Libertà e proprietà

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 20/12/1924

Libertà e proprietà

«Rinascita liberale», 20 dicembre 1924, pp. 3-4

 

 

 

I rappresentanti delle classi industriali italiane hanno fervidamente, finora, appoggiato il regime fascista, perché dava sicurezza di lavoro, tranquillità sociale, tornava a far rispettare i diritti della proprietà, poneva, cioè, quelle condizioni giuridiche esteriori, senza di cui è impossibile il progresso della produzione.

 

 

È questa una concezione angusta, poiché i valori morali della giustizia e della libertà non possono essere separati dai valori materiali: ma avrebbe ad ogni modo dovuto essere una concezione compiuta. Il diritto di proprietà, la sicurezza del risparmio, la padronanza dei proprii strumenti di produzione non possono essere difese per gli uni e conculcate per gli altri; non può approvarsi l’opera di quel regime il quale dà sicurezza agli industriali e nega sicurezza agli operai. Eppure, non consta che da parte degli industriali siano sorte proteste contro quel decreto-legge 24 gennaio 1924, il quale di fatto annullava ogni libertà di organizzazione e sanciva il diritto di confisca, senza indennità, dei risparmi e dei beni dei lavoratori organizzati.

 

 

Affermazioni gravi, queste mie, ma non eccedenti l’enormità di quel decreto, che a giuristi valorosi è sembrato redatto con linguaggio così tecnicamente arbitrario ed oscuro, da poter minacciare conseguenze enormi per qualunque organizzazione economica o sociale, per le associazioni di fatto a qualunque scopo intese, ove la interpretazione giuridica non fosse intervenuta a registrarne al minimo la portata. Ma anche ristretta alle sole organizzazioni di lavoratori manuali ed a quelle soltanto che si propongono lo scopo della resistenza professionale e della difesa dei proprii interessi di mestiere, la portata del decreto è gravissima. Le classi industriali, le quali hanno appoggiato fino a ieri il governo fascista ed oggi soltanto cominciano ad essere esitanti, hanno riflettuto alla terribilità del precedente sancito dal governo col decreto di cosidetta vigilanza sulle associazioni dei lavoratori? Che cosa potrebbero esse opporre, dopo essere rimaste silenziose dinnanzi allo scempio operato a danno dei risparmi dei lavoratori, contro le confische che fossero per essere decretate da quel regime comunistico, che tanti industriali affettano di ritenere l’unica alternativa del regime presente? Appunto perché sono fermamente convinto che questa non è l’unica alternativa, appunto perché ritengo necessario conservare il diritto morale di combattere in avvenire contro altre confische, così è doveroso protestare, per tempo, contro le offese al diritto di proprietà, contro chiunque quelle offese siano rivolte.

 

 

Che il decreto del 24 gennaio offenda gravemente questo diritto, risulta evidente da un breve esame di esso.

 

 

Il decreto invero assoggetta alla vigilanza del Prefetto, dell’autorità politica della provincia, le «associazioni o corporazioni di qualsiasi natura, comunque determinate, ancorchè regolarmente costituite, le quali traggono, in tutto o in parte, i mezzi finanziari occorrenti alla esplicazione della loro attività, da contributi dei lavoratori, in misura fissa o variabile, per offerta spontanea o per obbligo imposto statutariamente o in qualunque altro modo a soci od a terzi e si propongono di dare ai lavoratori assistenza economica e morale, sotto qualsiasi forma anche di gestione diretta».

 

 

Dunque, il prefetto ha diritto di vigilare non solo qualunque specie di associazione di lavoratori, ma anche quelle associazioni che sono prive di personalità giuridica. Il che, se io non piglio un grave abbaglio, significa che il prefetto può vigilare gli affari, le sostanze, i bilanci privati di due o più persone le quali si uniscano o si pretenda dal prefetto essersi riunite insieme per uno scopo di mutua assistenza economica o morale. L’assenza della personalità giuridica fa si che il prefetto possa invigilare, costringere a presentare conti, sequestrare risparmi e beni di privati lavoratori che egli affermi riuniti da vincoli non documentabili e non pubblici di associazione.

 

 

Come, inoltre, si manifesta la vigilanza della autorità politica sulle associazioni dei lavoratori?

 

 

  • col diritto di procedere ad ispezioni ed inchieste sul loro funzionamento;

 

  • col diritto di revocare od annullarne gli atti;

 

  • col diritto di dichiarare sciolti i Consigli di amministrazione;

 

  • colla potestà di affidare in via temporanea e per non più di un anno la gestione del patrimonio dell’associazione ad un proprio commissario;

 

  • colla facoltà di liquidare il patrimonio stesso;

 

  • con la facoltà di destinare l’attivo liquidato, non già a doverosa restituzione agli aventi diritto, ma, appena appena si affermi di non conoscere con precisione questi aventi diritto, nel modo che il prefetto medesimo riterrà più conforme alle finalità di tutela economica e morale delle classi lavoratrici aderenti all’associazione o corporazione. Contro i provvedimenti del prefetto è ammesso ricorso non all’autorità giudiziaria ordinaria, ma in via gerarchica al ministro dell’interno e contro il decreto di questo al Consiglio di Stato.

