Tratto da:

Idea. Settimanale

Letteratura politica

«Idea», marzo 1946, pp. 135-140

Paolo Soddu (a cura di), Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Firenze, Olschki, 2001, pp. 187-196

Davide Cadeddu, Einaudi recensore (inedito ed edito) di Olivetti, Annali della Fondazione Luigi Einaudi, Torino 2006, pp. 411-419

 

 

 

 

La classe politica la quale si appresta a prendere le redini del governo del paese mi pare prometta di non riuscire inferiore al concetto che ci eravamo formato per tradizione o per esperienza personale di quelle che furono, almeno nei loro rappresentanti semplicemente devoti al loro compito, le classi politiche italiane dal 1848 al 1922.

 

 

Possono, come è sempre accaduto, i nuovi politici avere opinioni immature o vaghe od erronee; ma spesso credono in quel che dicono e sono animati da spirito di bene. Possono interpretare male quello che sia il bene comune, ma intendono servire ad esso. I mezzi proposti per giungere al fine sono spesso disadatti, ma esiste la volontà di giungere ad un fine di bene e di scoprire i mezzi all’uopo convenienti.

 

 

Non è morto lo spirito di sopraffazione e d’intrigo ed è sempre grave il pericolo che gruppi abili ed audaci riescano, usando miti verbali attraenti, a conquistare maggioranze improvvisate ed a trascinare il paese in avventure sociali pericolose, atte a suscitare reazioni violente ed a rendere difficile la restaurazione morale ed economica della nazione. Scarso è lo sforzo degli uni di comprendere gli altri e troppi sono propensi a vedere nell’avversario l’incarnazione del male o il portatore di interessi inconfessabili.

 

 

Ma i primi, ancora incerti, sperimenti di governo controllato da un quasi parlamento, dimostrano che la discussione, che il ragionamento, che il cozzo di opinioni diverse ed avverse – in che soltanto consiste il governo parlamentare – hanno di nuovo un peso, giovano a migliorare i testi legislativi ed a procrastinare od impedire improvvisazioni acerbe. Se nei nuovi parlamenti si potranno formare maggioranze e se le maggioranze vorranno, cosa altrettanto e forse più difficile della costituzione di una maggioranza, imporsi la regola di rispettare le minoranze, la nuova classe politica si dimostrerà degna di governare l’Italia.

 

 

A far sperar bene, occorre una constatazione: non è scarso il numero di scritti dovuti a giovani consultori o ad uomini che ben sarebbero stati degni di esserlo, i quali danno testimonianza di buona preparazione alla vita politica. In qualche istante si ha l’impressione di esser ritornati ai tempi nei quali Franchetti e Sonnino si preparavano ad entrare nella Camera compiendo inchieste memorabili sulla Sicilia ed il Mezzogiorno, o dirigendo riviste settimanali che ancor oggi si consultano o Francesco Nitti metteva a rumore il mondo politico con scritti forniti di un imponente apparato di cifre sul problema di Nord e Sud.

 

 

Troppi scritti dovrei ricordare per render conto dell’attività letteraria dei giovani politici, ma, restringendomi a taluni pochi libri relativi all’ordinamento costituzionale dello stato, di tre volumi recenti, tutti per parecchi rispetti notabili, voglio citare i titoli: La repubblica presidenziale di Giambattista Rizzo (un vol. di pp. 391, Edizioni italiane, Roma, 1945, Lire 180); Le libertà locali, di Mario Boneschi (un vol. di pp. 446, Rosa e Ballo, editori, Milano, 1946, Lire 500); e L’ordine politico delle comunità di Adriano Olivetti (un vol. di pp. XX-337, Nuove edizioni, Ivrea, 1945, s.i.p.). I primi due, ambi consultori, hanno redatto opere che nel nostro linguaggio accademico si dicono sistematiche, dotte, fornite di note e di riferimenti bibliografici. Evidentemente Rizzo e Boneschi hanno inteso far opera di politica ed insieme di dottrina; testimonianza di interesse a problemi attuali ed insieme di probità scientifica.

