Liberismo, protezionismo e prosperità nazionale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/03/1923

Liberismo, protezionismo e prosperità nazionale

«Corriere della Sera», 18 marzo 1823

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 147-158

 

 

 

Signor Direttore,

 

 

Il «Corriere della Sera» ed i suoi scrittori sono così superiori e ragionevoli che per certo non si dorranno se gli asserti e le idee che pubblicamente espongono danno luogo ad esame e quindi a discussione. Spero quindi non me ne vorrà se mi prendo la libertà di chiosare quanto il sen. Albertini ha scritto nel «Corriere» di domenica intorno al partito liberale. Non a tutto quanto è esposto in quell’articolo io desidero di replicare: di politica pura, ad esempio, non intendo occuparmi. Mi limiterò su questo punto ad una constatazione: quella stessa dal sen. Albertini enunciata, che cioè alla riunione del partito, seguita a Bologna, di liberali come egli li intende, ben pochi ce n’erano. Ma, se non ce n’erano a Bologna, è a ritenersi che molti ve ne abbiano ad essere nel paese? Ne dubito, oserei anzi dire che, se per essere veri liberali occorresse essere liberisti in materia doganale, ritengo che assai pochi se ne troverebbero. Pare impossibile, eppure è così: le teorie protezioniste non sono simpatiche nella loro enunciazione e pochi osano proclamarsi ad esse ossequienti: però, allo stringere dei conti, allorquando non si tratta più di far lezione dalla cattedra o di scriverne nei giornali, non sono molti quelli che intendono applicare il verbo liberista.

 

 

In genere si capisce che il liberismo è teoria, mentre il protezionismo non è che la esplicazione delle necessità quotidiane, cosicché si finisce col rimettere negli scaffali perché dormano il sonno del giusto Adamo Smith, Bastiat e discepoli.

 

 

Il sen. Albertini scrive che «il liberismo non è teoria da realizzarsi nell’anno 3.000, quando tutti gli altri stati si saranno convertiti, ma è invece una dottrina inoppugnabile sempre». Mi si permetta di porre in dubbio, almeno parzialmente, tale asserzione: che cioè gli stati, e specialmente quelli europei, stiano ora convertendosi. Pare a me che, piuttosto di convertirsi al liberismo, essi – viceversa – si convertano al protezionismo. Ad esempio, l’Inghilterra, la classica terra del liberismo, adotta la legge delle cosidette «industrie-chiavi», la legge anti-dumping, la tariffa differenziale a favore dei «dominions», il divieto di vendita del caucciù a paesi esteri da parte delle colonie in misura superiore all’ante-guerra.

 

Da parte sua la Svizzera, essa pure liberista per eccellenza, non ha trovato di meglio che applicare circa 300 – diconsi trecento – divieti di importazione, allo scopo di tenere elevati i prezzi dei prodotti che avrebbero potuto aversi a miglior mercato dall’estero, ed in questi giorni è arrivata perfino a vietare l’esportazione dei rottami di ferro, proibendo l’introduzione di quei laminati che si fabbricano dalle poche e piccole ferriere svizzere.

 

Il Belgio, altro paese che si professava assolutamente liberista, dal canto suo discute il progetto di unione doganale colla Francia e finirà coll’accettarlo. Ed a proposito del Belgio, non mi pare superfluo riportare qui integralmente una malinconica riflessione del più autorevole tra i giornali economici di quel paese, il Moniteur des Intérêts Matériels di Bruxelles, dove nel n. 40 del 9.2.1923 si legge: «L’expérience de ces dernières années devrait cependant ouvrir les yeux aux hommes désintéressés et non prévenus. Depuis l’armistice le coût de la vie n’a pas baissé en Belgique dans une proportion plus favorable que le coût de la vie en France, où cependant on a poussé fort loin, trop loin à notre sens, l’esprit protectionniste».

 

 

Ed altri esempi io credo si potrebbero citare per dimostrare che se il liberismo trionfa nella scuola, nella pratica soccombe non solo in Italia, ma dovunque.

