Lettere di un piemontese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/07/1917

Lettere di un piemontese

«Corriere della Sera», 3 luglio 1917, 18 agosto 1917, 20 ottobre 1917, 25 agosto 1919, 17 ottobre 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 445-475

 

 

 

 

I

 

I verdetti della «grande Vergine»[1]

 

Signor direttore,

 

 

Il giornale ufficiale del giolittismo non vuole sostituirsi alla «storia» ed attende dalla «grande Vergine» il suo «terribile verdetto, senza appello». Pare che attenda un verdetto «di giudizio per la purezza delle intenzioni, di rispetto, perché ha dimostrato un alto e puro patriottismo». E sembra anche che il verdetto «senza appello» della «storia» debba esprimersi «limpido come la luce del sole» nell’ottobre del 1918, quando l’attuale legislatura avrà compiuto il ciclo della sua vita politica ed il paese nei comizi mostrerà il suo pensiero.

 

 

Questo appello alla «grande Vergine» non poteva essere più in carattere. Nessuno meglio di un discepolo di quel primo ministro che, forse unico tra i presidenti italiani del Consiglio dal 1848 in poi, ha saputo mantenere immacolata la verginità del suo spirito da ogni contatto con la scienza scritta sui libri, poteva tracciare dei compiti della «grande Vergine» un quadro così nuovo e singolare. Che si sappia, la «storia» da cui si attendono verdetti non è quella scritta dagli storici di professione. Questi verranno fra cent’anni, od al più presto fra ottant’anni, quando saranno aperti agli studiosi gli archivi dello stato – ancor oggi non si possono in Italia leggere i documenti posteriori al 1830! – ed ho l’impressione che del verdetto dei futuri storici dell’anno 2000 importi poco ai giolittiani frenetici di vedere riconosciuto «in modo solenne il puro patriottismo di uno dei nostri più rappresentativi uomini politici» dagli elettori italiani dell’autunno del 1918. Tanto più che v’è il pericolo che gli storici del 2000 abbiano a dare un giudizio assai duro del periodo di storia politica che corse fra l’80 ed il 1910 e di cui gli uomini rappresentativi furono Agostino Depretis e Giovanni Giolitti. Tra i documenti noti, ve ne sono due che gli storici del 2000 consulteranno sicuramente e sono: Governo e governati in Italia di Pasquale Turiello e l’Inchiesta sulle banche di emissione, e son due documenti che non deve far molto piacere di vedere compulsati ai figli spirituali di Agostino Depretis e di Giovanni Giolitti.

 

 

No. L’appello alla «storia» non è rivolto alla storia che sarà scritta quando gli avvenimenti d’oggi potranno essere studiati sul serio. La storia sono «gli avvenimenti immediatamente successivi a quelli che si sono compiuti dall’agosto 1914 ad oggi». Sono i fatti del domani che, essendo diversi da quelli d’oggi, se ne costituirebbero giudici. Il generale Monk, il quale, riportando gli Stuardi a Londra, si erge giudice di Cromwell; Napoleone, che condanna la rivoluzione francese; le elezioni del 1918, le quali daranno – spera l’organo ufficiale del giolittismo – la maggioranza ai giolittiani ed ai socialisti e condanneranno così la dichiarazione di guerra all’Austria e le giornate di maggio. Ho riflettuto a lungo sul significato logico del verdetto della «grande Vergine» e mi sono dovuto convincere che le cose stanno proprio così come le ho dovute porre. Fa bisogno di dire che questa è una concezione da farmacia di villaggio o da caffè di provincia, appena appena degna di essere apprezzata in quel caffè di villaggio piemontese dove certi nostri «rappresentativi uomini politici» trascorrono tra una partita ai tarocchi e l’altra al bigliardo alcune delle ore tristi del loro «martirio»? V’ha bisogno di dire che il ritorno degli Stuardi non ha sminuito affatto la grande figura di Cromwell; e che l’epopea napoleonica non ha mutato in nulla l’importanza storica della rivoluzione francese? L’avvenimento del domani può essere una conseguenza ed uno svolgimento del fatto di oggi; ed è esperienza comune che gli avvenimenti storici si svolgono ad ondate, a corsi e ricorsi, come diceva Giambattista Vico. I fatti del dopo guerra saranno certamente diversi da quelli della guerra; e saranno diversi i giudizi ed i pensieri degli uomini. Come i fatti ed i pensieri d’oggi, anche quelli di domani dovranno essere spiegati, non lodati o condannati, dagli storici dell’avvenire; ma immaginare che, perché diversi, essi possano costituire un «verdetto» sui fatti e pensieri di prima, può cadere in mente soltanto a chi non abbia colla storia altra dimestichezza che quella che si acquistava un tempo nelle scuole elementari quando si studiava la storia del popolo d’Israello e si vedeva Iehova affaccendato a punire le colpe dei re sacrileghi e del popolo eletto.

 

 

I «compendi di storia sacra» devono essere davvero l’ultima Thule della sapienza storica dell’annunciatore di verdetti, se si bada al quadro «idillico» che in un numero precedente lo stesso scrittore ha tracciato della storia del popolo degli Stati uniti. Sorto in mezzo ad un «Eden», vissuto in un’«Arcadia», ottimista per temperamento, conduttore di guerre «umanitarie» per l’abolizione di un «errore» (lo schiavismo), plagiario nei messaggi bellici di Wilson dei testi pacifisti di Emanuele Kant, entrato in guerra per essere stato disturbato nei suoi piani di fare armonicamente denaro vendendo merci a tedeschi e ad inglesi, il popolo americano crede che bastino i messaggi i discorsi le dimostrazioni e le bandiere per vincere la guerra.

 

 

Il quadro deve avere riscosso molte lodi nel caffè di provincia, dove gli uomini di stato, i quali furono prima «professori», devono godere assai scarse simpatie. Che le dichiarazioni di guerra dell’Italia e degli Stati uniti siano state fatte da due professori, da due intellettuali, è una circostanza che non sarà mai dimenticata dalle «scarpe grosse» ma «pratiche», a cui la parte giolittiana è fermamente convinta spettare il governo del mondo. Disgraziatamente, la prima dichiarazione di guerra, di cui le altre furono le conseguenze, non fu forse fatta da un intellettuale, da un filosofo, il Bethmann-Hollweg, ed i professori tedeschi firmatari del celebre «manifesto» non certificarono forse che essa aveva per sé il verdetto della storia?

 

 

Ignoro quel che dirà la storia dell’atto di Wilson; ma immagino che difficilmente potrà negare che i messaggi del presidente americano discendano in linea retta dai grandi documenti della storia nordamericana: Washington, Jefferson, Lincoln non avrebbero parlato diversamente. Quei documenti non possono essere scambiati per manifestazioni idilliache di un popolo vissuto sempre in un Eden, salvo da chi abbia appreso la storia nordamericana sui romanzi di Maine-Reid. Essi sono documenti dello spirito di sacrificio di un popolo che ha sempre lottato per il raggiungimento di scopi ideali. Chi immagina che le guerre si possano fare solo per rubare i territori altrui, o per impadronirsi di miniere o di colonie o di tesori, non può capire il perché Wilson sia disceso in guerra. Cotesta gente «furba» pensa che gli americani avessero guadagnato abbastanza alle spalle nostre e si siano decisi a venirci in aiuto per salvare i loro crediti, e soggiunge, con spirito caritatevole: «questo è ottimismo di un popolo a cui la vita fu sempre facile ed è sicuro della propria stella. Noi che non siamo ottimisti, la pensiamo diversamente e staremo a vedere come la andrà a finire coi crediti nordamericani». Così si ragiona dai filosofi giolittiani della storia moderna.

 

 

Gli italiani che ricordano, rammentano una ben diversa storia: la emigrazione dei puritani dall’Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni religiose, le lotte diuturne e secolari con gli indiani e coi francesi del Canada, la lunga, incerta, angosciosa guerra dell’indipendenza, la salvezza miracolosa da ripetuti pericoli di annientamento della neonata confederazione, le movimentate guerre marittime, in cui la marina francese, acquistando per un momento la preponderanza sulla flotta britannica, salvò dal disastro Washington, la terribile guerra di secessione, di cui nessuna forse rassomiglia di più alla guerra presente, per numero di uomini combattenti – fa bisogno di ricordare agli esumatori di idilli nordamericani che 4 milioni di uomini combatterono nella guerra del 1861-65 e che 500.000 uomini vi trovarono la morte? – e per le cifre per quei tempi colossali della spesa sostenuta.