 

 

Olivetti, che non so perché non sia stato designato consultore da qualche partito od organizzazione, non fa parte e non aspira a far parte della nostra confraternita accademica. è, invece, il figlio del fondatore della fabbrica di macchine da scrivere Olivetti e colui il quale ha recato quello stabilimento ad inusitato splendore tecnico e sociale. Tanta gente addita esempi forestieri di iniziative industriali nel campo sociale e parla di quel che fece Bata in Cecoslovacchia e Zeiss in Germania e Morris ad Oxford, ecc., ecc.

 

 

Gli italiani vadano a vedere quel che fecero tanti industriali in Italia e, fra gli altri, quel che fece Olivetti ad Ivrea: cucine stupende, che fanno venir voglia di andare sempre a mangiare là, fattorie ed orti e frutteti per produrre quel che occorre alle mense e scuole e biblioteche per operai ed impiegati ed un mirabile asilo infantile dove i piccoli monelli selvaggi delle campagne canavesane sono trasformati in scolaretti che sono un amore di pulitezza, di allegria e di voglia di divertirsi e di apprendere.

 

 

Come scrittore, Olivetti è un autodidatta. Egli ha vissuto, ha osservato e si è ficcato in testa talune idee fondamentali, che, dopo, ha cercato di corroborare con vaste letture; ma il libro rimane quello di un laico il quale sente di aver qualcosa da dire ai cultori professionali della scienza politica e del diritto costituzionale. In tutti tre i libri si leggono idee e ragionamenti degni di meditazione. Fra i tanti spunti che potrei derivare dalla fina minuta analisi storico critica del sorgere e dell’affermarsi del potere presidenziale negli Stati Uniti d’America compiuta dal Rizzo, uno a me pare particolarmente fruttuoso: il presidente americano deve essere «qualcuno». La repubblica presidenziale è, sì, un ordinamento che può presupporre – secondo il Rizzo lo presuppone necessariamente – l’esistenza di partiti, forniti di un programma, e deliberati a conquistare con quel programma la maggioranza od a condurre l’opposizione.

 

 

Ma quel tipo di repubblica presuppone sovratutto che il presidente sia un «uomo» capace di guidare partito e popolo. Se esistono soltanto partiti e programmi – o, come dicono in Italia gli ingenui propugnatori della rappresentanza proporzionale, liste e indirizzi politici – di fatto sarebbe come se non esistessero né idee né programmi, ma soltanto gruppi di politici decisi a conquistare il potere affermando tutti di volere suppergiù attuare i medesimi propositi, dichiarati in modo atto a soddisfare le mille e contradditorie esigenze delle decine di milioni di elettori; e, conquistatolo, conservarlo a vantaggio proprio e dei fedeli. Così van le cose quando il presidente è un mediocre; e non vanno male solo perché i giornali sono vigili e critici, perché l’opposizione grida contro i soprusi, perché i poteri dei comuni, delle contee, dei singoli stati e della Confederazione sono autonomi e limitati e gelosamente custoditi, perché i giudici non si lasciano pestare i piedi dai politici e dichiarano nulli gli atti compiuti in base a leggi che ai giudici piace dichiarare incostituzionali.

 

 

Di solito anzi, vanno bene, perché normalmente non occorrono affatto grandi uomini al governo del paese. Basta che i governanti sappiano discretamente il loro mestiere e facciano funzionare la macchina amministrativa; che è una macchina come tante altre, più grossa di quella di una grande città o di una grande impresa; eppur macchina anch’essa, che una volta messa in moto, funziona da sé, quasi automaticamente. Tutti i santi giorni dell’anno, i direttori generali danno l’ultimo tocco alle pratiche e le portano al ministro, che decide e firma.

