Liberismo, borghesia e origini della guerra[1]

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1928

Liberismo, borghesia e origini della guerra[1]

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1928[2]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 187-207

 

 

 

 

Le scritture del Croce elencate in nota dalla seconda alla quarta si rileggono raccolte nel volumetto intitolato Aspetti morali, il quale anche contiene, in aggiunta, tre altri saggi: Stato e chiesa in senso ideale e loro perpetua lotta nella storia; Giustizia internazionale e Pessimismo storico. Quale sia il contenuto di esse non mi attenderò a dire; poiché una bibliografia sunteggia utilmente il libro recensito quando esso è troppo costoso o non facilmente accessibile; il che non può dirsi di scritti raccolti oggi nei divulgatissimi volumetti del Laterza. Basti dire che il Contributo alla critica di me stesso è indispensabile alla conoscenza della formazione mentale del critico e del filosofo e che gli Aspetti morali della vita politica sono il complemento necessario di quegli Elementi di politica in cui il Croce aveva riassunto la sua concezione della politica, necessario per rimediare o correggere il «senso di disorientamento, o almeno di meraviglia» provato forse, dice l’autore, da qualche lettore dei suoi Elementi di politica «nel percorrere il giro che vi è delineato della filosofia della politica, senza vedervi trattata e nemmeno toccata una dottrina così cospicua, che ha avuto tanta parte negli ultimi secoli della storia europea, e l’ha ancora, qual è la concezione liberale». L’”appendice” odierna ha per iscopo, in succo, di dimostrare che quella omissione non era disconoscimento dell’importanza della concezione liberale, ma, per converso, «un modo implicito di riconoscerla pertinente a una sfera diversa e superiore». Come il Croce dimostri la sua tesi non voglio qui malamente ridire, quando il succoso volumetto è tale che ogni lettore curioso di chiarire dinnanzi agli occhi della sua mente parole quotidianamente ripetute ha il dovere di meditarlo e quando il Croce, come è suo costume, ha ristretto il suo ragionamento al numero minimo di parole, al disotto delle quali sembra impossibile scendere.

 

 

Il ricordo, che qui si fa, di scritti del Croce, ha per iscopo di segnalare che in essi è probabile i nostri lettori trovino stimolo a riflettere anche in quel campo economico che si può supporre sia loro proprio. Questo è sempre stato il frutto maggiore dell’opera del Croce e quello di cui egli medesimo pare maggiormente, a ragione, compiacersi nella «critica di se stesso», ricordata prima nell’elenco: di provocare i lettori a ripensare alle cose lette. La meditazione filosofica italiana dell’ultimo quarto di secolo deriva quasi tutta, per consenso o per dissenso, dal Croce. Non altrettanto direi della meditazione economica, sebbene egli accenni qua e là nella Storia d’Italia (ad esempio, a p. 253, là dove si dice che «dall’opera della Critica e dei suoi collaboratori… presero origine innumeri indagini, discussioni, monografie e, si può dire, tutto quanto di concreto si fece allora in Italia… nella filosofia… dell’economia») ad una azione dominante della sua sulla filosofia economica. Gli economisti italiani del primo quarto del secolo presente o non filosofarono pubblicamente per iscritto; o se pretesero esporre una loro filosofia, mossero come il Pareto, da premesse e si avanzarono per vie che al Croce dispiacquero per fermo assai. In verità, il solo punto di contatto di cui si abbia pubblica notizia tra l’economia e la filosofia è l’atteggiamento “liberistico” di taluni economisti; perché è il solo punto in cui agli economisti accada di manifestare, in un senso o nell’altro, certe loro idee sul mondo, sulla vita, sullo stato e somiglianti concetti generali e volentieri indugino in scorribande sui terreni di confine tra la scienza loro, che è tecnica, le scienze vicine della politica o della morale e la filosofia in generale. Anche il problema del valore, il quale un tempo teneva così gran parte nei trattati economici e chiamava a raccolta premesse attinte alla filosofia utilitaria, si e andato via via trasformando in un problema di prezzi, dove, se hanno importanza fattori di utilità e di costi, questi sono considerati sempre meglio come fattori di un sistema di equilibrio, come dati primi, che all’economista non interessa investigare nella loro ragion d’essere o causalità, ma esclusivamente nel loro operare al fine di condurre ad un sistema di prezzi, di salari, di profitti, di imposte, di quantità prodotte, consumate, risparmiate. Perciò è probabile che al filosofo sia talvolta cagione di stupore l’indifferenza, con cui l’economista guarda, quando vuol risolvere questioni sue economiche, a discussioni od a concetti che al filosofo paiono importanti e tali sono di fatto; ma non per risolvere problemi di economia. Perciò gli economisti sono passati accanto, tra il 1890 e il 1900, ai problemi marxistici del valore e del sopra lavoro, al cui studio il Croce die’ tanto contributo di pensiero, senza mostrar quasi di avvedersene. Erano problemi che non li riguardavano, quasi neanche come curiosità di una fase precedente del pensiero economico. Marx, come tanti altri, non si era accorto che la via da lui battuta, sulle tracce dei grandi classici del primo terzo del secolo, conduceva ad un vicolo cieco; né aveva saputo che ad Oxford nel 1833 il Lloyd si era incamminato sulla nuova via, su cui dal 1850 al 1860 si travagliò l’italiano Ferrara, e percorrendo la quale si e giunti al corpo attuale ricevuto di dottrine.

