L’idea dello Stato come forza

Tratto da:

Gli ideali di un economista

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1918

L’idea dello Stato come forza

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1918, pp. 486-490

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 163-170

 

Enrico Von Treitschke: La politica, traduzione di Ettore Ruta; vol. I. L’essenza dello Stato, pag. XV-191; vol. II. Le basi sociali dello Stato, pag. 189; vol. III. La costituzione dello Stato, pag. VIII-331; vol. IV. L’amministrazione dello Stato. Lo Stato nei rapporti tra le nazioni, pag. 219 (Bari, Gius. Laterza e figli, 1918. Prezzo L. 25).

 

 

Gli editori Laterza, i quali si erano già resi benemeriti pubblicando l’anno scorso i due volumi del T. su La Francia del primo impero al 1871 (L. 8), hanno grandemente accresciuto le loro benemerenze verso la cultura italiana facendo tradurre questa Politica, che insieme alla Storia della Germania è una delle opere capitali del Treitschke.

 

 

Non ho sottomano il testo tedesco e non posso dire fino a qual punto la traduzione del Ruta sia fedele. Dove il T. parla di argomenti tecnici, di diritto, di amministrazione, di economia politica si sente il vago di chi non è padrone della materia e non può quindi sapere che certe parole tedesche si traducono con certe altre italiane, le quali hanno un posto preciso nella terminologia scientifica. È un errore, ad es. tradurre Einkommensteuer con «imposta di ricchezza mobile» o peggio, semplicemente con «ricchezza mobile»; che è traduzione giornalistica di chi non ha visto che il contenuto delle due imposte è differente: l’imposta tedesca, corrispondente alla cosidetta imposta globale o di famiglia, essendo sul reddito complessivo della persona, e l’imposta italiana cadendo sui redditi mobiliari soltanto, esclusi quelli fondiari e non tenendo conto delle condizioni particolari del contribuente. Imposta «sul reddito» si doveva tradurre; ma ciò avrebbe contrastato con una piccola mania del Ruta di tradurre con parole italiane vive, fresche, mosse, talvolta inventate da lui, che vorrebbero dare al testo spigliatezza e brio. Ed in complesso egli si fa leggere volentieri; e si vorrebbe sperare che egli renda lo stile del T. Che la speranza sia una realtà, ripeto, non so. Si stenta a credere che l’originale dia una impressione di stravaganza come talvolta si ha dinnanzi al testo italiano, nel quale si leggono anche, per eccezione, dei tedeschismi. Che cosa è, ad es., una disgraziata «Cursassonia» che in italiano non ha neppur significato? Immagino si tratti della «Sassonia elettorale»; ma potrebbe anche essere qualcos’altro.

 

 

Quanto al contenuto del libro, non oserei essere d’accordo, col Ruta nel dire che la sua pubblicazione «venga ad ovviare al difetto in Italia di un trattato moderno di Scienza dello Stato, con benefizio non scarso, oltreché del pubblico e degli studiosi in generale, più in particolare degli studenti delle nostre università e in ispecie degli aspiranti alla carriera diplomatica e consolare, i quali vi apprenderanno cognizioni precise e ferme, non facili, una volta comprese, ad essere dimenticate». È certo che studenti e concorrenti non prenderanno alla lettera il consiglio del traduttore, poiché correrebbero il rischio di essere bocciati all’esame. La Politica di Treitschke è un «libro», ma non è un «trattato» per le scuole; non è sistematico, non dà una elaborazione giuridica degli istituti, non fornisce quelle «cognizioni precise» di cui hanno bisogno giuristi e funzionari.

 

 

In questo campo, per non uscire di Germania, i tedeschi vantano una magnifica fioritura scientifica, di cui citerò solo Il diritto pubblico dell’impero germanico del Laband, di cui l’Utet va pubblicando una buona versione dovuta al Siotto Pintor. Ma trattasi di opere le quali non hanno nulla a che fare con questa del T. Chi vuole avere idee precise sul diritto costituzionale ed amministrativo cerchi altrove. Ciò che il T. dice intorno ai singoli istituti politici non va al di là di quelle nozioni generalissime, le quali si trovano meglio esposte, più nutrite e precise nei trattati specialmente ad essi consacrati.

