Lettera quarta. I parlamenti espressione della volontà nazionale

Tratto da:

Lettere politiche di Junius

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/09/1917

Lettera quarta.
I parlamenti espressione della volontà nazionale
«Corriere della Sera», 25 settembre 1917
Lettere politiche di Junius, G. Laterza, Bari 1920, pp. 43-53

 

 

 

 

Signor Direttore,

 

 

È stata una vera disgrazia che il signor Wilson non abbia fatto seguire alla sua nota di risposta al Papa ed agli altri documenti in cui egli invocava maggior democrazia nel governo della Germania e faceva l’avvento di questa democrazia condizione di feconde e serie trattative di pace; è stata, dico, una gran disgrazia che non vi abbia fatto seguire uno di quei glossari per cui vanno famosi i testi legislativi anglo-sassoni. La mancanza di un siffatto glossario o dizionario dei vocaboli usati nelle note wilsoniane è stata occasione di equivoci grandissimi e di una curiosa difesa del parlamentarismo tentata dall’organo ufficiale del giolittismo italiano.

 

 

«Curiosa» perché proveniente dalla penna di chi, or non sono ancora passati quattro lustri, dimostrava, con la pubblicazione di articoli intorno al «presidente» americano, di ben conoscere come sia impossibile a una mente americana di concepire il governo «democratico» come sinonimo di quel governo «parlamentare» l’ossequio al quale sembra oggi a lui l’unico mezzo di procedere sulla «retta via». Se il glossario ci fosse stato, forse sarebbe apparso evidente che un presidente americano non può credere che l’assenza della vera democrazia sia l’ubbidienza del governo alla maggioranza della camera elettiva negli Stati Uniti, – i ministri sono responsabili solo verso il presidente e non se ne vanno in seguito a voti contrari della camera bassa – nella stessa guisa come in Italia, dove la lettera e lo spirito dello Statuto imporrebbero un governo responsabile verso il re e non verso le camere – ricordisi un articolo, Torniamo allo Statuto! dell’on. Sonnino, ammiratissimo un tempo da taluni seguaci delle «grandi tradizioni piemontesi» e dei più recenti progressi germanici, – sembra difficile menar per buono il vanto di chi immagina di essere stato «per due anni solo nel partito costituzionale a difendere lo Statuto», solo perché per due anni ha desiderato e ancora desidera che la maggioranza giolittiana e neutralista della camera trovasse e trovi il coraggio di «riprendere il grande problema» e «discuterlo a fondo» per manifestare con «passione e con sincerità» il proprio avviso contrario alla guerra.

 

 

La verità si è che oggi lo Statuto si interpreta e si applica in un modo compiutamente diverso da quello che si aspettavano i suoi formulatori; e la verità ancora più grande si è che i parlamenti potranno avere ed hanno molte virtù, non mai quella di essere l’espressione di quella mitica astrazione che è la «volontà della maggioranza» degli abitanti di un paese. Credere in questa vecchia ubbia della «volontà della maggioranza» dimostra una compiuta assenza da tutto il movimento contemporaneo di studi intorno alle forme di governo.

 

 

Immaginare, dopo Ippolito Taine, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Ostrogorski, Lord Bryce ed altri insigni scrittori, che sul serio possa esistere un parlamento espressione della volontà della maggioranza, e possa quindi darsi un governo che, essendo un comitato designato dalla maggioranza della camera, sia la emanazione della maggioranza del paese, è dar prova di molta contentatura nella formazione del proprio bagaglio di idee. No. Ogni governo è l’espressione di una minoranza, di una classe politica, come la chiama il Mosca, di una eletta, come preferisce dirla il Pareto, la quale sola ha la forza e la capacità di guidare il paese. Il problema politico vero non sta nel trovare i mezzi di dare espressione a quella astrazione inesistente che è la «volontà del paese», ma di scegliere e formare una classe politica siffatta che sappia trascinare dietro di sé la cosidetta «maggioranza» od «universalità» del paese od «opinione pubblica», per il raggiungimento di scopi degni, alti e vantaggiosi alle generazioni venture.

