L’esposizione di De Stefani. Tradizionalismo classico liberale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/06/1925

L’esposizione di De Stefani. Tradizionalismo classico liberale

«Corriere della Sera», 4 giugno 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 306-310

 

 

 

«La mia finanza coincide non soltanto con le tradizioni classiche della finanza italiana, ma anche, nelle sue linee essenziali, con le tradizioni della finanza inglese e della repubblica nord americana». Queste parole dell’on. De Stefani possono dirsi il succo del discorso da lui pronunciato alla camera. Proseguendo, egli ripeté e fece suo un monito recente del cancelliere dello scacchiere: «Noi vediamo dappertutto le tristi conseguenze dell’abbandono di quei sani principii che ci consigliano di liberarci dei nostri debiti, di pareggiare il nostro bilancio, di favorire lo svolgimento industriale del paese e la collaborazione di ogni ordine di cittadini e di non sacrificare con le spese pubbliche la creazione della ricchezza privata. Non c’è altra via per la prosperità d’un paese».

 

 

Verità antiche, che bisogna ripetere sempre. La pubblica finanza non si presta a esperimenti di novità ed a ritorni a pratiche vecchie condannate dall’esperienza. Non c’è nulla da inventare in materia di tributi, di spese, di debiti, di circolazione, di cambi. Tutto l’immaginabile fu detto, sperimentato, classificato in utile o dannoso, in efficace o visionario. De Stefani attraversò, tra il febbraio ed il marzo, un momento di inspiegabile deviazione dal tradizionalismo classico, quando immaginò di poter dominare la lira riordinando napoleonicamente le borse ed affidandone il monopolio ad alcuni pochi fidati agenti di cambio. L’affanno della materia fluida gli aveva fatto volgere gli occhi a Parigi, dove la compagnia privilegiata degli agenti di cambio non riusciva tuttavia a frenare la discesa del franco e gli aveva fatto dimenticare Londra, dove la sterlina riconquistava la pari, nonostante che la borsa sia governata da una associazione privata, su cui il governo non ha alcuna presa legale e di essa facciano parte 3.858 agenti di cambio e in essa abbiano diritto di negoziare 5.600 persone, tra agenti di cambio e procuratori.

 

 

Oramai tutto ciò è ricordo storico; e nel discorso odierno non se ne fa neppure cenno. Il ministro si richiama unicamente alla tradizione, all’esperienza storica, agli insegnamenti concordi della dottrina e della pratica; e si professa lieto di aver attuato quelle riforme tributarie che i liberali avevano concepito, senza tradurle in realtà. E poiché sono tradizionalista anch’io e ripeto sempre le stesse verità, che sono scritte sui libri solo perché l’esperienza di errori senza numero ne ha dimostrato il fondamento incrollabile, non avrei altro da fare se non rallegrarmi nel vedere che la tradizione creata dalla pratica del secolo diciannovesimo abbia nel ministro delle finanze un così convinto seguace. Ed anche devo rallegrarmi che egli, contro le solite richieste di spese e di allentamenti di freni, che gli vengono dai suoi amici, cerchi la viva forza di resistenza nel pubblico appello ai principii di difesa dello stato e dell’interesse collettivo nazionale. Questo è riconoscimento, in atto, della necessità d’un parlamento, d’un organo di pubblica discussione, unica salvaguardia contro il dominio degli interessi particolaristici.

 

 

Tuttavia, poiché la tradizione si rafforza colla ripetizione continua, giova insistere su taluni punti del discorso.

 

 

Instabilità delle finanze locali e resistenza all’aumento delle spese e delle imposte dei comuni e delle province. Se il pareggio è una conquista definitiva per lo stato, che cosa accade dei comuni e delle province? Sono fondate le querele dell’on. Balbo, il quale descrive le finanze locali come se urgessero provvedimenti liberalissimi per salvarle? Il ministro ha risposto con una cifra: il disavanzo in lire oro di tremila comuni, di cui le cifre sono note, si ridusse dal 25,22% lire di entrata nel 1912 al 6,52% nel 1924. In realtà poco si sa sulle finanze locali; ed è difficile preordinare piani prima che una rilevazione continua e precisa dei bilanci comunali e provinciali, che il ministro ha assicurato di voler fare, consenta di localizzare la sede del male. A un rimedio egli ha accennato: una diversa ripartizione delle entrate tributarie immobiliari». Se l’accenno vuole riferirsi al vecchio proposito di attribuire, disinteressandone lo stato, le imposte sui terreni e sui fabbricati ai comuni e alle province, bisogna soggiungere che quel concetto non ha, contrariamente a quanto si ritiene da molti, largo suffragio di esperienza in nessun paese del mondo. Lo stato non può disinteressarsi dell’assetto dei due tributi fondiarii, perché dovrà sempre conoscere il reddito dei terreni e dei fabbricati ai fini della complementare.

 

 

Si tratterà, tutt’al più, di scemare le aliquote statali al di sotto dell’odierno 10 per cento del reddito, per crescere di altrettanto la capacità di sovrimporre degli enti locali? È il rimedio adatto al fine, data la disparità grandissima fra comune e comune? Giova far apparire zoppicanti i due sistemi, quello statale, fondato principalmente sulla tassazione dei redditi mobiliari e quello locale, poggiato sulla tassazione immobiliare? Poiché, fatalmente, amministratori, critici, contribuenti guardano a volta a volta all’uno o all’altro bilancio, amendue sembreranno sperequati. La riforma potrebbe essere pensata solo il giorno in cui lo stato potesse contentarsi della tassazione personale o globale, a tipo di complementare; abbandonando tutte e tre le imposte reali, terreni, fabbricati e ricchezza mobile sia pure trasformata, e non solo le prime due, agli enti locali. Ma siamo ben lungi dal poter fare ciò prima di un buon numero di anni; e per ora converrà contentarci di qualche modestissimo avviamento.