 

 

E rammentano che ben lungi dal credere di possedere la «costituzione Perfetta», i nordamericani sono forse il popolo che abbia durato più fatica per emendare la propria costituzione. Per un emendamento si fece la guerra di secessione; e tutti gli altri costarono lotte acerbissime degli uomini migliori del paese contro le forze del privilegio e dell’interesse particolare. Wilson, dopo Lincoln, è il rappresentante più alto delle qualità migliori del popolo nordamericano. Professore e rettore della sua università ne trasformò il governo, vi infuse uno spirito nuovo e la rese uno dei centri migliori di ricerca e di influenza intellettuale sul nuovo continente. Governatore di New Jersey si rese temibile ai capi partito e sgominò le vecchie e tenacissime consorterie che si erano impadronite della cosa pubblica. Presidente della confederazione, mantenne la promessa di riforma delle tariffe doganali e della legge bancaria. L’atto bancario di Wilson fu definito più grande nelle sue conseguenze mondiali che non l’apertura del canale di Panama; e chi conosce il valore delle forze che si opponevano all’atto doganale e all’atto bancario sa che per trionfare su quegli ostacoli faceva d’uopo possedere una volontà dura e ferma come quella dei due o tre grandi presidenti che gli Stati uniti vantano, uomini non inferiori in nulla ai maggiori statisti dell’Europa del secolo XIX. Dire, dopo ciò, che i messaggi di Wilson sono roba da Eden e da Arcadia è dire cosa che, se è lontana dal vero, si confà però egregiamente alla levatura intellettuale di coloro che per consolarsi del martirio sofferto passano il tempo nei piccoli caffè a giocare a tarocchi od al bigliardo.

 

JUNIUS

 

 

II

 

Intorno ai detti memorabili dello statista-erede della tradizione piemontese

 

Signor direttore,

 

 

Lo statista «che in tutta l’opera sua ha continuato la tradizione piemontese di una politica larga ad ampie vedute democratiche» – così il suo organo ufficiale commenta il discorso dell’on. Giovanni Giolitti – «non poteva non essere il primo del partito costituzionale ad affermare i diritti dell’ora nuova». L’ora nuova dice: «a sinistra, sempre più verso sinistra», in ricordanza della tradizione piemontese cavouriana del connubio con la sinistra di Rattazzi. Nei caffè «costituzionali» piemontesi, dove si ragiona di politica e si paragona Giolitti a Briand od a Lloyd George od a Wilson, quell’affare del «verso Sinistra» deve essere rimasta l’idea politica più chiara tramandata ai posteri dalla storia del risorgimento. Come mai, si ragiona nei piccoli caffè, nessuno statista, fuor del nostro grande erede delle tradizioni cavouriane, s’è ancora accorto che il mondo va verso sinistra? E che la guerra ha insegnato doversi «accelerare decisamente il ritmo» del passo verso quella parte della strada, lungo la quale si cammina, la quale sta a sinistra del viandante?

 

 

Par certo che la «tradizione piemontese» si sostanzi in quell’«unico» ricordo «topografico», se si riflette che sarebbe difficile fuori dallo storico connubio ricordare qualche altro fatto piemontese in cui le «ampie vedute democratiche» avessero avuto tale importanza da dar luogo ad una «tradizione». A meno di considerare bastevoli a costituire una tradizione «democratica» a larga visibilità le promesse elettorali non mantenute dello stesso on. Giovanni Giolitti e dei suoi predecessori Depretis e Rattazzi. Cavour, ai suoi tempi, era considerato un aristocratico, «milord Camillo», un latifondista, un monopolista, un accaparratore, un nemico delle osterie dove alcuni degli avoli degli attuali «lavoratori delle città e delle campagne» – che, secondo lo statista – erede, parrebbero i soli componenti l’esercito di terra e di mare d’Italia – cercavano un rifugio contro la visione dei dolori che li attendevano, anche allora, al ritorno «alle povere loro case».

 

 

Cavour, sovratutto, viaggiava, leggeva libri di politica, di economia e di storia e non avrebbe preso alla lettera l’immaginosa uscita del primo ministro inglese, educato in un ambiente religioso e biblico, figlio ed eletto di quegli uomini del Galles, in cui sono così numerosi i revivalisti emuli degli asceti medievali. Sentendo dire che la guerra odierna “è la più grande catastrofe dopo il diluvio universale”, il conte di Cavour avrebbe riflettuto che queste sono cose buone a dire per accendere l’entusiasmo di popoli immaginosi, ma che probabilmente uguale è stata sempre e sempre sarà l’impressione di tutti coloro i quali vissero in mezzo agli sconvolgimenti prodotti dalle grandi guerre. Aprasi Tucidide, che forse anche l’on. Giolitti, amante degli aforismi storici semplici e pago della lettura del suo giornale ufficiale, conosce come l’autore di una storia di qualche grido; e si legga come egli parli di quella del Peloponneso come di guerra «assai più di ogni altra che la precedette memorabile e grande», perché «non solo i greci, ma molti tra i barbari e, per così dire, la più gran parte degli uomini fosse sossopra». E poiché è certo che le guerre del Peloponneso esercitarono un’influenza grandissima sulle vicende posteriori dei popoli civili, dirà la storia, la «grande Vergine», fra qualche centinaio di anni, se maggiore sarà stata la portata della guerra attuale. Per ora sarebbe azzardato dare un giudizio in proposito, se non forse nel calore di un discorso detto da un uomo di passione, come sicuramente è il signor Lloyd George.

 

 

Ma forse il detentore della rocca, da cui il conte di Cavour trasse il nome gentilizio, interpretò la «catastrofe» del bell’impeto oratorio lloyd-georgiano nel senso extrastorico di avvenimento disastroso e fecondo di miserie. Nella quale opinione si rimane confermati vedendo come l’uomo «che unico affida» ritenga che «il paese continua con immutata costanza a sopportare sacrifici di sangue e di denaro e disagi superiori a quelli di ogni altra guerra e ad ogni comune previsione». Non parlisi di sacrifici di sangue, ché questi non possono a tutti non essere dolorosissimi; ma dei quali, per la loro incommensurabilità, è disperata impresa fare un paragone tra guerre successe a distanza di secoli. Quanto a sacrifici di denaro ed ai disagi, l’opinamento dell’erede delle «tradizioni» e una nuova prova della sua scarsa propensione alla lettura, anche di giornali ed anche di libri dilettevoli e famosissimi. O non s’è letto su tutti i giornali che la guerra odierna ha sfatato tutte le predizioni fatte da statisti, da economisti, da uomini di spada? Ritenevansi ormai le guerre assurde o di brevissima durata, perché produttrici di tale scompiglio nei traffici, nella industria, nella banca da rendere impossibile ai popoli di lavorare e di vivere. Questa la «comune previsione» prima della guerra; che i fatti dimostrarono lontanissima dal vero, essendosi invece i popoli adattati, oltre davvero ogni comune previsione, alla nuova vita imposta dalla guerra, sì da rendere disperati coloro i quali dallo scompiglio generale speravano la loro rapida ed incontrastata vittoria.

 

 

Se non alle previsioni si bada, ma ai fatti, sarebbe fuor di luogo sperare che lo statista-erede della tradizione piemontese conosca la storia del suo Piemonte e, peggio, «i sacrifici di denaro ed i disagi» che i piemontesi subirono per salvare l’indipendenza del proprio paese dalla prepotenza di Luigi XIV o dagli eserciti della rivoluzione francese e di Napoleone; quando in comuni non lontanissimi da quello di Cavour gli uomini erano ridotti a mangiar ghiande ed il principe spezzava tra i contadini affamati la collana dell’Annunziata, perché potessero procurarsi un pane così nero, in confronto al quale l’odierno pane di guerra parrebbe candidissimo. Ma senza andare sino a questa non peregrina erudizione, fu scritto in Italia un romanzo famosissimo, in cui si narra di guerre e di carestie e di peste; ed ognuno che abbia letto i Promessi sposi sa che le guerre di altri tempi producevano, anche in paesi lontani da quelli di guerra guerreggiata, «disagi» di gran lunga superiori a quelli che finora la guerra presente ha prodotto nel «paese», che vuol dire in Italia. Di fronte alle descrizioni del Manzoni, impallidiscono le querele odierne sulle tessere dello zucchero, sui 300 o 400 grammi di pane al giorno ed a testa, sul digiuno periodico della carne; e se l’on. Giolitti non ha voluto far previsioni ed affermazioni per l’avvenire, forza è concludere, rovesciando il suo detto, che tutte le grandi guerre del passato hanno costretto le popolazioni a sopportare disagi assai superiori a quelli che oggi valorosamente il popolo italiano sopporta.

 

 

No, finché le cose non peggiorino, questo dei «disagi» superiori a quelli mai visti in passato non è un buon argomento per eccitare il popolo a rinnovare le tragiche gesta della rivoluzione francese, allo scopo di chiudere «definitivamente» il periodo antebellico di politica estera segreta e di politica sociale ed economica, così come «il periodo dell’antico regime fu chiuso dalla rivoluzione francese».

