Tratto da:

Lettere politiche di Junius

Corriere della Sera

Lettera dodicesima.
Fiume, la società delle nazioni ed il dogma della sovranità
«Corriere della Sera», 6 maggio 1919
Lettere politiche di Junius, G. Laterza, Bari 1920, pp. 157-167

 

 

 

 

Signor Direttore,

 

 

Obbedisco oggi ad un sentimento crudele di vanità pregandola di lasciarmi scrivere nel suo giornale della disillusione, la quale rende triste l’animo di quanti sperarono che l’ideale della società delle nazioni bandito dal presidente americano potesse riuscire giovevole all’attuazione degl’ideali nazionali italiani? Non mi pare. Poiché quella disillusione nasce da ciò che essi non meditarono abbastanza sulle due diverse maniere in cui l’ideale della società delle nazioni può essere concepito e che già ebbi a contrapporre in precedenti lettere coi nomi di «lega» e «federazione», di cui la prima è priva di contenuto e solo la seconda è feconda. La lega o società delle nazioni è un ideale dottrinario, scritto nei progetti di pace perpetua di Emanuele Kant e dell’abate di Saint Pierre ed oggi rinnovato dal Wilson; ma repugnante alla ragione storica per cui gli stati si formano, crescono e decadono. Lo studioso nel silenzio della sua camera disegna i confini degli stati associati, li provvede di monti, di fiumi, di porti e poi sentenzia che quello stato, essendo ragionevolmente dotato dei beni che agli uomini è dato godere in terra, può entrare, pari tra pari, nella famiglia delle nazioni e mandare suoi messi al grande areopago di Ginevra, al quale sarà affidato il carico perpetuo di risolvere le controversie che tra i singoli stati insorgessero e di guidare l’umanità intera al conseguimento di una gloriosa meta comune verso ideali sempre più alti di perfezione.

 

 

Ma, per varie ragioni, Francia ed Italia non apprezzano la guarentigia offerta contro future possibili aggressioni germaniche o slave da una lega priva di esercito e sprovvista di mezzi pecuniari atti a far osservare i suoi verdetti contro i soci recalcitranti; né si contentano, esse che vivono vicine ai nemici di ieri, di smantellamento di fortezze e di zone neutralizzate al di là dei confini. Contro Wilson, il quale proclama nel suo manifesto agli italiani la virtù pacificatrice della futura lega delle nazioni, gli italiani ben possono richiamarsi alle parole scritte da Alessandro Hamilton nel quindicesimo saggio di quel Federalist, che fu senza dubbio il testo classico adoperato, ad imitazione di quanto si opera da un secolo negli atenei d’oltre Atlantico, dal professore Wilson nello spiegare, con le parole medesime dei suoi creatori, agli studenti dell’università di Princeton, il significato e le ragioni profonde della costituzione americana:

 

 

«Nulla vi è di assurdo o di impraticabile nell’idea di una lega o di un’alleanza fra nazioni indipendenti per certi scopi definiti precisamente indicati in un trattato, il quale regoli tutti i particolari di tempo luogo circostanza e quantità; nulla lasciando all’arbitrio avvenire e dipendendo per la sua esecuzione della buona fede delle parti contraenti. Accordi di questa specie esistono fra tutte le nazioni civili, soggetti alle consuete vicissitudini di pace e di guerra, di osservanza o di inosservanza, a seconda che è dettato dagli interessi e dalle passioni delle potenze contraenti. Nella prima parte del secolo presente (il XVIII, ché l’Hamilton scriveva nel 1787) si notò un entusiasmo epidemico in Europa per questa specie di accordi, da cui i politici del tempo appassionatamente si ripromettevano vantaggi che non furono mai realizzati.

 

 

Allo scopo di stabilire l’equilibrio delle potenze e la pace europea furono impiegati tutti gli avvedimenti delle negoziazioni e si formarono triplici e quadruplici alleanze; ma esse non erano ancora formate che già erano rotte, dando all’umanità una istruttiva e nel tempo stesso melanconica lezione intorno alla scarsa fiducia, la quale può essere riposta nei trattati, i quali non abbiano altra sanzione che il vincolo della buona fede ed i quali contrappongano soltanto considerazioni di pace e di giustizia all’impulso degli interessi e delle passioni subitanee».

