L’ideale ed i suoi impiegati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/10/1922

L’ideale ed i suoi impiegati

«Corriere della Sera», 11 ottobre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 876-880

 

 

 

Bisanzio e le accademie non hanno bisogno di essere «riabilitati», almeno per coloro che studiano e sanno. Chi ha assistito ad una seduta accademica, si è probabilmente convinto che dalla comunicazione di un dotto sono nate e nascono tuttora rivoluzioni più profonde nei destini dell’umanità che non dai discorsi infiammati di comizi e di parlamenti, i quali pure forniscono materia di amplissimi rendiconti ai giornali. I dotti hanno rivendicato anche il nome di Bisanzio. Un glorioso impero, battagliero e resistente, durato mille anni dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, unico centro di conservazione della civiltà e della cultura del mondo antico, famoso nelle storie per campagne militari meravigliose, nelle cui città convenivano i dotti a disputare su problemi che avevano una esteriore veste teologica, ma erano quelli stessi i quali tormentano i pensatori d’oggi; Bisanzio, rovinata prima ed abbandonata poi, nel momento del pericolo, dai discordi latini, cadde con le armi in pugno, combattendo valorosamente. Dicono che mentre l’ultimo imperatore, alla testa di un manipolo di fedeli, combatteva, uno contro mille, la suprema battaglia contro il turco, i teologi bizantineggiassero nella chiesa di Santa Sofia. Ma forse quelle dispute erano necessarie per rincuorare i fedeli a resistere, e dimostravano che era viva ed operosa la religione, da cui l’ultimo imperatore romano traeva la fede che gli ingiungeva di difendere la città abbandonata dagli europei misconoscenti.

 

 

In verità, Bisanzio ed accademia non vivono nei luoghi dove erroneamente l’opinione comune li ha posti; persino in Arcadia, nelle sale della romana Arcadia degli abatini e delle damine settecentesche accade oggi non di rado di sentire parole vive e pensieri profondi. Bisanzio, Accademia e Arcadia, nel significato volgare della parola, si sono rifugiate nelle assemblee e nei congressi, dove la gente vocifera, grida, fa a pugni e sembra piena di vita. Io non voglio affermare, ad esempio, che al congresso di Roma sia morto il socialismo italiano. È supremamente difficile sapere se sia morta o viva un’idea che nessuno mai ha definito, una idea cangiante, che con quel nome o con altri dura probabilmente da quando sulla terra nacquero il dolore, la miseria e la rivolta. Salvatore Cognetti De Martiis scrisse un libro sul socialismo antico, sul socialismo della Cina, dell’India e della Persia; altri ne narrò le vicende in Grecia ed in Roma; e si è scritto del socialismo di Cristo e di san Francesco. Quello odierno, i cui adepti venerano le immagini di Carlo Marx e di Lenin, è, in confronto, brutto, plebeo, repugnante per l’orrida filosofia materialista e pseudo-economica a cui si inspira. La repugnanza che esso ispira non significa però che il socialismo sia morto; ossia che sia morta l’aspirazione di quelli che stanno in basso a sollevarsi, dei doloranti a partecipare alle gioie della vita, dei miseri ad ottenere qualche briciola delle ricchezze materiali e spirituali della terra. Se questa aspirazione morisse nell’uomo, sarebbe davvero la fine della civiltà; poiché questa nasce e vive e fiorisce nella lotta, nello scontento, nella brama insoddisfatta del meglio.

