Lettera ottava. La dea «Potenza» e la dea «Giustizia» (a proposito della prammatica sanzione medioeuropea)

Tratto da:

Lettere politiche di Junius

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/07/1918

Lettera ottava.
La dea «Potenza» e la dea «Giustizia» (a proposito della prammatica sanzione medioeuropea)
«Corriere della Sera», 10 luglio 1918
Lettere politiche di Junius, G. Laterza, Bari 1920, pp. 95-109
Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 948-956

 

 

 

 

Signor direttore,

 

 

Non mi era, a suo tempo, sembrato che i titoli i quali riassumevano i commenti dei giornali all’accordo conchiuso il 12 maggio al gran quartiere generale tedesco fra Germania ed Austria rispondessero alla grandezza dell’ora ed al trionfo della causa per cui noi combattiamo. «L’Austria vassalla», la «dedizione dell’Austria alla Germania», la «abdicazione degli Absburgo alla sovranità», la «bavierizzazione dell’Austria»: così suonavano quei titoli; ed ancor oggi che la sconfitta dell’Austria sul Piave la rende sempre più vassalla della Germania, quelle parole mi paiono dare un suono falso. Anche Navarra e Borgogna si diedero a Francia; anche la Lombardia e i Ducati e Toscana e le Due Sicilie furono accusate d’essersi piemontesizzate; anche la Scozia rinunciò, unendosi all’Inghilterra, alla sua indipendenza; e gli stati sudisti furono «costretti» a rientrare nell’unione nordamericana, così come l’Austria oggi dovrebbe rientrare a capo chino nella confederazione germanica, di cui non molti decenni or sono pensava essere padrona. Eppure Francia, Italia, Gran Bretagna e Stati uniti diventarono e rimangono salde compagini nazionali, cementate indissolubilmente dalla volontà dei popoli che le compongono.

 

 

Poco importerebbe la ragione per cui l’Austria è costretta a rinunciare alla sua sovranità, se il fine della unione potesse essere raggiunto; se davvero la bavierizzazione dell’Austria potesse diventare un fatto compiuto. In verità le potenze centrali hanno tentato di risolvere il 12 maggio il vero, il grande problema posto dalla guerra presente: sostituire alla imprecisione, alla scioltezza dei rapporti internazionali, alla anarchia dei molti stati indipendenti, la quale conduceva a guerre frequenti ed a condizioni di vita ristrette e meschine, una maggiore coordinazione, una più salda unità politica, per cui gli stati cooperino tra di loro, agiscano in comune e si promuova un fervore di vita spirituale e materiale assai più grande di prima. La guerra d’oggi è uno sforzo verso l’unità del mondo, verso la creazione di una società delle nazioni. Ed ecco che, mentre noi si è ancora nello stadio delle aspirazioni verbali, Germania ed Austria-Ungheria si accingono alla creazione del super-stato dell’Europa centrale. Il problema è gigantesco; ma se noi li lasceremo fare, se non sapremo opporre idea ad idea, se non sapremo iniziare l’attuazione di organismi politici più saldi e perfetti, i nostri nemici, spinti dalla mala sorte di uno di essi, sempre più tenteranno di venire a capo dell’impresa gigantesca bensì, ma non insolubile. Per vincere il nuovo super-stato non basta la forza delle armi, fa d’uopo altresì la forza di una idea più alta, più perfetta di quella dei nostri avversari.