 

 

Il solo punto visibile di contatto è, ripeto, quello che il Croce discute in due saggi letti all’accademia napoletana, parlando dei rapporti tra liberismo e liberalismo e dei presupposti filosofici della concezione liberale. Della sua tesi fondamentale, che il “liberismo” sia un concetto inferiore e subordinato a quello più ampio del “liberalismo” non è chi non veda la giustezza. Il “liberismo” fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo; e va da sé che i traduttori, non sempre consapevoli dell’esistenza di altri mondi all’infuori di quello in cui essi, per nobilissimi fini e con risultati non spregevoli, si arrabattavano e combattevano, dessero valore di norma o legge superiore a quella regola empirica, del lasciar fare e del lasciar passare, la quale effettivamente aveva giovato in tanti casi a crescere la ricchezza e la prosperità delle nazioni moderne. Oggi, però, non solo non v’è più nessuno il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosidetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al “liberismo” quel valore di «legittimo principio economico» che il Croce (pag. 40 di Aspetti morali) sembra riconoscergli indiscutibilmente. Di un “principio” economico detto del liberismo non v’è traccia, suppongo, nella moderna letteratura economica. Se v’è, è solo per chiarire che quella è una posizione anti economica del problema; come ve ne sono tante, che si trascinano per abitudine nelle pagine dei laici. Come oggi non v’è, tra gli economisti, nessuno il quale prenda partito pro o contro la grande o la piccola proprietà, la grande o la piccola industria, la mezzadria o l’affittanza o la conduzione diretta; e il semplice porre il problema in quel modo basta a togliere al proponente titolo di economista, perché il vero problema è invece di sapere quale delle soluzioni sopra indicate sia, in date condizioni di clima, di giacitura dei terreni, di popolazione, di mercati, ecc., la più adatta a raggiungere certi fini che possono essere economici, morali, demografici, politici, fini la cui graduatoria deve essere stabilita sulla base di una data concezione generale della vita (Croce direbbe sulla base di una legge morale da attuare); così nessun economista risolve un qualsiasi problema di condotta economica facendo appello ad un preteso principio economico liberistico e saggiando la bontà della condotta scelta alla cote del detto principio. Questa è una posizione logica inaccettabile; poiché l’essere una certa soluzione liberistica invece che autoritaria non vuol dire affatto che quella sia la soluzione economica. La premessa è un fine da raggiungere; e poiché i fini sono molti, anche qui lo stabilire la graduatoria dei fini non è compito dell’economista, ma di chi sta più in alto di lui. Croce ha su questo punto parole scultorie: chi deve decidere «non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l’accumulamento dei mezzi a tal fine; e, più esattamente, non può accettare addirittura, che questi siano beni e ricchezza, se tutti non si pieghino a strumenti di elevazione umana». L’economista cerca di risolvere i problemi suoi partendo appunto da siffatta premessa. Da Adamo Smith a Marshall – e si potrebbe risalire più in su e venire sino ai viventi – questa è sempre stata la premessa e il fine delle fatiche degli economisti; non mai il procacciamento dei beni materiali. Naturalmente «è sempre stata», quando si faccia astrazione dagli epigoni, dagli abbreviatori, dai popolarizzatori e, nei grandi, dalle maniere abbreviate e stenografiche di esprimersi e dal fastidio di ripetere cose notissime. Ma, anche negli epigoni e nei popolarizzatori, tipo Bastiat, come si spiegherebbe quel loro entusiasmo, quel loro calore, quella fiamma che li accendeva e li faceva talora martiri dell’idea, se essi avessero avuto di mira meri beni materiali e non invece più alti beni morali ideali?

 

 

Posta la premessa, il compito dell’economista è modesto, sebbene, per la compilazione dei rapporti economici e sociali, grandemente irto di incertezze e difficoltà: cercare la soluzione economica più adatta per raggiungere il fine; la quale soluzione può non essere la più economica o la meno costosa di tutte, se per essa si raggiunga bensì il fine economico del maggior accumulamento di ricchezza, ma non l’altro fine, quello veramente cercato e voluto, della massima elevazione umana. Già Adamo Smith in una celebre frase diceva che la difesa di una nazione è di gran lunga più importante della sua opulenza (libro IV, cap. lI; a p. 429 del vol. I dell’ediz. Cannan); e qual ricerca è più frequente nei libri di Marshall e di Pigou del danno che la aspirazione a certi massimi di redditi individuali e anche collettivi arreca al raggiungimento di fini superiori? Quel che assai volte sommessamente gli economisti, dopo avere osservato e riflettuto, concludono è che, a raggiungere il fine voluto – che può essere di un massimo di ricchezza, se il massimo di ricchezza coincide od è compatibile coll’ideale superiore della vita umana, ma può non essere un massimo, se il fine superiore da raggiungere non lo consente – giova che lo stato non se ne impacci. Ma può non giovare e può convenire intervengano lo stato od altri enti pubblici coattivi od altre forze sociali collettive. Il che non si può sapere a priori, l’esperienza sola essendo giudice in tale materia contingente. Quel che dà sommo fastidio agli economisti non è l’intervento dello stato nei casi in cui esso è ottimo strumento per raggiungere il fine; ma il pretendere, che spesso si fa, di raggiungere con tal mezzo il fine magnificato superiore o spirituale, mentre in realtà si toccano più vicini materiali fini concreti ed i furbi lo sanno e vogliono solo, con quelle chiacchiere, far credere ai gonzi, i quali sono i più, che l’intervento da essi auspicato ha scopi altissimi, indiscutibili. Il che, a cagion d’esempio, apertamente si dice oggi negli Stati Uniti, dove i contrabbandieri introduttori di bevande spiritose, timorosi che il ritorno alla libertà moderata del bere guasti loro il mestiere, sussidiano le leghe proibizionistiche e la California è “secca” ossia proibizionista, perché pare venda, grazie al divieto di bere, più care le uve delle quali è produttrice. Queste tuttavia sono mere difficoltà concrete di applicare il principio. La tesi vera parmi dunque essere questa: che il liberismo non è né punto né poco “un principio economico”, non è qualcosa che si contrapponga al liberalismo etico; è una “soluzione concreta” che talvolta e, diciamo pure abbastanza sovente, gli economisti danno al problema, ad essi affidato, di cercare con l’osservazione e il ragionamento quale sia la via più adatta, lo strumento più perfetto per raggiungere quel fine o quei fini, materiali o spirituali che il politico o il filosofo, od il politico guidato da una certa filosofia della vita ha graduato per ordine di importanza subordinandoli tutti al raggiungimento della massima elevazione umana.

