L’eroismo di un vinto

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 07/05/1900

L’eroismo di un vinto

«La Stampa», 7 maggio 1900

 

 

 

La narrazione delle guerre e delle battaglie è sempre stata cara all’immaginazione ed alla mente degli uomini.

 

 

Anche in mezzo a tutte le trasformazioni moderne dell’arte storica, l’interesse per le avventure guerresche non è mai venuto meno. Oggi si desidera che lo storico scruti con occhio indagatore e profondo le condizioni sociali dei popoli, si occupi della vita degli umili e non solo degli intrighi dei grandi, rintracci il lento formarsi delle istituzioni politiche e sociali e dia una parte sempre minore alle narrazioni epiche dei fasti guerrieri. Eppure la folla continua ad amare le storie dei massacri, e delle manovre, delle guerre e delle conquiste, delle virtù e delle colpe dei generali vincitori e vinti. Egli è che la folla – intellettuale e volgare, ricca e povera – cerca nelle storie guerresche qualcosa che i moderni quadri delle condizioni e delle istituzioni sociali e politiche non possono dare: le passioni violente, gli atti di eroismo e di viltà, i casi che mettono a nudo tutti i lati più nascosti della natura umana. E siccome la guerra è ancora uno dei momenti in che meglio si appalesano le grandi virtù e le grandi debolezze, così le storie delle guerre continuano e continueranno per lungo tempo ad appassionare le genti umane.

 

 

Queste cose mi venivano in mente leggendo l’ultimo degli Studi sulla condotta della guerra che uno dei più distinti ufficiali del nostro esercito, il tenente-colonnello Barone, ha pubblicato sul «1866 in Boemia» (Torino, Roux e Viarengo, 1900). La maggior parte dei due volumetti di narrazione e di considerazioni di cui si compone l’opera, sfugge al giudizio di chi ama le emozioni e desidera la descrizione di un atto notevole per nobiltà od ignavia e va alla cerca di uomini che possano chiamarsi eroi o codardi.

 

 

Come gli altri studi del Barone, anche questo è interessantissimo per chi si occupa per professione o per curiosità del modo di condurre le operazioni guerresche e delle manovre e delle contromanovre dei combattenti su quel grande giuoco di scacchi che è il campo della guerra. Ignoro che cosa dicano al riguardo i competenti; coloro i quali sono incompetenti, riceveranno probabilmente come lo scrivente, l’impressione che nel 1866 le armi prussiane dirette dal Moltke dovevano fatalmente e matematicamente, date le circostanze del problema di guerra da risolvere, sconfiggere l’esercito austriaco comandato dal Benedek. Ma ciò che agli incompetenti nella scienza strategica, giunti alla fine del libro consacrato tutto ad una critica severa ed implacabile di Benedek, riuscirà certo sovratutto interessante, sarà di scoprire nel vinto maresciallo austriaco l’anima di un eroe. Noi siamo abituati ad attribuire il carattere di eroe a coloro che hanno vinto; e quando la palma dell’eroismo si largisce ad uno sconfitto, ciò accade perché questi morì valorosamente e si diportò con coraggio sull’infausto campo di battaglia.

 

 

In Benedek scopriamo un nuovo tipo di eroe militare: l’eroe del silenzio e della dignità nel sopportare la sventura. Forse fra tutti gli eroismi guerreschi, questo è il più raro. Un generale vinto e sopravvissuto alla sconfitta, sovratutto quando la sconfitta fu grande e disastrosa per le sorti del paese, raramente sa resistere alla tentazione di scolparsi; e ancor più raramente vi resiste quando di fatto la responsabilità del disastro risale ad altri in tutto od in parte.

 

 

È bene indicare all’ammirazione del pubblico l’esempio di un generale che tenne condotta diversa, e che in mezzo alle accuse più atroci mai si lasciò sfuggire dal labbro una parola di recriminazione. Ancora adesso noi non sapremmo nulla della grandezza morale di Benedek, senza la casuale recente pubblicazione delle lettere da lui dirette alla moglie. Benedek era stato riluttante ad accettare il comando dell’esercito operante in Boemia. In un colloquio avuto con l’imperatore, era riuscito a farsi esonerare da un compito che egli credeva superiore alle sue facoltà, confessando apertamente, lealmente, la non bastante sua preparazione intellettuale a comandare una massa di forze così grande, sopra un teatro di guerra che non conosceva.

