Liberalismo e funzione elettorale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/11/1924

Liberalismo e funzione elettorale

«Corriere della Sera», 1 novembre 1924[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 855-860

 

 

 

I commenti comparsi su alcuni giornali italiani intorno all’origine, andamento e risultati delle elezioni inglesi tradiscono in molti casi la preoccupazione di porre il problema elettorale della Gran Bretagna in modo da risolvere dispute italiane. Lo storico il quale studia avvenimenti dell’epoca dei Gracchi o di Cesare o di Augusto è tratto fatalmente a considerarli con occhi moderni. È un difetto od un pregio forse inevitabile, il quale rende interessante il confronto di racconti storici concernenti i medesimi fatti, compilati a distanza di secoli od anche solo di decenni.

 

 

Le elezioni britanniche sono tuttavia un avvenimento contemporaneo; esistono a milioni i testimoni viventi i quali possono dar notizia di quell’avvenimento. A quale scopo dipingerlo con colori i quali stonano crudamente con ciò che si tratta di dipingere? Se è lecito studiare anche i fatti d’oggi lontani e stranieri per trarne ammaestramento, non pare sia lecito esporre i fatti in modo non conforme a realtà, a quella realtà di cui gli attori del fatto hanno consapevolezza; e tanto meno pare lecito affermare che da quei fatti derivino per noi lezioni le quali sono in contrasto stridente con i fatti medesimi. Danno prova, ad esempio, di incomprensione assoluta della vita politica inglese, dei sistemi di governo, dei metodi elettorali coloro i quali, dopo avere immaginato stranamente che la permanenza del signor MacDonald al potere, nonostante non pochi voti contrari della Camera dei comuni, volesse significare adesione alla teoria fascista del governo il quale se ne va solo quando vuole, immaginano adesso che la disfatta dei liberali e la sconfitta dei laburisti significhino una rivolta del popolo inglese contro l’idea liberale, contro il sistema di governo parlamentare ed una virata di bordo verso il tranquillo porto dei metodi di governo dal pugno forte.

 

 

Quando il giornale del presidente del consiglio enfaticamente esclama che «il liberalismo riceve la sconfitta più piena e più vergognosa… perché vuoto come sono vuote le pappagallesche imitazioni italiane», quando osserva che «le formule» del liberalismo «non hanno più senso pratico» esso dimostra a chiare note di sostituire i suoi odi locali alla comprensione reale dei fatti inglesi. Nessuno dei due grandi partiti avversari dei liberali, neppure i più tenaci «die-hards» – duri da morire – del partito conservatore, ha immaginato di muoversi su un terreno politico diverso da quello liberale creato attraverso a tanti anni di battaglie politiche e parlamentari. Contro le dottrine fascistiche di un governo superiore al voto delle maggioranze parlamentari, di un primo ministro creatore delle stesse maggioranze, di una milizia proclamata presidio del partito al potere, si schiererebbero, con fronte unita, tutti i partiti britannici, eccettuato quello minuscolo comunista, memori che la dottrina liberale della divisione dei poteri, della sovranità del corpo elettorale, della libertà dei comizi, del gabinetto emanazione della maggioranza dei comuni, non è un postulato del partito liberale, ma è patrimonio comune di tutti i partiti, atmosfera, fuori di cui la vita politica è impossibile. La teoria fascistica di governo è al di fuori della politica britannica; ed ai conservatori inglesi può apparire stupefacente, non che le richieste della opposizione italiana non siano soddisfatte, ma che abbiano bisogno di essere formulate.

 

 

I giornali fascisti, i quali suonano a morto al liberalismo, farebbero bene a capire che l’elettore inglese o scozzese non si è affatto posto le domande: pro o contro il parlamentarismo, pro o contro l’obbedienza assoluta dei governi alla volontà degli elettori espressa nei comizi, pro o contro il dovere del sovrano di agire da arbitro nel dare il suo consenso ai comizi, quando ritenga che non ci sia altro mezzo di conoscere quale governo abbia la fiducia dell’elettorato. Nessuno in Inghilterra o in Scozia si è posto questi problemi. Sono problemi passati, su cui nessuno ritorna più; problemi decisi dal tempo di Cromwell, della cacciata degli Stuardi, della camera stellata. Chi si attentasse a mettere in forse il sistema parlamentare, il diritto del partito di maggioranza a governare non riuscirebbe neppure a provocare, nonché una rivoluzione, una semplice rivolta, perché sarebbe considerato alla stregua dei tanti mattoidi che predicano liberamente in Hyde-Park vangeli strani dinanzi ad una folla bene educata ed impassibile. Neppure le difficoltà del funzionamento del sistema dei tre partiti, così evidenti nella passata legislatura, ebbero la virtù di far dubitare della legittimità del sistema parlamentare; non ebbero neppure l’effetto, che a taluni continentali parrebbe ovvio, di far nascere e sovratutto discutere largamente il problema della riforma del sistema elettorale. Soltanto i liberali hanno fatto nel loro programma un timido accenno alla convenienza di mutare il sistema di elezione, che è a collegio uninominale e ad unico scrutinio. Conservatori e laburisti tacquero del tutto. Tanto son diversi i problemi che gli elettori britannici si sono posti da quelli che taluni scrittori nostrani immaginano essere stati da essi risoluti!