 

 

Per parlare figuratamente in linguaggio economico, la scienza economica non è una produttrice di beni diretti, né materiali, né morali, a pro degli uomini. Essa produce soltanto beni strumentali: strumenti logici per la scelta del metodo migliore per ottenere quei beni diretti che agli uomini piace ottenere. E si comprende perciò come la scienza economica si affini e progredisca coll’affinarsi dei fini perseguiti dagli uomini. Se in un paese, come la Russia bolscevica, prevale una concezione della vita materialistica e comunistica, gli economisti devono risolvere problemi di massima puramente materiali, entro i limiti di una concezione la quale deprime i fini spirituali, facendo gli uomini schiavi dello stato dominatore ed organizzatore universale; epperciò deprime anche la possibilità di raggiungere fini subordinati materiali, arrugginendo gli strumenti produttivi, disanimando il lavoro, scoraggiando il risparmio. Epperciò, a quel che se ne sa, quei disgraziati studiosi sono ridotti alla pietosa condizione di contabili di dare e di avere di una grossa impresa statale male attrezzata; e la scienza economica imbarbarisce. Nei paesi invece, nei quali ferve la vita morale e spirituale, e gli uomini si propongono sempre più alti ideali di vita libera, varia e feconda, anche si moltiplicano e si aggrovigliano i problemi economici; e intelligenze sottilissime sono invogliate a risolvere problemi ognora più complicati; sicché anche questa scienza strumentale, che è l’economia, progredisce e si manifesta in una letteratura meravigliosa, la cui bellezza estetica, sovratutto in certi libri monetari, per la apparente astrusità fortunatamente inaccessibili al volgo, talvolta commuove e rapisce nella stessa maniera che fa un capolavoro di Michelangelo o di Raffaello.

 

 

Perché sia equivoco il concetto di borghesia, e detto dal Croce in una assai suggestiva nota, nella quale i differenti significati di quel concetto sono così elencati:

 

 

  • concetto “giuridico” per cui nella storia medievale e in parte in quella moderna chiamasi “borghese” il cittadino del borgo o della città non feudale o il componente di uno degli “stati” dell’antico ordinamento politico;

 

  • concetto “economico”, col quale si designa come “borghese” il possessore degli strumenti della produzione, ossia del capitale, in contrapposizione al proletario o salariato;

 

  • concetto “sociale” per cui si chiama “borghese” quel che non è né troppo alto, né troppo basso, il “mediocre” nel sentire, nel costume, nel pensare;

 

  • e finalmente il concetto “storico” in cui per “borghese” e per “borghesia” si vuole intendere una personalità spirituale intera e, correlativamente, un’epoca storica, in cui tale formazione spirituale domini o predomini. Contro questo ultimo concetto e traendone occasione a discorrere di talune opere recenti del Sombart e del Groethuisen, il Croce muove in guerra con assai finezza di argomentazione; e chiarisce che l’identificazione tra il concetto di borghesia e quello di civiltà moderna fu il risultato della polemica condotta da due opposte parti contro la società nata dalla rivoluzione francese: da un lato dagli aristocratici e fautori degli antichi regimi e dall’altro dai proletari e operai; i socialisti, fattisi portavoce di questi ultimi, condannandola in nome del futuro più o meno prossimo, laddove i primi la disprezzavano in nome di un passato più o meno remoto. Giovava, alla polemica aristocratica, identificare il borghese «col capitalista, con lo speculatore, col bottegaio arricchito e poi ancora col politicante, col demagogo, e con altri tipi che diventarono tipi di romanzi e di commedie a tutti noti»; come giovava alla polemica socialistica, la quale pure ebbe una visione storicamente più larga del compito della borghesia, identificare la civiltà moderna con un tipo di ordinamento economico, a cui il Marx e l’Engels intendevano sostituire una nuova concezione della vita. In realtà gli aristocratici miravano più in alto e, attraverso la borghesia, volevano abbattere «la filosofia moderna, che aveva disfatto e sostituito la teologia; la critica, che aveva dissolto e dissolveva di continuo i dommi; l’ordinamento liberale degli stati, che si affermava contro l’ordinamento autoritario, i parlamenti succeduti alle corti e alle consulte di stato; la libera concorrenza, che si era aperta la strada contro i sistemi mercantili e protezionistici; la mobilità della ricchezza contro l’immobilità delle primogeniture e dei fedecommessi e degli altri vincoli; la tecnica, che sconvolgeva le vecchie abitudini; i bisogni di nuovi agi, che abbattevano i vecchi castelli e altri edifici, e rifacevano e ampliavano le vecchie città; il sentire democratico, che misurava l’uomo con la sola misura della pura umanità, cioè con quella dell’energia intellettuale e volitiva e via discorrendo». Che se i socialisti accettavano le conquiste “borghesi”, si illusero tuttavia di rovesciarle e di fondare una nuova scienza, una nuova etica, una nuova concezione della vita sulla distruzione dell’ordinamento borghese della produzione; laddove la filosofia, la morale, l’arte, il pensiero, sorti nell’età moderna «non sono formazioni borghesi o economiche, ma umane e perciò speculative, estetiche, morali e non soffrono superamento se non nella stessa loro cerchia e per ragioni loro intrinseche e in quella cerchia continuamente si superano, si arricchiscono, si particolareggiano, si trasformano e non però danno segno di mai abbandonare il loro principio direttivo, quello che si è venuto formando e affinando attraverso tutta la storia, e che, attraverso il medioevo, e all’uscita da esso, e particolarmente poi tra il sette e l’ottocento, parve addirittura un rovesciamento dell’antico principio, laddove ne era uno svolgimento dialettico e un potenziamento».