 

 

Probabilmente l’on. Giovanni Giolitti non conosce il libro che ha inaugurato l’analisi delle sostanziali differenze fra l’antico regime e il regime inaugurato dalla rivoluzione. Quell’Ancien régime di Alessio di Tocqueville è ancora adesso, se si bada ai discorsi di apertura del consiglio provinciale di Cuneo, il racconto inedito di un viaggio alla scoperta di terre nuove. Dimostrò quel libro, or sono più di tre quarti di secolo, e dimostrò in maniera la quale da nessuno fu in seguito recata in dubbio, che la rivoluzione francese non chiuse ma continuò un periodo. Fu la prosecuzione accelerata di un’opera gigantesca, alla quale i re di Francia avevano consacrato secoli di sforzi non inutili. Abolì una feudalità che di fatto s’era già consunta. Unificò , con la divisione in dipartimenti e con la nomina napoleonica dei prefetti, quella Francia che i re avevano già riunito attorno a sé e che in gran parte facevano amministrare da propri «intendenti» non elettivi. Diede le proprietà della chiesa e della nobiltà a quei contadini che già stavano comprando le terre dai signori, un gran numero dei quali era già andato in rovina. Nessun grande avvenimento storico «chiude», come farebbe credere l’immagine da consiglio provinciale dell’on. Giovanni Giolitti, il periodo precedente di storia. Nessuna rivoluzione, nessuna guerra è un bolide caduto dal cielo a turare i buchi delle malefatte del passato. Ma tutte escono dalla terra medesima che fu feconda del passato, e continuano e superano il passato. Perciò son grandi.

 

 

Giova sperare che la storia d’Italia dopo la guerra continui ed innovi la storia passata. La continui nelle aspirazioni all’indipendenza non solo territoriale ma spirituale, alla giustizia tra le classi, che sono il patrimonio ideale del nostro risorgimento, di Mazzini, di Cavour, di Garibaldi. La innovi nella ripugnanza alla politica delle clientele personali, che fu impersonata, in un periodo oscuro della nostra storia recente, da Agostino Depretis e da Giovanni Giolitti.

 

JUNIUS

 

 

III

 

«Lasciar fare alla storia»[2]

 

Signor direttore,

 

 

Il giornale giolittiano torinese insiste nella idealizzazione del suo patrono, raffigurato come il tipo dello statista Piemontese. Questa volta siamo però già alla costruzione di quello che La Bruyère avrebbe detto un «carattere». L’eroe della leggenda è così scolpito: «Empirismo, pazienza, prudenza, tolleranza, tatto, senso della realtà, repugnanza dalla rettorica, amore dell’ordine»… «Istinti e tradizioni ereditarie di piemontesi furbi e cortesi, diplomatici, burocratici, soldati di padre in figlio», gente che «lascia fare alla storia, come il buon medico sovente lascia fare alla natura».

 

 

Da quali fonti manoscritte o stampate o da quali tradizioni orali lo scrittore di tali frasi abbia tratto queste caratteristiche del perfetto uomo di stato di marca piemontese, non so. Ma i ricordi della storia che un tempo si insegnava nelle scuole di rettorica e di filosofia del vecchio Piemonte, quando ai ragazzi si usavano raccontare le vicende della Casa di Savoia e non «esperienze mistiche e professioni di verità soprasensibili», come l’unità d’Italia e simili «sublimità», quei ricordi non mi sembrano molto favorevoli alla teoria del «lasciar fare alla storia».

 

 

Non già che questa teoria in date circostanze non sia buona ed utile. Una delle maggiori personalità di stato dell’evo moderno, la regina Elisabetta d’Inghilterra, trasse il suo paese a salvamento appunto con la teoria del non fare essa e del lasciar fare alla storia: col non maritarsi risolse i nodi gordiani della prevalenza di Francia e di Spagna e dell’unione delle corone inglese e scozzese; col non inviperire in paese né contro i cattolici, né contro i protestanti, diede al popolo l’unità religiosa. Ma anche la regina Elisabetta dovette decidersi, insistendo il clamore popolare, a troncare la testa di Maria di Scozia ed a dichiarare legalmente la guerra alla Spagna, dopo averla lasciata fare per tant’anni a corsari che diventarono ammiragli di gran nome e vinsero l’invincibile armata di Filippo II.

 

 

I grandi uomini di stato, quelli che impressero un’orma profonda nella storia, lasciarono fare bensì agli avvenimenti, ma ad un certo punto presero per le corna la signora storia e l’obbligarono a viva forza a lavorare a vantaggio del proprio paese. Aveva «lasciato fare» a francesi ed a spagnuoli il duca di Savoia Carlo il Buono, e s’era ridotto a morire miserabile e sbeffeggiato, privo persino dei gioielli della corona e col paese invaso; ed il figlio Emanuele Filiberto aveva lasciato credere che la storia avesse bene operato a pro dei sopraffattori, mettendosi al soldo di uno di questi. Ma egli attendeva il momento; e ben lo seppe afferrare a San Quintino, nella memorabile giornata che per un secolo stabilì l’assetto d’Europa e ridiede a lui la corona ed al Piemonte l’indipendenza.

 

 

Passo sopra a quell’irrequieto, fantastico, immaginoso precursore di idealità destinate ad avverarsi dopo più di due secoli, che fu Carlo Emanuele I; ma chi oserebbe dire che i due gran re che tornarono a fondare per la seconda volta la monarchia di Savoia e con essa l’unità d’Italia, Vittorio Amedeo Il e Carlo Emanuele III, abbiano lasciato fare alla storia? Soldati, sì, e diplomatici anche; ma avventurosi e coraggiosi ed iracondi e capaci di sacrificare il tutto per il tutto, pur di non lasciarsi mettere il piede sul collo. Se avessero avuta soltanto qualità di «furberia» e di «cortesia», se fossero stati solo dei «diplomatici» e dei «burocratici», se avessero avuto appena della pazienza, della prudenza, della tolleranza e del tatto, quei due sovrani, che la storia corrente non dice grandissimi solo perché furono a capo di un piccolo stato, non avrebbero cacciato il Piemonte in quattro guerre lunghe, dure ed economicamente disastrose: dal 1690 al 1696, dal 1701 al 1713, dal 1730 al 1738, e dal 1740 al 1748; guerre che diedero al Piemonte Pinerolo e Casale, Acqui e la Lomellina e Val di Sesia e Novara e l’oltre Po pavese ed i feudi imperiali, che fecero mangiare, traverso a molti stringimenti di ventre, al piccolo stato sabauda, alcune tra le foglie più preziose del carciofo lombardo. Ma quelle foglie non si mangiarono «lasciando fare»; ma «facendo», ma pagando di persona, ma precorrendo, contro le prepotenze dei Borboni, i quali avevano imposto il disarmo di quasi tutti i reggimenti, le astuzie che giovarono alla Prussia nella lotta contro Napoleone; ma conducendo ripetute volte lo stato all’orlo della rovina, da cui, grazie a miracoli di energia e di fiducia nella «sublimità», si sollevò ad un’altezza che lo rese ammirato ed ascoltato ben al di là delle sue forze durante tutto il secolo XVIII. «Furbi» sì, ma all’occasione anche violenti ed iracondi e precipitosi.

 

 

Così come più d’un secolo dopo era «furbo e cortese» ma anche violento ed acceso e pronto quel conte di Cavour, al cui «temperamento», se non più al «genio», aspira oggi il possessore della rocca che da Cavour si intitola. Quale buffa contraffazione di biografia cavouriana è in uso nei cenacoli giolittiani, per osare di asserire che il gran conte era un empirico, un paziente, un prudente, un tollerante? Empirico il Cavour, che andava a lezione all’università di Torino da Francesco Ferrara, il più grande teorico della scienza economica italiana e ne pubblicava i riassunti della prolusione nel suo giornale? Empirico chi in gioventù si era dilettato a scrivere anch’egli un compendio della scienza economica, chi era dotto in problemi religiosi, chi aveva una preparazione scientifica formidabile? Favola assurda, come è assurda la favola che i piemontesi in genere siano stati capaci di fare le grandi cose del 1859 e del 1860 solo perché erano furbi e cortesi, pazienti e tolleranti, odiatori della rettorica ed aventi il senso della realtà.

 

 

Purtroppo anche i piemontesi avevano in casa dei rettorici bolsi e vuoti come il Brofferio, quotidiano svillaneggiatore di Cavour, assillante calunniatore della sua politica e del suo giornale, che già a quei tempi giudicava come oggi fanno certuni in cerca di diversioni, mosso da cupidigie speculative, da spirito di accaparramento monopolistico e simili «scempiaggini». Ma fecero grandi cose, perché seppero anteporre alla diplomazia ed alla furberia del Dalla Margherita la franchezza dei propri convincimenti, la sbalordente franchezza cavouriana nel dire la verità, sì da far credere ai diplomatici fosse menzogna; preferirono alla piccola realtà ed al buon senso del coltivare il proprio giardinetto la credenza ferma nelle idealità che fecero l’Italia. Cavour non fu un isolato; era tutta la miglior parte della classe dirigente piemontese di prima del 1848, la quale pensava e parlava ed agiva in base a principii, che oggi il giornale ufficiale del giolittismo chiamerebbe «professioni di verità sovrasensibili». Perciò a noi che siamo appena usciti dal gran decennio giolittiano, dalla «fioritura» di prima del maggio 1915; i discorsi di Cavour paiono idealistici. Non così ai suoi contemporanei, perché erano vissuti e cresciuti in un ambiente di idealità vive e fervide.