 

 

Le vicende della guerra presente provano invero quanto sia falsa la contradizione che i «politici realistici» hanno preteso di ritrovare tra i principii della forza e quelli della giustizia. Ancor recentemente Benedetto Croce in una sua prefazione alla terza edizione dei suoi saggi sul materialismo storico e sull’economia marxistica si è divertito a dileggiare «le insipidezze giusnaturalistiche, antistoriche e democratiche, i cosidetti ideali dell’89, i sermoni moralistici, e le ideologie e ciarle illuministiche» ed ha confermato la sua gratitudine a Carlo Marx «per aver conferito a renderci insensibili alle alcinesche seduzioni della Dea Giustizia e della Dea Umanità, e per avere fermamente asserito il principio della forza della lotta e della potenza». Ed io sono con lui, e con Treitschke, poiché amendue vogliono che la forza e la potenza, di cui dobbiamo essere armati, siano forza e potenza mentale culturale etica ed economica. Sono con lui perché son convinto che se fossimo stati imbelli e non avessimo voluto brandire le armi di ferro e di fuoco e non avessimo voluto sacrificare le nostre vite, avremmo meritato di diventare servi. Perché oggi rimaniamo muti di ammirazione dinanzi allo spettacolo della Francia che indomita respinge l’avversario potentissimo? Sì, noi ammiriamo i grandi capi ed i meravigliosi soldati del suo esercito. Ma fummo altresì colpiti dalla rivelazione di una Francia ritenuta decrepita corrotta affetta da incurabile tabe parlamentaristica, la quale invece grida al mondo: meglio morire, meglio scomparire dal novero delle nazioni libere colle armi in pugno immolando fin l’ultimo uomo che diventare una grassa provincia di un impero mondiale. È questa rivelazione di una Francia fiera, risoluta a morire lottando, risoluta a vivere, dopo la vittoria, in povertà, che ci rende superbi. Sono le undici battaglie dell’Isonzo e la resistenza sul Grappa e la vittoria sul Piave che ci confortano e ci fanno persuasi che anche noi sappiamo difendere con le armi in pugno i nostri ideali di vita. È l’esercito di quattro milioni di volontari inglesi, è la risposta entusiastica e libera dei canadesi, dei sudafricani, degli australiani, è la rinuncia americana ai vantaggi materiali della neutralità , che ci fanno lieti e persuasi di essere degni di difendere il nostro comune patrimonio spirituale. Se noi avessimo preteso che i tedeschi si inchinassero innanzi a ciarle di «immortali principii» saremmo stati risibili. Invece noi vogliamo essere, pur noi, forti potenti lottatori e vogliamo che il nemico ci rispetti, perché e finché noi stiamo con le armi in pugno.

 

 

Ma perché noi abbiamo impugnato quelle armi ed immoliamo sui campi insanguinati di mille battaglie il fiore vermiglio delle nostre verdi giovinezze? Non si è forti, non si è potenti se non si è mossi da qualche ideale, se non ci scalda il cuore la fiamma di qualche meta da raggiungere. La dea «giustizia» e la dea «nazionalità» a cui irridono i filosofi della potenza, gli scrittori «realistici» ed i politici, che hanno le scarpe grosse da montanaro e credono di avere il cervello fino di un Machiavelli, hanno dimostrato di essere due vere, due grandi forze il giorno in cui i popoli dell’Intesa hanno sul loro altare immolato sacrifici non di discorsi ma di sangue. La potenza non è fine a se stessa, neppure quando sia potenza morale od economica; è un mezzo per raggiungere l’ideale che i popoli nei successivi momenti storici si propongono. Oggi quell’ideale è la instaurazione della giustizia nei rapporti internazionali. E quell’ideale non è una vana frase, non è una ciarla, non è una pura ideologia; è una forza, che è entrata nel nostro sangue, che di sé informa la nostra mente, che ci spinge ad agire. Noi con orgoglio possiamo opporre alla concezione del super-stato medieuropeo, in cui la razza o meglio il ceto dominante vuol guidare alla felicità le torme dei sudditi, la concezione di un organismo statale, in cui le nazioni associate sono veramente uguali, perché in ognuna di esse già è profondamente radicato il principio della libertà del cittadino e della uguaglianza del cittadino allo straniero. «Lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini» – ecco il principio immortale sancito dal codice civile italiano fin dal 1865; e sarà gloria in eterno dell’Italia averlo alto proclamato. Ma una lunga vicenda aveva condotto a quella affermazione in seno ai popoli anglo-latini. Mi sia lecito ricordare una delle prime tappe di quel cammino ed una delle ultime stupende deduzioni che noi soli ne ricavammo durante la guerra presente. Chi non si esalta nel rammentarli e non rimane dal loro ricordo persuaso che noi possiamo, ove si voglia, dar vita ad un aggregato politico in cui la personalità umana, veramente libera ed uguale, saprà assurgere ad un grado mai più visto di potenza e di forza materiale e spirituale?