 

 

Mi consenta il sen. Albertini di ritenere nel modo il più preciso che se il conte di Cavour fosse ancora fra noi, egli – che di così gran senno sapeva dar prova – avrebbe, dopo la guerra specialmente, messo se non in soffitta, almeno in cassaforte, le teorie di liberismo puro, per accostarsi a quei provvedimenti di stile protezionistico che si manifestano indispensabili, vivendo in mezzo a protezionisti: ho detto indispensabili, e di tale parere sono oramai in Italia tutti coloro che desiderano la vita e non la morte del

paese.

 

 

Gli è che qualche volta l’amore alla teoria trascina fuori strada; veda, ad esempio: a Bologna si è parlato di fabbriche americane dalle quali escono migliaia di automobili al giorno e si è detto che una così elevata produzione era il frutto della mancanza di barriere doganali. In verità a me pare che così precisamente non sia, perché tutti sanno che la prosperità delle fabbriche di automobili americane è proprio esclusivamente dovuta alla elevatissima barriera doganale che per questa, come per tutte le altre industrie, protegge il lavoro in quel paese, il quale – temendo che neppure bastassero gli alti dazi – ha ora inventata la cosidetta «clausola flessibile» per ostacolare l’entrata di prodotti di paesi a moneta svalutata.

 

 

Ma per tornare ai casi nostri, cioè di noi industriali italiani, si può forse dire che la «famosa», la «infame» tariffa doganale, applicata dal primo luglio 1921 abbia prodotto rincaro del costo della vita? Veramente non pare, perché fino alla fine del 1922 i numeri-indici hanno segnato un lento ma progressivo abbassamento, il quale si è arrestato per effetto della mutata situazione politica europea (Ruhr, Memel, Mossul, ecc.).

 

 

Invece per effetto della «infame» tariffa, la nostra bilancia commerciale è andata gradatamente migliorando, così da minorare in un anno e mezzo di ben tre miliardi lo sbilancio; forsanco è stata l’alta tariffa che pur percorrendo una via più lunga, ha portato alla diminuzione del costo della vita[1]. A prima vista ciò può sembrare assurdo ma invece può essere che sia così perché, per un paese a densa popolazione quale è l’Italia, dove l’agricoltura non può assorbire che una limitata parte della sua mano d’opera, la protezione dei prodotti industriali è una necessità e cade in errore chi teme che essa produca – se non in alcuni casi particolari ai quali si può sempre porre riparo – effetti dannosi.

 

 

Sembrano veramente a me sconsigliati coloro che asseriscono che se l’industria, poniamo delle scarpe, non può vivere senza protezione in Italia, conviene abbia a morire, invitando gli operai che vi lavorano a scegliersi un altro mestiere. Questi sono asserti per lo meno non ponderati perché se, come purtroppo è vero, la maggior parte delle industrie italiane è in questa condizione, cosa vogliamo farne della mano d’opera? Emigrare, oggi, non si può o quasi. E allora? Davvero che leggendo le manifestazioni di certi liberi scambisti che ci additano come dei vampiri, viene la voglia a noi industriali, di chiudere i nostri opifici, dicendo agli operai che invece di lavorare vadano ad assistere alle lezioni di economia politica; evidentemente ciò li istruirà; rimane però a vedere se ciò li satollerà, così e come li satolla il pranzo, modesto ma sicuro, che l’industria offre loro, anche quando nulla distribuisce agli azionisti, o – se qualcosa dà – è in misura così meschina che tradotta in lire di una volta fa quasi vergogna. Ed ora, anche la commissione che esamina i conti della guerra si è messa della partita ed ha fatto, tra le altre, una magnifica scoperta: quella che, specialmente per riguardo ai trasporti, sarebbe preferibile importare laminati finiti, invece delle relative materie prime. Meno male però che in Italia, perfino nella camera dei deputati – il «sancta-sanctorum» del liberismo – nella ultima lunga e dettagliata discussione sulla siderurgia, tutti quanti sono stati di diverso parere e nessuno, che io mi sappia, ha avuto il coraggio di enunciare una tale teoria; la commissione, è probabile, rimarrà quindi sola a sostenere il suo asserto al quale conviene subito obbiettare che seguendo tale criterio, invece di acquistare dei laminati od altri materiali consimili, converrebbe provvedere addirittura le macchine belle e pronte a funzionare.

