L’estrema sinistra ed il programma finanziario

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 20/05/1901

L’estrema sinistra ed il programma finanziario

«La Stampa», 20 maggio 1901

 

 

 

La Critica Sociale pubblica intorno ai provvedimenti finanziari del Ministero due articoli, i quali sono un sintomo notevole dell’opinione che nell’Estrema Sinistra si ha dei progetti Wollemberg. Il primo articolo è scritto da Un Economista con intonazione favorevole ai progetti.

 

 

Secondo lo scrittore, i progetti anteriori avevano il torto fondamentale di inspirarsi unicamente ad una politica di sgravio, secondo cui, fermo restando, perché inaumentabile, il carico tributario sulle classi ricche, restando immutato il sistema delle imposte centrali e locali, le classi povere godrebbero, sotto forma di minor tassazione, degli avanzi di bilancio.

 

 

L’articolista è contrario a codesto sistema. Troppe sono le spese necessarie a cui si deve provvedere, perché gli avanzi non ne restino assorbiti. Gli sgravi si devono bensì fare, ma non cogli avanzi di bilancio, bensì con una vera riforma tributaria, ossia con un passaggio del carico delle classi povere alle classi più ricche, e con un miglioramento nei congegni e nella distribuzione delle imposte, per cui l’economia nazionale sopporti meno danno e nessuna classe sfugga alla quota di tributo che le spetta.

 

 

I progetti Wollemborg meritano lode perché hanno una impronta, uno spirito conforme a codesto indirizzo. Abolendo il dazio consumo in alcune classi di Comuni, colpendo la ricchezza mobiliare e graduando progressivamente l’imposta sulle successioni, i progetti ministeriali costituiscono qualcosa di più di uno sgravio e tendono a sostituire le tassazioni più ingiuste, più costose e più dannose all’economia nazionale, con un razionale sviluppo delle imposte dirette sulla ricchezza.

 

 

Accanto all’Economia che li pregia perché hanno un’imposta ed uno spirito democratico, vi è però un altro scrittore, Federico Maironi, che subito dopo critica i progetti Wollemberg e li trova tutt’al più degni di «un benigno compatimento».

 

 

Egli trova che l’abolizione del dazio sulle farine farà discendere il prezzo del pane di appena due centesimi al chilo, ben poca cosa di fronte allo sconquasso di cui sarà cagione nelle finanze municipali. Il Maironi preferisce conservare il dazio, ma avere, ad esempio, la refezione scolastica a cui, senza i proventi del dazio, si dovrebbe rinunciare in quei Comuni che l’hanno già attuate. Egli crede ancora che la trasformazione dei Comuni chiusi in Comuni aperti gioverà solo alle classi abbienti ed agli speculatori, che l’abolizione del dazio sulle farine sarà di vantaggio unicamente ai fornai, e ritiene finalmente che il progetto imponga nuove gabelle ed aggravi le antiche laddove la vita è più difficile e più meschine sono le risorse.

 

 

Il Maironi vorrebbe che i lavoratori, grati al Ministero Zanardelli della libertà loro garantita nella lotta economica, lo «esonerassero dal grattacapo di andare impasticciando leggi sociali che, nella migliore delle ipotesi, non possono che lasciare il tempo trovato». Come si vede, i due scrittori non sono per nulla d’accordo, ed è forse questo un indizio delle divergenze d’opinione che esistono altresì nella Estrema Sinistra parlamentare rispetto i provvedimenti finanziari.

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