 

 

Tollererebbero forse le società anonime per azioni o quelle in accomandita o in nome collettivo e persino le società commerciali di fatto, tollererebbero esse di essere soggette al pericolo di una gestione prefettizia, con dispersione quasi sicura del patrimonio accumulato? Non griderebbero esse all’offesa al diritto di proprietà privata, al danno di vedere manomessi i risparmi faticosamente accumulati? Non sosterrebbero forse e con ragione, che non è compito dell’autorità politica di indagare se si siano compiuti «abusi di pubblica fiducia» ovvero «illecite erogazioni o trasformazioni di fondi in danno degli associati o per scopi diversi da quelli statutari?». Non è pacifico il principio che, in un regime rispettoso della libertà di associazione e del diritto di proprietà, degli abusi di fiducia ed atti illeciti di questo genere deve esclusivamente conoscere il magistrato ordinario? Investirne il potere politico ha voluto dire quest’anno dare in mano ad un governo di partito la libertà di sciogliere le organizzazioni avverse al regime e di impadronirsi del loro patrimonio. Non ricordo il caso della Unione Cooperativa di Milano, sebbene paia davvero stranissimo che a governare una società eretta nelle forme legali di società anonima cooperativa sia stato mandato un commissario nominato dall’autorità politica e non, occorrendo, un curatore scelto dall’autorità giudiziaria. Ma a Torino, dopo la devastazione fascista della sua Casa, fu sciolta l’Alleanza cooperativa, sottratta la gestione ai soci ed affidata a delegati governativi; a Genova la gestione della Federazione marinara e della Cooperativa Garibaldi è data a uomini diversi da quelli voluti dai soci; a Molinella, le associazioni e le cooperative erette dal Massarenti sono sciolte e il patrimonio, a quanto si legge sui giornali, sta per essere distribuito ad Enti i quali sono certamente per sé stessi benemeriti, ma non hanno alcuna ragione di impossessarsi delle sostanze spettanti a lavoratori, i quali le avevano accumulate per uno scopo diverso da quello che al prefetto piace ora di decretare.

 

 

Difendo implicitamente, debbo riconoscerlo, persone la cui azione passata ho giudicato e giudico, anche adesso, in taluni momenti sconsigliata e dannosa, ai lavoratori ed alla collettività; esempio clamoroso quel capitano Giulietti, contro di cui ho mosso ripetutamente critiche a lui certo non gradite. Ma, appunto perché si tratta in taluni casi di avversari, debbo elevare più alta la protesta contro l’ingiusta offesa arrecata alle associazioni da essi rappresentate. Se i marinai male hanno riposto la loro fiducia nel Giulietti, non è questa una ragione valida per invadere i locali delle associazioni marinare, mettere le mani sui loro fondi, fabbricar decreti con cui giustificare a posteriori queste che sono confische vere e proprie e trarre da un enorme decreto un argomento incredibile per pretendere la consegna dei fondi non potuti confiscare. Altra è la via per distruggere la potenza dei falsi guidatori delle masse lavoratrici. Bisogna opporre propaganda a propaganda; bisogna che liberamente possano sorgere organizzazioni; ed in questo campo le corporazioni fasciste, finché si limitarono a chiedere anche esse un posto al sole, operarono bene nell’interesse collettivo. Ma chi, a colpi di decreti confiscatori, vuol cansare la fatica della persuasione, semina tempesta.

 

 

Massarenti non fu mai così idoleggiato dai lavoratori del molinellese come da quando fu dannato al bando dalle sue terre; Giulietti non fu mai così sovrano del mondo marinaro, come da quando altri occupa la sede degli enti da lui in passato guidati: Francesco Barberis ed i suoi amici non furono mai così sicuri di venire, in una libera elezione, riacclamati capi della Alleanza Cooperativa, come da quando il prefetto di Torino, per interposta persona, ne governa le sorti.

 

 

Riflettendo sui quali ammonimenti del tempo presente, debbo concludere che questa del decreto 24 gennaio altro non è se non una manifestazione dello spirito autoritario informatore del regime attuale, il quale immagina di attuare la pacificazione sociale colla distruzione violenta delle organizzazioni e dei diritti, attraverso a cui, pur con molti errori e insuccessi, la classe lavoratrice lottava per la sua elevazione. Negando la lotta, esso si illude di sopprimerla anche quando la lotta è insita nei rapporti sociali. Il regime quindi nega l’idea liberale, la quale sa che dalla competizione fra i diversi interessi, mantenuta rigidamente entro i limiti della legge superiore a tutti, nasce la vera pace sociale, la sola pace che sia duratura e feconda.

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