 

 

Siamo nel 1773; e l’isola di Minorca nelle Baleari è una colonia inglese. Fra tutti gli abitanti spagnuoli dell’isola, il «suddito più sedizioso, più turbolento, più malcontento» è per fermo Antonio Fabrigas. Egli è chiamato per antonomasia il «patriota dell’isola di Minorca». Il governatore inglese, gen. Mostyn, arresta Fabrigas, lo mette su una nave e lo deporta, senza giudizio, a Cartagena in Spagna. Fabrigas chiede giustizia ai magistrati di Londra e cita il governatore dinanzi alla corte dei giudizi ordinari come colpevole di violazione personale e di arbitrario incarceramento. Il difensore del governatore Mostyn non mancò di ricordare al giurì le supreme necessità militari e politiche e commerciali del dominio inglese nell’isola di Minorca:

 

 

«Voi sapete come gli abitanti di Minorca siano mal disposti verso gli inglesi e verso il governo inglese. Non è da far di ciò meraviglie. Essi discendono dagli spagnuoli: e considerano la Spagna come la patria a cui dovrebbero naturalmente appartenere; né possiamo meravigliarci che non siano ben disposti verso gli inglesi, che essi riguardano come conquistatori… Ora il patriottismo è una bellissima cosa per noi inglesi, e noi dobbiamo ad esso le nostre libertà… Né il governo ha il potere di privarci delle libertà che noi abbiamo conquistato. Ma noi, – continuava il difensore, – dobbiamo preoccuparci di conservare le nostre conquiste straniere. Se lo spirito di patriottismo prevalesse in Minorca, noi perderemmo quell’isola, e con essa perderemmo il nostro commercio nel Mediterraneo».

 

 

Non torna alla mente, leggendo le parole del difensore del generale Mostyn, la frase del cancelliere tedesco: necessità non ha legge?

 

 

Ma già nel 1773 i giurati inglesi erano chiamati ad applicare le leggi del paese e non a tutelare gli interessi dello stato e dei suoi ceti dominanti, e condannarono il governatore Mostyn, riconosciuto colpevole di un atto non consentito dalle leggi britanniche, assegnando 3.000 lire-sterline al Fabrigas, a titolo di danni. In appello, dinanzi al banco del re, la sentenza è confermata, ed in quella occasione Lord Mansfield pronuncia le seguenti parole, le quali rimarranno mai sempre memorabili, fin che sarà in onore la giustizia, a tutela dei sudditi contro i dominatori:

 

 

«Affermare dinanzi ad una corte inglese di giustizia una proposizione così mostruosa come quella che un governatore, solo perché agisce in virtù di lettere patenti emanate sotto il gran sigillo, può fare ciò che a lui piace; dire che egli è responsabile solo verso Dio e verso la propria coscienza; sostenere qui che ogni governatore in ogni luogo può agire da autocrate, che egli può spogliare, saccheggiare, impadronirsi dei corpi dei sudditi e diminuire la loro libertà, senz’essere delle sue azioni responsabile verso nessuno – no, non è questa una dottrina sostenibile. Se egli non potesse essere costretto a rendere ragione del suo operato dinanzi a questa corte, non sarebbe responsabile in nessun luogo… Come si può pretendere che, in un impero così esteso come il nostro, il governatore di qualsiasi colonia o provincia appartenente alla corona britannica sia assolutamente dispotico e non possa essere chiamato alla sbarra, quasiché egli fosse un re di Francia?».