 

 

In verità, il sistema parlamentare, liberale e democratico di scelta della classe dirigente e governante non ha mai funzionato in pieno, con tanto splendore di ossequio alla volontà ed al giudizio del medio elettore, dell’elettore che decide dello spostamento del pendolo da un partito all’altro, come nelle due ultime battaglie elettorali combattute a meno di un anno di distanza l’una dall’altra.

 

 

Un anno fa, il primo ministro conservatore signor Baldwin si era convinto che la Gran Bretagna avesse necessità assoluta di introdurre un sistema di dazi preferenziali allo scopo di rafforzare i legami fra la madrepatria e i domini e di dazi protettivi a difesa di talune industrie nazionali. Disponeva di una maggioranza sicura e, come si direbbe da noi, travolgente. In Italia con una maggioranza minore si sono approvate e si tornerebbero ad approvare per decreto-legge, senza neppure degnarsi di interrogare il parlamento, tariffe protezioniste ben più acerbe e rincaratrici di quella, in paragone mitissima, voluta da Baldwin. Ma questi si ricordava che non egli, ma il suo predecessore si era impegnato nel programma elettorale delle precedenti elezioni a non innovare il sistema daziario senza avere interrogato gli elettori. Obbediente a questo ricordo, a cui in Italia pochi avrebbero dato un’importanza qualunque, il signor Baldwin rinunciò alla sua maggioranza sicura, pregò il re di dissolvere il parlamento e andò incontro alle elezioni, le quali, nel punto specifico su cui egli interrogava gli elettori, gli diedero torto. E Baldwin, sebbene rimasto a capo del partito più forte dei tre, si dimise perché gli elettori non avevano avuto fiducia nel suo programma. Oggi, MacDonald, ad un certo momento, non riesce più a ottenere la benevola tolleranza dei liberali al suo governo di minoranza. Ma poiché egli ritiene di essere, sui più controversi problemi fondamentali, sulla diritta via, chiede al re di sciogliere il parlamento, convinto che gli elettori lo conservino al potere dandogli una maggioranza sua propria, e rendendolo così indipendente dalla benevola tolleranza di un altro dei tre partiti. Gli elettori gli danno torto; ed egli se ne andrà, lasciando il posto ai conservatori e rimettendosi subito a combattere, in parlamento e fuori, per persuadere gli elettori che i conservatori governano in modo contrario agli interessi del paese e per convincerli a ridare a lui, alle prossime elezioni, la maggioranza necessaria a governare.

 

 

Così, per consenso pacifico di tutti i partiti (salvo i pochi comunisti adepti della teoria della dittatura e del governo che non se ne va anche se deputati ed elettori gli votano contro), nell’incomprensione assoluta di qualunque possibilità contraria, si svolgono le battaglie politiche ed elettorali nella Gran Bretagna. Si noti, ad evitare equivoci ed ammiccamenti dei cosidetti furbi, che i primi ministri britannici non pregano il re di dissolvere il parlamento quando essi sono sicuri di potere meglio fare le elezioni nell’interesse del proprio partito o del proprio personale dominio. Sono due secoli che in Inghilterra i governi non fanno le elezioni. Ancora nella prima metà del settecento Walpole comprava i voti dei deputati e taluni di questi, talvolta, li vendevano al maggior offerente. Ma, pur allora, il governo era impotente a fare le elezioni; e dopo l’abolizione dei borghi putridi, anche la venalità dei deputati divenne un ricordo storico. Da secoli, ripetiamo, nessun governo inglese ha fatto le elezioni. Come potrebbe farle? Non ha prefetti, né sottoprefetti, né burocrazia locale governante a sua disposizione. Non ha ingerenze, salvo di controllo contabile a mezzo di magistrature autonome, sui corpi locali. Il ministero dell’interno, appannaggio in Francia ed in Italia dei primi ministri, è considerato oltre la Manica un ministero secondario. La macchina ufficiale elettorale è in mano dei magistrati cittadini e di contea. Dissolto il parlamento, il primo ministro e i membri del gabinetto in carica diventano candidati come tutti gli altri. Devono, per fare le spese delle elezioni, spendere danari proprii o del partito. Le elezioni sono fatte, sì; ma son fatte da quelle che lassù si chiamano le «macchine» elettorali di partito. Ogni partito mobilizza, a sue spese, oratori, tiene comizi, manda in giro canvassers (si direbbe «persuaditori») a diffondere, casa per casa, a voce o con la distribuzione, a milioni di copie, di opuscoli e di fogli volanti, il programma del partito.

