L’esercizio ferroviario di stato. Contro le arrendevolezze

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/07/1905

L’esercizio ferroviario di stato. Contro le arrendevolezze

«Corriere della Sera», 11 luglio 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 227-229

 

 

L’esercizio di stato delle ferrovie è cominciato da pochi giorni e già i pessimisti possono rafforzare la loro tesi con indizi che sono davvero inquietanti. Noi abbiamo detto che il grande sperimento avrebbe dato buoni frutti a patto che alla sua audacia fosse andato unito un severo spirito di sacrificio. Sarebbe ingiusto pretendere che fin d’ora i capi dell’azienda ferroviaria avessero preso notabili iniziative. Senza una buona preparazione ogni proposito anche ottimo produce scompigli peggiori dei malanni dell’inerzia. Ma la resistenza alle pressioni, e la rigidità severa contro i favoritismi, queste sì che sin dal primo giorno dovevano essere norme di condotta dell’amministrazione ferroviaria di stato! Contro le previsioni oscure di coloro che dipingevano i treni di stato popolati nelle prime e nelle seconde classi da viaggiatori con biglietto gratuito o a prezzi ridottissimi, contro gli altri che prevedevano la degenerazione delle ferrovie nelle mani dei politicanti, era dovere morale del governo dimostrare con gli atti che ben altri erano i suoi propositi: con atti e con parole. Poiché non basta che il presidente del consiglio od il ministro dei lavori pubblici vadano con belle parole a dichiarare al parlamento che il governo opporrà valido schermo a tutte le intemperanti richieste e si inspirerà al solo interesse del paese e dell’economia nazionale; quando a pochi giorni di distanza si impone alla Corte dei conti riluttante la registrazione con riserva di un decreto generico che sanziona senza specificarli gli usi invalsi nella concessione dei biglietti gratuiti e semi-gratuiti, contro il preciso disposto della legge, la quale impone di regolare la materia in maniera definitiva entro l’anno. Non vale il dire che si tratta di un provvedimento transitorio sino a quando non sia studiato nei suoi particolari minuti il decreto voluto dalla legge. Tutto è provvisorio in questa faccenda, a cominciare dall’esercizio stesso di stato; ma quelli relativi ai cosidetti «usi» sono provvisori più pericolosi dei provvedimenti definitivi, perché permettono il perpetrarsi subdolo di consuetudini cattive, che sarebbero state eliminate quando chiaramente si fossero volute imporre al parlamento ed all’opinione pubblica. O perché, se si trattava davvero di provvedimenti transitori, non accettare il temperamento proposto dalla Corte dei conti di prorogare fino a tutto agosto i biglietti di favore in corso? E, dopo non averlo accettato, pretendere la registrazione del decreto che noi ora combattiamo e che par fatto apposta per legittimare tutti gli abusi esistenti e per crearne dei nuovi? Se mancava il tempo per presentare subito il decreto definitivo, i due mesi concessi dalla Corte dei conti erano più che sufficienti per prepararlo con calma, trattandosi di materia notissima e di concessioni già stabilite per consuetudine e che ora dovrebbero essere soltanto precisate e ridotte. Anzi meglio sarebbe stato addirittura pubblicare al più presto il decreto definitivo, perché ogni giorno che passa sarà cagione di nuovi assalti all’azienda ferroviaria. Nessuna forza al mondo potrà adesso ridurre le concessioni in uso, che hanno avuto il crisma dell’approvazione provvisoria per decreto reale. E quanti non pretenderanno frattanto di avere diritti uguali o maggiori degli attuali favoriti! Abbiamo già veduto alla camera un deputato elemosinare il viaggio gratuito per le famiglie degli unti dalla sovranità popolare e trovare simpatica eco nei banchi dei democratici-socialisti; e vedremo ancora i liberi docenti universitari insistere per ottenere il viaggio ridotto per i propri affari avvocateschi o medici, i professori delle scuole pareggiate, gli avvocati, i parenti sino al decimo grado dei portalettere e dei portieri governativi farsi avanti e dimostrare a luce meridiana la loro qualità di investiti di una pubblica funzione. Fra breve, se non si mette subito riparo, in Italia tutti saranno pubblici ufficiali per non pagare il biglietto.

 

 

Animo, on. Ferraris[1]! Voi che siete salito in alto per la scienza da anni nobilmente professata, e per la dignità austera della vita, voi che avete avuto la ventura di attuare coll’esercizio di stato delle ferrovie la più grande forse delle aspirazioni della vostra scuola scientifica, abbiate il coraggio degli atti che varranno a salvare l’iniziativa grande dai pericoli che d’ogni parte la minacciano! Voi non siete uno scettico dell’azione dello stato; ed anzi avete sempre propugnato le riforme per opera dello stato. Fate che non si possa dire essere stata precisamente l’opera vostra a scalzare nell’animo del pubblico quella fiducia che è ancora riposta nella virtù dello stato!

 

 



[1] L’on. Carlo F. Ferraris, ministro dei lavori pubblici, deputato di Vignale nel Monferrato, professore di diritto amministrativo nell’università di Padova.

 

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