 

In tempi in cui la triplice alleanza era ancora considerata come un’arca santa alla quale nessuno osava toccare, noi sostenemmo che la vera politica estera d’Italia doveva consistere, se non in un isolamento splendido, almeno in una serie di trattati separatamente stretti con le varie Potenze europee, concedendo a ciascuna di esse la nostra amicizia in cambio di vantaggi speciali di natura essenzialmente pacifica. Per fortuna nostra, l’Italia non aspira ad ingrandimenti territoriali europei; né altre Potenze possono ragionevolmente intendere alla conquista di parte del suo territorio; cosicché riesce possibile a noi di accordarci colla Germania e coll’Austria per la tutela dello status quo territoriale europeo; con l’Inghilterra per le questioni relative all’equilibrio nel Mediterraneo; con la Francia per ripristinare buone relazioni commerciali e per accordarsi intorno alle rispettive sfere d’influenza nell’Africa settentrionale.

 

 

Questa, e non altra, dicevamo noi dover esser la politica d’Italia; e lo dicevamo memori della politica dell’autore massimo della medesima triplice alleanza, di quel Bismarck il quale non aveva esitato mai a stringere tanti trattati quanti erano i diversi obbiettivi ed interessi della sua Germania.

 

 

Noi siamo lieti che si sia cominciato ad attuare questa che, malgrado la sua apparenza negativa, è la sola politica positiva possibile per le nazioni moderne; e che sovratutto è la sola la quale possa condurre alla elevazione dell’Italia.

 

 

Nella vita internazionale bisogna essere egoisti sempre a vantaggio del proprio paese; e non aver paura di parere interessati. Quando facevamo ostentazione di fedeltà scrupolosa ad un solo patto, eravamo poco considerati in Europa. Oggi che abbiamo francamente dichiarato di voler essere amici di quanti pregiano la nostra amicizia, possiamo essere orgogliosi di vedere nello stesso giorno il ministro Delcassé inorgoglirsi di avere saputo acquistare alla Francia rinnovellati accordi con l’Italia; e dall’altra parte della Manica, deputati e ministri andare a gara nel protestare la loro intenzione di voler conservare i tradizionali rapporti di cordiale cooperazione con il nostro Paese.

 

 

In parte questa è una conseguenza della nostra felice situazione internazionale, la quale, nell’apprezzamento delle Potenze europee in due nuclei (Francia-Russia), (Germania-Austria), dà al nostro Paese una influenza molto maggiore di quella che deriverebbe dalle sole nostre forze attive.

 

 

Spetta però a noi giovarci di questa felice nostra prerogativa. Non lo facemmo sinora; e la storia d’Europa non registra trionfi per la nostra diplomazia. Auguriamoci che ora si cominci a comprendere meglio quale sia la via che conduce alla gloria della stirpe italica. I sintomi sono eccellenti: e noi ce ne rallegriamo cordialmente.

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