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La Stampa

L’equivoco della grandezza

«La Stampa», 10 luglio 1901

 

 

 

Pochi paesi sono più malcontenti dell’Italia; e se il malcontento, com’è stato detto, è segno di progresso ed indice di elevazione, noi siamo veramente un paese da invidiare. Purtroppo però il nostro malcontento non deriva sempre in noi da cause buone, non è sempre indice di un desiderio di espansione e di ricchezza: è un malcontento fatto di rimpianti e di illusioni.

 

 

Noi rimpiangiamo le cose morte ed illudiamo gli altri e noi stessi sulla situazione nostra e sul nostro avvenire. Sopra tutto impera un equivoco che è ragione prima di tutte le nostre difficoltà; un equivoco che nuoce a noi più che i nostri mali: l’equivoco della ricchezza e della grandezza.

 

 

L’Italia è sotto il peso di due illusioni anarchiche, e l’una è peggiore dell’altra: l’illusione della ricchezza naturale del Paese nostro; l’illusione della naturale superiorità nostra su altri poveri. E poiché il contrasto della realtà è amaro, noi non osiamo entrare in essa, e l’equivoco perdura, e attribuiamo i mali nostri non a noi stessi, ma agli altri; non al nostro torpore, ma alla incapacità di chi ci governa; e invece di guardare arditamente all’avvenire, rimpiangere il passato, come i nobili che decadono, come i popoli che, dopo aver consumato il patrimonio di avi illustri, speculano ancora sul loro nome.

 

 

Contro codesti equivoci deprimenti e codeste illusioni funeste insorge Francesco S. Nitti in un suo recentissimo libro su L’Italia all’alba del secolo XX (Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo. Torino-Roma). Sono cinque discorsi ai giovani d’Italia, nei quali il Nitti si rivolge con parole inspirate a fede viva ed a grande sincerità ai giovani, i quali hanno l’avvenire d’Italia nelle mani e sapranno rendere la patria grande ove sappiamo amare soltanto ciò che è vero ed è forte. Nel 1812 Gottlieb Fichte, già illustre per opere grandi e più illustre ancora per grandezza d’animo, rivolgeva i suoi memorabili Discorsi alla Nazione alemanna.

 

 

Lo straniero era allora nelle mura di Berlino, e Fichte, con l’anima in pena, indicata ai giovani tedeschi la via dell’avvenire. «Dipende da voi – egli diceva – di essere un popolo spregevole e che sarà disprezzato dai popoli futuri; dipende da voi di essere i primi nati di un nuovo popolo da cui la posterità dovrà datare la sua redenzione.» Con questi stessi sentimenti il Nitti si rivolge ora ai giovani d’Italia; e nel suo libro, che sarà certamente letto con vivo interesse e con grande emozione, egli documenta i fatti dolorosi della vita italiana che tutti conosciamo: la nostra povertà naturale, la sterilità della nostra terra, il fiscalismo rapace del Governo, l’incremento grande della popolazione, il dissidio profondo tra l’Italia del Nord e l’Italia del Sud. L’autore fa codeste constatazioni tristi non perché gli italiani si scoraggino e disperino, ma perché veggano quali sono veramente le vie della risurrezione.

 

 

Noi siamo poveri e siamo umili, è vero. Ma la nostra povertà non deve essere causa di sfiducia; e la nostra relativa debolezza nel consesso delle nazioni non deve essere causa di abbandono e di scoraggiamento.

 

 

Dobbiamo riconoscere il male, se vogliamo affrontare l’avvenire con coraggio e con fede, dobbiamo guardarlo in faccia, anzi negli occhi, come suggeriva Fichte ai tedeschi.

 

 

Per fortuna, gli italiani delle nuove generazioni sembrano aver compresso la verità che non al passato classico di grandezza bisogna guardare, e che non bisogna illudersi sulla benignità della natura a nostro riguardo; ed il Nitti documenta l’opera inavvertita e grandiosa che gli uomini nuovi hanno compiuta in mezzo ad ostacoli ed a difficoltà che nessun altro paese ha dovuto superare.

