L’estensione del prestito al Nord

Tratto da:

L’Opinione

Data di pubblicazione: 05/07/1945

L’estensione del prestito al Nord

«L’Opinione», 5 luglio 1945

«La Libertà», 8 luglio 1945

 

 

 

In Consiglio dei Ministri presieduto da Ferruccio Pari nella sua prima tornata ha approvato la proposta approvata dal ministro del tesoro Soleri di estendere alle provincie del nord la emissione del prestito in buoni del tesoro 5 per cento, chiusa il 19 maggio nelle provincie centro-meridionali. In queste, il prestito gittò 32 miliardi. Nelle provincie settentrionali, le quali posseggono forse il 60 per cento della ricchezza nazionale, il gettito dovrebbe essere corrispondentemente più elevato.

 

 

Le caratteristiche del prestito sono le stesse: reddito cinque per cento, durata cinque anni, premi di 5 milioni di lire (un premio di 2 milioni, 2 da un milione l’uno, ed altri minori) estratti a sorte per ogni serie di un miliardo, e diritto di offrire il titolo in pagamento dei beni di primo aiuto, dell’imposta straordinaria patrimoniale, ecc. Unica differenza: il prezzo, che nell’Italia centro-meridionale era stato fissato in marzo, prima che si pensasse alla fulminea cacciata dei tedeschi, in 97,50 lire; adesso, a liberazione avvenuta, è stabilito in 99 lire. Il rendimento netto del buono, tenuto conto del valore della speranza del premio, e del rimborso entro 5 anni in 100 lire contro le 99 versate si aggira sul 5,30 per cento senza il premio e sul 5,80 per cento tenuto conto del premio.

 

 

Il prestito odierno è uno degli anelli della catena la quale dovrà essere costrutta per raggiungere la meta della ricostruzione monetaria finanziaria ed economica del paese. La meta non può essere toccata a breve scadenza. non si pone riparo né in un giorno né in un mese ai mali creati da una ventennale malversazione delle forze produttive del paese e da una guerra non voluta e disgraziata.

 

 

La crisi finanziaria dello Stato è definita dal fatto che lo Stato spende 200 o 250 ed incassa 50. Disavanzo e disavanzo grosso di queste dimensioni vuol dire indebitamento e può voler dire, se non si riesca a far debiti a sufficienza, dar mano al torchio dei biglietti.

 

 

Epperciò, il piano a lunga scadenza è chiaro, univoco. Fa d’uopo:

 

 

  • aumentare il rendimento delle imposte ordinarie; riabituare i cittadini a pagare le imposte. Là dove queste in tutto il territorio nazionale gittano 50 miliardi all’anno, bisogna farle arrivare a 100 miliardi. La impresa non ha nulla di assurdo. I soli tabacchi dai 10 miliardi attuali debbono passare a 40 miliardi e forse più. non occorre perciò aumentare i prezzi. Basta reprimere il contrabbando e aumentare la produzione del monopolio, uno dei pochi monopoli, che un tempo funzionassero bene. Con le imposte ordinarie, tuttavia, si provvederà a coprire le spese ordinarie, non quelle straordinarie;

 

  • esigere le imposte straordinarie stabilite sui profittatori del regime e della guerra. Questo è un discorso lungo e complicato. Ho l’impressione che, volendosi riscuotere miliardi, stiamo percorrendo una via sbagliata. Con giudizi, brevi o prolungati, con sequestri, sequestratari, controllori, commissari e gestori si sopportano spese e perdite, non si incassano denari. In ogni modo, da questa fonte, se si useranno altri metodi, si potranno ottenere proventi nel 1946, non nel 1945. Oggi, occorre provvedere alle spese d’oggi, che sono quelle dei mesi da luglio a dicembre 1945;

 

  • istituire ed incassare una imposta straordinaria sul patrimonio. Gli italiani, che posseggono qualcosa, poco o molto, sono rassegnati al sacrificio. Se l’imposta sarà distribuita con tollerabile giustizia, gli italiani la pagheranno, se non con entusiasmo, con buona volontà. Un’imposta straordinaria patrimoniale non è, tuttavia, qualcosa che si possa improvvisare. Occorrono stime, accertamenti, ricorsi, decisioni. Anche si supponga la velocità massima immaginabile nel paese tecnicamente meglio addestrato, le prime rate potranno essere riscosse nel 1946; non certo nell’anno corrente;

 

  • emettere un grande prestito della ricostruzione, il quale dia i mezzi per le opere pubbliche (ponti, strade, ferrovie, bonifiche, porti, case, ecc.) le quali dovranno essere riparate o rifatte affinché l’apparato produttivo italiano possa funzionare. Ma il grande prestito richiede un clima di stabilità internazionale ed interna, di accordi monetari e finanziari, che speriamo possa esistere fra qualche tempo; ma di cui per ora si hanno solo le premesse.

 

 

Sul problema a lunga scadenza si innesta perciò un problema che si può chiamare breve.

 

 

Mentre si ordina la finanza ordinaria; mentre si approntano alacremente gli studi per l’imposta straordinaria, mentre si pongono le premesse per il grande prestito della ricostruzione, occorre frattanto provvedere alle spese correnti; importa evitare che, mentre si pensa e si provvede all’avvenire, il presente ci sfugga sotto i piedi. Occorrono mezzi di tesoreria. Il gettito delle imposte correnti, dei buoni ordinari del tesoro, dei buoni fruttiferi postali e di tutte le altre specie di depositi in tesoreria non bastano a coprire le spese correnti, le quali sono in massima parte straordinarie ed urgenti. non si può tardare a provvedere ai reduci dalla prigionia, alle promesse fatte ai partigiani, alle casse di disoccupazione od integrazione salari, alle riparazioni, anche provvisorie, a strade, a ponti, ecc. ecc.

 

 

Qui il dilemma è chiaro: od il prestito in buoni del tesoro ha successo e gitta parecchie decine di miliardi o bisogna ricominciare in agosto a far girare il torchio dei biglietti. Tutti sanno che cosa vuol dire questo secondo corno del dilemma: più biglietti ci sono in giro, più i prezzi crescono. Rincara la vita, e crescono i salari; aumentano i costi di produzione e di nuovo rincara la vita; e nuovamente si chiedono aumenti di salari. E così all’infinito; la spirale avvolgendosi su se stessa conduce la lira verso l’abisso e crea il disordine. A che vale provvedere all’avvenire, se frattanto il presente muta tutte le premesse dell’azione futura?

 

 

Perciò i risparmiatori del Nord hanno oggi una grave responsabilità. Quelli del Sud hanno già risposto all’appello. I risparmiatori settentrionali faranno altrettanto. Dando allo Stato a prestito i loro biglietti vecchi, faranno sì che il Tesoro non sia costretto a chiedere biglietti nuovi alla Banca d’Italia. Rompere il torchio dei biglietti deve ritornare ad essere la nostra parola d’ordine!

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