 

 

In questa solenne sentenza fu consacrato per sempre il diritto di qualsiasi abitante di qualsiasi terra dell’impero di far giudicare dai magistrati «ordinari» ogni disputa insorta fra di lui ed il governo britannico ed i suoi rappresentanti. Era questa nel 1773 ed è ancor oggi novità così grande da parere quasi sovrannaturale. Raccontasi che il governo (inglese) dell’India contrastasse ad un villaggio indigeno il diritto alle terre che i suoi abitanti coltivavano ed avesse ottenuto sentenza favorevole alla sua tesi dalla suprema corte dell’India. Trattavasi di una tribù primitiva, ed i suoi membri già erano persuasi che il «governo» avesse da sé deciso la causa in proprio favore, quando il loro avvocato li persuase ad appellare dalla corte indiana al comitato giudiziario del consiglio privato in Londra, che ha suprema autorità in questa materia. La sentenza fu revocata ed i poveri indiani videro subitamente riconosciuti tutti i loro diritti da una autorità invisibile, di cui essi non erano in grado di intuire la natura e dinanzi a cui persino il viceré si inchinava senza fiatare. Essi, ragionando con le loro idee primitive, conclusero che questo potere, misterioso e benefico, era un potere divino, e d’allora in poi il comitato giudiziario del consiglio privato divenne in quella tribù oggetto di cerimonie religiose. Questa può essere leggenda che idealizza le idee che paiono più sublimi e benefiche ai popoli. Ma non sono una leggenda le sentenze da cui essa è nata.

 

 

Il 15 maggio 1917 il giudice Coleridge emetteva un’altra di queste storiche sentenze, nelle quali si riassume tutta l’idea imperiale inglese. Trattavasi di un certo Gruban, di nascita tedesco, e naturalizzato inglese dopo la dichiarazione della guerra europea. Si lagnava egli che un suo socio l’avesse costretto a cedergli, senza compenso, la sua parte nell’importante azienda industriale da lui diretta in Inghilterra, minacciandolo altrimenti di farlo internare e di fargli confiscare la sua proprietà; e promettendogli, se l’avesse ceduta, di serbargliene a suo favore gli utili. Il Gruban si sottomise al ricatto e cedette la sua proprietà. Dopo una settimana fu ugualmente internato e si vide rinnegate dal socio tutte le fatte promesse. Il socio era di nascita inglese e per di più uomo politico autorevole: membro della Camera dei comuni, di parte radicale.

 

 

Reclamò il tedesco Gruban ed ottenne dal governo la revoca dell’internamento. Liberato, chiamò in giudizio l’ex socio e deputato, con azione di danni. Il giudice Coleridge, chiudendo la esposizione del caso durata due ore e mezza, così diceva ai giurati:

 

 

«L’attore è un tedesco naturalizzato di recente. Noi siamo in guerra col suo paese nativo e noi combattiamo un nemico non ordinario. Noi combattiamo un nemico senza cuore, senza pietà, barbaro, spoglio degli istinti comuni dell’umanità. L’attore è dunque grandemente pregiudicato dinanzi ai nostri occhi. Ma voi vi mostrerete superiori, dandogli il vantaggio del vostro giudizio imparziale. Il convenuto è un uomo pubblico, eminente nella vita politica, ed è naturale perciò che egli abbia molti amici e molti nemici. Ma le preferenze le predilezioni le antipatie le animosità gli affetti debbono tutti essere banditi quando un giurì è chiamato a decidere sulla base di prove e su queste soltanto. Nel centro di questa nostra città di Londra ha sede la più alta corte criminale del paese. Sulla sua cupola, alta sopra le dimore affaccendate degli uomini, è posta la statua dominatrice della giustizia. Da una parte essa tiene la spada, con cui abbatte i malfattori; dall’altra mano essa regge le bilancie della giustizia. Nel decidere sul caso presente voi non permetterete, signori giurati, che nessun pregiudizio turbi la giusta uguaglianza di queste bilancie».

