Lettera tredicesima. I vinti ed i vittoriosi

Tratto da:

Lettere politiche di Junius

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/08/1919

Lettera tredicesima.
I vinti ed i vittoriosi
«Corriere della Sera», 25 agosto 1919
Lettere politiche di Junius, G. Laterza, Bari 1920, pp. 169-184
Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925)[1], vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 460-468

 

 

 

Signor direttore,

 

 

Leggendo le pagine nelle quali i commissari inquirenti presumono di avere descritto le cause della rotta di Caporetto, mi ritornavano alla mente quelle altre pagine nelle quali uno dei nostri più grandi scrittori militari, il generale Nicola Marselli, aveva tracciato or son più di quarant’anni le cause della vittoria che egli auspicava riportata dalle armi italiane nell’ultima, allora incerta e lontanissima, guerra d’indipendenza. Le avevo lette, quelle pagine profetiche, piangendo di dolore e di rabbia, all’indomani della rotta di Caporetto; e non mai come allora, dinanzi alla realtà della sciagura che minacciava di distruggere l’opera di tante generazioni, avevo sentito la verità dell’analisi che il direttore della scuola di guerra di Torino e teorizzatore della scienza della guerra aveva fatto delle cause per cui l’Italia doveva vincere. Erano cause tutte morali, educative, politiche, quelle che il Martelli metteva in luce. L’Italia aveva vinto non perché il suo esercito fosse stato provveduto di armi e di munizioni; non perché le sue frontiere fossero difese da inespugnabili fortezze; non perché l’apparato esteriore del suo esercito fosse impeccabile. No. Questi erano i fattori secondari della vittoria. La vittoria era venuta perché da qualche generazione gli italiani erano stati educati alla consapevolezza dei valori morali ed avevano appreso nella scuola e nella vita che cosa era la patria italiana, che cosa era lo stato nazionale; perché in tutte le classi sociali era diffuso il sentimento della comunanza di vita e di interessi e di aspirazioni ideali di fronte allo straniero. Aveva vinto perché uomini di stato compresi del loro dovere verso il paese avevano circondato l’esercito delle loro cure più assidue; avevano saputo attirare nelle sue file giovani saldi di carattere e ricchi di soda cultura per farne le guide del popolo in armi; sicché l’esercito era da anni divenuto tutt’una cosa con il popolo e questo, dall’aristocratico e dal ricco all’umile lavorante, lo amava come si ama un figlio, lo prediligeva come la parte più eletta di se stesso. Aveva vinto perché un’opera continua di educazione morale, proseguita dalle scuole elementari sino alle aule universitarie, a mezzo di un esercito di sacerdoti più che di maestri salariati, aveva insegnato agli italiani come si faceva a diventare doviziosi e forti nelle arti della pace; ma sovratutto come si doveva usare della ricchezza acquistata. Sicché gli italiani avevano moltiplicato i fondaci e le officine, avevano cresciuta la produttività dei campi e reso il lor paese uno dei grandi emporii del mondo; ma sapevano al tempo stesso che la ricchezza non si conquista per crescere i godimenti materiali, che essa è mezzo per una più alta vita spirituale e sdegnosamente respingevano il verbo venuto d’oltralpe il quale pretendeva elevare il ventre a divinità suprema ed erano pronti a sacrificare vita ed averi per difendere i sommi beni posseduti da un popolo, che sono l’unità e l’indipendenza, condizioni prime e necessarie di una vita piena e veramente ricca.

 

 

Perciò, nel momento critico in cui le sorti del paese si dovevano decidere, nell’ora del pericolo, l’Italia aveva posseduto un esercito, in cui i migliori uomini delle classi dirigenti guidavano un popolo disciplinato, sobrio, contento di fare sacrificio di se stesso, delle proprie comodità personali sull’altare della patria. Perciò dietro a questo esercito moralmente invincibile stava un popolo consapevole, che non si lamentava dei mali inflitti dalla guerra e volontieri rinunciava al superfluo pur di fornire il necessario ai suoi figli, i quali sacrificavano la vita per il paese. Perciò non erano sorte discordie fra duci dell’esercito in campo e statisti governatori del popolo difeso da quell’esercito; perciò non s’era saputo di rivalità fra generali; e l’esercito aveva trovato il duce designato dal consenso pieno di tutti a condurlo alla vittoria. E questa era venuta piena, sicura, definitiva, come il frutto maturo si distacca dall’albero, il quale lungamente l’ha nudrito con la sua linfa.