 

 

Dopo la qual dimostrazione, la tesi del Croce può considerarsi pacifica; ed il pseudo concetto di età borghese messo al posto del concetto vero di età o civiltà moderna dovrebbe essere abbandonato per sempre. Giova, a rafforzare la tesi crociana, aggiungere che, anche nel più ristretto campo economico, l’idea di un “ordinamento borghese” è equivoco, infecondo e meritevole di essere abbandonato. Verso questo ristretto concetto della borghesia il Croce manifesta qualche indulgenza, come quando (pag. 56) ammette che si possa immaginare il rovesciamento dell’ordinamento economico o borghese della produzione o come quando accorda essere legittimo (pag. 47 e sopra sotto b) un concetto economico di “borghese” in qualità di possessore degli strumenti della produzione ossia del capitale, in contrapposto al proletario o salariato; e solo vorrebbe sostituirlo «con quello più corretto di capitalista e non lasciarlo oscillare in rappresentazioni formate con altri e diversi caratteri, per modo che si finisca, come si suole, con l’includere tra i borghesi ed escludere dai proletari o salariati i professionisti, gli scienziati, i letterati pei loro abiti di vita e il genere del loro lavoro, laddove, economicamente, la differenza tra questi e i lavoratori cosidetti delle officine è inesistente o evanescente».

 

 

Qui mi pare si annidi un grosso equivoco, legittimato dalla complicazione straordinaria della vita moderna, per cui, a volere scrivere correttamente, bisognerebbe ad ogni affermazione, ad ogni definizione intorno ai concetti di “borghese”, di “capitalista” di “professionista”, di “proletario”, di “lavoratore” far seguire un nugolo di attenuazioni, di qualificazioni, di “ma” e di “se”, da rendere il discorso esitante e poco conclusivo. lascerò stare da parte i “ma” e i “se” e andrò diritto allo scopo, affermando che se la civiltà moderna, come giustamente afferma il Croce, non può, se non con evidente equivoco identificarsi con “età borghese”; è vero anche che nel campo economico non esiste, nell’età moderna, un ordinamento “borghese” o “capitalistico” nel senso che la caratteristica dominante del sistema economico sorto nel secolo XVIII sia l’aver affidato il governo economico del mondo al borghese inteso nel senso di «capitalista possessore degli strumenti della produzione» in contrapposto al proletario o salariato, considerato come mero strumento di lavoro in mano del capitalista. L’inclusione voluta dal Croce, dei «professionisti, scienziati e letterati» nel ceto dei proletari o salariati avrebbe dovuto metterlo sull’avviso che nella contrapposizione delle due classi e nella funzione eminente e direttiva assegnata al capitalista si annidava un equivoco; poiché, se salariato è colui il quale esegue un lavoro, per conto e secondo gli ordini del capitalista, tale non è né il professionista, né il letterato, né lo scienziato. In verità, anche in questo caso fa d’uopo ricordare che l’inveramento di un nuovo concetto non avviene d’un colpo, ma a gradi e quel che era in germe nel principio contrario a poco a poco si attua ed, attuandosi, cresce e via via si trasforma; sicché ad ogni momento appare diverso da quel che era nel momento precedente. Pur tenendo conto di ciò, è evidente che la caratteristica dominante della struttura economica moderna, da quella che si suol chiamare rivoluzione industriale in qua, non è il “capitalista”, ma l’imprenditore, l’inventore, l’organizzatore, il capitano di uomini e di strumenti. Il che non si vide chiaramente subito, dai reazionari e dai socialisti e neppure dagli economisti, perché accadde dapprima e continuò ad accadere per lungo tempo che gli imprenditori, gli organizzatori, i capitani fossero anche capitalisti o possessori degli strumenti di produzione. A poco a poco tuttavia si cominciò a vedere ed oggi è manifesto a tutti quanti sappiano guardare nel cuore dell’economia moderna, che questo era un fatto non necessario, non logico e secondario. “Capitalista” tende sempre più ad essere l’azionista, l’obbligazionista, il depositante presso banche e casse di risparmio; e la massima parte del capitale impiegato nelle industrie e nei commerci tende ad essere proprietà di una classe di persone, le quali, più correttamente, invece di capitalisti – parola che, per mala tradizione vocabolaristica originata, suppongo, dal cosidetto socialismo scientifico, reca in sé una significazione di padrone, di ordinatore, di dominante – dovrebbero essere designate col nome di risparmiatori o produttori e venditori della merce “risparmio”, che altri trasformerà in capitale. Questi “altri” sono gli imprenditori od organizzatori o inventori o capitani di banche, di società anonime, di imprese industriali, agricole e commerciali private. Questi tendono ad essere i veri dominatori del mondo economico moderno. Quando, nel linguaggio volgare, si pretende di qualificare il signor Morgan dicendolo “miliardario”, si commette un solennissimo sproposito storico; poiché egli è Morgan, ossia un uomo potente sui destini del mondo, non perché possegga alcune decine di milioni di dollari, ma perché ha ai suoi ordini centinaia di migliaia di servi della gleba, i cosiddetti capitalisti o meglio risparmiatori, i quali, umili ai suoi cenni, producono risparmio e lo mettono a sua disposizione, paghi di ricevere da lui, si e no, qualche interesse o dividendo, a titolo di compenso. Il capitalista, come tale, tende ad essere uno zero o pressoché uno zero nel mondo economico. Gran parte del risparmio viene prodotto automaticamente e verrebbe prodotto anche se non si promettesse alcun compenso al risparmiatore; un’altra parte, cospicua e crescente, viene prodotta all’insaputa dei cosidetti capitalisti, azionisti di società, i cui amministratori decidono di dare agli azionisti quella parte dei profitti che ad essi sembra opportuna e l’altra viene accantonata ossia risparmiata, piaccia o non piaccia ai servi capitalisti. E son portate in palma di mano e giustamente reputate le più solide società del mondo quelle le quali, come usano quasi tutte le imprese di assicurazione, non danno agli azionisti neppure un centesimo dei guadagni industriali annui, ma unicamente i frutti degli accantonamenti passati. Vero dominatore del mondo economico non è colui che fornisce la materia bruta “capitale”, così come dominatrici non sono le cose materiali, i mattoni e la calce, le macchine e le forze motrici di cui si compone un’impresa; ma è l’uomo. L’uomo intelligente, che sa ed agisce: dall’amministratore delegato ai direttori, ai tecnici, agli operai. Chiamare costoro proletari o lavoratori e contrapporli, in istato di subordinazione, a quella figura comica che è il “capitalista” moderno è davvero un capovolgimento della realtà. Il “capitalista” è forse ancor qualcosa nelle piccole aziende, nell’agricoltura dove l’imprenditore è proprietario di una grossa percentuale o della totalità degli strumenti della produzione; ma a mano a mano che si ascende verso l’alto, verso quelle che sono le tipiche costruzioni economiche del mondo moderno, la sua importanza vanisce sempre più, fino a diventare puramente passiva ed automatica. Non è del resto razionale che così sia? Nel mondo moderno, dominato dalla critica filosofica e dalla scienza, come poteva darsi che una parte dell’attività umana fosse governata da chi ha per funzione, importantissima bensì, ma specifica e spesso automatica e talvolta, come si disse sopra, involontaria e inconsapevole, di produrre risparmio ossia di rinunciare al godimento di beni presenti per un vantaggio avvenire? Godono i risparmiatori un compenso per il servizio reso alla società; e meritamente lo godranno finché siano in pochi ad esercitare quella funzione; e converrebbe probabilmente ai lavoratori che il compenso pagato fosse più sicuro di quanto non sia in conseguenza di ricorrenti traversie monetarie. Converrebbe, perché se, grazie a quella sicurezza, la virtù della previdenza si generalizzasse e si accentuasse, ben potrebbe accadere che gli uomini provveduti dell’intelligenza necessaria a trasportare nel tempo il risparmio, pretendessero di ricevere, invece di dare, un compenso per la fatica di restituire dopo un anno il capitale oggi ricevuto in deposito!