 

 

Per lo più (tanto poco i governi fanno le elezioni) vince un partito avverso al governo in carica; ed a nessuno viene in mente di rimpiangere, come oggi si fa in Francia dai seguaci del signor Poincaré, che il governo non abbia traslocato o rimosso abbastanza prefetti o funzionari sostituendoli con più devoti galoppini elettorali. Nessuno rimpiange il non uso di questi brutti costumi, perché non esisterebbe neppure lo strumento tecnico – macchina governativa irradiantesi dal centro verso le province – necessario ad applicarli. Al più gli uomini del governo sconfitto si consolano pensando che l’uso del potere logora; e come ha logorato essi, così logorerà i successori.

 

 

In verità, il signor MacDonald non aveva avuto il tempo di logorarsi dal febbraio in qua. Aveva avuto modo invece di commettere alcuni gravi errori, che gli elettori non gli hanno perdonato. Andato al potere a capo di un partito di minoranza, egli sapeva, per le dichiarazioni esplicite dei capi dei due partiti avversari, Baldwin e Asquith, che una grandissima cortesia gli sarebbe stata usata negli affari di minor conto, non riguardandosi come ragion di crisi i voti contrari su questi punti minori. Ad una condizione però: che il governo laburista non offendesse i principii fondamentali cari agli altri due partiti od almeno a quello dei due, il cui appoggio era necessario a un partito di minoranza. Il governo del signor MacDonald trascurò questa avvertenza; dapprima con l’irritante disprezzo dei suoi luogotenenti verso i liberali; e da ultimo con l’offesa all’indipendenza del potere giudiziario (caso Campbell) e con il disgraziato trattato con la Russia, nel quale si offriva un grosso prestito a spese dei contribuenti inglesi a un governo incapace a farne buon uso e deliberato a servirsene per abbattere tutti i governi borghesi. Da questi che avrebbero potuto essere puri episodi, gli elettori inglesi trassero, come è loro costume, una conseguenza di buon senso: essere difficilissimo far funzionare bene un governo in una camera composta di tre partiti; essere perciò necessario ristabilire l’antico, tradizionale sistema dell’alternarsi dei due partiti al potere, di cui il più forte abbia alla camera la maggioranza assoluta.

 

 

Di fronte al moltiplicarsi dei partiti, in Italia i fascisti non trovarono nulla di meglio da fare che ricorrere alle soppressione di fatto del parlamento e alla dittatura. In Inghilterra, dove la proposta di questa soluzione avrebbe suscitato in tutti i partiti indignazione e disgusto, ognuno dei partiti cercò di dimostrare agli elettori la propria eccellenza, ed i conservatori riuscirono ad attrarre la maggioranza. Questa è pratica liberale e democratica di governo che tutti adoperano e fuori di cui nessuno pensa di uscire.

 

 

I liberali sono rimasti, sì, in piccola minoranza. Non è la prima volta: durante la guerra anglo-boera il leader liberale Campbell-Bannermann si ridusse a capo di una esiguissima schiera; ed il partito liberale pareva morto. Pochi anni dopo, riacquistava una maggioranza strepitosa. Oggi le condizioni sono mutate; con l’affermarsi del partito laburista e con la dimostrata antipatia del corpo liberale inglese per i partiti molteplici, può darsi che al partito liberale rimanga per ora, fino a che i conservatori perdono tempo, sovratutto una funzione di controllo e di critica. Le osservazioni fatte sopra dimostrano però che, se il partito liberale è rimasto in minoranza, l’idea liberale è divenuta parte viva del sistema di governo e di rappresentanza; e i due grandi partiti conservatore e laburista sono, per quanto tocca i metodi di governo e di interpretazione della volontà popolare, continuatori ed eredi e rigidi osservanti delle consuetudini formatesi durante e per virtù del dominio incontrastato da due secoli, riaffermatosi nel secolo diciannovesimo e destinato a durare per lungo tempo, dei sistemi liberali e democratici di gestione degli affari pubblici.

 

 



[1] Con il titolo Le elezioni inglesi. Liberalismo e funzione elettorale [ndr]

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