L’esperimento del controllo operaio

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/09/1920

L’esperimento del controllo operaio

«Corriere della Sera», 16 settembre 1920

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 481-486

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1923-1924), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 848-853[1]

 

 

 

 

Si può essere profondamente scettici intorno alla possibilità che il controllo operaio sulle fabbriche venga organizzato in una maniera vitale, utile alla produzione, vantaggiosa all’elevamento materiale e morale delle masse operaie; si può essere dubbiosi sulla possibilità di sostituire l’attuale organizzazione monarchica della industria con una organizzazione a tipo rappresentativo-democratico. Ma chi scrive non ha atteso i giorni torbidi presenti per affermare su queste colonne che uno dei problemi più urgenti del momento era quello di ridare al lavoratore la “gioia del lavoro” che egli ha perso nella grande industria moderna. È un problema, questo, non dell’industria capitalistica, ma di tutta la “grande” industria, capitalistica e collettivistica, privata e di stato, imprenditrice e cooperativa. Nella piccola industria casalinga, quando si adoperavano gli arnesi a mano e si era in pochi a collaborare nello stesso laboratorio, l’artigiano vedeva a poco a poco crearsi il frutto della sua fatica, vi si interessava, metteva nel lavoro un po’ della propria anima. Ancora oggi il contadino, il professionista, lo scrittore, l’insegnante ha questa sensazione, vive per il suo lavoro; epperciò lavora con gioia. Nella grande fabbrica, questa sensazione si perde, il lavoratore diventa una piccola ruota in un meccanismo che pare vada da sé. Il guadagno sembra divenuto il solo scopo del lavoro: troppo poca cosa per l’uomo, il quale non vive di soli godimenti materiali. Perciò accade che nelle imprese private l’operaio ha l’impressione di lavorare a vuoto, a profitto del capitalista; negli stabilimenti di stato, negli uffici pubblici, nelle ferrovie, nelle poste e nei telegrafi, che sono imprese collettivizzate, di tutti, il lavoratore, l’impiegato si sente oppresso da questo “tutti”, entità astratta, che si immagina nemica, e contro cui si elevano rivendicazioni. L’operaio, l’impiegato vuole tornare a sentirsi padrone del suo lavoro, a sapere perché produce e come produce, ad aver voce nella ripartizione del prodotto dell’industria. L’aspirazione è umana, può essere motivo di elevazione morale; è la traduzione nell’industria di un principio ammesso nel governo politico dei popoli moderni. Assoggettarla ad esame critico decisivo è tuttavia difficile, perché trattasi di una aspirazione indistinta, confusa, che non si sa nemmeno come possa essere concretata e se, una volta concretata, sia atta a ridare all’uomo quella gioia nel lavoro che egli sembra aver perduta.

 

 

L’idea è tanto indistinta e confusa che essa assume persino un bersaglio sbagliato: il capitale. La confederazione generale del lavoro, quando chiede il controllo sindacale sulle imprese industriali, immagina di chiedere, con ciò, il controllo sul capitale, di voler attuare una limitazione del dominio esclusivo che il capitale esercita nell’industria ad esclusione del lavoro. La realtà è ben diversa. Se noi assumiamo per un momento, come fattori della produzione, il capitale ed il lavoro, dobbiamo subito riconoscere che oggi la vera padronanza delle imprese, la effettiva direzione dell’industria non spetta né all’uno né all’altro, sibbene ad un terzo fattore: l’imprenditore. Il capitale è oggi un servo, sommesso e tacito, che si dà a coloro che hanno saputo inspirargli fiducia e che hanno acquistato fama di capacità organizzatrice. L’imprenditore – si chiami consigliere delegato o presidente del consiglio d’amministrazione, o gerente o padrone – è il vero capo dell’impresa. Gli obbligazionisti, una volta che gli abbiano mutuato i loro fondi al 5%, non contano più nulla. Gli azionisti intervengono alle assemblee degli azionisti per ratificare le proposte e più spesso gli atti compiuti dall’imprenditore. Corrono rischi e partecipano ad alee favorevoli e sfavorevoli; ma non si può dire che esercitino un vero controllo sull’azienda. I “capitalisti” hanno fatto i loro conti ed hanno trovato che tornava ad essi conveniente di aver fiducia nella persona di colui al quale si sono decisi ad affidare i loro risparmi. Essi credono nel regime monarchico assoluto dell’industria; ritengono che il successo dell’impresa si ottenga solo a questa condizione; e, qualunque sia la forma legale, di fatto hanno rinunciato per lunghi o per brevi periodi di tempo al controllo sull’azienda. Dare “carta bianca” all’imprenditore, ossia ad un tecnico, ad un commerciante, ad un uomo, è, agli occhi del capitale, condizione di successo della intrapresa.