 

 

V’ha di più. L’indole sostanziale dell’economia moderna non è chiarita pienamente neppure coll’osservazione fatta ora: che il “capitale” messo insieme dai risparmiatori non è il padrone, sibbene il servo degli imprenditori. Bisogna aggiungere che il capitale fabbricato dai risparmiatori tende ad essere richiesto in misura sempre minore dagli imprenditori in aiuto alle loro creazioni economiche. Vorrebbe “servire”; ma viene respinto con fastidio quando realmente gioverebbe a “creare” qualcosa di nuovo ed accettato solo quando gli imprenditori desiderano “realizzare” il frutto, già ottenuto, della loro iniziativa, per riposare dalle passate fatiche o tentare nuove creazioni.

 

 

Quando, a cagion d’esempio, si pensa ai grandi giornali moderni, all’imponenza dei loro impianti di edifici, di macchinari, di servizi ed alle decine e talvolta centinaia di milioni di lire che essi valgono, la mente dei più corre a questi milioni e pensa che senza capitalisti quei giornali non sarebbero sorti ed è tratta a collocare senz’altro il “giornale” nella categoria delle imprese dominate dal capitalismo, dalla banca, dalla finanza e simiglianti entità materialistiche.

 

 

La verità è ben diversa; e tipica è l’origine di quello che fu, durante un non breve periodo storico, uno dei maggiori e forse il più perfetto giornale del mondo. Quel giornale fu fondato senza un centesimo di capitale proprio degli iniziatori, sul fondamento di una cambiale dell’ordine di grandezza delle 100.000 lire italiane, scontata grazie al credito dei firmatari da una banca qualunque e rimborsata dal gerente in pochi anni cogli utili dell’impresa. Il “risparmio” nel senso tradizionale di somma messa da parte soldo a soldo dai risparmiatori e dato all’imprenditore perché egli lo impieghi, intervenne nella creazione di quella grandiosa impresa col solo compito di anticipo provvisorio sui primi utili; e questi primi e quelli che vennero dipoi, in cifre crescenti, consentirono a poco a poco di costruire edifici al luogo di quelli presi a nolo, di comprar macchine al posto di quelle di altrui spettanza dapprima utilizzate, di impiantar servizi costosi, di assoldare redattori di vaglia. I capitalisti, che avevano fornito solo il nome, ricevettero dai due imprenditori, i quali, uno dopo l’altro, ebbero il governo di quella impresa, fior di utili e, quando vollero, poterono vendere le loro quote ideali di comproprietà per valsenti mai immaginati certamente nell’istante in cui avevano, con una firma, aiutato il primo iniziatore a far sorgere l’intrapresa.