 

 

La sola verità che c’è in fondo a quel «lasciar fare alla storia», che sarebbe il gran merito dello statista erede delle tradizioni piemontesi, è nel detto memorabile che oggi ci rivela il suo organo: «lo sviluppo dell’Italia stava nell’ordine delle cose». Il detto non è in tutto vero, neanche applicato alle «fioriture» del gran decennio giolittiano; perché l’Italia economica nuova non si poté fare senza una nuova scienza, senza banditori di essa, senza agricoltori coraggiosi pronti ad accogliere il verbo dei primi cattedratici ambulanti, senza industriali e negozianti di fegato. Le fabbriche non sorgono, ed i campi non migliorano perché la storia lo vuole.

 

 

Certa cosa è che la storia, quella scritta, deve ancora dare il suo giudizio intorno al grado di collaborazione che ai risultati ottenuti nel gran decennio diede l’opera dell’erede del «temperamento» di Cavour. I maestri di logica insegnano che, perché un dato avvenimento possa considerarsi la conseguenza di un altro, nel caso nostro perché il miliardo di maggiori salari degli operai, perché l’entrata nel popolo delle «plebi di città che le signorie straniere ci avevano lasciato come peso morto e corrotto» – e chi mai aveva visto queste corrotte plebi cittadine prima che la grande industria richiamasse in Torino, in Milano, in Genova gli abitanti del contado? – possano considerarsi come la conseguenza del temperamento neo-cavouriano e dei concepimenti giolittiani, sarebbe necessario che quell’avvenimento non potesse essere ascritto a nessuna altra causa.

 

 

Forse lo scrittore del giornale torinese ha scoverto nuovissimi metodi di analisi storica, per cui nel groviglio delle cause ed effetti delle vicende italiane è riuscito a rintracciare il filo della causa unica sufficiente della prosperità italiana nel gran decennio, che sarebbe quel «temperamento» o quei «concepimenti».

 

 

La conoscenza di quei metodi sarebbe per fermo suggestiva e per fermo ancor più interessante sarebbe sapere in qual modo si spieghi come dappertutto, in tutti i paesi del mondo, d’Europa e d’America, d’Asia e d’Oceania, il gran decennio sia stato caratterizzato da alti salari, miliardi di incremento della ricchezza nazionale e prosperità inaudita. Che dappertutto il governo si inspirasse, nelle repubbliche democratiche, come negli imperi imperialisti, nei paesi dove non si scioperava perché c’era l’arbitrato obbligatorio ed in quelli dove non si scioperava perché c’era lo knut, alle regole che la tradizione piemontese ha trasmesso, incorrotte e misteriose, ai privilegiati del «temperamento» neo-cavouriano ed ai toccati dalla grazia dei «concepimenti generali ritrovati da Giolitti?» Che se questi nuovi metodi di critica storica non verranno rivelati, rimarrà il dubbio: come attribuire in Italia ad una causa risultati che altrove ugualmente si ottennero in assenza di quella causa?

 

 

E, poiché sono sul tema dei confronti di logica storica internazionale, sarebbe interessantissimo sapere perché solo in Italia e non altrove si ponga il dilemma: o il parlamento o il giornalismo. Parrebbe, a sentire i cultori delle tradizioni piemontesi, che sia una cosa nuova, mai più vista ed intollerabile, che ci siano giornali e giornalisti intenti a svillaneggiare ministri, governi, deputati e parlamenti. Parrebbe che, se le ingiurie non vengono fatte cessare, se non si riesce a dimostrare che tutti gli ingiuriatori sono pagati o dominati dai pescicani della guerra, il parlamento debba senz’altro «oggi o domani, scomparire»; ovvero, se le ingiurie non sono vere, il giornalismo «riceva un colpo che può essere mortale».

 

 

Se questo dilemma fosse vero, da lunghi anni parlamenti e giornali sarebbero amendue scomparsi. La Camera dei comuni, la venerabile madre di tutti i parlamenti oggi vivi e vivaci, sarebbe morta da due secoli. Perché quali ingiurie e quali villanie non furono dette ai membri della Camera bassa inglese ed alla Camera stessa come ente? Da Swift, l’immortale autore del libro di Gulliver, in poi, le più atroci ingiurie furono lanciate contro di essa; e la più infrequente non era per fermo quella di essere composta tutta di persone vendute o corrotte; vendute a Luigi XIV per l’abiezione del proprio paese, corrotte da Walpole per ottenere il voto del bilancio a pro della politica dei Re Elettori annoveresi. Se fossero stati necessari i pubblici abbruciamenti di giornali e le condanne dei giornalisti a baciare il pavimento della camera bassa – «come è sporco questo pavimento!», esclamava uno di questi giornalisti svillaneggiatori dopo essere stato costretto a fare onorevole ammenda dei suoi insulti – a tergere la camera del fango che su di essa si gittava a piene mani, a quest’ora il grande giornalismo inglese non esisterebbe.

 

 

In verità, né il fondamento indubbio di molte tra le accuse di mercimonio e di tradimento allo straniero lanciate dai giornalisti ai membri della Camera dei comuni ebbero la virtù di uccidere questa; né i fulmini del legislatore contro le insolenze degli «scribi», come si chiamavano un tempo, distrussero il giornalismo. L’uno non può vivere senza l’altro. Il giornale è il pungolo del parlamento; e questo è la tribuna dove i problemi posti dall’opinione pubblica devono venire discussi e trovare una soluzione. I vilipendi degli «scribi» contro parlamentari e governanti sempre mai si ebbero e sempre giovarono a purificare governi e parlamenti, sempre contribuirono a far tacere coloro che non meritavano di parlare. Né mai coloro che difendevano, contro il clamore degli «scribi», una causa giusta, ebbero bisogno di difendersi gridando che le mani le quali lanciavano l’accusa non erano pure.

 

 

La causa giusta si difende con i suoi meriti; mentre la causa cattiva va a fondo anche se i suoi patroni sono purissimi e gli avversari nefandi. Tra giornalismo e parlamento, il che vuol dire tra una forma ed un’altra di pubblica discussione – e chi mai, salvo coloro i quali infantilmente credono alla virtù delle carte costituzionali scritte, può attribuire ai parlamenti altro e più nobile ufficio di quello di tribuna pubblica di tutte le voci del paese? – non è giudice né l’una né l’altra parte. Giudice è solo la pubblica opinione degli uomini riflessivi ed amanti del paese, la quale col tempo via via si trasforma in storia e lascia cadere da ultimo nell’oblio gli uomini politici ed i giornalisti, i quali furono corrotti o ciechi, ed erige un monumento di riconoscenza a coloro che, traverso a decisioni e scoramenti, ad impeti e rilassatezze, a sacrifizi e trionfi, a calunnie ed esaltazioni, benemeritarono della patria.

 

JUNIUS

 

 

IV

 

I vinti ed i vittoriosi[3]

 

Signor direttore,

 

 

Leggendo le pagine nelle quali i commissari inquirenti presumono di avere descritto le cause della rotta di Caporetto, mi ritornavano alla mente quelle altre pagine nelle quali uno dei nostri più grandi scrittori militari, il generale Nicola Marselli, aveva tracciato or son più di quarant’anni le cause della vittoria che egli auspicava riportata dalle armi italiane nell’ultima, allora incerta e lontanissima, guerra d’indipendenza. Le avevo lette, quelle pagine profetiche, piangendo di dolore e di rabbia, all’indomani della rotta di Caporetto; e non mai come allora, dinanzi alla realtà della sciagura che minacciava di distruggere l’opera di tante generazioni, avevo sentito la verità dell’analisi che il direttore della scuola di guerra di Torino e teorizzatore della scienza della guerra aveva fatto delle cause per cui l’Italia doveva vincere. Erano cause tutte morali, educative, politiche, quelle che il Martelli metteva in luce. L’Italia aveva vinto non perché il suo esercito fosse stato provveduto di armi e di munizioni; non perché le sue frontiere fossero difese da inespugnabili fortezze; non perché l’apparato esteriore del suo esercito fosse impeccabile. No. Questi erano i fattori secondari della vittoria. La vittoria era venuta perché da qualche generazione gli italiani erano stati educati alla consapevolezza dei valori morali ed avevano appreso nella scuola e nella vita che cosa era la patria italiana, che cosa era lo stato nazionale; perché in tutte le classi sociali era diffuso il sentimento della comunanza di vita e di interessi e di aspirazioni ideali di fronte allo straniero. Aveva vinto perché uomini di stato compresi del loro dovere verso il paese avevano circondato l’esercito delle loro cure più assidue; avevano saputo attirare nelle sue file giovani saldi di carattere e ricchi di soda cultura per farne le guide del popolo in armi; sicché l’esercito era da anni divenuto tutt’una cosa con il popolo e questo, dall’aristocratico e dal ricco all’umile lavorante, lo amava come si ama un figlio, lo prediligeva come la parte più eletta di se stesso. Aveva vinto perché un’opera continua di educazione morale, proseguita dalle scuole elementari sino alle aule universitarie, a mezzo di un esercito di sacerdoti più che di maestri salariati, aveva insegnato agli italiani come si faceva a diventare doviziosi e forti nelle arti della pace; ma sovratutto come si doveva usare della ricchezza acquistata. Sicché gli italiani avevano moltiplicato i fondaci e le officine, avevano cresciuta la produttività dei campi e reso il lor paese uno dei grandi emporii del mondo; ma sapevano al tempo stesso che la ricchezza non si conquista per crescere i godimenti materiali, che essa è mezzo per una più alta vita spirituale e sdegnosamente respingevano il verbo venuto d’oltralpe il quale pretendeva elevare il ventre a divinità suprema ed erano pronti a sacrificare vita ed averi per difendere i sommi beni posseduti da un popolo, che sono l’unità e l’indipendenza, condizioni prime e necessarie di una vita piena e veramente ricca.