 

 

Ahimè ! come il quadro descritto dalla parola vibrante del generale Marselli ai giovani ufficiali suoi allievi era lontano dal ritrarre l’Italia esteriore del 1915, l’Italia politica del tempo in che fu dovuta dichiarare la guerra, ciononostante fortunatissima e meritamente fortunatissima! Morti i Lamarmora, i Cosenz, i Pianell, i Marselli, morti cioè gli educatori di quella gioventù la quale serbava le tradizioni di devozione, di fede, di sacrificio verso il re e la patria ereditate dall’esercito piemontese e le aveva innestate sui sentimenti di patriottismo e di slancio garibaldino propri delle guerre dell’indipendenza italiana. Morti i Cavour, i Ricasoli, i Sella, i Minghetti e dalla rivoluzione parlamentare del 1876 ridotti all’impotenza gli uomini, i quali avevano costrutto l’Italia nuova, le avevano dato un governo, una amministrazione, una scuola. Morti i Manzoni, i De Sanctis, i Carducci e gli altri pensatori e poeti, i quali avevano data vita e forma italiana all’idealismo ed avevano creato nelle anime, prima che gli statisti ed i guerrieri attuassero nella realtà, l’unità della nazione italiana, come altri grandissimi pensatori e poeti avevano creata l’unità della nazione germanica. All’alba magnifica succedeva una giornata incerta, di lavoro tumultuario e talvolta rimuneratore per i singoli, ma infecondo per la collettività. Nella scienza e nella scuola dominava il materialismo, distruttore dei valori spirituali, oscuratore dei fini per cui è bella la conquista della verità. Si studiò per diventare specialisti, esperti in questo o quel ramo di scienze. Si irrise ai fini ultra-terreni e, ridotto l’uomo a materia, scienza e scuola divennero uno strumento per dare a quella materia pasto succulento di godimenti fisici. Tutto divenne carriera e guadagno. Il sacerdozio, perché troppo poco lucrativo, fu abbandonato ai figli dei contadini. Maestri e professori nei ginnasi e nei licei diventarono coloro i quali, per accidente, avevano potuto a poco prezzo seguire corsi d’istruzione nei seminari o in scuole disseminate con larghezza nelle minori cittadine od eransi potuti recare alle università grazie ad antiche e nuove borse di studio. Le classi industriose disprezzarono con serena imparzialità, perché scarsamente redditizi, il sacerdozio, l’insegnamento, le arti liberali e la milizia; e si dettero ai commerci ed alle industrie senz’altra mira che quella della ricchezza. Forse fu questa la classe più utile al paese, perché pose le fondamenta economiche di un’Italia migliore, atta, dopo aver provveduto alle esigenze materiali della vita, a guardare in alto. Ma, nel frattempo, l’onda di pacifismo che aveva dopo il 1870 pervaso l’Europa occidentale, ancora esangue per le guerre napoleoniche e stanca dei trambusti e delle lotte nazionali seguite al 1848, aveva persuaso gli uomini che la milizia era un inutile peso, una necessità dolorosamente ereditata da epoche storiche dominate dall’assolutismo e dall’ignoranza. L’esercito non era dal popolo e dalle classi dirigenti guardato con orgoglio, come si guarda al difensore della patria, all’educatore della gioventù, al disciplinatore degli animi rozzi e violenti, all’organizzatore degli animi più saldi e dei caratteri più fermi, lieti di consacrare la vita alla missione di difendere lo stato contro i nemici interni e quelli esterni. Esso fu invece guardato con fastidio dal popolo, a cui sottraeva i figli negli anni più belli della giovinezza e con sopportazione dalle classi medie ed elevate a cui offriva un facile mezzo di collocamento per i figli meno atti ad altre più lucrose carriere. Tanto scemato era il senso di devozione allo stato, che quando dopo il 1898 l’esercito fu chiamato a tutelare l’ordine pubblico in occasione di scioperi e di tumulti, alcuni i quali sembravano il fiore dell’intelligenza tra gli ufficiali scrissero articoli per dimostrare che l’esercito non doveva essere chiamato a quell’ufficio, – pure onoratissimo e principalissimo in uno stato ben governato – ma ad esso dovevano bastare poliziotti assoldati all’uopo e perciò meritamente, a parere degli scriventi, oggetto del dispregio universale!