 

 

Concludendo; ancora una volta, parmi il vecchio adagio abbia ragione: vale più la pratica che la grammatica; cioè nelle condizioni odierne, a tutto avuto riguardo, il protezionismo è la vita, il liberismo è la morte ed a me sembra proprio che non si dovrebbero respingere dal partito liberale tutti coloro – e sono molti – che pure altamente apprezzando e quindi condividendo pienamente le idee politiche del sen. Albertini – ne dissentono invece soltanto in linea economica.

 

 

G. SILVESTRI

 

 

Quale sia la definizione od il concetto o l’immagine che il comm. Silvestri si è creata del «liberalismo» quando afferma che si può essere liberali e protezionisti è difficile intuire. Per quanto complessa e varia e adattabile alle contingenze mutevoli storiche, la dottrina liberale è certo qualche cosa di contrapposto alla dottrina socialistica; perché essa vuole che lo stato compia soltanto quegli uffici che gli sono proprii, tenda a quegli scopi che i privati non sarebbero in grado di conseguire o conseguirebbero meno efficacemente; mentre la dottrina socialista tende a fare dello stato il propulsore o direttore dell’attività economica dei singoli, sostituendo l’iniziativa collettiva, regolata, statale, burocratica a quella libera degli individui e delle associazioni spontanee. Il protezionismo, concepito alla maniera del Silvestri, e di quasi tutti gli industriali italiani, come un mezzo necessario per far vivere tutte le industrie le quali da sole non potrebbero reggere alla concorrenza straniera – il nostro contraddittore cita le scarpe, ma si potrebbero citare le migliaia di voci e sottovoci in cui la nostra tariffa ha elencato tutte le industrie la cui presente o futura esistenza è immaginabile per l’Italia – è un ramo purissimo della dottrina socialista. Che siano detti socialisti degli industriali appartenenti alla casta «capitalistica», è solo un paradosso apparente: quando si chiede che lo stato intervenga a dire, col dazio di frontiera, quali industrie debbono fiorire, verso quali impieghi deve indirizzarsi il risparmio, si fa opera nettamente socialistica. Il protezionismo non è una semplice «pratica» opposta ad una «teoria» o ad una «grammatica», come ama credere il Silvestri; essa è una teoria bella e buona; e che si differenzia da una teoria vera e propria soltanto perché essa è una teoria inconscia, sbagliata e socialistica. Invece di mandarli in soffitta, come usano fare ad imitazione degli uomini politici poco amanti delle letture e delle idee, gli industriali protezionisti farebbero molto bene a leggere, e sopra tutto a meditare ed a procurare di capire a fondo, Adamo Smith e Bastiat e Gian Battista Say, per non citare autori troppo difficili, come Ricardo o Marshall o Pigou. Vi imparerebbero che gli economisti non sono poi quegli orchi e quei dottrinari che essi immaginano; che nessuno di essi ha mai sognato si potesse passare di punto in bianco da un protezionismo esteso e profondo ad un liberismo assoluto; che essi non ammettono di rinviare il passaggio all’anno 3.000, ma neppure pretendono di effettuarlo in un anno; e sono pronti a discutere sul ragionevole periodo di tempo in cui è opportuno conservare dazi, decrescenti fino a zero, allo scopo di ammortizzare i capitali che la protezione esistente ha indotto ad investirsi in impianti industriali. Poiché quei capi d’impresa, i quali nei loro rendiconti agli azionisti reputano necessario e prudente ammortizzare gli impianti in dieci anni, non vorranno sostenere che i dazi siano necessari invece per trent’anni, una via d’intesa è chiaramente possibile intorno al tempo in cui si deve arrivare alla libertà degli scambi. Su questo punto della terminabilità, i liberali sul serio devono essere tuttavia intrattabili. Riconoscono che possa essere una funzione propria dello stato difendere contro la concorrenza estera un’industria nuova, giovane, promettente, che ha bisogno di farsi le ossa; ma vogliono che sia dimostrato chiaramente che non si tratta di quei soliti giovani che, invecchiando, bamboleggiano, e perciò vogliono stabilire prima e con precisione il periodo di tempo massimo per cui durerà la crescenza. Ammettono che si possa essere liberali ed affidare allo stato il compito di proteggere con dazi – meglio se con premi, più chiari e misurabili – le poche industrie giovani promettenti. Riconoscono che lo stato possa proteggere o premiare le poche industrie «direttamente» utili alla difesa bellica del paese; e lo riconoscono tanto più volentieri, in quanto essi mirano all’ideale di uno stato forte, capace di difendere il paese contro il nemico estero e tutore della giustizia all’interno. Ma volere che lo stato protegga tutte le industrie le quali non sanno vivere colle proprie forze, è volere uno stato paterno, distributore e disciplinatore dei risparmi privati, uno stato prettamente e nettamente socialistico. Coloro i quali reputano che la protezione delle industrie sia un dovere in generale dello stato, e non un’eccezione rarissima da giustificarsi volta a volta con motivi fondati – di cui la teoria, sia detto con sopportazione del comm. Silvestri, fu scritta non dai protezionisti, ma dagli economisti vituperati come teorici – non hanno diritto di cittadinanza nel partito liberale. Se questo, con la esclusione di uomini dalle tendenze socialistiche, diventerà meno numeroso, tanto meglio per il suo avvenire.