 

 

Perciò, nel momento critico in cui le sorti del paese si dovevano decidere, nell’ora del pericolo, l’Italia aveva posseduto un esercito, in cui i migliori uomini delle classi dirigenti guidavano un popolo disciplinato, sobrio, contento di fare sacrificio di se stesso, delle proprie comodità personali sull’altare della patria. Perciò dietro a questo esercito moralmente invincibile stava un popolo consapevole, che non si lamentava dei mali inflitti dalla guerra e volontieri rinunciava al superfluo pur di fornire il necessario ai suoi figli, i quali sacrificavano la vita per il paese. Perciò non erano sorte discordie fra duci dell’esercito in campo e statisti governatori del popolo difeso da quell’esercito; perciò non s’era saputo di rivalità fra generali; e l’esercito aveva trovato il duce designato dal consenso pieno di tutti a condurlo alla vittoria. E questa era venuta piena, sicura, definitiva, come il frutto maturo si distacca dall’albero, il quale lungamente l’ha nudrito con la sua linfa.

 

 

Ahimè ! come il quadro descritto dalla parola vibrante del generale Marselli ai giovani ufficiali suoi allievi era lontano dal ritrarre l’Italia esteriore del 1915, l’Italia politica del tempo in che fu dovuta dichiarare la guerra, ciononostante fortunatissima e meritamente fortunatissima! Morti i Lamarmora, i Cosenz, i Pianell, i Marselli, morti cioè gli educatori di quella gioventù la quale serbava le tradizioni di devozione, di fede, di sacrificio verso il re e la patria ereditate dall’esercito piemontese e le aveva innestate sui sentimenti di patriottismo e di slancio garibaldino propri delle guerre dell’indipendenza italiana. Morti i Cavour, i Ricasoli, i Sella, i Minghetti e dalla rivoluzione parlamentare del 1876 ridotti all’impotenza gli uomini, i quali avevano costrutto l’Italia nuova, le avevano dato un governo, una amministrazione, una scuola. Morti i Manzoni, i De Sanctis, i Carducci e gli altri pensatori e poeti, i quali avevano data vita e forma italiana all’idealismo ed avevano creato nelle anime, prima che gli statisti ed i guerrieri attuassero nella realtà, l’unità della nazione italiana, come altri grandissimi pensatori e poeti avevano creata l’unità della nazione germanica. All’alba magnifica succedeva una giornata incerta, di lavoro tumultuario e talvolta rimuneratore per i singoli, ma infecondo per la collettività. Nella scienza e nella scuola dominava il materialismo, distruttore dei valori spirituali, oscuratore dei fini per cui è bella la conquista della verità. Si studiò per diventare specialisti, esperti in questo o quel ramo di scienze. Si irrise ai fini ultra-terreni e, ridotto l’uomo a materia, scienza e scuola divennero uno strumento per dare a quella materia pasto succulento di godimenti fisici. Tutto divenne carriera e guadagno. Il sacerdozio, perché troppo poco lucrativo, fu abbandonato ai figli dei contadini. Maestri e professori nei ginnasi e nei licei diventarono coloro i quali, per accidente, avevano potuto a poco prezzo seguire corsi d’istruzione nei seminari o in scuole disseminate con larghezza nelle minori cittadine od eransi potuti recare alle università grazie ad antiche e nuove borse di studio. Le classi industriose disprezzarono con serena imparzialità, perché scarsamente redditizi, il sacerdozio, l’insegnamento, le arti liberali e la milizia; e si dettero ai commerci ed alle industrie senz’altra mira che quella della ricchezza. Forse fu questa la classe più utile al paese, perché pose le fondamenta economiche di un’Italia migliore, atta, dopo aver provveduto alle esigenze materiali della vita, a guardare in alto. Ma, nel frattempo, l’onda di pacifismo che aveva dopo il 1870 pervaso l’Europa occidentale, ancora esangue per le guerre napoleoniche e stanca dei trambusti e delle lotte nazionali seguite al 1848, aveva persuaso gli uomini che la milizia era un inutile peso, una necessità dolorosamente ereditata da epoche storiche dominate dall’assolutismo e dall’ignoranza. L’esercito non era dal popolo e dalle classi dirigenti guardato con orgoglio, come si guarda al difensore della patria, all’educatore della gioventù, al disciplinatore degli animi rozzi e violenti, all’organizzatore degli animi più saldi e dei caratteri più fermi, lieti di consacrare la vita alla missione di difendere lo stato contro i nemici interni e quelli esterni. Esso fu invece guardato con fastidio dal popolo, a cui sottraeva i figli negli anni più belli della giovinezza e con sopportazione dalle classi medie ed elevate a cui offriva un facile mezzo di collocamento per i figli meno atti ad altre più lucrose carriere. Tanto scemato era il senso di devozione allo stato, che quando dopo il 1898 l’esercito fu chiamato a tutelare l’ordine pubblico in occasione di scioperi e di tumulti, alcuni i quali sembravano il fiore dell’intelligenza tra gli ufficiali scrissero articoli per dimostrare che l’esercito non doveva essere chiamato a quell’ufficio, – pure onoratissimo e principalissimo in uno stato ben governato – ma ad esso dovevano bastare poliziotti assoldati all’uopo e perciò meritamente, a parere degli scriventi, oggetto del dispregio universale!

 

 

Il materialismo dominante nella scuola e nella vita trovò un potente alleato nella decadenza degli istituti politici e nella loro soggezione a quanti procaccianti vedevano nella adulazione demagogica la via più agevole a conquistare potere ed onori. La sconfitta, che nel 1876 ebbe a subire la vecchia destra, fu sconfitta altresì della antica sinistra, formata di cospiratori, di uomini che avevano rischiato la vita nelle galere borboniche o nelle fortezze austriache ed avevano, se non forse molta scienza di governo, almeno il sentimento dello stato e delle sue esigenze. Venne al potere l’orda dei trasformisti, dei depretisiani, dei giolittiani, la gente senz’arte né parte che ambì il potere per amore del potere, portata su dalle clientele e serva delle clientele. Arte somma di governo parve il quieta non movere; il gettare ad ogni tratto un’offa in bocca ai capi delle torme più schiamazzanti, l’usare il pubblico denaro per contentare i piccoli gruppi sociali che, con incessante vicenda, si susseguivano a raccogliere le briciole del banchetto statale. Poiché il conte di Cavour, per conseguire il fine sommo della liberazione dell’Italia dallo straniero, non aveva temuto di allearsi con la sinistra capitanata da un mediocre avvocato, parve sapienza di governo, tradizionale nella monarchia sabauda, chiamare a sé i vociferatori più fastidiosi. Depretis chiamò a sé Crispi, Rudinì si alleò con Nicotera, Giolitti ebbe per suo costante ideale l’alleanza effettiva, se non formale, coi socialisti ufficiali. Talvolta l’alleanza riuscì, perché il chiamato era un vero uomo di stato, più grande di colui che gli aveva aperta la via. Il sistema fu tuttavia indizio di incapacità a governare e di mancanza di ideali. Non giovava il ricordo del connubio cavouriano, il quale riuscì soltanto perché Cavour impose al socio idee e programma, lasciandogli solo la soddisfazione di essere chiamato al governo; mentre nelle recenti imitazioni erano prive di idee ambe le parti e solo associate dal desiderio di serbare il governo del paese. Cavour, che sapeva a qual meta indirizzarsi, si servì di Rattazzi come di uno strumento per raggiungere la meta. I suoi tardi imitatori, i Depretis ed i Giolitti, privi di ideali propri, immaginarono stoltamente che fosse grande statista colui il quale soddisfaceva premurosamente alle grida di coloro i quali si proclamavano le vestali del «progresso», i sacerdoti del «sole dell’avvenire». Privi di cultura politica, scambiarono i diversi vangeli massonici, radicali, socialisti, banditi a volta a volta nei settori di estrema sinistra, con le tavole della verità e credettero di aver salvati il paese e la monarchia iscrivendone i postulati nei discorsi del trono od in quelli di apertura del consiglio provinciale di Cuneo e dando un portafoglio ministeriale od un’alta carica curule o senatoria agli uomini che avevano scelta la via del parteggiare per le idee cosidette estreme come la più atta a condurre rapidamente al potere invece di quelle faticose dello studio perseverante e dei servigi onestamente resi ai concittadini. Per tal modo si diffuse la persuasione che il metodo più sicuro per diventare ministro del re fosse quello di vituperare la monarchia, l’esercito, le istituzioni politiche e sociali vigenti; e si propagò nelle classi politiche e burocratiche dirigenti uno scetticismo incurabile, per cui nessuno considera se stesso servitore dello stato, e tutti sono seguaci e pretoriani di questo o quell’uomo politico, legati alla sua fortuna, qualunque sia il verbo che provvisoriamente a lui piaccia far suo, a volta a volta clericale o socialisteggiante, liberale senza tinta e senza contenuto o radicale estremo. La vita politica parve esaurirsi nella lotta fra gruppi di persone, ognuna delle quali faceva professione di fede «più avanzata» dell’altra; e tutti facevano a gara a popolare i banchi di estrema sinistra, foltissimi di abitatori, i quali di nulla avevano più spavento che di essere creduti capaci di sedere a destra. In questo pantano si smarrivano i pochi i quali vedevano che l’Italia non si ristringeva a Montecitorio e che l’Italia era nel mondo. I problemi di politica estera trascurati ed ignorati; e, per l’ignoranza di essi, divenuta incomprensibile la ragion d’essere dell’esercito, tacciato di anacronismo e di improduttività. Nell’esercito stesso pochissimi gli uomini di fede, i quali serbassero la coscienza profonda dell’altissimo compito a cui erano chiamati.