 

 

Il materialismo dominante nella scuola e nella vita trovò un potente alleato nella decadenza degli istituti politici e nella loro soggezione a quanti procaccianti vedevano nella adulazione demagogica la via più agevole a conquistare potere ed onori. La sconfitta, che nel 1876 ebbe a subire la vecchia destra, fu sconfitta altresì della antica sinistra, formata di cospiratori, di uomini che avevano rischiato la vita nelle galere borboniche o nelle fortezze austriache ed avevano, se non forse molta scienza di governo, almeno il sentimento dello stato e delle sue esigenze. Venne al potere l’orda dei trasformisti, dei depretisiani, dei giolittiani, la gente senz’arte né parte che ambì il potere per amore del potere, portata su dalle clientele e serva delle clientele. Arte somma di governo parve il quieta non movere; il gettare ad ogni tratto un’offa in bocca ai capi delle torme più schiamazzanti, l’usare il pubblico denaro per contentare i piccoli gruppi sociali che, con incessante vicenda, si susseguivano a raccogliere le briciole del banchetto statale. Poiché il conte di Cavour, per conseguire il fine sommo della liberazione dell’Italia dallo straniero, non aveva temuto di allearsi con la sinistra capitanata da un mediocre avvocato, parve sapienza di governo, tradizionale nella monarchia sabauda, chiamare a sé i vociferatori più fastidiosi. Depretis chiamò a sé Crispi, Rudinì si alleò con Nicotera, Giolitti ebbe per suo costante ideale l’alleanza effettiva, se non formale, coi socialisti ufficiali. Talvolta l’alleanza riuscì, perché il chiamato era un vero uomo di stato, più grande di colui che gli aveva aperta la via. Il sistema fu tuttavia indizio di incapacità a governare e di mancanza di ideali. Non giovava il ricordo del connubio cavouriano, il quale riuscì soltanto perché Cavour impose al socio idee e programma, lasciandogli solo la soddisfazione di essere chiamato al governo; mentre nelle recenti imitazioni erano prive di idee ambe le parti e solo associate dal desiderio di serbare il governo del paese. Cavour, che sapeva a qual meta indirizzarsi, si servì di Rattazzi come di uno strumento per raggiungere la meta. I suoi tardi imitatori, i Depretis ed i Giolitti, privi di ideali propri, immaginarono stoltamente che fosse grande statista colui il quale soddisfaceva premurosamente alle grida di coloro i quali si proclamavano le vestali del «progresso», i sacerdoti del «sole dell’avvenire». Privi di cultura politica, scambiarono i diversi vangeli massonici, radicali, socialisti, banditi a volta a volta nei settori di estrema sinistra, con le tavole della verità e credettero di aver salvati il paese e la monarchia iscrivendone i postulati nei discorsi del trono od in quelli di apertura del consiglio provinciale di Cuneo e dando un portafoglio ministeriale od un’alta carica curule o senatoria agli uomini che avevano scelta la via del parteggiare per le idee cosidette estreme come la più atta a condurre rapidamente al potere invece di quelle faticose dello studio perseverante e dei servigi onestamente resi ai concittadini. Per tal modo si diffuse la persuasione che il metodo più sicuro per diventare ministro del re fosse quello di vituperare la monarchia, l’esercito, le istituzioni politiche e sociali vigenti; e si propagò nelle classi politiche e burocratiche dirigenti uno scetticismo incurabile, per cui nessuno considera se stesso servitore dello stato, e tutti sono seguaci e pretoriani di questo o quell’uomo politico, legati alla sua fortuna, qualunque sia il verbo che provvisoriamente a lui piaccia far suo, a volta a volta clericale o socialisteggiante, liberale senza tinta e senza contenuto o radicale estremo. La vita politica parve esaurirsi nella lotta fra gruppi di persone, ognuna delle quali faceva professione di fede «più avanzata» dell’altra; e tutti facevano a gara a popolare i banchi di estrema sinistra, foltissimi di abitatori, i quali di nulla avevano più spavento che di essere creduti capaci di sedere a destra. In questo pantano si smarrivano i pochi i quali vedevano che l’Italia non si ristringeva a Montecitorio e che l’Italia era nel mondo. I problemi di politica estera trascurati ed ignorati; e, per l’ignoranza di essi, divenuta incomprensibile la ragion d’essere dell’esercito, tacciato di anacronismo e di improduttività. Nell’esercito stesso pochissimi gli uomini di fede, i quali serbassero la coscienza profonda dell’altissimo compito a cui erano chiamati.