 

 

Né si preoccupi il Silvestri di esporre dubbi su ciò che avrebbe fatto il conte di Cavour negli attuali tempi calamitosi. Quelli in cui il grande statista liberale viveva, non erano meno degli attuali calamitosi per la dottrina liberale. Anche allora trionfava la pratica protezionistica; e l’esempio inglese non fruttificava se non per la volontà singolare di uomini come Napoleone III in Francia e Cavour in Piemonte. Anche allora gli industriali e gli agricoltori invocavano la «pratica» secolare del protezionismo e pronosticavano morti e rovine, come ora fa il Silvestri, se si fossero aperti i confini alla concorrenza estera. Ma il Cavour non temeva di dire bruscamente il fatto loro alle deputazioni di industriali che elevavano alte querimonie contro le sue teorie. E a uno di essi, il quale, tale e quale fa ora il Silvestri coll’invito ai suoi operai di recarsi a lapidare in scuola gli economisti accusati di togliere loro il pane di bocca, avvertiva il gran Conte che sarebbe ritornato in piazza Castello di Torino con sei o settemila operai a domandargli pane, rispose che sicuramente egli si ingannava.

 

 

«Otto mesi dopo – racconta Cavour alla camera il 27 maggio del 1861 – mi annunciano quel medesimo industriale, ed immaginai a tutta prima che fosse seguito dai seimila operai; ma era solo. Ei s’avanza e mi dice: “io ero un gran minchione, lei aveva tutte le ragioni; fatta la riforma, mi sono detto: o chiudere la fabbrica o migliorarla; presi il secondo partito, andai in Inghilterra e vidi che Ella aveva ragione, che noi eravamo indietro ancora di venti e più anni; mutai tutti i miei meccanismi e tutto procede bene”».

 

 

Con poche mutazioni, oggi si potrebbero ripetere le stesse esperienze. L’uomo di stato, il quale imitasse Cavour, avrebbe un vantaggio sul suo grande antecessore: quello di non poter essere accusato – come lo fu Mylord Camillo – di anglomania. Il Silvestri esagera enormemente quando assevera che l’Inghilterra sia diventata protezionista. Lo è assai più a parole che a fatti; assai più in alcuni sciagurati testi di legge che nell’applicazione fatta di essi. Il Silvestri avrebbe dovuto ricordare che sinora soltanto sei industrie, su più di cento che ne avevano fatto domanda, riuscirono a passare attraverso l’intricata procedura imposta dalla legge per ottenere la protezione di un dazio differenziale contro la Germania; e alle altre è passata la voglia di ripetere il tentativo di ottenere un beneficio destinato a cessare il 31 agosto 1924. Ed avrebbe potuto soggiungere che sinora nessuna industria ha potuto ottenere l’applicazione della clausola dei dazi «anti-dumping», che pur sarebbe l’unica parte «permanente» del tristamente famoso Safe-guarding of industries Act. Tristamente famoso per il danno che esso ha arrecato all’Inghilterra, incoraggiando tutti i paesi del mondo ad imitare sul serio, ed a peggiorare una legislazione uscita fuori dalle passioni del dopo guerra ed atta solo a perturbare i commerci internazionali ed a minare quella posizione di borsa mondiale dei prodotti che avevano saputo conquistarsi i grandi porti inglesi.