 

 

Al di sotto migliaia e decine di migliaia di impiegati, ciascuno nella sua stanza, dinnanzi al suo tavolo ricevono gente, istruiscono pratiche, scrivono lettere e preparano minute; e in virtù di centinaia di migliaia di scritturazioni entrano in cassa i denari delle imposte e dei prestiti ed escono i denari degli stipendi e delle altre spese, e così lo stato adempie alla sua bisogna: si arrestano i ladri se si riesce a scovarli, si infliggono loro le dovute pene; i bambini, i ragazzi e i giovani vanno a scuola e trovano maestri e professori pronti ad insegnar loro qualcosa; le strade sono mantenute e riparate e la gente le percorre a piedi, in bicicletta o in vettura. La macchina funziona e par che funzioni da sé; come in ogni altra impresa, privata o pubblica, di questo mondo. La divisione del lavoro opera i suoi miracoli; e nessuno se ne impressiona. Ma un piccolo granello di sabbia si infiltri in una rotellina e tutto il meccanismo si arresta e talvolta salta.

 

 

Quel granellino di sabbia, in politica, può chiamarsi Mussolini od Hitler, od è un raccolto mancato, od un rialzo di prezzi e conseguenti agitazioni salariali. In quel punto non bastano più i partiti, le liste, le idee, i programmi e tutte le solite cose che si raccontano per imbonire il pubblico. Occorre l’uomo: che si chiama il presidente Roosevelt negli Stati Uniti od il primo ministro Churchill in Gran Brettagna, o si chiamò Cavour nel decennio del Risorgimento italiano. Qualunque sia il suo nome, importa che sia un uomo, dotato di immaginazione politica, scelto da chi è alla sorgente del potere, ieri il Re che sceglieva Richelieu, oggi il popolo che affida a Roosevelt od a Churchill od a Cavour il potere di guidare la nazione attraverso le ore difficili della sua storia. «Invero, dice Rizzo, il corpo elettorale è chiamato ad avere fiducia più per un capo politico che per un partito, per la sua piattaforma. Ed il presidente determina un indirizzo politico che risponda alla opinione pubblica e ne chiede il sostegno per attuarlo».

 

 

Uomini vivi e non personaggi decorativi dunque bisognano a capo del governo del paese. Se la macchina statale diventa però troppo colossale, pare che qui osservi Boneschi, nessun uomo da solo, da un centro unico, la può far muovere. Tutto si incanta e tutto si corrompe, quando nessuna più minuscola operazione può compiersi fuorché da un unico centro. Fa d’uopo, in un ben ordinato stato, che le macchine operanti siano tante, grosse e piccole; e fa d’uopo che ognuna di esse lavori bensì in armonia con le altre; ma possa seguitare a fare un buon lavoro, anche se qualche altra lavora poco. Anzi l’iniziativa indipendente di ciascuna macchina è condizione necessaria affinché tutte le altre e principalmente la più grossa di tutte, quella statale, lavorino con efficacia.

 

 

È la teoria delle libertà locali, di cui Boneschi ha tracciato nel suo libro con diligenza le vicende, teoriche e di fatto, dal Risorgimento ai nostri giorni. Chi non crede alla virtù del caso nella storia ad immagine, contro l’evidenza, che le vicende umane siano mosse da forze arcane, fatali, a cui gli uomini non possono sottrarsi, rifletta sulla importanza grandissima che sulla storia d’Italia ebbe un fatto minutissimo: la estensione di una legge piemontese del 13 ottobre 1859 sulle amministrazioni locali a tutte le provincie del nuovissimo regno: e ricordi che quella estensione non avrebbe avuto assai probabilmente luogo se la morte non stroncava a 50 anni la vita del solo veramente grande statista nato in Europa nel secolo scorso. Camillo Cavour era invero fautore delle autonomie locali.

 

 

Le aveva preconizzate con una circolare del 10 gennaio 1858; e, ritornato al potere dopo la parentesi di Villafranca, aveva costituito presso il Consiglio di stato una sezione temporanea incaricata di apparecchiare la riforma di quella legge Rattazzi del 13 ottobre 1859, che pedissequamente ricopiava gli ordinamenti accentratori napoleonici. Morto Cavour, l’accentramento parve, a torto, garanzia di unità; e ne assaporammo e ne assaporiamo tuttora i frutti di tosco della corruzione del parlamentarismo, della onnipotenza del governo centrale, del disamore degli abitanti delle città dei comuni e delle provincie alle cose locali.