 

 

Fu solo l’appello alla sua devozione di suddito e di soldato, che potè deciderlo ad accettare l’alto incarico, quando l’arciduca Alberto – che avrebbe dovuto assumere quel comando, pieno di incognite e di responsabilità e preferì invece serbarsi alla vittoria di Custoza – riuscì a persuaderlo che se il vinto fosse stato Benedek, l’insuccesso non avrebbe travolto che lui solo, mentre se, invece, il vinto fosse stato un arciduca, lo scacco avrebbe avuto forse il suo contraccolpo sulle sorti della Dinastia. E Benedek non esitò ad addossarsi, rassegnato, la parte di vittima, da gittarsi poi in olocausto alle folle. Rassegnato; ed anche cosciente: perché in cuor suo egli sapeva essere l’Austria impreparata ad affrontare una duplice guerra. Il 3 luglio il disastro di Koniggratz era avvenuto. E da quel giorno cominciò la vera grandezza del vinto; quella grandezza alla quale anche il suo vittorioso e taciturno avversario non mancò di rendere omaggio.

 

Aveva sconsigliato la doppia guerra; della preparazione di essa non avea alcuna responsabilità di sorta nè militare, nè politica; avea accettato per devozione un comando di cui lealmente s’era dichiarato incapace, un disegno elaborato da altri e collaboratori ben diversi dal generale Jonn, che egli avrebbe desiderato aver seco e che lasciarono in Italia presso l’arciduca. Ed a lui fu data tutta la colpa. L’accettò senza proteste, senza querimonie, senza ribellioni.

 

 

«Nelle ore tristi della mia vita – scriveva alla moglie durante la ritirata – nel momento in cui la più grande sciagura si rovesciò su di me, tu ti sei dimostrata pari a te stessa … Solo di una cosa ti prego, di non giudicare da te troppo severamente gli altri; non tutti sono all’altezza dei tuoi sentimenti, né tu puoi pretendere che il mondo giudichi me della mia situazione come comandante dell’esercito del Nord in modo neppure approssimativamente equo. Quando m’imposero questo comando, non ostante tutte le mie motivate obbiezioni, io dichiarai nettamente, senza equivoci, che noi giocavamo il va banque, che io ero pronto a sacrificare al sovrano il mio cuore, e che solo desideravo non avesse a pentirsi di avermi affidato questo carico. Ho dichiarato, letteralmente, che per la guerra in Boemia mi sentivo un asino, mentre che invece qualche utile servizio avrei potuto rendere in Italia.

 

 

Dopo quanto è accaduto, non mi resta altro – conforme al mio carattere, al mio onore ed alla mia illimitata devozione pel sovrano, così duramente provato dalla sventura – se non subir tacendo, con modestia e tranquillità d’animo, la condanna della stampa e dell’opinione pubblica. Non voglio accusar nessuno, non mi voglio neppure difendere, nulla scrivere, nulla dire a mia giustificazione. Al solo mio imperatore, se egli lo desidera e se mi riuscirà, dirò tutto, tutto ciò che so e penso …. Tu non devi distogliermi da queste risoluzioni che sono certo le migliori: tu devi tenere a segno la tua testolina focosa: non devi turbare la mia grande serenità di spirito…..».

 

 

E conforme alle sue decisioni fu il suo contegno. Sottoposto ad un Consiglio di guerra, non si difese, non accusò alcuno: nobilmente dichiarò che, come comandante in capo, la responsabilità di tutto spettava a lui solo. Scomparso dalla scena del mondo, gli chiesero ancora la promessa, che non avrebbe svelato quanto tra lui e l’imperatore era avvenuto. Ed anche questa promessa non esitò a dare.

 

 

Quando tutti lo accusavano atrocemente, quando anche la Relazione ufficiale austriaca gli si mostrò eccessivamente severa, egli nell’angoscia di quelle immeritate torture morali, mantenne la sua promessa con fermezza eroica. Per sottrarsi ad ogni tentazione, bruciò scritti e documenti.

 

 

La storia comincia ora a rendere giustizia al vinto di Koniggratz. Implacabile nel metterne a nudo gli errori e nel criticarne le operazioni, essa si ferma dinanzi a chi ha saputo così nobilmente sopportare la sciagura. Il rispetto e la venerazione dei posteri vale ben più dell’applauso strappato ai pochi che sono sempre desiderosi di aggiungere alla disfatta militare la dissoluzione politica. I generali che sanno valutare questa differenza hanno diritto, sebbene vinti, di essere collocati nella schiera di quelli che il Carlyle chiama eroi, fra i benemeriti della patria.

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