 

 

Gli studenti, i concorrenti faranno assai bene a leggere e meditare il libro del T., non per apprendervi la scienza delle costituzioni, ma per la stessa ragione per cui dovrebbero leggerlo gli scrittori di trattati sulla scienza delle costituzioni, i giornalisti, gli uomini politici, gli studiosi di storia, di economia, ed in genere tutte le persone colte: per apprendervi a giudicare gli avvenimenti politici e storici attraverso un’idea generale. Il che è indispensabile non a sapere quella determinata scienza (scienza delle costituzioni o dell’amministrazione o del diritto internazionale), ma a valutare i fatti che di quelle singole scienze sono l’oggetto, ad apprezzare la portata delle costruzioni giuridiche che via via sono andate elaborandosi. I pubblicisti hanno durato lunghe fatiche per elaborare la nozione dell’«Impero germanico», stato federale, con un imperatore tedesco, primus inter pares, composto di Stati sovrani e sovrano esso stesso, ecc. Il T. guarda un po’ con compatimento queste fatiche degli illustri suoi colleghi ed esclama, con Guglielmo I: «Ma, se l’impero altro non è che la Prussia allungata!». Con la quale esclamazione egli non distrugge le teorie dei pubblicisti; le quali rimangono ed hanno una portata, anche pratica, grandissima, poiché senza di esse non si conoscerebbe il funzionamento reale della macchina statale tedesca. Il T. vuole avvertire soltanto che, sotto alla forma, sotto agli istituti giuridici, con cui si è voluto facilitare il passaggio dalla vecchia alla nuova Germania, come spirito animatore e dominatore della complicatissima struttura dello Stato tedesco vi è la Prussia e nient’altro che la Prussia. Gli Stati minori se ne ricordino: «la Prussia colla sua spada creò l’unità tedesca, e colla spada la manterrà, anche contro le velleità di fronda della Baviera o del Baden o del Wurtemberg».

 

 

L’idea madre della Politica di T. è nota: «Lo Stato è la pubblica forza coordinata a difesa ed offesa». Idea profondamente vera, quella stessa del «Principe» di Machiavelli; e che non giova respingere con grida di orrore, come è di moda adesso presso la gente svenevole. Il T. si incarica egli stesso di chiarire e di commentare: Machiavelli disse una verità profonda quando ai vani simulacri degli Stati di diritto, degli Stati moralizzanti, degli Stati che si raccomandano alla pietà, al sentimento di giustizia e di umanità contrappose l’idea dello Stato forza. Ma il suo Duca del Valentino non poteva ridurre a Stato l’Italia, perché egli l’avrebbe fondata sulla forza pura; la sua costruzione statale cadde perché egli ammazzava i nemici solo perché erano nemici e per mettersi lui al loro posto. Finché fu il più forte, lo Stato suo crebbe; quando la forza gli mancò anche lo Stato suo ruinò miseramente. «Lo Stato non è forza fisica come fine a se stesso; è forza, per proteggere e promuovere i supremi beni degli uomini».

 

 

Se noi partiamo da questa idea madre, si spiegano tutti gli atteggiamenti di T.; la passione del suo amore fervidissimo per la Prussia e per la dinastia degli Hohenzollern, rude, povera, pertinace, riuscita, a traverso secoli di sforzi perseveranti, a dare unità alla Germania, prima campo di battaglia delle grandi potenze europee. Si spiega l’odio inestinguibile contro l’Austria, questa maschera ipocrita di Stato, priva di contenuto morale e spirituale, sopravvivenza degli antichi Stati a tipo orientale; la simpatia accesa verso l’Italia, questa, «nazione», risorta anch’essa perché seppe avere nel Piemonte la sua Prussia unificatrice e nella Dinastia di Savoia una stirpe di capitani e di politici capaci di attuare una grande idea; l’Italia a cui per diventare una grande potenza manca (1892) una cosa sola: battersi. Da questa idea, dello Stato che è forte perché vuole conseguire un ideale morale, provengono anche le male parole contro gli Stati Uniti, che tolgono il respiro agli uomini fini con la loro caccia al dollaro, e contro l’Inghilterra, che egli sovratutto concepisce come adoratrice del borsellino. Ed in questo disprezzo egli ha torto; ma non per mala fede o passione nazionale. Semplicemente per ignoranza. La lettura del suo libro persuade che il T., fuor di una conoscenza ordinaria della storia costituzionale e politica dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, ignora quei paesi. Ne parla come un qualunque neutralista italiano, il quale conosca l’Inghilterra e gli Stati Uniti attraverso le sterline ed i dollari che avrebbe voluto, almeno almeno, vedersi capitare in tasca senza fatica come prezzo dell’essere scesi in guerra. Ma è rimasto assente dalla letteratura, dalla filosofia, dalla scienza economica inglese; parla della scuola di Manchester, come un protezionista volgare – egli che pure non era tale! – né può dirsi che egli sia penetrato nello spirito di Adamo Smith e di Ricardo.