 

 

Lasciamo dunque da parte, oltre i precedenti storici interpretati a rovescio, l’esempio straniero. Se gli stranieri fanno o dicono cose dannose a se stessi ed a noi, è forse questa una buona ragione per arrecare a noi per colpa nostra un ulteriore danno? Disse Cristo: «ed a chi vi schiaffeggia, porgete l’altra guancia». Ma, negli affari economici, gli uomini non usano seguire la regola dell’umiltà. I dazi stranieri sulle nostre esportazioni arrecano indubbiamente a noi grave danno. È un grosso guaio non potere esportare automobili negli Stati uniti a causa di un maligno dazio che gli americani hanno stabilito contro le nostre automobili di lusso. Ma non è questa una buona ragione perché i medici condotti, i professionisti, i commercianti, i fittabili, i proprietari di campagna italiani, i quali sono innocentissimi delle malefatte americane, siano costretti, a causa di un dazio spettacoloso nostro di circa 13.000 lire, a pagare 28.000 lire una vetturetta automobile che potrebbero acquistare per 15.000 lire, e siano dall’alto prezzo costretti a rinunciare al desiderato acquisto. Perché in aggiunta al danno grave inflittoci da quei prepotenti industriali americani, noi vogliamo, di testa nostra, arrecare a tanti nostri connazionali così grave nocumento? Forse per procacciar lavoro agli operai i quali fabbricano le poche vetturette vendibili a 28.000 lire l’una. Ma non è invece chiaro che se l’uso delle vetturette automobili si diffondesse, col mite prezzo, anche da noi, i benefici sarebbero di gran lunga superiori al danno? Il vantaggio di consentire rapidi spostamenti a medici, a negozianti, a uomini d’affari, ad agricoltori non è forse enorme? Il risparmio di tempo non si traduce in aumento di produzione? La scomparsa delle distanze non avrebbe per effetto di trattenere gli uomini nelle campagne e di porre un freno a quell’inurbamento che è uno dei malanni economici e sociali più lamentati dei tempi moderni?

 

 

Abbiamo citato l’esempio delle vetture automobili; ma se ne potrebbero ricordare infiniti altri. Il conte di Cavour – e sia perdonato il mal di nervi che le citazioni autentiche dei suoi discorsi fanno venire ai protezionisti contemporanei, i quali osano citarlo in difesa delle loro eresie-citava, il 14 aprile 1851, alla Camera, il caso, oggi ridivenuto sotto altra forma di attualità, del ferro della Valle d’Aosta.

 

 

«I fabbricanti di ferro della Valle d’Aosta asseriscono di fabbricare all’anno da 6 a 8 mila tonnellate di ferro: prendiamo, se si vuole, per base la cifra di 8.000. Il dazio protettore fu lungo tempo di 250 lire la tonnellata, e fu poi ridotto a 160 lire. Supponete soltanto che la protezione rappresenti il sacrificio di 100 lire; 8.000 tonnellate, con una protezione di 100 lire, è un balzello di 800.000 lire che la nazione paga agli abitanti della Valle d’Aosta. Ora, se invece di pagare queste 800.000 lire agli industriali della Valle d’Aosta, tutta od anche una parte soltanto di questa somma fosse stata ogni anno consacrata ad opere di pubblica utilità, a migliorare le strade, a costruire la via del Gran San Bernardo o del Piccolo San Bernardo, od incanalare la Dora, o fare simili opere, io sono certo che la Valle d’Aosta sarebbe in condizione cento volte più fiorente di quello che non sia al presente».

 

 