 

 

La classe politica la quale si appresta a prendere le redini del governo del paese mi pare prometta di non riuscire inferiore al concetto che ci eravamo formato per tradizione o per esperienza personale di quelle che furono, almeno nei loro rappresentanti semplicemente devoti al loro compito, le classi politiche italiane dal 1848 al 1922. Possono, come è sempre accaduto, i nuovi politici avere opinioni immature o vaghe od erronee; ma spesso credono in quel che dicono e sono animati da spirito di bene. Possono interpretare male quello che sia il bene comune, ma intendono servire ad esso.

 

 

I mezzi proposti per giungere al fine sono spesso disadatti, ma esiste la volontà di giungere ad un fine di bene e di scoprire i mezzi all’uopo convenienti. Non è morto lo spirito di sopraffazione e d’intrigo ed è sempre grave il pericolo che gruppi abili ed audaci riescano, usando miti verbali attraenti, a conquistare maggioranze improvvisate ed a trascinare il paese in avventure sociali pericolose, atte a suscitare reazioni violente ed a rendere difficile la restaurazione morale ed economica della nazione. Scarso è lo sforzo degli uni di comprendere gli altri e troppi sono propensi a vedere nell’avversario l’incarnazione del male o il portatore di interessi inconfessabili.

 

 

Ma i primi, ancora incerti, sperimenti di governo controllato da un quasi parlamento, dimostrano che la discussione, che il ragionamento, che il cozzo di opinioni diverse ed avverse – in che soltanto consiste il governo parlamentare – hanno di nuovo un peso, giovano a migliorare i testi legislativi ed a procrastinare od impedire improvvisazioni acerbe. Se nei nuovi parlamenti si potranno formare maggioranze e se le maggioranze vorranno, cosa altrettanto e forse più difficile della costituzione di una maggioranza, imporsi la regola di rispettare le minoranze, la nuova classe politica si dimostrerà degna di governare l’Italia.

 

 

A far sperar bene, occorre una constatazione: non è scarso il numero di scritti dovuti a giovani consultori o ad uomini che ben sarebbero stati degni di esserlo, i quali danno testimonianza di buona preparazione alla vita politica. In qualche istante si ha l’impressione di esser ritornati ai tempi nei quali Franchetti e Sonnino si preparavano ad entrare nella Camera compiendo inchieste memorabili sulla Sicilia ed il Mezzogiorno, o dirigendo riviste settimanali che ancor oggi si consultano o Francesco Nitti metteva a rumore il mondo politico con scritti forniti di un imponente apparato di cifre sul problema di Nord e Sud.

 

 

Troppi scritti dovrei ricordare per render conto dell’attività letteraria dei giovani politici, ma, restringendomi a taluni pochi libri relativi all’ordinamento costituzionale dello stato, di tre volumi recenti, tutti per parecchi rispetti notabili, voglio citare i titoli: La repubblica presidenziale di Giambattista Rizzo (un vol. di pp. 391, Edizioni italiane, Roma, 1945, Lire 180); Le libertà locali, di Mario Boneschi (un vol. di pp. 446, Rosa e Ballo, editori, Milano, 1946, Lire 500); e L’ordine politico delle comunità di Adriano Olivetti (un vol. di pp. XX-337, Nuove edizioni, Ivrea, 1945, s.i.p.). I primi due, ambi consultori, hanno redatto opere che nel nostro linguaggio accademico si dicono sistematiche, dotte, fornite di note e di riferimenti bibliografici. Evidentemente Rizzo e Boneschi hanno inteso far opera di politica ed insieme di dottrina; testimonianza di interesse a problemi attuali ed insieme di probità scientifica.