 

 

Il giurì condannò il deputato inglese a pagare 4.750 lire-sterline di danni al suo ex socio, di nazionalità tedesca, da poco naturalizzato.

 

 

Sui campi di Francia e d’Italia, inglesi, francesi, italiani e belgi e czechi combattono per preservare intatto e per far trionfare nel mondo un ordinamento politico di cui le citate sentenze sono una manifestazione esteriore che tocca le cime del sublime e del divino. Sarebbe una sventura inenarrabile se i capi politici di nazioni, le quali hanno codificato nelle sentenze dei loro magistrati i principii immortali dell’uguaglianza del suddito al governante, del cittadino allo straniero, delle razze inferiori alle razze superiori, non fossero capaci di concepire ed attuare forme di super-stato atte a rivaleggiare con quelle che i nemici hanno tentato di creare il 12 maggio al gran quartiere generale tedesco. Sarebbe una sventura ed una vergogna. Poiché mentre i nemici sinora hanno dato prova di incapacità a creare stati che siano cementati non solo dalla forza ma anche dalla volontà dei popoli, mentre la Germania teneva a freno l’Alsazia solo collo sbattere delle sciabole e la Polonia colla espropriazione delle terre polacche e l’Austria stringeva colla forca i vincoli tra i suoi popoli discordanti, noi abbiamo dalla parte nostra esempi meravigliosi di creazioni politiche: due stati unitari, Francia ed Italia, creati e serbati dalla volontà di popolazioni appartenenti alla medesima schiatta; una confederazione, quella nordamericana, in cui si fondono armonicamente, come in un crogiuolo, uomini bianchi e di colore, discendenti di inglesi, irlandesi, italiani e slavi, in cui alle parti è lasciata massima libertà ed al tutto è concesso, coi poteri di un presidente eletto, il massimo di forza accentrata; abbiamo finalmente, in quello che si è convenuto di chiamare l’impero inglese, l’immagine vivente della futura società di nazioni, una vera commonwealth of nations, per razze per lingue per cultura per sviluppo economico diversissime, le quali vivono indipendenti le une dalle altre, non vincolate da tributi obbligatorii da pagarsi alla madrepatria, o da questa alle colonie; ma collaboranti, attraverso a tentativi faticosi ed istruttivi, per via di discussione e di consenso, ad un’opera comune. Noi che possediamo, già in parte attuata, la forma politica dell’avvenire, lasceremo che la medieuropa compia tranquilla l’opera sua di cementazione e di ricostruzione? Ci contenteremo di far dell’ironia sul vassallaggio dell’Austria o non vorremo dimostrare ai czechi, agli slavi meridionali, ai romeni, ai polacchi, ai finlandesi ed agli altri popoli che la medieuropa vuole attirare a sé, che il tentativo medieuropeo è pericoloso per le nazionalità non dominatrici, è tutto imperniato sul predominio non della Germania o dell’Austria, ma di una ristretta classe politica ungaro-tedesca, la quale afferma e crede di essere la sola atta a riorganizzare il mondo? Se noi non sapremo agitare ideali, se noi, che siamo stati capaci di creare forme politiche così alte, non sapremo fare un passo innanzi e non tenteremo di attuare l’idea di uno o di parecchi organismi statali di ordine superiore, in cui le piccole nazionalità possano trovare difesa, da uguali ad uguali, grave è il pericolo che quelle piccole e disperse nazionalità si acquietino, per amore o per disperazione, alla protezione, larvata di autonomia, che sarà per concedere loro contro l’anarchia e le guerre intestine, il nuovo super-stato medieuropeo. Per abbatterlo, per impedirgli di nascere forte e vitale, non basta la forza delle armi. Questa è forza esteriore. Occorre la forza interna, che è quella delle idee.

 

 

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