 

 

Se si fosse ascoltata «la schietta, la genuina espressione dell’anima nazionale» nessuna grande mutazione sociale e politica mai si sarebbe potuta fare; non certamente si sarebbe fatta l’unità d’Italia. Vi erano contrari, in gran maggioranza, i bougianen piemontesi, i quali, tuttavia, si lasciarono incorporare in un esercito dalle gloriose tradizioni, e furono così trascinati a compiere prodigi da una dinastia forte e da uno statista di genio. Vi erano contrari i contadini del Lombardo-Veneto e del Napoletano, per avversione contro la borghesia liberale, la quale sola era nemica dell’Austria e del Borbone. Ma quando la minoranza politica italiana vinse, non vi fu nessun dubbio che lo scopo che essa si era proposto, se non rispondeva alla volontà della maggioranza non pensante, quale si sarebbe contata in una schietta e genuina elezione generale, rispondeva invece, nel modo più sicuro, alla volontà del paese, ossia alla volontà delle successive generazioni, remote, presenti e future, degli italiani capaci a pensare ed a riflettere al vantaggio duraturo, materiale ed ideale, della nazione. Il parlamento può essere uno strumento utilissimo per dare espressione agli ideali politici visti oggi da una minoranza e riconosciuti domani da tutti. L’anima italiana sente gli ideali per cui oggi si combatte e dalla propaganda di una minoranza consapevole è stata trascinata a combattere per il compimento dell’indipendenza nazionale, a subire sacrifici di sangue ed a soffrire ansie e dolori. L’esempio consapevole delle sofferenze sopportate per l’ideale nazionale è stato dato da alcune decine di migliaia di giovani della borghesia, educati nelle università italiane, trasformati da una piccola eletta di ufficiali superiori – che è miracolo siasi potuta formare nella Scuola di guerra di Torino, durante gli anni lunghi della indifferenza verso le cose dell’esercito – in guide spirituali dei milioni di contadini, di artigiani, di esercenti, di operai, che, così inquadrati ed inspirati, seppero dimostrare per la terza volta in poco più di un secolo – la prima volta fu nelle guerre pro e contro Napoleone, la seconda nel ’48 e nel ’59 – quanto valga l’italiano in guerra. Ma conviene riconoscere che, fatte poche eccezioni, il parlamento italiano è stato assente da quest’opera di preparazione, di inquadramento e di inspirazione per cui i milioni furono condotti a sacrificarsi per la vita più alta delle generazioni venture. E se oggi il parlamento italiano suscita diffidenze e fa nascere timori, ciò accade per l’ansia in cui le guide spirituali dell’esercito in campo vivono di vederlo diventare strumento di un’altra minoranza: di quella la quale dà espressione alle passioni egoistiche ed agli interessi e ai dolori transitori della collettività nazionale. Vi sono alcuni che hanno sofferto un danno economico dalla guerra; ed a questi che sono i meno – poiché si compongono quasi soltanto degli impiegati che non poterono ottenere un’indennità bastevole per caro viveri, dei capitalisti a reddito fisso e dei proprietari di terre e di case a cui non fu possibile aumentare i fitti – si aggiungono tutti coloro i quali guardano soltanto al danno del rincaro delle sussistenze e non al beneficio, per lo più maggiore, dell’aumento dei redditi e dei salari. Di questo malessere, per ora in gran parte immaginario, e del dolore, rispettabile e solenne, delle famiglie che ebbero figli morti, mutilati o prigionieri in guerra, vuol profittare un’altra minoranza, la quale, se prevalesse in piazza ed in parlamento, condurrebbe il paese al suo disfacimento ed a dolori e miserie ben maggiori di quelle più atroci che una immaginazione sfrenata possa paventare dalla guerra.

 

 

E di chi è composta quest’altra minoranza? Qui farebbe d’uopo riprendere il motivo del classico Dizionario dei vocaboli politici di Sir G. Cornewall Lewis per definire i significati diversissimi che si possono attribuire alla medesima parola. Il «governo democratico», di cui parla Wilson nelle sue note, può essere invero assunto come segnacolo in vessillo delle minoranze più diverse e per il conseguimento degli scopi più contrastanti. Era un governo democratico quel governo di clientele che dominò in Italia dal 1876 sino al 1914, in cui sempre più il governo tendeva ad essere in mano a grandi capi feudali, ai «boss» nazionali – contro cui Wilson combatté e vinse memorande battaglie nel suo paese – che meglio sapevano soddisfare i desideri dei minori capi, disseminati nei vari feudi o collegi elettorali, e reggentisi coi favori distribuiti alle proprie clientele politiche? Che questa – dei minuti favori concessi alle clientele, del predominio garantito nelle amministrazioni locali – sia stata l’origine delle maggioranze parlamentari dal 1876 ad oggi, è oramai fatto storico da nessuno messo in dubbio. E poiché le clientele vivono di vantaggi presenti, è chiaro che, durando i medesimi sistemi di captazione dei voti, sempre accadrà che le maggioranze parlamentari siano propense ad ascoltare piuttosto il grido di chi si lagna di qualche disturbo presente, riparabile e sopportabile, anche quando non immaginario e di qualche grande dolore, che non la voce dei non nati, i quali chiedono sicurezza e dignità di vita per le venture generazioni entro la nuova Italia.

