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L’Opinione

L’emigrante italiano all’estero

«L’Opinione. Gazzetta di Roma», 2 marzo 1899

 

 

 

A periodi ricorrenti l’attenzione dell’opinione pubblica del paese è rivolta verso il fenomeno della emigrazione italiana all’estero; ora sono gli avvenimenti di Aigues-Mortes, ora i fasti degli anarchici, ora gli eccidi di Nuova Orleans e del Brasile. Di questi giorni gli operai del Sempione danno origine a polemiche appassionate sulla stampa svizzera e italiana. In fondo si tratta sempre della medesima cosa: sono migliaia e migliaia di terrazzieri, di braccianti, di contadini che avendo sentito parlare di un grandioso lavoro da compiersi in qualche parte del mondo, ivi accorrono a folla, disordinatamente, senza alcuna guida, senza alcuna organizzazione, e appena giunti vendono le loro braccia al ribasso, spinti dall’assillo della fame che li tortura. Sono privi di capi e di organizzazione epperciò la offerta della loro forza-lavoro avviene nelle condizioni più disgraziate possibili: non vi è limite al ribasso dei salari fuorché nella capacità fisiologica di resistenza dell’organismo umano alla fatica; posti al di fuori delle associazioni operaie di resistenza, gli Italiani vengono ad infrangere le regole consuetudinarie o scritte che a poco a poco le leghe erano riuscite a elevare a difesa dell’operaio. Sono ignoranti e diffidenti; e come tutti gli ignoranti che sono allo stesso tempo diffidenti essi cadono nelle mani di sfruttatori loro compatriotti, che, sotto il manto della comunanza di favella e di costumi, accorrono dappertutto dove vi sono masse di emigranti ad esercitare il lucroso mestiere di osti e di sensali. Sono risparmiatori e, desiderosi di riportare a casa il gruzzolo di denari faticosamente guadagnati, vivono frattanto come bestie, agglomerati a dozzine in luride stanzaccie, in cantine, in antichi granai e in stalle. La virtù del risparmio, spinta fino a diventare un vizio morboso, attira sugli italiani emigrati l’odio delle popolazioni indigene, le quali soffrono di mala voglia che degli stranieri vengano a «rubare il lavoro» ai loro connazionali, a far discendere il saggio delle mercedi e a portar via dal paese una parte del capitale che ivi potrebbe fecondare industrie e commerci.

 

 

È noto che una delle condizioni perché molte delle teorie dell’Economia politica possano ritenersi esatte, si è la perfetta mobilità del capitale e del lavoro. Perché il saggio dell’interesse sia dappertutto eguale, è necessario che il capitale possa rapidamente trasferirsi dagli impieghi e dai paesi meno lucrosi agli impieghi ed ai paesi più proficui, od almeno che i nuovi capitali in via di formazione possano dirigersi verso i punti, ove è possibile ottenere il miglior guadagno.

 

 

Di questa missione, per dirla così, economica dell’uguagliamento del saggio dell’interesse si incaricano le Nazioni che sono giunte al fastigio della ricchezza; i capitali della Francia, dell’Inghilterra ed ora della Germania si spingono, senza pregiudizi di patria, dovunque vi è speranza di ottenere un guadagno più alto di quello che non sia consentito nel loro paese d’origine. Anche adesso in Italia noi assistiamo ad una invasione benefica del capitale straniero, che viene da noi ad esercitare molte imprese, dinnanzi a cui il capitale italiano si arresta per la sua insufficienza o per la sua timidità. E salvo i soliti arrabbiati chaucinistes, non vi è chi non si rallegri di questa invasione di capitalisti stranieri nei paesi poveri di capitali e ricchi di braccia e di doni inutilizzati della natura.

 

 

Ma vi è un’altra legge tendenziale proclamata dagli economisti: la tendenza del saggio dei salari ad uniformarsi, entro i limiti dei gruppi concorrenti. L’uomo è uno dei bagagli più difficili da trasportare da luogo a luogo; le abitudini, gli affetti, gli interessi lo legano al luogo di nascita e gli impediscono di accorrere dovunque le opportunità di lavoro e i salari sono maggiori. Per questo motivo i saggi dei salari sono così variabili da paese a paese, e di gran lunga più variabili che non i vari saggi dell’interesse del capitale. Gli uomini appena cominciano a star bene in un luogo ed hanno la speranza di potere stare ancora meglio in futuro non si muovono più. I Francesi non escono dai confini della loro patria e gli Inglesi e i Tedeschi, dopo lo sviluppo gigantesco delle loro industrie e dei loro traffici, non forniscono alle colonie e al mondo se non della merce umana scelta, dei coloni intraprendenti, dei sovrastanti, dei commessi viaggiatori, della gente, insomma, in grado di assumere funzioni direttrici dell’impresa e coadiutrici del capitale.