 

 

Ed ho in mente un’altra grande impresa giornalistica, appena seconda, nel suo paese, a questa ora menzionata, la quale andava a rotta di collo quando un giovane energico, accortissimo conoscitore del pubblico, intervenne con poche quarantamila lire a tappare i buchi aperti dall’antico, cuor d’oro, ma distratto, proprietario; e l’impresa andò subito bene, fornì utili invece di perdite e, cresciuta, diventò potente ed il pubblico favellò di capitali cospicui che essa valeva; laddove il capitale non c’entrava né punto né poco nella sua creazione, ma l’imprenditore aveva creato l’impresa, prodotto i capitali, pagato dividendi a sé ed ai soci.

 

 

Che se questi paiono esempi piccoli e poco probanti, si badi all’esperienza della “Ford” e della “General Motors Company” degli Stati Uniti, le due massime imprese produttrici di vetture automobili del mondo, due delle massime creazioni, usasi ripetere, del capitalismo moderno. Quei che hanno letto i libri e gli articoli del Ford sanno che il capitale e le banche non entrano per nulla nella creazione e nell’incremento della sua impresa; sanno che alla radice della gigantesca organizzazione odierna stanno ventottomila sparuti dollari sborsati dai membri della famiglia Ford e che tutto il resto venne fornito ed è fornito oggi dalla impresa medesima. Parimenti, alla radice della “General Motors Company”, la grande concorrente di Ford, sta una famiglia geniale, discendente da quel Du Pont De Nemours che noi economisti conosciamo come fisiocrate, divulgatore dei fisiocrati, compilatore di effemeridi economiche in Francia prima della rivoluzione. La famiglia Du Pont creò l’impresa, l’ampliò cogli utili interni; e se condiscese poi ad emettere azioni nel pubblico ed a ricevere il concorso di quelli che si chiamano comunemente risparmiatori capitalisti, ciò fece quando il successo era stato raggiunto, quando l’impresa non aveva bisogno più dell’aiuto di nessuno e avrebbe potuto indefinitamente alimentarsi con gli utili interni, pur pagando fior di dividendi ai comproprietari. I Du Pont, consentendo, dissero in sostanza che il periodo formativo dell’impresa era trascorso, che valeva la pena di tirare le fila e di vendere per un prezzo presente, gli utili capitalizzati futuri e con quel prezzo tentare cose nuove e ripetere l’esperimento in altro campo. Storicamente, sembra dunque irreale la tesi che considera il capitalista come signore dell’intrapresa e più vicina alla realtà quest’altra successione di avvenimenti:

 

 

  • l’imprenditore paga o promette di pagare (uno dei segreti della formazione delle grandi imprese automobilistiche moderne pare sia consistito nell’intervallo fra l’acquisto dei mezzi di produzione e il loro pagamento) gli strumenti ed i collaboratori della produzione; li paga al prezzo di mercato, senza sfruttare nessuno, anzi facendo crescere sul mercato il pregio dei fattori richiesti;
    • col ricavo della produzione paga i fattori di produzione, e reimpiega nell’impresa gli utili ottenuti;

 

  • quando l’impresa ha raggiunto l’optimum o quello che egli ritiene l’optimum di organizzazione e di produttività netta, egli capitalizza gli utili probabili futuri, vendendoli ai risparmiatori;

 

  • i quali entrano in scena quando il ciclo industriale ascendente è chiuso; quando si tratta sovratutto di conservare e, se di ampliamenti ancora si parla, sono ampliamenti lungo linee note, profittevoli se si segue il precetto di compierli con il reimpiego degli utili interni, rovinosi spesso quando davvero si faccia appello a capitale fresco estraneo. Se al capitale nuovo conviene ricorrere, ciò si fa per lo più attraverso obbligazioni o indebitamenti, serbando, anche nella forma legale, qualità di servo al capitale.

 

 

Guai al capitale ammesso a partecipare agli utili delle intraprese, dietro pagamento di un congruo prezzo di acquisto degli utili futuri – epperciò appunto dicesi capitale – se esso non è in grado di conservare o di trovare l’uomo ai cui servigi umilmente mettersi! Ricordo sempre una interessantissima conversazione con un economista americano, L. C. Marshall, in cui egli mi narrava degli sforzi che le corporazioni (società anonime) del suo paese fanno spesso per conservarsi un uomo alla testa; e questi comincia coll’entrare con la promessa del 10 per cento degli utili e, alla scadenza del contratto, pretende il 25 per cento; e in seguito vuole la consegna gratuita di un quarto delle azioni e poi della metà e poi le esige tutte; e ogni volta gli azionisti assentono riducendosi a puri creditori o quasi, perché val meglio contentarsi delle briciole abbandonate dal capo che correre l’alea di rimanere privi dell’opera da essi stimata necessaria alla vita dell’impresa. E, conversando, il mio pensiero ricorreva a casi italiani di uomini che, entrati in camicia o quasi in un’impresa, ne erano divenuti i padroni e nulla temevano di peggio i soci capitalisti che di vederli andarsene e perciò li ricolmavano di doni, di uso di automobili, di interessenze crescenti, di quote gratuite di comproprietà. Eppure i dirigenti, secondo la terminologia marxistica, dovrebbero essere classificati tra i proletari e gli azionisti tra i capitalisti e questi dovrebbero star sopra ai primi: e borghesi dovrebbero essere detti i capitalisti e non borghesi, perché accaniti lavoratori, i dirigenti!

 

 

Il concetto di “borghese”, oltreché essere equivoco dal punto di vista storico considerato dal Croce, lo è dunque ugualmente da un punto di vista economico; e poiché non lo si può, senza abbassarlo al livello delle commedie, applicare a quei poveri untorelli di capitalisti, né decentemente si può svalutare l’intelligenza direttiva degli imprenditori e capitani d’industria col nomignolo di “borghese”, così miglior consiglio pare sia quello di abbandonar del tutto lo sfortunato vocabolo, relegandolo, oltreché a significare il mediocre nel sentire, nel costume e nel pensare, a due altri usi, che non vedo ricordati dal Croce: il primo dei quali è comune tra soldati, per indicare le persone non obbligate a vestire uniforme militare, ed il secondo è frequente nelle campagne del Piemonte, dove i “signori” ed i “contadini” chiamano “borghesi” o boursüas i bottegai e in genere il minuto medio ceto del concentrico degli abitati. Così, modestamente, finiscono le grandi categorie storiche!