 

 

Se questi soltanto fossero stati i fattori costitutivi dell’Italia nuova, la rotta di Caporetto sarebbe stata la logica ed inevitabile conchiusione del malgoverno di quarant’anni, della incapacità dello stato italiano a vivere di una vera vita statale e ad informare di sè, dei suoi ideali gli uomini viventi nel suo territorio. L’Italia ufficiale, l’Italia governante non meritava, no, di vincere. Chiunque aveva dimestichezza, anche soltanto parziale, con i ceti politici e burocratici e militari dirigenti, dovette nel 1915 pensare con raccapriccio agli errori irreparabili che da questi ceti dovevano fatalmente essere commessi e di cui le conseguenze non potevano non essere disastrose. Di giorno in giorno, nonostante le prove supreme di valore dell’esercito, nonostante le undici battaglie vittoriose, l’angoscioso pensiero pungeva: come è possibile che un governo debole, che una classe dirigente fatua, leggera, incolta, procacciante possa condurre l’Italia alla vittoria? Ed il dubbio atroce, insistente che Giolitti avesse ragione, quando riteneva che l’Italia non dovesse entrare in guerra, perché incapace a farla, quando argomentava che un popolo di gobbi non può alzarsi in piedi e guardare fissamente il nemico in viso e vincerlo, quel dubbio atroce non abbandonò un istante mai coloro che conoscevano anche solo una parte del vuoto spaventoso che aveva nome in Italia di vita politica.

 

 

Caporetto parve dar ragione a quei dubbi e vi fu un momento dell’ottobre indimenticabile del 1917 nel quale per un attimo passò attraverso la mente degli angosciati un pensiero ancor più atroce: «O forse non fu il risorgimento nazionale una parvenza passeggera? Esiste davvero un popolo italiano degno di vivere con tal nome o non è forse meglio che il nome scompaia del tutto e gli uomini viventi sul territorio chiamato Italia trovino con altra guida ed altri maestri la via atta a trarli fuori della bassura materialistica in che oggi paiono piombati?». Ma fu un attimo solo; ché il Grappa ed il Piave dissero al mondo e rivelarono a noi stessi che l’Italia c’era ed era ben viva ed era degna di una vita più alta.

 

 

Assente lo stato, assente il governo, assente la scuola, s’era formata un’Italia assetata di verità e di vita ed era essa che aveva vinto le undici battaglie dell’Isonzo e del Carso sotto la guida di un uomo, il quale poté anche commettere errori tecnici e psicologici, ma aveva una fede profonda nella patria e quella fede impose ad uomini di governo ed infuse in ufficiali ed in soldati; ed era essa che sotto la guida di nuovi duci aveva resistito sul Grappa e vinse poi la battaglia di Vittorio Veneto. No. Lasciamo che gli scribi si affannino oggi, con la glorificazione della rotta di Caporetto, a dar ragione a quello scrittore francese che su una rivista britannica – ben dissimile in ciò da tutte le sue più autorevoli consorelle – brutalmente dice che la grandissima vittoria nostra superò di gran lunga i nostri meriti (far above her deserts). Essi hanno ragione se con ciò affermano che la vittoria grandissima fu moltissimo superiore ai meriti della classe governante italiana dell’ultimo quarantennio; e di gran lunga superiore ai meriti dei partiti organizzati o di governo che oggi si apprestano a correre il pallio elettorale. Viene davvero il vomito a pensare che gli eredi politici di Vittorio Veneto possano essere socialisti ufficiali, clericali organizzati e liberali di stile giolittiano!

 

 

Ma la vittoria che distrusse un impero fu il guiderdone meritato di un’Italia nuova che s’era formata da sé al di fuori ed in contrasto coll’Italia governante e politicante. Come questa nuova Italia siasi formata è arduo indagare e descrivere; e quel capitolo significativo consacrerà la gloria dello storico futuro della battaglia di Vittorio Veneto. Noi, che ci viviamo in mezzo, a mala pena possiamo riconoscere le linee somme del fatto grandioso: istinti profondi di una stirpe civile ed antica, i quali si risvegliano nell’ora del pericolo; attaccamento del popolo delle campagne alla terra nativa e moto iracondo di ribellione a vederla conquistata e devastata da genti diverse e repugnanti; capacità nel popolo di resistenza ai patimenti ed alle fatiche spinta sino ad estremi inenarrabili; rivelazione di una coscienza nazionale formatasi in sessanta anni di unione politica; comparsa di una generazione di giovani dai 18 ai 30 anni, assai migliore, fisicamente, moralmente ed intellettualmente, delle due generazioni che la precedettero. Se qualche merito hanno avuto le generazioni ora vecchie e mature nel preparare Vittorio Veneto, esso consiste soltanto nell’aver reso possibile il sorgere di questa nuova generazione. La quale appartiene al medio ceto, è avida di sapere, impaziente della retorica e delle false formule politiche, sana di corpo e di spirito, capace di sacrifici silenziosi. Fu questa minoranza di ufficiali, la quale tenne in pugno i soldati nella lotta di logoramento dei terribili primi anni di guerra, dal 1915 al 1917. Furono questi giovani ed altri che presero il posto dei morti gloriosi, i quali trasformarono l’anima del fante, e divenuti fratelli e compagni del contadino e dell’artigiano, lo condussero alla resistenza prima ed alla vittoria poi. Una nuova classe dirigente si è formata nel Trentino, sul Carso, sul Grappa e sul Piave. Essa non conosce ancora la sua forza. Forse non la sa ancora usare; e probabilmente è bene non l’usi subito. Perché a vincere bastano cuor saldo, animo ardente e tenace, capacità di persuasione e di comando, e convinzione di difendere una causa giusta. Tutte queste qualità possiede l’eletta di giovani che condusse l’esercito di popolani e di contadini pazienti, tenaci e valorosi alla vittoria. Oggi un solo ostacolo deve essa superare per rendersi degna di governare il paese, succedendo alla accolta di istrioni politici che tanto scredito ha cumulato su di sé: la presunzione di essere capace di governare per il solo diritto della vittoria. Nei giornali e nei comizi dei combattenti v’è una santa aspirazione a fare. Ma v’è altresì una incertezza grande in quel che si deve fare. Essi brancolano nel buio, avidamente ansiosi di trovare la luce. Su tutti gli altri, essi hanno però il vantaggio di sapere come si giunge alla luce; perché sanno che la vita è una cosa seria, e che il pericolo non si supera senza coraggio e fermezza. I giovani appartenenti alla nuova classe dirigente devono passare dall’ideale indistinto del bene che sono chiamati a compiere, della missione che essi hanno di liberare l’Italia dalla classe politica corrotta ed ignorante che la sgoverna da quarant’anni, ad un ideale preciso e concreto di azione. La classe politica che governò l’Italia dal 1848 al 1876 fu grande, perché aveva patito, aveva osservato, aveva studiato, aveva scaldato l’animo a grandi ideali. Altrettanto deve fare la nuova classe dirigente. Essa deve espellere dal proprio seno i retori ed i furbi. Deve guardare in faccia la realtà ; studiare i problemi concreti; diventar capace ad affrontarli prima di aspirare al governo degli uomini. Se essa guarderà al governo del paese come ad una cosa altrettanto seria com’era serio il compito di vincere l’Austria, e vi si appresterà con religiosa reverenza e con fermezza modesta, essa avrà vinta una nuova grande battaglia. Non meno grande e non meno feconda per l’Italia di quella di Vittorio Veneto.