 

 

Olivetti, che non so perché non sia stato designato consultore da qualche partito od organizzazione, non fa parte e non aspira a far parte della nostra confraternita accademica. è, invece, il figlio del fondatore della fabbrica di macchine da scrivere Olivetti e colui il quale ha recato quello stabilimento ad inusitato splendore tecnico e sociale. Tanta gente addita esempi forestieri di iniziative industriali nel campo sociale e parla di quel che fece Bata in Cecoslovacchia e Zeiss in Germania e Morris ad Oxford, ecc., ecc.

 

 

Gli italiani vadano a vedere quel che fecero tanti industriali in Italia e, fra gli altri, quel che fece Olivetti ad Ivrea: cucine stupende, che fanno venir voglia di andare sempre a mangiare là, fattorie ed orti e frutteti per produrre quel che occorre alle mense e scuole e biblioteche per operai ed impiegati ed un mirabile asilo infantile dove i piccoli monelli selvaggi delle campagne canavesane sono trasformati in scolaretti che sono un amore di pulitezza, di allegria e di voglia di divertirsi e di apprendere.

 

 

Come scrittore, Olivetti è un autodidatta. Egli ha vissuto, ha osservato e si è ficcato in testa talune idee fondamentali, che, dopo, ha cercato di corroborare con vaste letture; ma il libro rimane quello di un laico il quale sente di aver qualcosa da dire ai cultori professionali della scienza politica e del diritto costituzionale. In tutti tre i libri si leggono idee e ragionamenti degni di meditazione. Fra i tanti spunti che potrei derivare dalla fina minuta analisi storico critica del sorgere e dell’affermarsi del potere presidenziale negli Stati Uniti d’America compiuta dal Rizzo, uno a me pare particolarmente fruttuoso: il presidente americano deve essere «qualcuno». La repubblica presidenziale è, sì, un ordinamento che può presupporre – secondo il Rizzo lo presuppone necessariamente – l’esistenza di partiti, forniti di un programma, e deliberati a conquistare con quel programma la maggioranza od a condurre l’opposizione.

 

 

Ma quel tipo di repubblica presuppone sovratutto che il presidente sia un «uomo» capace di guidare partito e popolo. Se esistono soltanto partiti e programmi – o, come dicono in Italia gli ingenui propugnatori della rappresentanza proporzionale, liste e indirizzi politici – di fatto sarebbe come se non esistessero né idee né programmi, ma soltanto gruppi di politici decisi a conquistare il potere affermando tutti di volere suppergiù attuare i medesimi propositi, dichiarati in modo atto a soddisfare le mille e contradditorie esigenze delle decine di milioni di elettori; e, conquistatolo, conservarlo a vantaggio proprio e dei fedeli. Così van le cose quando il presidente è un mediocre; e non vanno male solo perché i giornali sono vigili e critici, perché l’opposizione grida contro i soprusi, perché i poteri dei comuni, delle contee, dei singoli stati e della Confederazione sono autonomi e limitati e gelosamente custoditi, perché i giudici non si lasciano pestare i piedi dai politici e dichiarano nulli gli atti compiuti in base a leggi che ai giudici piace dichiarare incostituzionali.

 

 

Di solito anzi, vanno bene, perché normalmente non occorrono affatto grandi uomini al governo del paese. Basta che i governanti sappiano discretamente il loro mestiere e facciano funzionare la macchina amministrativa; che è una macchina come tante altre, più grossa di quella di una grande città o di una grande impresa; eppur macchina anch’essa, che una volta messa in moto, funziona da sé, quasi automaticamente. Tutti i santi giorni dell’anno, i direttori generali danno l’ultimo tocco alle pratiche e le portano al ministro, che decide e firma.