 

 

Spetta agli Italiani e agli Slavi il vanto di attuare nel mondo economico contemporaneo la legge della mobilità del lavoro. Ma gli Slavi, quantunque alcune minori correnti devino, sovratutto per ragioni di incompatibilità nazionale, verso la Germania e gli Stati Uniti, si dirigono in massa verso un immenso paese che sta entro i confini della Russia e che essi stanno trasformando da un deserto ghiacciato in un grande territorio cerealicolo: la Siberia.

 

 

Agli Italiani il compito di ricondurre ad un comune livello il saggio dei salari mercé la emigrazione temporanea nei paesi dell’Europa. Cavalieri erranti dell’economia politica teorica, i braccianti e i terrazzieri italiani attirano naturalmente gli odi e le persecuzioni di tutti coloro di cui essi minacciano un tenore di vita conquistato attraverso a lunghe lotte e a sudate vittorie sul mercato del lavoro.

 

 

La emigrazione è un’assoluta necessità per l’Italia. La sua popolazione si accresce con una velocità maggiore della più gran parte dei popoli europei, e la densità con cui il territorio italiano è abitato, non è superata se non dal commerciante Belgio e dall’industre Inghilterra. I figli d’Italia devono emigrare, se non vogliono finire per scannarsi come belve affamate sul territorio patrio. Sennonché nell’emigrare essi potrebbero proporsi degli altri scopi, oltre a quello di attuare le leggi dell’Economia politica.

 

 

È vero che la gente emigra verso quei paesi dove trova più conveniente ad andare; ma è pur vero che spesso si tratta di una maggiore utilità soltanto apparente e creduta vera perché, di solito, gli emigranti ignorano le cose che sarebbero loro più indispensabili a conoscersi.

 

 

Essi sono ignoranti e per conseguenza poco abili ad esercitare delle arti superiori a quelle del bracciante e dello scavatore di terra.

 

 

Portando all’estero delle qualità comunissime, essi non possono aspirare a salari alti e producono soltanto una sovrabbondanza nel mercato del lavoro più rozzo ed inabile. Gli artigiani, gli operai abili, skilled, rimangono illesi dalla concorrenza italiana. E spesso l’unico risultato ottenuto dall’emigrante italiano si è di portare a casa un gruzzolo che gli basti, dopo aver vissuto bestialmente durante il periodo di lavoro, a continuare colla famiglia la medesima vita depressa nei mesi di ozio.

 

 

Per fortuna la emigrazione temporanea ha una tendenza irrefrenabile a trasformarsi in emigrazione permanente. L’operaio partito per la Svizzera, la Francia, la Germania, gli Stati Uniti, l’Argentina o il Brasile colla unica idea di fermarsi il tempo necessario per accumulare un piccolo gruzzolo, finisce per affezionarsi ad un paese dove si sta meglio che in patria; si ammoglia con donne del luogo, o chiama a raggiungerlo la famiglia. Quando da alcuni anni una famiglia è stabilita all’estero, quella famiglia insensibilmente acquista le abitudini e il tenore di vita delle famiglie indigene, o cessa di adempiere alla funzione economica di livellatrice del saggio dei salari.

 

 

Ma allora talvolta essa adempie a una nuova funzione, che è economica e politica nello stesso tempo. Ho detto talvolta, perché quando l’emigrante italiano è stato assorbito da altre nazionalità di gran lunga più potenti della sua, ed è dopo una generazione o due divenuto tedesco, inglese o americano, esso non può più esercitare sull’Italia una influenza diversa da quella esercitata in genere dai suoi nuovi connazionali.

 

 

Ma vi sono dei paesi in cui l’emigrante italiano non rimane assorbito, ma si fonde con razze di civiltà eguale alla sua e non troppo superiore numericamente: le Repubbliche dell’America latina. Ivi dalla fusione della razza spagnuola e della razza italiana sta per sorgere un nuovo popolo, che forse sarà più grande e fortunato dei popoli che abitano la madre patria. La colonizzazione pacifica dell’America latina da parte degli italiani è uno dei maggiori fenomeni storici del secolo che muore; e a questa colonizzazione dovrebbero rivolgere le loro cure le classi dirigenti e governanti se fossero meno cieche di quello che non siano, e se sapessero vedere nell’emigrante povero che salpa da Genova o da Napoli il pioniero di una nuova Italia più grande dell’antica, ma pur sempre legata alla madre patria dai vincoli del sangue e degli interessi commerciali. Se le classi dirigenti e governanti sapessero aiutare questa trasformazione della funzione economica di livellamento dei salari nella funzione economico-politica di creazione di nuove nazionalità italiane all’estero e di nuove correnti di traffico, esse avrebbero benemeritato della patria.

 

Ma forse è assurdo sperare tanto da una classe che economicamente ozia e politicamente sgoverna.

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