Liberismo e liberalismo o della continuità di Sturzo

Tratto da:

Prediche inutili

Data di pubblicazione: 01/01/1959

Liberismo e liberalismo o della continuità di Sturzo

Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1959, pp. 379-381

 

 

 

Luigi Salvatorelli in un articolo su «La Stampa» del 18 novembre 1958 richiama l’attenzione su un libro, curato da Gabriele De Rosa e composto di articoli scritti da Luigi Sturzo tra il 1897 ed il 1904 (Luigi Sturzo, La Croce di Costantino. Primi scritti politici e pagine inedite, Edizioni di storia e di letteratura, Roma 1958). Il curatore ed il recensore riconoscono amendue la continuità del pensiero dello Sturzo da quei primi scritti a quelli d’oggi; sebbene sia diverso nei due il giudizio sul contenuto d’allora e d’adesso di quel pensiero. Le indagini sulla continuità del pensiero di uno scrittore, il quale abbia acquistato nominanza, sono feconde quando, come per lo Sturzo, siano compiute da studiosi capaci di interpretare le variazioni di quel pensiero alla luce di un approfondimento delle mutazioni di una lunga esperienza negli studi e nelle opere; mutazioni necessarie in scrittori i quali non abbiano conchiuso il proprio cammino.

 

 

Non potendo compiere oggi quell’esame critico delle fonti che sarebbe necessario per esprimere una opinione motivata sulla diversa interpretazione data da Gabriele De Rosa e da Luigi Salvatorelli alla continuità del pensiero di Luigi Sturzo, dico solo del mio dissenso intorno alla conclusione finale dell’articolo pubblicato sulla «Stampa»:

 

 

«Don Sturzo ha combattuto queste battaglie [contro lo stato moderno, liberale, laico, inspirato da una umanità morale autonoma, cioè dalla “morale naturale” battaglia continua e crescente, a prò di una chiesa che da sola detiene la legge morale per tutti] coerentemente, intransigentemente, dal suo clericalismo temporalista di fine ottocento al suo liberismo antisociale di questi giorni».

 

Qualsisia fosse il punto di partenza di Luigi Sturzo alla fine dell’Ottocento, oggi il suo punto di arrivo non è certamente quello definito dall’insigne storico con le parole da me sottolineate.

 

 

In primo luogo non posso far gran torto allo Sturzo attribuendogli un «liberismo» che, se è quello corrente nella accezione comunemente invalsa, è un fantoccio (vedi in questo volume a p. 397) di cui nessuno studioso serio conosce l’esistenza, fantoccio inventato da chi attribuisce agli economisti idee che essi non hanno mai professato. Non posso far quel gran torto a Luigi Sturzo perché, assiduo lettore dei suoi articoli sul «Giornale d’Italia», vedo che egli difende le opinioni antistatalistiche, antidirigistiche, antisocialistiche non solo con gli argomenti della logica comune, di cui, per ragion di divisione del lavoro, si servono preferibilmente gli economisti, sebbene, e massimamente, con riflessioni d’indole politica e morale. Sturzo è contrario alle idee che combatte non tanto perché sono cagione di danno economico – ed il certo danno economico è tuttavia il minore – ma sovratutto perché corrompono la società politica, asserviscono gli uomini, conducono alla tirannia ed alla immoralità. Egli, in quanto antisocialista, antidirigista ecc. ecc. non vuole il «liberismo» che è cosa piccola; vuole il «liberalismo» nell’ampio senso tradizionale suo proprio.

 

 

Al suo, che dal Salvatorelli è denominato «liberismo» e da me invece «liberalismo», non si può in ogni modo apporre l’aggettivo «antisociale».

 

 

Qui la disputa, che, per quel che riguarda la differenza fra «liberismo» o «liberalismo», poteva sembrare, e non è, terminologica, diventa tutta sostanziale. Le ragioni per le quali ritengo erronea la taccia di «antisociale» mossa al liberismo (e cioè al liberalismo) di Sturzo sono state ripetutamente da me esposte; fra l’altro, ad esempio, nelle Lezioni di politica sociale ed, occasionalmente, nelle Prediche inutili (dispensa prima: L’andazzo è agli sganciamenti; dispensa quarta: Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze fra liberalismo e socialismo; e dispensa quinta: È un semplice riempitivo!); sicché qui posso ristringermi ad affermare che la proposizione essere il «liberalismo» antisociale è accettabile solo da chi appartenga alle correnti socialistiche, dirigistiche, corporativistiche e simili; o, senza appartenervi, ne accolga implicitamente i metodi storiografici. Chi invece ritenga essere quelle concezioni e quei metodi lontani dalla realtà e dal vero, e viva nel mondo spirituale del liberalismo, è persuaso che socialismo, dirigismo, corporativismo, statalismo sono essi antisociali, perché cagione di miseria economica, di discordia sociale e di tirannia politica e che il liberalismo promuove invece l’elevazione dei più, la stabilità sociale e la libertà politica.

 

 

Queste tesi dei liberali non sono nuove. Posseggo un esemplare della seconda edizione della Ricchezza delle nazioni di Adamo Smith, con legatura contemporanea (1778). Fin d’allora, il possessore del libro, il quale, diverso in ciò dai commentatori odierni, l’aveva evidentemente letto, aveva fatto incidere sul dorso una colomba portatrice del ramo d’olivo; simbolo di pace e di concordia fra i popoli, e frutto di quella libertà di muoversi del pensiero, delle cose e degli uomini, che è connaturata al liberalismo, antico e nuovo. La colomba smithiana fu ed è annunciatrice di pace e di avanzamento politico sociale; laddove le colombe odierne sono il segnacolo in vessillo di guerre e di discordia!

 

 

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