 

 

Nonostante le sue incomprensioni il T. è un grande scrittore. Scrittore di aforismi, che gittano luce sui problemi della storia, della guerra, della pace, che mettono a nudo la vanità delle frasi, delle ipocrisie, delle teorie con cui i partiti ed i politici spiegano le loro azioni. Dicono che il T., sordo, parlasse a scatti, in falsetto, con effetti di voce e di intonazione curiosi ed impensati, con invettive e sarcasmi feroci contro i sassoni, i bavaresi, i russi, gli austriaci che affollavano la sua aula. Così è anche lo stile della Politica, raccolta viva di lezioni compilata dai suoi studenti. È una corsa attraverso ai problemi fondamentali, che sono discussi nei trattati di Scienza di Stato e del Diritto pubblico, compiuta da chi vuol vedere la verità vera, nuda, semplice sotto alla vernice di frasi ed all’appello alle teorie. T. smaschera falsità ed ipocrisie su questo o quel problema e passa oltre. Mette alla luce il tronco vivo della verità storica e va innanzi, senza indugiarvisi. Contro a quelli che non vogliono più fare la storia politica e disprezzano i re, i capitani e le battaglie e vogliono solo parlare del popolo e delle istituzioni e condizioni sociali grida irritato: «Gli uomini fanno la storia, uomini come Lutero, Federico e Bismarck». Contro gli assertori della sanità dei trattati butta in faccia: «Forseché fu ingiusto che la Prussia rompesse il trattato di Tilsitt ed il Piemonte la pace imposta a Novara?». Ed ancora, contro il feticcio dei trattati perpetui: «il superbo noi riprincipieremo dei piemontesi battuti manterrà sempre il suo posto nella storia dei popoli nobili». Contro coloro, i quali per impedire l’abbassamento del giornale vogliono sottoporre i giornalisti ad esame, rinfaccia: «Non è l’intelligenza che fa difetto ai catilina della penna, ma il carattere». A Buckle, il quale spiegava la civiltà con le condizioni geografiche, contrappone Pericle a cui Tucidide aveva fatto dire: «Non il paese fa l’uomo, ma l’uomo fa il paese». A coloro, i quali credono di potere con la forza pura soggiogare i popoli, ricorda l’esercito di Cromwell, il quale si sciolse da sé, quando la nazione volle il ritorno di Carlo II ed aggiunge: «La forza fisica dell’esercito riesce a molto meno di quanto opinano i dottrinari contro la volontà dichiarata di una nazione». A proposito della pena di morte: «Una istituzione giudicata barbara dal sentimento universale, ad es., la tortura, non ritorna. Invece la pena di morte ritorna, perché giudicata barbara solo dalla pipa pacifica dei filantropi».

 

 

Non dunque «un trattato moderno di Scienza dello Stato», come lo definisce il traduttore, è l’opera di T.; ma un libro, a cui i trattatisti hanno attinto ed ancora attingeranno le idee con cui si scrivono i trattati sistematici. Perciò bisogna leggerlo e meditarlo con altra anima di quella con cui gli studenti si preparano all’esame ed alle carriere: con reverenza per le idee informatrici, per lo spirito vivificatore, senza badar troppo ai particolari, senza insistere sulle passioni, sulle assenze, sulle ignoranze dell’autore. Egli ha voluto dare una chiave per interpretare i fatti della storia: la forza messa al servizio di un ideale ed ha predicato quindi un vangelo: conservarsi o diventare forti per attuare un ideale morale. Quale sia questo ideale morale poco si vede. È questa la lacuna vera dell’opera del T. Egli non è un adoratore della pura forza. Sente che la vera forza è quella messa al servizio di un’idea. Ma quale sia questa idea, non è chiaro. Perciò il suo non si può ancora dire un trattato di politica. A tanta opera gli mancava, forse, lo spirito filosofico. Distrugge, abbatte le false politiche basate su ideologie vacue. Epperciò è una pietra miliare. Ma non vi è la creazione nuova.

 

 

Che cosa egli direbbe se fosse vivo oggi, non so. Quasi certamente, dato il senso profondo di disciplina che lo anima, parteggerebbe coi tedeschi. Ma non potrebbe neppure misconoscere che francesi, italiani, inglesi ed americani sono degni avversari della Germania, perché essi sono sorti in armi e lottano fieramente per difendere quelli che loro sembrano ideali nobili ed alti. Le sole parole acerbe sue andrebbero contro la Russia e, forse, anche contro l’Austria. Almeno, questo, parmi, sarebbe il giudizio di un Treitschke coerente sulla guerra attuale.

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