 

 

La teoria del materialismo storico continua ad occupare il Croce, sia nel Contributo alla critica di me stesso, sia negli Aspetti morali della vita politica; e bene a ragione poiché pochi diedero, al par di lui, opera fruttuosa a chiarire il significato e l’importanza di quella teoria. Ma non so tacere due impressioni: la prima si è che il Croce sia, quasi senza avvedersene, portato a valutare o a dare importanza a scritture di teoria o di storia economica, a seconda che esse si occupino o meno di quel problema. L’efficacia, ad esempio, dell’opera del Sombart a pro del progresso della storia economica e sociale è assai diversamente apprezzata nel mondo degli economisti; laddove gli storici politici, pur criticandola e respingendola, fanno gran rumore attorno ad essa; ed anche il Croce ne tiene un conto che, da quel che egli stesso ne dice, appare immeritato. Meritato o no, importa rilevare che se le scoperte o le affermazioni degli storici tipo Sombart hanno un valore, quel qualunque loro valore non ha alcun rapporto con l’indole cosidetta economica dei loro studi o con un’autorità che potesse derivare dalla circostanza di affermarsi o di essere creduti economisti. Indole ed autorità cosiffatte non sono universalmente riconosciute dai cultori dell’economia.

 

 

La seconda impressione è che, anche nei giudizio di avvenimenti recenti, quella filosofia materialistica eserciti tuttora una influenza eccessiva sul pensiero del Croce, sì da indurlo ad affermazioni che a me non paiono provate. Il che, per connessione a quanto si legge nel Contributo alla critica di me stesso, si può osservare sovratutto rispetto ad una tesi sostenuta nella Storia d’Italia.

 

 

Non posso cioè consentire nell’accettazione, che parmi il Croce faccia (cfr. in Storia, p. 292-93 e 345) della teoria secondo cui la guerra ultima sarebbe stata «ricca di motivi industriali e commerciali, tutta nutrita d’incomposte brame e di morbosa fantasia»: una sorta di guerra del «materialismo storico» o dell’«irrazionalismo filosofico». Non oso dir nulla dell’influenza dell’irrazionalismo filosofico; ma quel dare al “materialismo storico” (che nella nota a p. 345, è del resto, ricordato da solo) importanza di fattore determinante della guerra parmi davvero non conforme alla verità storica. È, lo so, quell’opinione propria non solo del Croce, ma di moltissimi che oggi discorrono ancora delle origini della guerra. Ma appunto l’essere quell’opinione la più accettata dovrebbe essere bastevole motivo ad allontanarne il Croce, troppo disdegnoso delle opinioni comunemente accettate. È ovvio pensare che la guerra mondiale sia stata causata dal desiderio reciproco di sopraffarsi economicamente della Germania e dell’Inghilterra; a cui poi si sarebbero aggregati gli Stati Uniti nell’impresa di arraffa-arraffa dei mercati di vendita e nel tentativo di conquista del dominio economico mondiale. Ed è vero che nella letteratura germanica ante-bellica si trovano abbastanza copiose tracce di libri o libercoli intesi a dimostrare la necessità assoluta per la Germania di imporre con la spada il dominio della propria economia sugli altri paesi del mondo. È vero anche che tra i sovventori della letteratura allarmistica degli anni anteriori alla guerra figurarono, come risultò in taluni scandalosi processi giapponesi pre-bellici, grandi imprese di armamento e di forniture militari, ansiose di crescere per tal modo le loro vendite agli stati. Ma, contro alle forze economiche le quali spingevano alla guerra, sia perché di essa vivevano (imprese di armamenti), sia perché reputavano od immaginavano di avvantaggiarsi da un’annessione forzosa di territori provveduti di materie prime o di mercati di vendita, stavano le altre forze economiche, ben più numerose e importanti e potenti, le quali traevano alimento dalla pace e vedevano con terrore ogni prospettiva di guerra. Nessuno immaginava che si potesse guadagnare di più nel tempo di guerra; e se avessero avuto tanta forza di immaginazione, i più avrebbero allontanato da sé l’amaro calice dei sopraprofitti bellici, perché avrebbero avuto altresì la capacità di vedere, al di là dell’effimero guadagno, il danno permanente dell’intervento opprimente statale, della legislazione confiscatrice, della propria rovina probabile a pro dei nuovi venuti, del malcontento delle classi operaie, del pericolo di rivoluzioni sociali o del propagarsi di infezioni sovvertitrici dai paesi rimasti vittime della peste comunistica. Tutta la banca, il che vuol dire il cervello dirigente della macchina economica, tutta l’industria che provvede ai bisogni ordinari della popolazione civile, tutta quella che era occupata alle costruzioni di case ed agli impianti nuovi, tutta l’agricoltura, che teme le devastazioni dei foraggiatori e, se lontana dal teatro della guerra, ritiene non a torto che la tranquillità del lavoro operoso sia la garanzia migliore di buoni sbocchi per le sue derrate, tutto il commercio, che desidera pacifiche le vie di terra e di mare, erano contro la guerra. Quelle che si agitavano e facevano rumore erano poche industrie al margine, specificatamente viventi sugli apprestamenti bellici, il che non vuole ancora dire sulla guerra, ovvero da una loro particolare e temporanea crisi spinte a farneticare salvezza in una novità qualunque che desse loro quei mercati che da sé erano incapaci a trovarsi. Non parlisi poi dei teorizzatori dell’economia, i quali erano fin troppo propensi a porre la pace come una delle condizioni essenziali per la produzione della ricchezza. L’onere di provare la verità della tesi secondo cui la guerra mondiale sarebbe stata una guerra tipica del «materialismo storico» ossia dovuta principalmente «a motivi industriali e commerciali» spetta dunque a chi l’assevera; e poiché sinora quella prova, s’intende una prova seria, non dedotta dalle vociferazioni di pseudo-economisti di nessuna reputazione scientifica, non è stata data, parmi si possa, assai più fondatamente, contrapporre alla tesi del Croce l’altra che la guerra fu decisa contro l’interesse e la volontà delle forze economiche più potenti, che della guerra avevano terrore e seppero adattarvisi solo a stento ed attraverso a un ben comprensibile smarrimento ed a timori diffusi di catastrofe. Ossia, in quel momento, le forze ideali, qualunque si fossero, ebbero il sopravvento sulle forze materiali ed economiche; ed ebbe nuovamente ragione Adamo Smith quando proclamava che «la difesa ha importanza di gran lunga maggiore della opulenza». Gli interessi materiali si inchinarono dinanzi alle ragioni ideali che in ogni stato decisero della partecipazione alla guerra; l’istinto pacifico del mercante, del banchiere, del manifattore, del contadino cedette il posto all’impulso patriottico dell’uomo che sapeva di gittare nella fornace ardente i beni suoi materiali pur di salvare e crescere certi beni spirituali od immateriali che, se non da tutti erano visti chiaramente, in confuso erano profondamente sentiti dai più e li  spingevano allo sbaraglio.