 

JUNIUS

 

 

V

 

Il commento della farmacia del villaggio[4]

 

Signor direttore,

 

 

Il farmacista del mio villaggio, i cui scaffali si adornarono del breve corso di storia d’Italia di Ercole Ricotti e dell’atlante geografico del Marmocchi, vecchi ricordi di antichi studi, è esultante. Ha letto il discorso di Dronero dell’on. Giovanni Giolitti e vi ritrova tutte le idee che egli ha sempre accarezzato, tutte le verità che gli sono sempre parse evidenti. «Il nostro forte carattere» – il farmacista applica a se stesso, sebbene egli non appartenga precisamente al collegio di Dronero, le qualifiche che si convengono agli abitanti del monte in genere, anche se il monte ha una certa tendenza a degradare verso il piano – «sceglierà certamente l’austera via del dovere». Dopo essere stati «senza distinzione di parti e senza riserve unanimi nella devozione al re, nell’appoggio incondizionato al governo, nella illimitata fiducia nell’esercito e nell’armata» oggi ci dobbiamo accingere – sotto la guida di colui il quale ha pronunciato un discorso di una taglia tale che per trovare un uomo capace di «proferirne» uno consimile «bisogna risalire ai grandi del nostro risorgimento» – a ricostruire l’Italia. Tutti i farmacisti dei villaggi italiani ricostruiscono ogni giorno l’Italia e il mondo e sono felici di vedere in istampa il loro pensiero.

 

 

Prima di tutto bisogna – ed anche questa è sempre stata l’opinione nonché del farmacista, anche del parroco e del sindaco – cominciare a rifare la scuola. Il farmacista ha conservato il breve corso della storia d’Italia perché ogni tanto gli piace rinfrescarsi nella mente i ricordi del tempo quando nel suo paese c’erano gli stranieri, per liberarsi dai quali ci vollero secoli di «una serie non interrotta di lotta» ed insieme l’atlante del Marmocchi, per vedere subito, a colpo d’occhio, se uno stato è grosso o piccolo e val la pena o no di averlo per alleato ed amico; ma ha scaraventato lungi da sé la grammatica latina e la regia parnassi, perché gli suscitano il ricordo della licenza liceale non potuta ottenere e del «patentino» strappato, quando la cosa era possibile, con la semplice promozione dalla seconda classe liceale. Il parroco è d’accordo con lui nel dispregio delle scuole classiche, perché gli studi latini del seminario gli sono sempre sembrati più efficaci di quelli del liceo, oramai caduto dappertutto nelle mani dei «framassoni». Ed il sindaco assente, a quanto dicono gli altri due, per la buona ragione che di imparare il latino egli non ha mai avuto bisogno per fare quella onorata carriera nel regio esercito dalla bassa forza fino al grado di capitano, che gli ha permesso di reggere in età matura, finché durerà la «goldita» della sua pensione, le sorti del paese natio. E tutti tre, mentre giuocano ai tarocchi dietro il paravento e ricordano che lassù nella Rocca di Cavour, questo e il biliardo sono i passatempi favoriti anche dal solo «uomo di governo capace di spingere le forze antiche, di incanalare le energie nuove alla ricostruzione della nuova Europa» – che onore avere avuto le stesse idee dell’unico e più che maggiore uomo di stato «europeo»! – confessano il loro ingenuo stupore che ci volesse Giolitti per accorgersi che bisogna abolire quasi tutti i licei ed i ginnasi a rendere l’istruzione non soltanto «veramente pratica» ma anche «diretta a scopi veramente pratici». Chi non vede che invece delle attuali scuole medie bisogna creare «una vasta rete di scuole pratiche e specializzate di agricoltura e di arti e mestieri»? Se per insegnare in queste scuole non si troveranno subito maestri abbastanza esperti e «pratici» e se sarà difficile attirare ai politecnici incaricati di fabbricare quei maestri un numero bastevole di professori «al corrente di ogni passo della scienza» specie sotto la minaccia di veder messa la propria cattedra a concorso ad ogni dieci anni, poco male, commenta il farmacista. Per ora potremo nominar maestro qualche mutilato o qualche invalido di guerra, conseguendo così meglio lo scopo, che l’on. Giolitti giustamente addita, «di manifestare loro in ogni forma la riconoscenza del paese». Forse i mutilati preferirebbero qualche guiderdone diverso da quello di diventare lo zimbello di scolari scaltriti dallo studio esclusivo della «pratica»; ma farmacista e sindaco sono d’accordo nel ritenere che «con un po’ di pratica» si possano in poco tempo imparare tutti i mestieri. Anche i più difficili.

 

 

Quando tutto il popolo, nelle cui «mani saranno d’ora innanzi i destini dei Popoli», non avrà più la testa infarcita di reminiscenze classiche, di belle imprese e di trattati solenni e segreti, ma sarà in possesso di una «scienza tecnica veramente pratica» saranno impossibili le guerre. Tutti, coll’aiuto della fisica, della chimica, dell’elettrotecnica, della meccanica, sapranno fin da prima che in caso di guerra bisognerebbe «mettere in gara i sottomarini, gli aeroplani, i dirigibili, i gas asfissianti, i carri d’assalto, le artiglierie di portata oltre i 100 chilometri» ed altre simili diavolerie. Tutti saprebbero fin da prima, come avevamo preveduto noi, insieme con Giovanni Giolitti, che le guerre, tutte le guerre devono ormai «essere lunghissime» di «almeno tre anni» e quindi le guerre sarebbero impossibili quando il popolo avrà avocato a sé la direzione della politica estera – e qui l’occhio del farmacista va all’atlante del Marmocchi, aiuto inestimabile nelle discussioni invernali sulla preferenza da darsi a questa o quella alleanza in base al territorio, agli abitanti, alle frontiere più o meno «formidabili» -; sarà, come bene osserva l’on. Giolitti, «esclusa la possibilità che minoranze audaci o governi senza scrupoli riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà». C’è in verità l’inconveniente che, se non in Italia altrove, qualche «governo senza intelligenza e senza coscienza riesca a portare in guerra un popolo contro la sua volontà». In tal caso bisognerà per forza accingersi all’impresa di rintuzzare il nemico, pur riconoscendo che l’impresa succitata «sarà ardua e richiederà gravi sacrifici». Ma, se i lumi della scienza veramente pratica si saranno diffusi in tutta Europa, come ce ne dà affidamento la «taglia» dell’uomo «che ha proferito il discorso di Dronero» non ci saranno più in Europa «conservatori di corta vista» e «Partiti reazionari» che possano scatenare guerre. Le guerre sono il frutto «dello spirito imperialista, di malsane ambizioni e di loschi interessi»; esse hanno per promotori lo spirito ed i partiti «reazionari» i quali hanno ridotto al silenzio ed a battere le mani sotto il tavolo i circa 300 deputati portatori di lettere e biglietti di visita nella portineria dell’on. Giolitti; lo spirito ed i partiti i quali «proseguirono una campagna di diffamazione contro il parlamento, ben comprendendo che essi, avendo contro di sé la maggioranza del popolo, non potevano mai avere la maggioranza del parlamento, che è l’espressione del suffragio universale».

 

 

Se al mondo ci fossero stati solo i 300 deputati «veramente pratici» le «classi privilegiate della società» avrebbero forse condotto il restante dell’«umanità al disastro», ma almeno l’Italia non sarebbe stata condannata «ad un mezzo secolo di esaurimento economico per arricchire una generazione di speculatori» e non sarebbe stata ridotta alla «totale rovina» a cui erano votati «quei paesi ai quali non avesse arriso una completa vittoria». E farmacista, parroco e sindaco, tentennando la testa, sono concordi nel riconoscere, sì, con l’on. Giolitti, che la nostra vittoria fu «completa e definitiva»; ma devono aggiungere melanconicamente, pure insieme all’on. Giolitti, che quella vittoria «completa e definitiva» ha tutta l’aria di una sconfitta e che le speranze di ottenere le città, i mari, i fiumi e le colonie che ci spettano sono, ahimè !, piccolissime.