 

 

Se questi soltanto fossero stati i fattori costitutivi dell’Italia nuova, la rotta di Caporetto sarebbe stata la logica ed inevitabile conchiusione del malgoverno di quarant’anni, della incapacità dello stato italiano a vivere di una vera vita statale e ad informare di sè, dei suoi ideali gli uomini viventi nel suo territorio. L’Italia ufficiale, l’Italia governante non meritava, no, di vincere. Chiunque aveva dimestichezza, anche soltanto parziale, con i ceti politici e burocratici e militari dirigenti, dovette nel 1915 pensare con raccapriccio agli errori irreparabili che da questi ceti dovevano fatalmente essere commessi e di cui le conseguenze non potevano non essere disastrose. Di giorno in giorno, nonostante le prove supreme di valore dell’esercito, nonostante le undici battaglie vittoriose, l’angoscioso pensiero pungeva: come è possibile che un governo debole, che una classe dirigente fatua, leggera, incolta, procacciante possa condurre l’Italia alla vittoria? Ed il dubbio atroce, insistente che Giolitti avesse ragione, quando riteneva che l’Italia non dovesse entrare in guerra, perché incapace a farla, quando argomentava che un popolo di gobbi non può alzarsi in piedi e guardare fissamente il nemico in viso e vincerlo, quel dubbio atroce non abbandonò un istante mai coloro che conoscevano anche solo una parte del vuoto spaventoso che aveva nome in Italia di vita politica.

 

 

Caporetto parve dar ragione a quei dubbi e vi fu un momento dell’ottobre indimenticabile del 1917 nel quale per un attimo passò attraverso la mente degli angosciati un pensiero ancor più atroce: «O forse non fu il risorgimento nazionale una parvenza passeggera? Esiste davvero un popolo italiano degno di vivere con tal nome o non è forse meglio che il nome scompaia del tutto e gli uomini viventi sul territorio chiamato Italia trovino con altra guida ed altri maestri la via atta a trarli fuori della bassura materialistica in che oggi paiono piombati?». Ma fu un attimo solo; ché il Grappa ed il Piave dissero al mondo e rivelarono a noi stessi che l’Italia c’era ed era ben viva ed era degna di una vita più alta.

 

 

Assente lo stato, assente il governo, assente la scuola, s’era formata un’Italia assetata di verità e di vita ed era essa che aveva vinto le undici battaglie dell’Isonzo e del Carso sotto la guida di un uomo, il quale poté anche commettere errori tecnici e psicologici, ma aveva una fede profonda nella patria e quella fede impose ad uomini di governo ed infuse in ufficiali ed in soldati; ed era essa che sotto la guida di nuovi duci aveva resistito sul Grappa e vinse poi la battaglia di Vittorio Veneto. No. Lasciamo che gli scribi si affannino oggi, con la glorificazione della rotta di Caporetto, a dar ragione a quello scrittore francese che su una rivista britannica – ben dissimile in ciò da tutte le sue più autorevoli consorelle – brutalmente dice che la grandissima vittoria nostra superò di gran lunga i nostri meriti (far above her deserts). Essi hanno ragione se con ciò affermano che la vittoria grandissima fu moltissimo superiore ai meriti della classe governante italiana dell’ultimo quarantennio; e di gran lunga superiore ai meriti dei partiti organizzati o di governo che oggi si apprestano a correre il pallio elettorale. Viene davvero il vomito a pensare che gli eredi politici di Vittorio Veneto possano essere socialisti ufficiali, clericali organizzati e liberali di stile giolittiano!