 

 

Come il Croce sia giunto a dare ai motivi economici un così gran posto tra i fattori determinanti della guerra, si può arguire pensando al posto ragguardevole che egli ha sempre dato al problema degli studi intorno al materialismo storico. Si ha quasi l’impressione, leggendolo, che i dibattiti accesi intorno all’importanza del fattore economico come determinante dei destini della umanità, e di quelle che Marx chiama le sovrastrutture politiche, religiose, morali e perfino letterarie abbiano davvero avuto gran parte nella storia del pensiero italiano ed europeo di un certo periodo prima del 1915. Per fermo, ripetasi, va messa in gran luce l’importanza del contributo recato dal Croce alla chiarificazione del problema. Ma anche qui spetta ai suoi assertori dimostrare che quel problema fosse davvero dominante e quasi esclusivo e che la sua importanza fosse quasi un riflesso della dominazione effettiva che i fattori economici avevano nel mondo, tanto effettiva e grande da condurre poi alla guerra. Rovesciata, come fu fatto sopra, la tesi storica la quale connette la guerra a motivi economici, resta non dimostrata l’altra tesi che per un certo periodo anteriore al 1915 fosse diffusa e dominante nei ceti che pensavano la concezione materialistica della vita.

 

 

È curioso che quel modo di vedere non interessò quasi affatto gli economisti, i quali per ragioni di studio avrebbero dovuto occuparsene di più; e ciò accadde non per una certa loro ristrettezza mentale, quanto piuttosto perché essi non amarono perdere tempo in esercitazioni, forse utili agli storici, bisognosi di dare importanza anche a fattori di solito trascurati, ma poco suggestive per chi dalla consuetudine quotidiana con essi era portato a dare ai fattori economici solo quella subordinata posizione che essi si meritano ed aspirava, per tirare il fiato alla sera, a qualcosa di più alto che non fossero i soliti prezzi e salari e profitti. Sta di fatto che quei dibattiti passarono come acqua limpida sull’incremento, che allora fu tanto e così rapido, della scienza economica, senza quasi lasciar traccia di sé. Quei dibattiti lasciarono invece tracce profonde nell’incremento «continentale europeo» della potenza delle classi operaie. Ma qui il Croce mirabilmente chiarisce come quelle idee di materialismo storico agirono, non per quello che esse letteralmente dicevano, ma come idea atta a dare coscienza di se ad uomini da secoli addormentati e di se stessi inconsapevoli. Cosicché la fiamma che in Italia e fuori d’Italia si accese al lume della concezione materialistica della vita, fu, tra molto disordine e confusione di lingue, una rinnovata coscienza umana in masse che prima erano quasi brute. La lotta per la elevazione delle paghe, per il maggior riposo quotidiano e domenicale, per la sicurtà contro gli infortuni e la vecchiaia e le malattie parve, in bocca ai socialisti, una lotta per lo spossessamento materiale delle classi dirigenti. Fu, in realtà, ed oggi, a distanza, appare chiaramente essere stata una lotta per l’elevazione morale e spirituale non delle masse soltanto, ma anche delle classi proprietarie, che si volevano in apparenza distruggere.



[1] Benedetto Croce, Contributo alla critica di me stesso, Gius. Laterza e Figli, Bari 1926. Un vol. in ottavo di pp. 77; Il presupposto filosofico della concezione liberale. Estratto dagli «Atti della Accademia di scienze morali e politiche della società reale di Napoli», vol. L, parte prima, pp. 12, 1927; Contrasto di ideali politici in Europa dopo il 1870. Estratto c. s., LI, parte prima, pp. 17, 1927; Liberismo e liberalismo. Estratto c.s., LI, parte prima, pp. 7, 1927; Di un equivoco concetto storico: la “borghesia”. Estratto c. s., LI, parte prima, pp. 21, 1927; Aspetti morali della vita politica. Appendice agli Elementi di politica, Gius. Laterza e Figli, Bari 1928. Un vol. in ottavo di pp. 91.

[2] Con il titolo Dei concetti di liberismo economico e di borghesia e sulle origini materialistiche della guerra [ndr].

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