 

 

Queste ed altre parole furono la causa che alla società delle 13 nazioni ribellatesi al dominio inglese si sostituisse la confederazione degli Stati Uniti, giunta oggi a tanta gloria e potenza. Un governo e non una lega, proclamò Hamilton, è necessario per salvare le 13 colonie dalla rovina e dal ritorno alla servitù. Non una lega, che partorisce discordia e malvolere, che avvicenda amicizie ed inimicizie, gelosie e rivalità mutue; ma un governo, dotato di forza, di magistrati e di mezzi, che emani leggi valide per tutti i suoi cittadini.

 

 

Senonché un unico governo federale era possibile nel 1787 per le 13 antiche colonie, unite dai vincoli della lingua, della religione, della nazionalità, della comune lotta contro la recente dominatrice. Esso era allora un prodotto storico necessario ed utile. Perciò sorsero e crebbero gli Stati Uniti. Siamo oggi noi pronti a creare gli Stati Uniti del mondo; ché questo sarebbe l’unico ideale concreto, serio, capace di sostituirsi al vecchio ideale degli stati indipendenti e sovrani quali abbiamo conosciuto finora? Forse nessuno vivente è disposto a dare una risposta affermativa alla domanda, tanto varie e profonde essendo le ragioni che allontanano tuttora le nazioni le une dalle altre e che solo il tempo potrà lentamente obliterare. Nessuno però è disposto a negare che si debba oggi fare un passo decisivo verso un principio di attuazione di quell’ideale. La guerra sarebbe stata combattuta invano; milioni di uomini avrebbero indarno versato il loro sangue se un mondo più bello non dovesse sorgere dalle rovine del passato. Ma perciò fa d’uopo, attraverso Wilson, ritornare ad Hamilton; attraverso la nebulosa indistinta della società delle nazioni, andare dritti alla meta finale che è la creazione di organi di governo supernazionali.

 

 

Qui, sia detto con sopportazione di coloro i quali vogliono far apparire l’Italia come reproba conculcatrice degli ideali di giustizia per cui il mondo fu tratto a resistere alle voglie germaniche di dominio mondiale, l’Italia addita, nella questione di Fiume, le vie dell’avvenire.

 

 

Dice il presidente dell’umanità, dice l’architetto degli stati i quali dovranno comporre la società delle nazioni: «Fiume è lo sbocco dell’entroterra jugoslavo, del vasto territorio croato, ungaro, romeno, czeco che le sta alle spalle. Non può essere avulsa dal continente che le dà vita e di cui è parte costitutiva e necessaria. Perciò si dia la sovranità politica ed economica di Fiume al nuovo stato che le gravita alle spalle, dando nel tempo stesso guarentigie salde ai cittadini italiani per la difesa della loro nazionalità».

 

 

Risponde l’Italia anzitutto che è illogico, anche dal punto di vista economico, dare la sovranità politica di un porto precisamente a quello stato il quale meno se ne giova e potrebbe disporre di altri porti per i suoi traffici marittimi e non all’Ungheria od alla Boemia od all’Austria tedesca od alla Romania che in ordine discendente ne traggono maggior beneficio.

 

 

Ma sovratutto dice: «L’attribuzione della sovranità politica di Fiume allo stato territoriale retrostante è un residuo della vecchia mentalità della sovranità assoluta e compiuta che partorì la guerra presente e che voi avevate in animo di distruggere, quando interveniste dalla parte nostra contro le mire germaniche di dominazione. Non fu forse la Germania mossa dall’idea che uno stato non può dirsi davvero libero e sovrano se non quando disponga politicamente dei porti che sono necessari ai suoi traffici (Anversa), degli stretti attraverso a cui la sua flotta deve passare (Calais sulla Manica), delle miniere di carbone e di petrolio e di ferro indispensabili alla sua industria (trattati imposti all’Ucraina ed alla Romania e vagheggiati rispetto alla Francia per il bacino di Briey) quando si decise a tentare il gioco rischioso della guerra? Soffocavano i tedeschi entro i loro confini e si dicevano privi di porti, di fiumi, di miniere, di materie prime, di mari.

 

 

E noi insorgemmo contro siffatta infernale maniera di pazzia ragionante, di delirio di grandezza che minacciava al mondo l’impero mondiale, perché uno stato potesse considerare se stesso perfetto ed indipendente. Oggi si vorrebbe riconsacrare il dogma della sovranità assoluta, che di tanto male fu padre, riconoscendo ad uno stato straniero la sovranità politica di una città incontestabilmente italiana e che vuol essere italiana, solo perché essa è il porto di un entroterra vasto e profondo? Non è questo un atto di omaggio al dogma che ci parve incomportabile su labbra germaniche?».

