Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

L’equilibrio della circolazione

«Corriere della Sera», 18 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 367-371

 

 

 

L’apologia dell’aumento della circolazione prende forme sottilmente ingannatrici. Ora si sente ripetere frequentemente il sofisma dei pochi 100 milioni necessari a dare un colpo di frusta al meccanismo economico che affermasi incantato, per difetto della minima dose di lubrificante bastevole a metterlo in moto. È il sofisma con cui si spiegano i successivi incrementi ai dazi doganali. Che cosa sono due piccoli, invisibili centesimi di più su ogni chilogrammo di merce finita? Con quei due centesimi di più, il produttore sarà salvo dalla concorrenza tedesca, francese, inglese, americana; ed il consumatore non se ne accorgerà neppure. Che cosa sono due centesimi di più per una merce che il pubblico comprava prima al minuto al prezzo di 10 lire al chilogrammo? Men che nulla, una quantità infinitesima ed invisibile. Frattanto, cresci di due centesimi di qua, di uno di là, di tre dall’altra parte; aggiungi gli interessi, le provvigioni e gli arrotondamenti ad ogni centesimo di più ed il povero consumatore ad un certo momento boccheggia, come l’asino della favola, al cui carico il contadino aggiungeva un granellino di frumento per volta, sempre dicendo: portava il peso di prima, porterà un piccolo granellino di più.

 

 

Così è della circolazione. Vi è un momento, nel quale per circostanze psicologiche, imponderabili, svariatissime, i prezzi sono in equilibrio instabile. Sinché v’ha un certo ritegno nell’impegnarsi, una certa paura di non trovare il danaro necessario, commercianti, industriali ed agricoltori esitano nel fare commesse, impianti, lavori. Continuando nel riserbo per un po’ di tempo, la crisi non ha luogo, perché il risparmio nuovo ha tempo di formarsi e di sovvenire ai bisogni dei nuovi investimenti. Ma se un qualunque fatto dà l’aire alle speranze; se, per la notizia diffusa che la Banca d’Italia ha dato cento milioni ai più bisognosi, si diffonde la persuasione che non si busserà invano, nell’ora della stretta, allo sportello dei biglietti nuovi, addio ritegno! I primi cento milioni fanno sembrare possibili cento, mille progetti, che si erano dovuti rinfoderare per il timore di non trovare danaro. Han dato a Tizio; perché non dovrebbero dare a me, che faccio cose tanto più necessarie e utili e redditizie? Ora, non bisogna stancarsi di ripetere che nel momento presente, il paese soffre di eccesso di impegni, di iniziative, di progetti di fronte al risparmio disponibile. Finché, contro un risparmio nuovo di 14 miliardi all’anno, sono in corso investimenti per 21 miliardi, bisogna dare la sensazione del freno e del pericolo, non quello dell’incoraggiamento.

 

 

L’aumento di pochi, piccoli 100 milioni può essere il segnale di una corsa agli impegni, che importa evitare. L’on. De Stefani aveva avuto il torto – e, a ripensarci, fu un torto non di sostanza, ma di errata psicologia, forse commesso per controbilanciare l’altro errore, in senso opposto, di incoraggiamento ad osare, dato col salvataggio completo del Banco di Roma e integrato dalla Banca di sconto – di incutere spavento con la prospettiva di improvvisi e imprevedibili decreti. L’errore aveva prodotto l’effetto dannoso di spaventare i detentori dei risparmi altrui e di costringerli a tenere quasi tesaurizzati copiosi biglietti per essere pronti a fronteggiare qualsiasi domanda di rimborso. Perciò sta bene che rinasca la fiducia, che risorga il senso di sicurezza contro le novità impensate. Il nuovo ministro potrà fare molto a vantaggio dell’economia nazionale, solo col restaurare il senso di sicurezza e col liberare le centinaia, e forse più, di milioni di risparmio vecchio, che oggi stanno serrati nelle casse dei detentori, nell’attesa dell’imprevedibile.