Con i suoi esempi calzanti ed i suoi cristallini ragionamenti, il conte di Cavour distruggeva il sofisma, antico ma ognor verdeggiante, con cui i protezionisti vorrebbero far credere che i dazi, cari al loro cuore, siano i creatori di industrie che altrimenti non esisterebbero, ed i distributori di lavoro ad operai che senza i dazi rimarrebbero disoccupati. In quale miracolosa maniera i dazi potrebbero acquistare tanta virtù generativa? Basta forse vietare con un dazio alla merce straniera di entrare nello stato, per creare macchine, edifizi, scorte, uomini atti a produrre quelle merci nell’interno? Ahimè! ché il dazio non crea, non può creare un soldo di capitale che prima non esistesse. Il dazio indirizza soltanto il capitale ed il lavoro verso certe produzioni indicate dal legislatore per suggerimento di certi industriali vogliosi di dedicarsi a quelle produzioni. Nient’altro, assolutamente nient’altro. Capitale e lavoro sarebbero esistiti ugualmente; ed avrebbero ugualmente trovata la loro via, senza aspettare l’imbeccata dagli economisti o dai protezionisti. La pretesa potestà creativa del dazio si riduce a questa verità, molto umile, molto semplice, e per nulla atta a far montare nessuno di superbia di benefattore del popolo: che senza il dazio risparmiatori e capitalisti ed operai si sarebbero “arrangiati” da se stessi, col proprio fiuto, colla propria iniziativa, così come si arrangia da millenni la grandissima maggioranza degli uomini; e coi dazi essi sono condotti per mano dallo stato a preferire di fare certe cose, che alla sapienza infinita del legislatore sembrano più utili a fabbricarsi di certe altre.

 

 

I protezionisti sono siffattamente invasati dalla fregola di dar consigli non richiesti a chi è bene sia abbandonato a sé stesso sulla scelta della via da seguire, che vedono consigli dappertutto, anche negli scritti dei liberisti. Poiché qui si è lodata la commissione d’inchiesta sulle spese di guerra per avere finalmente osato affermare la verità intuitiva che giova meglio alla difesa del paese importare una tonnellata di laminati o di lingotti piuttostoché tre tonnellate di carbone fossile e di minerale di ferro; poiché si osservò che una tonnellata occupa meno spazio prezioso sui piroscafi e sui carri ferroviarii di quanto ne occuperebbero tre tonnellate ed è soggetta ad un terzo del rischio di affondamento di sottomarini; il Silvestri subito ci accusa quasi di aver consigliato di importare le macchine belle e pronte a funzionare, condannando così a morte, oltre la siderurgia, anche la meccanica. Davvero non si capisce la ragione per la quale i protezionisti vadano foggiandosi nemici immaginari per avere il gusto di buttarli a terra. Quando e dove fu detto mai dagli economisti che ad un paese convenisse a priori fabbricare certe cose e non certe altre? Quando mai fu detto che esistessero industrie dichiarate, in virtù di qualche comandamento divino, «naturali» a quel paese, cosicché nessun’altra potesse essere esercitata? Non esistono industrie per se stesse naturali od innaturali; né gli economisti si arrogarono mai o possono arrogarsi un diritto assurdo, come sarebbe quello di dare consigli su quel che deve essere fatto o non fatto. Questo è un mestiere di cui essi lasciano la esclusività assoluta ai protezionisti generici. Ogni paese importerà, o fabbricherà all’interno, a cagion d’esempio, laminati o macchine a seconda della sua propria e variabile convenienza. Certa è una cosa sola: che quanto meno noi rincareremo, con dazi, le materie prime all’industria meccanica, tanto più facilmente questa potrà fiorire. Si intende, che non bastano all’uopo le materie prime a buon mercato; ma occorrono perizia nei dirigenti, risparmio desideroso di correre rischi in esperimenti e tentativi e lunghe attese, abilità nelle maestranze ed altre condizioni molte, che i dazi non creano, ma utilizzano quando esistono. Se gli industriali italiani, tra i quali molti sono valorosi al pari del Silvestri, fossero abbandonati a se stessi e non sperassero ottenere, piatendo dazi, nessun soccorso da uno stato paternamente socialistico, essi sarebbero capaci di emulare e vincere gli stranieri. I protezionisti sono davvero i più furibondi denigratori dell’Italia. A sentirli, gli italiani non sono capaci a produrre nulla, se i dazi non garantiscono loro di estorcere ai connazionali prezzi «rimuneratori», ossia superiori a quelli della concorrenza. Evvia! Che questa è una calunnia, la quale non dovrebbe uscire dalla bocca di gente valorosa, la quale, ne siamo sicuri, sarebbe capace, se messa alla prova, di conquistare in campo aperto uno tra i primissimi posti.