 

 

A Wilson che parla, su questo punto, tedescamente, noi opponiamo il principio insopprimibile della nazionalità, che impone sia data la sovranità politica di Fiume alla madre Italia; a Wilson, il quale teme la soffocazione economica dell’entro-terra privo del suo più grande porto sul mare, l’Italia risponde che essa è disposta a creare a Fiume un organo di governo internazionale, vero antesignano dei futuri Stati Uniti del mondo. Contro Wilson ci appelliamo alla fonte di tutta la dottrina politica nord -americana, ad Hamilton, e diciamo: nessuna lega, nessuna società di nazioni potrà mai sanare nel cuore degl’italiani la ferita lacerante aperta nel corpo della patria dal distacco di una sua città; nessuna società di nazioni potrà mai impedire il paziente, lento lavorio di snazionalizzazione che lo stato sovrano straniero opererà in seno alla nostra figlia dilettissima, potrà impedire guerre future per la difesa della città nostra invocante aiuto. Epperciò, noi, che siamo i tutori delle venture generazioni, e non vogliamo preparare ad esse un’eredità di sangue, ci opponiamo ora che, sotto l’egida di una teorizzata società delle nazioni, una città italiana cada sotto il giogo politico straniero. Vogliamo che essa sia spiritualmente serbata a noi; vogliamo conservati quei beni imponderabili preziosissimi che si chiamano lingua, tradizioni, appartenenza politica, bandiera. Ma non chiudiamo gli occhi dinanzi alle esigenze economiche degli stati dell’entro-terra; e non vogliamo erigere a dogma il principio di sovranità. Paghi della sovranità politica e spirituale, siamo pronti a discutere la creazione di zone franche nel porto di Fiume per tutte le nazioni dell’entro-terra; siamo pronti ad affidare ad un corpo misto internazionale, in cui siano rappresentate, insieme a noi, tutte le nazioni interessate, la gestione delle strade ferrate di accesso delle zone franche del porto, sicché ogni nazione abbia la più ampia sicurezza di libero sbocco al mare e di uguaglianza di trattamento. Così operando, noi italiani crediamo di porci sulla via maestra che col tempo condurrà agli Stati Uniti del mondo.

 

 

É lecito essere scettici intorno ai resultati di una società di nazioni libere sovrane uguali, le quali mantengono fede in perpetuo alle promesse di pace e di giustizia fatte all’uscire da una guerra sanguinosissima. Non abbiamo diritto invece di manifestare dubbi intorno al successo di governi internazionali di ferrovie, porti, canali, stretti. Vive oramai da sessant’anni un governo inter-statale del Danubio, a cui partecipa anche l’Italia, il quale ha compiuto opere egregie, con vantaggio grandissimo degli interessati. Vivono e danno frutti le unioni interstatali delle poste, dei marchi e brevetti, della tutela della proprietà letteraria. Gli europei non son disposti a rinunciare agli ideali nazionali sull’altare della società delle nazioni; ma sanno calcolare i vantaggi di un governo sopranazionale dei beni materiali, dei meri strumenti della vita economica.

 

 

Perciò l’Italia non ripugna affatto a garantire a tutti i popoli dell’entroterra, ai jugoslavi ed agli altri il libero uso del porto di Fiume, mercé un’amministrazione interstatale delle ferrovie correnti dalla Boemia, dall’Austria, dall’Ungheria sino alle banchine del porto.

 

 

Perché domani l’esempio insigne non potrebbe essere imitato per il canale di Suez, per quello di Panama e per quello ancora di Kiel? Poiché il medesimo sistema non potrebbe essere applicato al Bosforo ed ai Dardanelli, assicurando così al mare alla Romania, alla Russia, all’Armenia, all’Anatolia? Solo così può crearsi a poco a poco l’organismo che irretirà i popoli del mondo con vincoli infrangibili e spogliandoli via via di una parte della loro sovranità li abituerà all’idea di un potere sovrano superiore a tutti, al quale un giorno forse daremo il nome di Stati Uniti del mondo. Ma quel giorno non verrà se oggi, in nome del dogma della sovranità assoluta, noi ci rassegniamo a vedere conculcati gruppi nazionali isolati bensì, ma vivacissimi, ma antichi, ma nobilitati da una storia nazionale e da tradizioni tenaci di autonomia al solo scopo di dare pienezza di vita economica allo stato straniero che da ogni parte circonda la città decisa a vivere all’ombra della bandiera d’Italia.

 

 

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