 

 

L’opera del ministro delle finanze da sola non è bastevole a restaurare il senso di sicurezza; che è cosa che dipende in parte notevole dalle previsioni sulla legislazione generale. Il ministro delle finanze deve avere alleato, nel restaurare il senso di sicurezza contro le incertezze giuridiche di ogni sorta, il guardasigilli.

 

 

La restaurazione del senso di sicurezza deve essere sufficiente a dare al mercato tutte quelle disponibilità di danaro – sinora conservato prudenzialmente in riserva – di cui il paese può utilmente servirsi; deve essere bastevole ad incoraggiare l’assunzione di tutti quegli impegni che al paese è possibile di assumere, entro i limiti dei mezzi esistenti, nelle industrie, nei commerci, nelle borse, senza pericolo di commettere follie.

 

 

Andare più in là, anche solo coll’emissione di 100 milioni di carta nuova può essere l’inizio di una corsa precipitosa. Non è pericoloso, anzi è vantaggiosissimo potere utilizzare, per un rinato senso di sicurezza contro l’imprevisto legislativo, tutto il risparmio esistente, tutto il risparmio nuovo effettivo, che di giorno in giorno si forma. Sarebbe pericolosissimo creare non dico cento milioni, ma un milione solo di quel risparmio fittizio, di quel risparmio di cartapesta, che sono i biglietti nuovi fiammanti creati soltanto per esaudire le richieste di chi ha premura, per qualsiasi ragione, di disporre di essi.

 

 

Un sottilissimo diaframma separa il biglietto antico e il biglietto nuovo; ma esso è quel velo, quel mito che salva un paese. L’amico Emanuele Sella ha esposto all’Università di Genova, in due belle lezioni sulla moneta, che pubblicherò nel prossimo fascicolo della rivista «Riforma Sociale», una teoria da lui detta del «punto critico». Che cosa è il punto critico? A dirla grossamente, è nulla ed è tutto. È quella piccolissima spinta, che si sente, senza sapere da dove venga, che si intuisce, senza che ce ne sia la dimostrazione esatta, per cui il dolce diventa disgustoso, per cui il coraggio diventa terrore, per cui l’iniziativa diventa temerarietà, per cui un paese va su ovvero precipita. Viviamo, senza colpa nostra, in una situazione internazionale delicatissima: la Francia, pressata dalle spese marocchine, dura fatica a restaurare il bilancio ed a frenare il ribasso del franco; gli alleati, specie americani, i quali, vedendo Francia, Italia e Belgio sotto la specie comune del debitore, sono tratti a confondere, per la lontananza, ingiustamente il franco con la lira. In questa situazione, bisogna agire in modo che gli italiani siano convinti di doversi muovere entro i limiti dei mezzi esistenti, ossia del risparmio nuovo effettivo. Se oltrepassiamo questo, che è un vero «punto critico», noi sprigioniamo un processo inflazionistico, le cui conseguenze potrebbero essere spaventevoli. In un mondo, in cui tutti i paesi sono già arrivati o si sforzano ad arrivare alla stabilità monetaria, quell’uno o due paesi, i quali dessero in proposito, anche solo motivo di dubbio, taglierebbero a se stessi ogni possibilità di credito.

 

 

Su questi sani concetti si imperniò sinora e si impernia la politica del governo italiano. Poche voci isolate si elevano contro di essa ed in difesa di un allargamento dei crediti. Sono voci allettanti, contro di cui bisogna mettere in guardia l’opinione pubblica e contro di cui non bisogna stancarsi di scrivere, per contribuire, nel modo consentito ai giornali, alla resistenza che le autorità responsabili, tesoro ed istituti di emissione, oppongono alle sirene foriere di tempesta.