 

 

Quando perciò gli operai chiedono di esercitare essi un controllo, deve essere ben chiaro che essi chiedono cosa alla quale l’altro fattore, il capitale, di fatto non aspira; e chiedono il controllo non sul capitale, ma sull’imprenditore, ossia sul primo, sul capo dei lavoratori. Vogliono sostituire alla monarchia assoluta il regime della democrazia rappresentativa.

 

 

È un esperimento grandioso, gravido di conseguenze malsicure, che si vuol compiere. A priori l’economista non può dire che esso sia necessariamente destinato all’insuccesso. Non siamo nel campo dei principi logicamente necessari; bensì in quello delle verità sperimentali. Se anche economicamente esso dovesse condurre ad una diminuzione della produzione, socialmente potrebbe essere utile se favorisse la pacificazione degli animi e una minor tensione di rapporti sociali. Gli operai vogliono vedere come la macchina è fatta dentro, come funziona e quali rendimenti dà, per persuadersi che davvero essi hanno ragione o torto nel chiedere a quella macchina un dato sforzo a loro vantaggio. Si corre, così facendo, il rischio di rompere la macchina ed è perciò necessario che l’esperimento venga compiuto in modo da riuscire fruttuoso e da evitare la rottura della macchina.

 

 

Le difficoltà sono davvero formidabili. Le condizioni a cui l’esperimento di controllo dovrà soddisfare sono numerose e non tutte facilmente conciliabili tra di loro. Come organizzare il controllo degli operai sull’impresa senza menomare la libertà e l’iniziativa dell’imprenditore? Il fattore “capitale” ha risolto il problema organizzando accanto all’imprenditore, vero capo ed animatore dell’impresa, consigli di amministrazione ed assemblee degli azionisti consigli che vedono molto, se non tutto, e danno pareri degni di ascolto; assemblee che di solito vedono soltanto ciò che all’imprenditore e ai consigli piace di dire. Il controllo degli operai, se deve essere serio, deve essere assai più somigliante a quello dei consigli di amministrazione che non delle assemblee degli azionisti. Ma neanche esso deve essere un impaccio, un legame per l’imprenditore. Altrimenti l’impresa è rovinata e con essa la produzione, la quale pare stia in cima dei pensieri della confederazione del lavoro.

 

 

Come impedire che il controllo operaio non torni di danno ai terzi, ossia alla collettività generica dei consumatori, che non partecipano ad alcuna industria organizzata? È tanto facile ad operai ed imprenditori mettersi – d’accordo, sulla base di un rialzo di prezzi a danno dei consumatori! In Germania, pare che questo sia stato uno dei pericoli massimi del controllo dei consigli di fabbrica, pericolo subito veduto e cagione non ultima della rapida decadenza di quell’istituto e del disfavore con cui è guardato dall’opinione pubblica. Badisi che il controllo sindacale aggiunge forza alla tendenza che hanno gli industriali singoli a rivalersi con un rialzo di prezzi di ogni aumento di salari perché costringe e favorisce la tendenza sindacale nel campo industriale e tende ad uccidere la concorrenza fra impresa ed impresa.

 

 

Ancora: il controllo si eserciterà per ogni singola azienda o per industrie, con consigli di fabbrica indipendenti dai consigli di amministrazione o con l’entrata di membri delegati dai sindacati operai nei consigli di amministrazione? In qual modo si manterrà il principio della uguaglianza dei salari nelle diverse intraprese, di fronte ad imprese disugualmente prospere e che devono rimanere tali, se non si vuole togliere ogni impulso all’intrapresa a perfezionarsi ed a progredire?