 

 

Eppure ci voleva così poca «perspicacia» ad avere la «caratteristica della Storicità». Bastava essere uno «storico di razza» come è facilissimo diventare con il breve corso del Ricotti e l’atlante del Marmocchi. Bastava «soffrire e tacere, offerire alla patria il proprio dolore e nella solitudine della propria contemplazione e del proprio essere maturare il rinnovamente del proprio spirito, il ringiovanimento del proprio essere».Dopo queste taumaturgiche operazioni di reincarnazione, chi non era capace di comprendere, fin dal primo giorno, che «la temibile guerra avrebbe segnato l’inizio di un periodo storico assolutamente ed intieramente nuovo»? Bastava prendere in mano l’atlante del Marmocchi e «considerare» i colori diversi con cui dopo ogni grande guerra fu necessario pitturare le carte geografiche per persuadersi che le guerre segnano l’inizio di periodi storici nuovi. Stavolta la guerra «ha creato sulle rovine dei grandi imperi molti piccoli stati in conflitto fra di loro»; ha trasformato «gli ordinamenti politici, riducendo a minoranze i popoli retti a monarchia». Chi ama viver tranquillo e non desidera entrare, senza congruo preavviso, in un periodo storico «assolutamente ed interamente» nuovo, non può essere amico delle guerre, perché più o meno queste hanno sempre trasformato gli imperi in repubbliche e le repubbliche in imperi, fatto diventare duchi i conti e ridotti i regni a semplici ducati, hanno spezzato i grandi in piccoli stati e fatti diventare grandissimi alcuni tra i grandi.

 

 

Le guerre hanno sempre prodotto un gran rimescolio di regni e di teste coronate a partire da quelle di Alessandro Magno sino a quelle di Napoleone ed hanno sempre cagionato qualche novità di imposte e taglie, non gradite alla gente che ama giuocare a tarocchi nei retrobottega della farmacia di villaggio e non desidera essere costretta, nemmeno se lo propone l’on. Giolitti, a mettere al nominativo i titoli al portatore, facendo conoscere i propri affari intimi, anche i più gelosi, a tutto il vicinato.

 

 

Tanto più noiosa è questa faccenda dei regni che diventano repubbliche e degli stati grossi che si spezzettano in quanto adesso sappiamo che i cittadini tedeschi o quelli ex austro-ungarici, rovinati e impiccioliti dalla guerra, non potranno più fare i loro consueti viaggi in Italia e gli italiani non potranno più imparare da essi come si faccia a viaggiare all’estero con economia e senza lasciare mancie ai camerieri d’albergo. Pur tuttavia, quando i tedeschi viaggiavano in Italia, lo sbilancio commerciale era appena di un miliardo all’anno, mentre adesso perdiamo 20 miliardi all’anno, nei nostri affari cogli stranieri: fatto commentatissimo in tutte le farmacie ed i caffè d’Italia e destinato indubbiamente a condurre l’Italia alla rovina.

 

 

Tutta colpa, osserva giustamente il sindaco, di non aver «considerato» subito, come «considera» l’on. Giolitti, «che l’impero austro-ungarico, per le rivalità fra Austria e Ungheria e sovratutto perché minato dalla ribellione delle nazionalità oppresse, slavi del sud e del nord, polacchi, cechi, sloveni, romeni, croati, italiani, che ne formavano la maggioranza, era fatalmente destinato a dissolversi, nel qual caso la parte italiana si sarebbe pacificamente unita all’Italia». Consentono il farmacista ed il parroco, inteneriti dinanzi all’idilliaco spettacolo di tutti questi popoli che se ne vanno pacificamente ciascuno per conto suo a ricongiungersi alle rispettive madrepatrie; dei tedeschi emigranti volontariamente dall’Alto Adige, degli sloveni fuorusciti dal Goriziano e dall’Istria orientale, dei croati abbandonanti i sobborghi di Fiume per lasciare gli italiani liberi di ricongiungersi in pace con l’Italia. Ma, dentro al breve corso della storia d’Italia e all’atlante protestano Ricotti e Marmocchi, non dimentichi di essere stati storici e geografi d’Europa, oltreché d’Italia; e ricordano che nessuno stato si dissolse «fatalmente» permettendo alle sue membra di ricongiungersi pacificamente ad altri popoli. Dieci secoli e più durò l’agonia dell’impero romano, pur composto come l’Austria di popoli di favelle e credenze diverse.

 

 

Durò tre secoli la Francia a persuadersi della vanità dei suoi tentativi di egemonia sul mondo, dalla battaglia di Pavia che fiaccò Francesco I a quella di Waterloo che ruppe il sogno napoleonico. Ci vollero guerre lunghe e sanguinosissime a persuadere la Spagna che l’impero su cui il sole mai non tramonta non aveva diritto di opprimere lombardi e napoletani, siciliani e sardi, fiamminghi e messicani, peruviani ed argentini. Se i pacifici giuocatori delle partite ai tarocchi e ricostruttori serotini delle carte politiche avessero potuto sentire le impressioni scambiate tra i due maestri di storia e geografia alla generazione piemontese che fu contemporanea di Giovanni Giolitti, si sarebbero avveduti che Ricotti e Marmocchi eran d’opinione che senza un gran cataclisma l’Austria-Ungheria non si sarebbe decisa a «dissolversi». Essi che erano storici e geografi alla buona, almeno tanto grandi come Giovanni Giolitti è sommo politico alla buona, non conoscevano esempi di imperi che si dissolvono, senza un grande commovimento dei regni e dei popoli aspiranti alla loro eredità. Sotto i replicati assalti di Napoleone, dell’Italia, e della Russia, l’impero austro-ungarico era rimasto vivo, quasi più forte di prima, fornito di un esercito da molti reputato il primo del mondo. D’un tratto, si scopre che, fin dal 1914, vi è chi crede che quell’impero è destinato a dissolversi, mentre la Germania gli è alleata, mentre l’Italia dovrebbe rimanere neutrale e degli stati nemici, Francia ed Inghilterra sono lontane e ansiose di tirarlo, con bei trattamenti, dalla parte loro, la Serbia è una quantità trascurabile, e la Russia «pareva dubbio potesse resistere ad una guerra di molti anni». Ma, si sa, i miracoli in politica si possono compiere solo dai geni; e solo un genio come colui, a paro con la cui voce «non s’è alzata dalla cessazione delle armi in Europa alcuna voce che possa neppur da lontano reggere al confronto» poteva concepire un fatto storico grandioso come quello di uno stato il quale misteriosamente si dissolve in conspetto di nemici morti o sorridenti. Tanto più corre l’obbligo a farmacisti, parroci e sindaci di villaggi di credere alla parola «austera» che annuncia il verbo del «dovere»: il dovere di prendere tutto senza nulla sacrificare.

 

 

Per non aver sentita la voce del dovere, l’Italia si trova ora ridotta allo stremo di assistere al trionfo dell’imperialismo anglosassone. Sicché maggiore appare la colpa di quei giovani pieni di intelligenza e coscienza, i quali non si accorsero mai, mentre tutti i lettori del giornale devoto allo statista erede delle grandi tradizioni piemontesi lo sapevano a memoria sin da tempo immemorabile, che la grande guerra era una lotta «per la egemonia del mondo» fra Germania ed Inghilterra. Interesse dell’Italia era che nessuna vincesse l’altra, per poter seguitare a ballare sulla corda dell’equilibrio tesa tra i due giganti della terra e del mare. Quanto diverso il compito dell’Italia da quello, che inconsultamente si proposero gli Stati uniti, di rompere l’equilibrio delle forze tra i due e farlo pencolare in modo risoluto e definitivo dalla parte inglese! Qual mai tarantola punse gli Stati uniti ad una risoluzione a cui «nel 1915 nessuno pensava né poteva pensare»? Se non era di quei transmarini disturbatori dell’equilibrio europeo, la guerra poteva durare qualche altro anno e forse finire con la vittoria germanica. Poco male, conchiudono quasi senza avvedersene, tratti dalla logica ferrea e semplice dello statista di Dronero, il farmacista, il parroco e il sindaco. Perché uno solo deve avere tutto? Agli inglesi spettava il mare e ai tedeschi la terra. Il guaio si è, commentano tra le morte pagine i Ricotti e i Marmocchi, che il dominio dei mari giova alla sicurezza delle comunicazioni, mentre il dominio della terra uccide le idee e trasforma l’anima dei popoli, facendoli dimentichi delle tradizioni e delle glorie nazionali. Questo non sentono i farmacisti di villaggio che hanno vissuto, leggendo il discorso di Dronero, un’ora di compiacimento dinanzi alla visione dei balli di corda trasportati dalle aule di Montecitorio alla grande scena della storia. Ma i 500.000 morti del Carso, del Grappa e del Piave gridano di aver sacrificata la loro vita appunto perché l’Italia cessasse di essere l’infima delle pedine nel giuoco degli equilibri europei e diventasse attrice nel grande giuoco mondiale dove si giuoca nei secoli l’avvenire delle nazioni degne di vivere.

 

JUNIUS

 



[1] Lettere politiche di Junius, Laterza, Bari, 1920, pp. 13-21 [ndr].

[2] Lettere politiche di Junius, Laterza, Bari, 1920, pp. 55-56 [ndr].

[3] Lettere politiche di Junius, Laterza, Bari, 1920, pp. 169-184 [ndr].

[4] Lettere politiche di Junius, Laterza, Bari, 1920, pp. 185-197 [ndr].

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