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La Stampa

L’errore del socialismo[1]

«La Stampa», 21 marzo 1898

 

 

 

In un libro scritto con vivacità brillante, l’avv. Giulio G. Levi si è proposto di dimostrare quale sia l’errore del socialismo e quali conseguenze buone e cattive possano derivare dal movimento socialista. L’errore del socialismo, secondo il Levi, sta nella organizzazione economica, morale, famigliare da esso invocato, ed il massimo male che la propaganda socialista possa fare sarebbe quello di riuscire efficace. La organizzazione economica socialista è impossibile in quanto presuppone un esercito di impiegati, di Comitati e di Sotto-Comitati di produzione forniti di una potenza smisurata ed autocratica.

 

 

Essi avrebbero il compito di determinare i luoghi di produzione di tutti questi oggetti, quello di scegliere a che questi oggetti siano confezionati e portati allo stato d’uso, quello di sorvegliare a che questi oggetti entrino effettivamente nei magazzini sociali e non ne siano distratti.

 

 

La sorveglianza della produzione richiederebbe un numero di guardie quasi pari a quello dei lavoratori, col pericolo che per uno sbaglio qualsiasi in una delle innumerevoli ruote della produzione, dello scambio e del controllo si dovesse andare incontro alla fame generale, senza alcuna possibilità di rimedio, neppure quello di porre tutti alla razione.

 

 

Non solo all’attuazione del socialismo si oppongono ostacoli economici, ma anche ostacoli morali e politici.

 

 

Alcune classi di persone, come gli scienziati, i letterati e gli artisti, diverrebbero incompatibili colla esistenza di una società socialista, perché non è possibile scoprire alcun metodo per rimunerare adeguatamente l’opera loro. In una società fondata sul lavoro nessun posto è lasciato del pari ai poveri, ai disoccupati, ai vecchi, agli inabili ed ai restii al lavoro. Se la società socialista vorrà provvedere anche a queste categorie di persone, correrà il rischio di vedere aumentati i fannulloni e gli oziosi a danno dei lavoratori. In una società irreggimentata mancherebbe eziandio la libertà di scegliere la propria occupazione e di determinare i proprii bisogni, esulerebbe del tutto la libertà di domicilio; un immenso potere sarebbe raccolto nella mani dei reggitori della nazione.

 

 

Una lotta si impegnerebbe per dare la scalata al Governo; sarà una continua guerra civile, un continuo assalto al potere ed un avvicendarsi di prepotenze, di sangue e di lotte.

 

 

Confesso francamente che le profezie del futuro e le critiche delle profezie mi paiono egualmente infeconde e vane. L’autore ha preso a base delle sue critiche le rappresentazioni ideali della Società socialista futura scritte dal Bebel, dal Bellamy e dallo Schaffle. Ora a parte il libretto dello Schaffle, intitolato: La quintessenza del socialismo, frutto squisito di una intelligenza addestrata agli studi economici, la quale, dopo aver messo alla luce molti libri ponderosi e noiosi alla maniera tedesca, ha voluto divertirsi nel seguire fino alle sue ultime conseguenze logiche il programma del socialismo germanico, i libri dove è descritta la società futura sono fra le cose più infelici e più volgari del socialismo contemporaneo. I socialisti più intelligenti e colti si sono da un pezzo accorti del danno che loro faceva e del ridicolo che su di loro attirava questa letteratura a base di isole utopiche e di anni duemila e l’hanno apertamente sconfessata. Una critica del socialismo, la quale si appunti contro gli ordinamenti più o meno stravaganti immaginati da menti fervide e romanzesche, è una critica contro castelli in aria.

 

 

Essa è profondamente contraria allo spirito scientifico dell’età nostra e riesce del tutto innocua ai criticati. La lotta fra socialisti e liberisti deve essere combattuta su un campo del tutto diverso. I socialisti devono sforzarsi di dimostrare che la società attuale tende ad organizzarsi in modo sempre più collettivo ed unitario; che già ora si veggono spuntare i germi di nuove organizzazioni sociali in cui l’opera della produzione non viene regolata dall’individuo singolo, ma da collettività umane più o meno numerose, e non viene indirizzata all’utile ed al profitto di una classe sola, ma a beneficio di gruppi sociali estesi.

 

 

Essi devono dimostrare che alla concorrenza illimitata e sfrenata che imperava nella prima metà del nostro secolo, tende a sostituirsi nel regime del lavoro, la resistenza organizzata e compatta, nel campo della produzione l’egemonia di uno o di pochi produttori, l’accordo, il sindacato, nel campo della distribuzione ai piccoli commercianti, usurai, banchieri, una rete fittissima di giganteschi magazzini, di cooperative di consumo, di credito, di Banche uniche o federate.

 

 

Fatta questa dimostrazione, ai socialisti sarà agevole profetizzare timidamente quali saranno le caratteristiche tendenziali delle età che verranno allora alla luce, per cui la profezia, timida sempre, sarà di gran lunga più particolareggiata e minuta delle profezie contenute nei libri grotteschi del Bellamy e del Bebel.

 

 

I liberisti, dal canto loro, se vorranno compiere opera veramente scientifica, dovranno combattere a palmo a palmo l’interpretazione data dai socialisti alla storia economica contemporanea; forzarsi di dimostrare che, malgrado tutte le apparenze contrarie, l’unico stimolo alla produzione è ancora l’iniziativa individuale, che al disotto della combinazione, della associazione permane sempre, motore finale, la libera concorrenza, che il concedere un profitto al capitalista è il mezzo più comodo e meno dispendioso per organizzare il congegno produttivo, che i mali di cui si lamentano le classi operaie provengono dalla imperfetta attuazione dell’ideale liberista.

 

 

Essi dovranno provare che i paesi, dove la iniziativa individuale, la concorrenza illimitata sono giunte alla loro estrinsecazione più alta, sono quelli in cui la ricchezza è più equamente diffusa, in cui minori sono le domande socialistiche degli operai, in cui il programma socialista ha minori probabilità di essere tradotto in atto. I liberisti devono finalmente provare che le tendenze fondamentali e permanenti della società attuale sono contrarie ai postulati socialisti ed alla organizzazione sociale che si trova alla base di tutti i programmi collettivisti.

 

 

Il dibattito che sorgerà fra ricerche condotte con criteri così contrari sarà veramente scientifico e fecondo: scientifico perché basato sullo studio delle tendenze realmente esistenti nella società, e non sulle immaginazioni campate in aria di società che mai non furono; fecondo perché darà una risposta, forse non esauriente, ma positiva alla tormentosa domanda: Verso quale ordinamento sociale andiamo noi?

 

 

 



[1] Avv. Giulio G. Levi: L’errore del socialismo. I suoi mezzi ed i suoi ostacoli. Il bene che può fare ed il male. Torino, 1898, Roux Frassati e C.

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