 

 

Tutti questi problemi, generali e particolari, non possono con ogni probabilità ricevere, una soluzione uniforme per tutti i casi. Una formula legislativa, suggerita lì per lì da un uomo politico, e tradotta in articoli di legge da funzionari ministeriali, darebbe luogo a difficoltà forse insuperabili e a crisi gravissime. Qui ha ragione la confederazione del lavoro di voler affidare «ad una commissione, a rappresentanza paritetica, il compito di stabilire in maniera particolareggiata i metodi e i modi di applicazione del principio del controllo delle aziende». Gli interessati, mille volte meglio del governo, riusciranno ad organizzare qualcosa di vitale; e sovratutto riusciranno a trasformare a poco a poco l’istituto, dapprima informe ed imperfetto, in guisa che esso riesca davvero, se di ciò sarà capace, a favorire nel tempo stesso l’aumento della produzione, lo spirito di iniziativa dell’imprenditore, l’interessamento del lavoratore alla propria fatica e il vantaggio della collettività.

 

 

Se compiuto ad opera delle due parti e non per obbligo legislativo, l’esperimento potrà essere iniziato nella industria metallurgica e in quelle imprese di essa in cui il controllo, per il numero degli operai interessati, trova il suo fondamento logico. In una piccola impresa il controllo è inutile, perché tutto è risaputo e controllato naturalmente; e il padrone è un compagno di lavoro dei suoi operai. Il buon senso e lo spirito di adattamento gioveranno a risolvere problemi di questo genere meglio di qualsiasi norma legale generale. Di questa ambo le parti debbono diffidare. Uno dei fatti più curiosi della legislazione sociale moderna è la rapida decadenza dell’istituto dell’arbitrato obbligatorio nella Nuova Zelanda e nell’Australia. Sorto dapprima a tutela della classe operaia, dopo qualche tempo cominciò ad essere veduto di mal occhio dagli operai medesimi, che videro in esso un freno ai loro movimenti; sicché spesso oggi è ignorato dalle due parti, le quali preferiscono gli accordi diretti.

 

 

L’esperimento fatto all’estero – in Germania, in Austria, in Russia, dicesi in Scandinavia – del controllo operaio dovrebbe essere fecondo di insegnamenti. Perché una sottocommissione nominata dalla commissione paritetica, mentre questa lavora a concretare le norme particolareggiate del principio ammesso in massima, non potrebbe fare una rapida inchiesta in questi paesi, non sulle leggi, che è facile procurarsi, ma sul funzionamento effettivo, sui modi di attuazione, sugli effetti? Perché i socialisti reduci dalla Russia non si deciderebbero a rendere di pubblica ragione i risultati dei loro studi sul funzionamento dei consigli di operai nelle fabbriche? Anche se l’ambiente sia diverso, anche se le fabbriche siano collettivizzate, il fenomeno è lo stesso; il controllo degli operai sul capo dell’impresa, su colui che la gerisce per conto dell’ente collettivo proprietario.

 

 

In fondo trattasi della ricerca del mezzo più atto a raggiungere un dato fine. Il fine è indubbiamente nobile ed alto; ridare ai lavoratori quella gioia nel lavoro, quell’interessamento a produrre che essi hanno o immaginano di avere perduto a cagione dell’ingrandirsi e del meccanicizzarsi dell’impresa industriale, della concitazione spirituale dovuta alla guerra, del rivolgimento nei rapporti economici tra individuo ed individuo, tra classe e classe verificatosi in seguito allo svilimento della moneta. Gli operai ritengono di aver trovato un mezzo per raggiungere la meta; mezzo provvisorio e preludio a conquiste maggiori. Gli industriali sono scettici intorno alla possibilità di toccare, con quel mezzo, la meta. Ma poiché debbono concordare nel fine, giova che essi tentino l’esperimento con lealtà e con spirito di sacrificio. Se la stessa lealtà ci sarà anche dall’altra parte, l’industria metallurgica si sarà resa benemerita del paese. In materia economica i fatti, i duri fatti soltanto, non le lezioni della scienza, hanno la virtù di persuadere gli uomini.



[1] Con il titolo Il significato del controllo operaio [ndr].

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