 

 

Ammontare della circolazione. Il ministro ha dato l’annuncio che la circolazione totale, bancaria e di stato, dopo essere salita da 18.744 milioni al 30 maggio 1924 a 20.514 milioni al 31 dicembre 1924, è scesa il 20 maggio 1925 a 19.441 milioni di lire. A me non ha fatto molta impressione l’aumento in confronto all’anno scorso; bensì la insistenza del ministro nel dichiarare che la politica del tesoro consiste nel ridurre la circolazione bancaria per conto dello stato e quella per conto della sezione autonoma del consorzio per sovvenzioni su valori industriali. Il secondo è certo un ottimo proposito; e quanto più presto scompariranno i biglietti emessi per il consorzio tanto meglio sarà. Finché ce ne sarà uno in vita, sarà un ricordo spiacevole di avvenimenti bancari non belli e di interventi statali deprecandi. Il resto della circolazione dipende da due fattori: biglietti emessi per conto dello stato e biglietti emessi per conto del commercio. Al 30 aprile, data dell’ultimo bollettino del tesoro, i primi erano 7.073 milioni contro 7.532 alla corrispondente data dell’anno scorso; i secondi 6.918 contro 5.282. Lo stato rimborsa i biglietti ricevuti a prestito nel tempo di guerra e il commercio avidamente li riassorbe a usura. Ma è davvero il commercio l’unico responsabile dell’incremento della circolazione che si dice del commercio? Fra gli sconti del commercio o tra le anticipazioni sui valori, non sono nascosti biglietti emessi per scontare buoni del tesoro o fare anticipazioni su titoli di stato, che il mercato non può più tenere in portafoglio, perché sono cresciute le richieste ad alto saggio di interesse del commercio alle banche ordinarie? L’aumento del tasso di frutto dei buoni ordinari del tesoro dal 4,50 al 5% potrebbe essere l’indice della necessità di rendere quei buoni più interessanti di quanto oggi non siano per le banche e per il pubblico.

 

 

Buoni del tesoro ordinari e biglietti sono, entro certi limiti, permutabili l’uno nell’altro; e per conoscere lo stato reale della nostra circolazione, sarebbe bene distinguere, nelle situazioni degli istituti di emissione, gli sconti di buoni dagli altri sconti di carta commerciale.

 

 

Tutto ciò che si può dire per ora è che sembra essere proposito del tesoro di affezionare di più il pubblico ai buoni, col rialzo del tasso di frutto dal 4,50 al 5% e di scoraggiarlo dalle operazioni commerciali, dalle nuove iniziative e dal riportare i buoni stessi allo sconto, col rialzo del saggio ufficiale dello sconto dal 6 al 6,50 per cento. Altra volta dissi che sarebbe stato necessario non allarmarsi nel caso in cui si fosse seguita la politica degli alti saggi di sconto, di un ribasso nel prezzo dei consolidati. Sono due fatti collegati tra di loro, e, se si ritiene utile l’uno, anche bisogna rassegnarsi all’altro.

 

 

Difesa della lira. Il ministro ha annunziato una apertura di credito bancario da parte della casa Morgan di 50 milioni di dollari, non «in vista di una definitiva sistemazione monetaria, che sarebbe d’altronde immatura», ma «per esercitare, occorrendo, un’azione moderatrice sulle oscillazioni del cambio della lira». Tutto ciò è detto sobriamente ed è alieno dal tono misterioso di certe dichiarazioni precedenti di cui il pubblico non è riuscito a formarsi un’idea precisa. Adesso sappiamo ciò che il tesoro vuole: impedire le oscillazioni della lira; e sappiamo altresì ciò che il tesoro non vuole: procedere a una definitiva riforma monetaria, sia nel senso della devalutazione, o della rivalutazione, o della stabilizzazione al cambio attuale. Avendo manifestato anch’io su queste colonne, la precisa opinione che oggi sia prematuro fissarsi su un programma definito sin d’ora nelle linee particolari, non posso che consentire nelle nuove e chiare dichiarazioni del ministro. Entro questi limiti la massa di manovra dei 50 milioni di dollari sarà vantaggiosa. Se ci proponessimo lo scopo di fare andare su la lira, probabilmente ci romperemmo il collo. Limitata a una funzione moderatrice delle oscillazioni del cambio della lira, quella massa di manovra riuscirà vantaggiosa al paese e potrebbe persino non costare nulla al tesoro.

 

 

Il ministro non ha detto le ragioni per cui ritiene oggi immatura la sistemazione definitiva della lira. Ha accennato solo alla mancanza delle «necessarie condizioni interne ed internazionali». Fra queste ultime ve n’è una, di cui il ministro non ha fatto cenno sebbene fosse sulle labbra di ogni ascoltatore: la questione dei debiti interalleati. Finché questo problema non sia risoluto definitivamente, e la soluzione non stia entro i limiti delle possibilità concrete, effettive dell’Italia, è inutile proporsi programmi a lunga portata sulla lira. Giova sperare che a questa convinzione, ormai radicata nel nostro paese, risponda un atteggiamento energico del tesoro italiano nel discutere dei debiti interalleati con le due tesorerie creditrici.

 

 

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