 

 

L’ultima situazione della Banca d’Italia segna un sensibile aumento nella circolazione. Non si hanno dati sui biglietti di stato e su quelli emessi dai Banchi di Napoli e di Sicilia; ma si sa che i biglietti della Banca d’Italia da soli sono cresciuti da 13.790 milioni al 31 maggio a 15.051 milioni al 30 giugno, con un aumento di 1.261 milioni nel mese di giugno. Supponendo invariata la circolazione dei due Banchi meridionali e di stato, noi dovremmo concludere che la circolazione totale batteva al 30 giugno sui 21.100 milioni di lire. Quali le ragioni dell’aumento? La situazione dà 658 milioni di più per aumento cambiali in portafoglio e 1.119 milioni per maggiori anticipazioni su titoli e sete; incrementi coperti, oltreché dalla maggiore circolazione, da maggior uso di vaglia bancari e da cresciute giacenze in conto corrente del tesoro.

 

 

Tuttavia è mia impressione che non possa parlarsi, per ciò, di un superamento del punto critico di cui ho parlato sopra. Probabilmente, trattasi di fatti provvisori determinati dalle condizioni turbate che attraversarono i mercati italiani nel mese scorso e che coincisero con i soliti incrementi stagionali di fabbisogno monetario. Con il ristabilimento della fiducia, le masse monetarie uscite dalla banca, dovrebbero farvi tra breve ritorno. Se così accadrà, l’incremento eccezionale di fine giugno non darebbe luogo ad un incremento permanente. Lo sforzo di tutti, tesoro, banche di emissione, banchi privati deve essere inteso al ritorno al livello dei 20 miliardi. Bisogna saper resistere a tutte le lusinghe. Oramai è entrato nella coscienza universale che i biglietti non equivalgono a capitale; e che le industrie possono sperare di approvvigionarsi di capitale solo ricorrendo al risparmio che i privati fanno entro i limiti della circolazione esistente. Le industrie, i commerci, le borse debbono chiedere al risparmio nuovo non soltanto l’occorrente per impianti fissi nuovi, ma anche l’occorrente per il capitale circolante, salari, materie prime, combustibili, ecc. ecc. Non esiste alcuna differenza tra capitale fisso e capitale circolante. Per ambi gli scopi bisogna far fuoco con la legna esistente. Appena si vuole alimentare il fuoco con carta nuova, si alimenta un incendio che può avere conseguenze disastrose sui prezzi e sui cambi. Le banche di emissione debbono avere libertà di manovrare, a loro rischio, per provvedere alle variazioni momentanee di fabbisogno monetario; ed io non dubito che l’aumento al 30 giugno sia una di queste variazioni momentanee. Bisogna tuttavia tenere ben fermo il principio che non si possono alimentare con biglietti nuovi affari di alcuna specie; neppure gli affari buoni, neppure quelli per cui si è disposti a pagare il pieno saggio ufficiale dello sconto. Non basta che la Banca d’Italia si sia decisa a scontare una cambiale senza suo profitto, – riscuotendo il 7% dal cliente e pagando allo stato una tassa del 7% perché lo sconto è stato fatto con biglietti nuovi – ed anzi con il rischio delle insolvenze e con la spesa di stampa dei biglietti e di amministrazione; non basta che tesoro e banchi di emissione siano decisi a tener fermo il saggio di sconto ufficiale al 7%, per concludere che si fanno solo operazioni sane, produttive di un reddito superiore almeno al 7%, operazioni cioè innocue dal punto di vista dell’azione sui cambi. L’operazione potrebbe essere innocua in regime di circolazione fiduciaria rimborsabile in oro. In regime di circolazione cartacea a corso forzoso, bisogna trovare un freno più forte di quanto non sia l’interesse della Banca a non perdere. In date circostanze, l’interesse a non perdere diventa irrilevante in confronto alla preoccupazione di non fare succedere inconvenienti, reali od immaginari, di natura economica e sociale. L’aumento della circolazione prende l’aspetto di un male minore di questi inconvenienti. Bisogna persuadersi che l’aumento della circolazione è invece il male maggiore, di fronte a cui tutti gli altri impallidiscono.

 

 

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