 

 

Al congresso di Bologna, che il Silvestri ricorda, nessuno disse mai che la elevatissima produzione di automobili americane fosse il frutto della mancanza di barriere doganali. Il sen. Albertini, che a quel congresso parlò su questo punto, fece invece un rilievo ben differente: che, nonostante l’altissima protezione, emula della italiana, esistente negli Stati uniti, quel paese, per la sua vastità, per la varietà delle sue risorse, per il numero dei suoi abitanti era in se stesso una grandiosa realizzazione liberista, alla quale si doveva se, ad esempio, in America era possibile acquistare per circa 1.500 lire-oro una vetturetta carrozzata a quattro posti, ciò che in Europa è assolutamente impossibile. La mancanza assoluta di barriere doganali ed oggi anche di preferenze nei trasporti fra stato e stato producono nella confederazione lo stesso effetto che in Europa si avrebbe, se fossero aboliti completamente i dazi fra stato e stato e rimanessero soltanto le barriere contro l’Asia, l’Africa, l’America e l’Oceania. L’Europa continuerebbe ad essere, sì, protezionista contro il resto del mondo; ma sarebbe liberista entro i suoi confini. La concorrenza tra i suoi produttori sarebbe così viva e varia, sarebbero tanto più difficili gli accordi tra di essi per costituire consorzi o trusts, il mercato sarebbe tanto ampio, che praticamente potremmo dire di trovarci in regime liberistico. È noto che i danni del protezionismo crescono a dismisura quanto più esso si applica ad un mercato ristretto. È mortale il protezionismo grettamente municipale, il quale in alcuni comuni d’Italia sopravvive in virtù di certi dazi di consumo, protettori delle industrie dell’entro cinta contro il fuori cinta. Era dannosissimo il protezionismo degli antichi staterelli italiani, il quale consegnava i consumatori allo strangolamento dei pochi industriali indigeni. È dannoso il protezionismo italiano, perché l’Italia, nonostante i suoi 40 milioni di abitanti, è un piccolo mercato nel mondo attuale, come sono un piccolo mercato la Francia e la Germania. Sarebbe assai meno dannoso un protezionismo europeo, perché su un grande mercato di centinaia di milioni le merci si muoverebbero liberamente e gli scambi arricchirebbero tutti i popoli partecipanti. A quell’ideale del mercato europeo unificato, primo passo verso la unificazione mondiale, si deve tendere.

 

 

Devono aspirarvi gli industriali desiderosi di emulare in Europa le gesta dei concorrenti americani, ambiziosi di poter buttare sul mercato i loro prodotti a serie ed a prezzo bassissimo. Vi devono tendere gli uomini politici desiderosi di liberare i popoli dalle ansie di guerre per il possesso esclusivo dei bacini carboniferi o delle vie d’acqua o delle materie prime, ansiosi di garantire all’Italia l’uguale possibilità di accesso alle sorgenti naturali di ricchezza e decisi a promuovere quella indefinita e radiosa ascesa spirituale e morale delle singole nazioni, la quale non è concepibile quando le masse umane sono costrette ad un lavoro improbo in un campo ristretto isterilito dai reticolati daziari nemici del movimento e della lotta, che sono fonte di vita e di grandezza.

 

 

 



[1] Su questo particolare punto ci sia lecito osservare, in nota, come il ragionamento del Silvestri sia un tipico esempio del sofisma conosciuto negli elementi di logica col nome di post hoc propter hoc. Se anche fosse vero che, dopo la tariffa del 1 luglio 1921, i prezzi scemarono e lo sbilancio commerciale migliorò, non ne seguirebbe che tali fatti si siano verificati in conseguenza della tariffa. La illazione del dopo, dunque perciò ha valore solo quando sia collegata da qualche catena logica; il che nel caso presente non è. Disgraziatamente per il Silvestri, non è neppure vera la premessa del dopo ciò. In vero, quanto ai prezzi, il numero indice dei prezzi all’ingrosso del Bachi toccò il minimo di 81,49 nel giugno 1921. Dopo l’applicazione della prima tariffa (1 luglio 1921) i prezzi cominciarono subito a crescere, passando da 83,28 nel luglio 1921 al 95,23 nel dicembre 1921 e si mantennero sempre più alti che nel giugno, toccando 92,8 al dicembre 1922. Quanto allo sbilancio commerciale è noto che i dati posteriori al 1 luglio 1921 non sono in alcun modo comparabili a quelli anteriori, per la mutazione intervenuta nel metodo di calcolare i valori doganali, mutazione la quale fu a suo tempo illustrata su queste colonne dal prof. Coletti.

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