 

 

Ma molto più ancora bisogna fare; e tanto meglio faremo quanto più efficacemente sapremo valerci di alcuni grandi fatti che si delineano sull’orizzonte e che sono precursori di vita migliore. Per fortuna nostra invero il dominio del carbone va lentamente scemando, e l’elettricità va acquistando un’importanza crescente. L’Inghilterra raggiunse l’apogeo della grandezza quando le sue miniere di carbone sembravano inesauribili. Oggi che il carbone inglese diventa costoso di fronte al carbone americano ed all’energia idro-elettrica, l’Inghilterra declina.

 

 

L’Italia può assurgere ad un alto grado di potenzialità industriale qualora essa sappia utilizzare le sue forze idroelettriche; ed il Nitti invoca l’attuazione di una politica nazionale sulla acque, mercé la quale le nostre energie elettriche siano nazionalizzate ed utilizzate dallo Stato e poste a disposizione dell’industria e del commercio a prezzo di costo.

 

 

Un miliardo che fosse speso a questo scopo darebbe all’Italia una forza di un milione di cavalli-vapore, liberandola dall’obbligo di comprare all’estero 150 milioni di lire di carbone all’anno, e facendola salire in breve ora nel novero dei grandi paesi industriali. Neppure il regno del ferro è assoluto e viene minacciato dalle riduzioni progressive del costo di produzione dell’alluminio e di altri metalli, che l’Italia potrà produrre.

 

 

Questi due grandi avvenimenti sono completati da altri, il cui significato non può sfuggire: la malaria, che costituisce la grande causa di inferiorità agricola e che è il problema fondamentale del Mezzogiorno, a causa delle nuove ricerche si dimostra vincibile; il traffico internazionale, che lasciava fuori delle sue più grandi correnti l’Italia, tende di nuovo a spostarsi, ed il Mediterraneo riacquista l’importanza che pareva dovesse perdere.

 

 

Noi siamo nell’ora critica della vita nazionale, o dipenderà solo da noi se vogliamo salire al livello della Germania, o discendere al livello della Spagna.

 

 

Uno sforzo di volontà può farci salire rapidamente sulla via della prosperità e della ricchezza; ma occorre uno sforzo di tutta la nazione, che non può venire da una coscienza più grande della realtà. L’Italia possiede oramai tutti gli elementi per trasformarsi: può utilizzare una grande forza motrice, e, perdute le antiche cause di inferiorità, competere con le più grandi nazioni; possiede una mano d’opera abbondante e in cerca di lavoro; ha la popolazione crescente e popola ogni giorno nuove terre, aprendo nuovi mercati; la situazione commerciale, infine, tende tutta a volgersi in suo favore.

 

 

Sapremo noi profittare di questa situazione di cose divenuta così decisamente favorevole? Sapremo trarne il vantaggio che da quaranta anni ha saputo trarne la Germania? Ai giovani d’Italia la risposta.

 

 

Forse la fede in noi stessi e la conoscenza dei modi in cui la risurrezione può compiersi non sono bastevoli; forse anche può essere pericoloso affidare allo Stato, ossia alla burocrazia, il compito di impiegare un miliardo di lire a nazionalizzare le forze idrauliche. Ma è certo che non si può far molto ove non si abbandonino i pregiudizi che sono fonte di inerzia e non si conosca la via attraverso alla quale noi potremo giungere, sebbene faticosamente, alla meta.

 

 

Il libro del Nitti è una buona battaglia contro quei pregiudizi funesti ed è uno stimolo fervente e convinto all’azione illuminata della scienza. Di ciò dobbiamo essergli grati: di averci dimostrato, cioè, che i rossi bagliori dell’atmosfera presente italiana non sono un tramonto minaccioso, ma sono un’alba di promesse.

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