 

 

Ma la vittoria che distrusse un impero fu il guiderdone meritato di un’Italia nuova che s’era formata da sé al di fuori ed in contrasto coll’Italia governante e politicante. Come questa nuova Italia siasi formata è arduo indagare e descrivere; e quel capitolo significativo consacrerà la gloria dello storico futuro della battaglia di Vittorio Veneto. Noi, che ci viviamo in mezzo, a mala pena possiamo riconoscere le linee somme del fatto grandioso: istinti profondi di una stirpe civile ed antica, i quali si risvegliano nell’ora del pericolo; attaccamento del popolo delle campagne alla terra nativa e moto iracondo di ribellione a vederla conquistata e devastata da genti diverse e repugnanti; capacità nel popolo di resistenza ai patimenti ed alle fatiche spinta sino ad estremi inenarrabili; rivelazione di una coscienza nazionale formatasi in sessanta anni di unione politica; comparsa di una generazione di giovani dai 18 ai 30 anni, assai migliore, fisicamente, moralmente ed intellettualmente, delle due generazioni che la precedettero. Se qualche merito hanno avuto le generazioni ora vecchie e mature nel preparare Vittorio Veneto, esso consiste soltanto nell’aver reso possibile il sorgere di questa nuova generazione. La quale appartiene al medio ceto, è avida di sapere, impaziente della retorica e delle false formule politiche, sana di corpo e di spirito, capace di sacrifici silenziosi. Fu questa minoranza di ufficiali, la quale tenne in pugno i soldati nella lotta di logoramento dei terribili primi anni di guerra, dal 1915 al 1917. Furono questi giovani ed altri che presero il posto dei morti gloriosi, i quali trasformarono l’anima del fante, e divenuti fratelli e compagni del contadino e dell’artigiano, lo condussero alla resistenza prima ed alla vittoria poi. Una nuova classe dirigente si è formata nel Trentino, sul Carso, sul Grappa e sul Piave. Essa non conosce ancora la sua forza. Forse non la sa ancora usare; e probabilmente è bene non l’usi subito. Perché a vincere bastano cuor saldo, animo ardente e tenace, capacità di persuasione e di comando, e convinzione di difendere una causa giusta. Tutte queste qualità possiede l’eletta di giovani che condusse l’esercito di popolani e di contadini pazienti, tenaci e valorosi alla vittoria. Oggi un solo ostacolo deve essa superare per rendersi degna di governare il paese, succedendo alla accolta di istrioni politici che tanto scredito ha cumulato su di sé: la presunzione di essere capace di governare per il solo diritto della vittoria. Nei giornali e nei comizi dei combattenti v’è una santa aspirazione a fare. Ma v’è altresì una incertezza grande in quel che si deve fare. Essi brancolano nel buio, avidamente ansiosi di trovare la luce. Su tutti gli altri, essi hanno però il vantaggio di sapere come si giunge alla luce; perché sanno che la vita è una cosa seria, e che il pericolo non si supera senza coraggio e fermezza. I giovani appartenenti alla nuova classe dirigente devono passare dall’ideale indistinto del bene che sono chiamati a compiere, della missione che essi hanno di liberare l’Italia dalla classe politica corrotta ed ignorante che la sgoverna da quarant’anni, ad un ideale preciso e concreto di azione. La classe politica che governò l’Italia dal 1848 al 1876 fu grande, perché aveva patito, aveva osservato, aveva studiato, aveva scaldato l’animo a grandi ideali. Altrettanto deve fare la nuova classe dirigente. Essa deve espellere dal proprio seno i retori ed i furbi. Deve guardare in faccia la realtà ; studiare i problemi concreti; diventar capace ad affrontarli prima di aspirare al governo degli uomini. Se essa guarderà al governo del paese come ad una cosa altrettanto seria com’era serio il compito di vincere l’Austria, e vi si appresterà con religiosa reverenza e con fermezza modesta, essa avrà vinta una nuova grande battaglia. Non meno grande e non meno feconda per l’Italia di quella di Vittorio Veneto.

 

 



[1] Con il titolo I vinti e i vincitori. [ndr]

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