 

 

Oppure «governo democratico» vuol dire «governo di critica e di discussione», un governo cioè di cui tutti gli atti sono soggettati ad una critica vivace ed anche non serena da parte di chi vuol prendere il posto dei governanti? L’organo giolittiano immaginò di far la difesa del parlamentarismo italiano facendosi inviare da Parigi una corrispondenza, nella quale si mettevano in rilievo gli utilissimi risultati ottenuti dalle critiche a cui gli atti dei successivi governi francesi furono, durante la guerra presente, sottoposti non nella grande aula pubblica, ma nelle minori aule delle commissioni parlamentari. Lontano dagli occhi del gran pubblico, lungi dalla tribuna sonora e retorica, nel raccolto ambiente delle commissioni, dove si discute e non si declama e non si vocifera od inveisce, si rivelarono competenze di prim’ordine, uomini modesti e gravi e formidabili. Così è infatti: il vantaggio maggiore, forse unico, dei parlamenti non è invero quello di essere l’espressione di una mitica volontà nazionale, ma il luogo in cui, su mezzo migliaio o seicento tribuni popolari e capi clientele, in mezzo ad una folla non di rado immemore dei grandi e permanenti interessi del paese, accade si possano trovare poche decine di uomini indipendenti, dotati della stoffa dell’uomo di Stato o del critico implacabile. Spesso, nei tempi normali, questi cinquanta, non più, uomini indipendenti, sono sopraffatti e ridotti al silenzio dalle clientele onnipotenti, ed i grandi capi feudali hanno l’interesse a renderne l’opera nulla ed impossibile. Ma talvolta, nei tempi di eccitazione patriottica e di pericolo, le clientele sono ridotte al silenzio: i Caillaux sono costretti a tacere e, alla fine, i Malvy debbono andarsene. Allora è la volta degli organizzatori e dei critici implacabili, che non parlano in pubblico, ma lavorano nelle commissioni, come lavorava il grande Carnot, l’organizzatore della vittoria. Perché, sinora, questi organizzatori e questi critici non sono sorti nel parlamento italiano? Perché tutta l’organizzazione della vittoria in Italia si è lasciata allo stato maggiore in campo ed a pochi generali a Roma, i quali soltanto seppero improvvisare e stimolare un rigoglio mai più visto di industrie belliche? Perché il solo servizio pubblico che davvero abbia cooperato in grande stile alla guerra fu il servizio ferroviario, che il suo organizzatore Riccardo Bianchi per un decennio volle indipendente dalle influenze delle clientele politiche? Perché nelle commissioni, che pur esistono nel parlamento italiano, e che avrebbero mille mezzi di farsi sentire dai ministri italiani, fin troppo tremebondi dinanzi ai deputati, non si fanno le utili discussioni, che sono oggi la gloria del parlamento francese? Questa sarebbe la ricerca veramente utile a farsi; non l’altra, ineffabilmente anacronistica, di un parlamento, presente o futuro, il quale sia l’espressione della volontà nazionale. Come accade che i più degli elettori chieggano oggi ai propri rappresentanti non il loro giudizio sulla condotta, militare od economica, della guerra; ma ancora e sempre raccomandazioni ed appoggi, non di rado per ottenere esoneri, dispense e vantaggiose destinazioni? La stima pubblica non si acquista dai parlamenti, né si acquista perciò la forza di imporsi e di compiere cose grandi col far richiamo allo Statuto od alle leggi, e neppure con le elezioni anche plebiscitarie; ma con le opere buone a prò del popolo, ma con l’esprimere dal proprio seno le poche decine di persone capaci di guidare con mano ferma i destini del paese. Se a tanto non riescono, come possono i parlamenti lagnarsi della pubblica noncuranza che li circonda e li avvilisce?

 

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