 

 

Al di sotto migliaia e decine di migliaia di impiegati, ciascuno nella sua stanza, dinnanzi al suo tavolo ricevono gente, istruiscono pratiche, scrivono lettere e preparano minute; e in virtù di centinaia di migliaia di scritturazioni entrano in cassa i denari delle imposte e dei prestiti ed escono i denari degli stipendi e delle altre spese, e così lo stato adempie alla sua bisogna: si arrestano i ladri se si riesce a scovarli, si infliggono loro le dovute pene; i bambini, i ragazzi e i giovani vanno a scuola e trovano maestri e professori pronti ad insegnar loro qualcosa; le strade sono mantenute e riparate e la gente le percorre a piedi, in bicicletta o in vettura. La macchina funziona e par che funzioni da sé; come in ogni altra impresa, privata o pubblica, di questo mondo. La divisione del lavoro opera i suoi miracoli; e nessuno se ne impressiona. Ma un piccolo granello di sabbia si infiltri in una rotellina e tutto il meccanismo si arresta e talvolta salta.

 

 

Quel granellino di sabbia, in politica, può chiamarsi Mussolini od Hitler, od è un raccolto mancato, od un rialzo di prezzi e conseguenti agitazioni salariali. In quel punto non bastano più i partiti, le liste, le idee, i programmi e tutte le solite cose che si raccontano per imbonire il pubblico. Occorre l’uomo: che si chiama il presidente Roosevelt negli Stati Uniti od il primo ministro Churchill in Gran Brettagna, o si chiamò Cavour nel decennio del Risorgimento italiano. Qualunque sia il suo nome, importa che sia un uomo, dotato di immaginazione politica, scelto da chi è alla sorgente del potere, ieri il Re che sceglieva Richelieu, oggi il popolo che affida a Roosevelt od a Churchill od a Cavour il potere di guidare la nazione attraverso le ore difficili della sua storia. «Invero, dice Rizzo, il corpo elettorale è chiamato ad avere fiducia più per un capo politico che per un partito, per la sua piattaforma. Ed il presidente determina un indirizzo politico che risponda alla opinione pubblica e ne chiede il sostegno per attuarlo». Uomini vivi e non personaggi decorativi dunque bisognano a capo del governo del paese.

 

 

Se la macchina statale diventa però troppo colossale, pare che qui osservi Boneschi, nessun uomo da solo, da un centro unico, la può far muovere. Tutto si incanta e tutto si corrompe, quando nessuna più minuscola operazione può compiersi fuorché da un unico centro. Fa d’uopo, in un ben ordinato stato, che le macchine operanti siano tante, grosse e piccole; e fa d’uopo che ognuna di esse lavori bensì in armonia con le altre; ma possa seguitare a fare un buon lavoro, anche se qualche altra lavora poco. Anzi l’iniziativa indipendente di ciascuna macchina è condizione necessaria affinché tutte le altre e principalmente la più grossa di tutte, quella statale, lavorino con efficacia.

 

 

È la teoria delle libertà locali, di cui Boneschi ha tracciato nel suo libro con diligenza le vicende, teoriche e di fatto, dal Risorgimento ai nostri giorni. Chi non crede alla virtù del caso nella storia ad immagine, contro l’evidenza, che le vicende umane siano mosse da forze arcane, fatali, a cui gli uomini non possono sottrarsi, rifletta sulla importanza grandissima che sulla storia d’Italia ebbe un fatto minutissimo: la estensione di una legge piemontese del 13 ottobre 1859 sulle amministrazioni locali a tutte le provincie del nuovissimo regno: e ricordi che quella estensione non avrebbe avuto assai probabilmente luogo se la morte non stroncava a 50 anni la vita del solo veramente grande statista nato in Europa nel secolo scorso.

 

 

Camillo Cavour era invero fautore delle autonomie locali. Le aveva preconizzate con una circolare del 10 gennaio 1858; e, ritornato al potere dopo la parentesi di Villafranca, aveva costituito presso il Consiglio di stato una sezione temporanea incaricata di apparecchiare la riforma di quella legge Rattazzi del 13 ottobre 1859, che pedissequamente ricopiava gli ordinamenti accentratori napoleonici. Morto Cavour, l’accentramento parve, a torto, garanzia di unità; e ne assaporammo e ne assaporiamo tuttora i frutti di tosco della corruzione del parlamentarismo, della onnipotenza del governo centrale, del disamore degli abitanti delle città dei comuni e delle provincie alle cose locali.

Torna su