 

 

Quelli che sono morti, ben morti, e paiono cadaveri ambulanti sono le parvenze di uomini che ieri dissero di essersi radunati a congresso in Roma. Discussero di entità teologiche, come si favella accadesse a Bisanzio, mentre al di fuori c’è gran rumore di guerra civile; e parlarono parole prive di senso, che si usano qualificare accademiche. Si sentì dagli uni affermare la volontà di difendere la «Rivoluzione» in pericolo, come se la «Rivoluzione» fosse una persona viva, un istituto dagli attributi visibili, e non si concretasse invece in un gruppo di uomini, che seppero usare la forza per impadronirsi del potere in Russia e sanno usarla per conservarlo: e per conquistarlo enunciarono un certo verbo comunista, e per conservarlo compiono atti apertamente opposti al verbo comunista, che uno studioso oggettivo è costretto a collocare nella finca delle «imprese private privilegiate secondo il tipo delle compagnie a carta dei secoli XVII e XVIII». Se la «Rivoluzione» in genere e quella russa in particolare è un mito od anche un mistero che le turbe sono obbligate ad accettare come una verità rivelata, senza mai poterne penetrare la sostanza, è altrettanto un mito il «vecchio partito socialista» che i secessionisti hanno la pretesa di incarnare. Il «vecchio» partito socialista del ’92 è morto e sepolto. Operò le cose che si confacevano alla sua indole nel tempo in cui visse; e poi venne meno. Oggi i tempi sono mutati e sono mutati i problemi da risolvere. Che importanza ha sapere quale è il «vecchio» partito se non quella, veramente e puramente accademica, di risolvere il problema di precedenza del diritto di sedere a destra di quell’altra entità metafisica che è il «proletariato»?

 

 

I problemi di cui i novelli e veri bizantini di Roma si occuparono sono tutti similmente verbali. Parlarono del «proletariato» creandosi una immagine fittizia di uomo nudo, privo di proprietà e ricco di figli, che lotta contro un’altra classe composta di uomini ricchi di capitale generico e di pochi figli viziosi ed esangui. Qual credito, quale fiducia, quale seguito meritano costoro, che non vedono che l’Italia è un paese tutto diverso da quello che si legge sulla dottrinella marxista e che tra i «proletari» si noverano a milioni i possessori di libretti di risparmio, di terreni, di case, di bestiame e che tra essi vanno malauguratamente diffondendosi le pratiche maltusiane e la natalità scema; mentre le donne borghesi partoriscono figli nerboruti, i quali adoperano con destrezza il bastone, e di borghesi ce n’è di tante specie e tra le altre ce n’è una specie nuova, crescente di numero, dai muscoli duri e dai denti aguzzi, venuta su dopo il 1900 dalle file di quel «proletariato» che dava tra il 1880 e il 1900 le reclute migliori al «vecchio partito socialista»? Quanti fascisti e bastonatori d’oggi sono i figli degli «evangelici» socialisti di ieri? E non è ridicola, dinanzi a questi fatti, la celebrazione del mistero della lotta di classe, tra due classi l’una contro l’altra armate sino allo sterminio?

 

 

Questi stregoni hanno mandato a memoria certe formule esorcistiche e non sanno tenersi dal ripeterle. Hanno letto su certi libracci scritti verso il 1860 che la borghesia è in crisi; hanno letto in certi altri libri che il capitalismo è destinato a scomparire; ed hanno raffigurato la borghesia negli uomini ventruti di Scalarini, votati alla morte di gotta per troppa abbondanza di cibi succulenti. È stato inutile dire e dimostrare che il «capitalismo» è una invenzione libresca, mentre l’economia moderna è una struttura varia, complessa, magnifica, mutevole; e che non esiste una «borghesia» come non esiste un «proletariato». I bonzi hanno seguitato a ripetere che la crisi della borghesia era immancabile e che il capitalismo doveva morire. È passato il 1890, l’anno profetizzato da Federico Engels per l’avvento del proletariato; è passato il 1900; è passata la guerra. Ad ogni disillusione si profetizzava la nuova crisi. È venuto il fascismo; e nonostante i dispareri sul punto se il fenomeno sia particolare all’Italia od esteso a tutto il mondo capitalistico, la sola definizione che del fascismo i bonzi sono stati capaci di dare è che esso è la manifestazione «suprema» dell’«ultima» crisi della borghesia. Una crisi economica qualunque, in nulla diversa, salvo che per qualche carattere accidentale, dalle solite crisi economiche a cui va soggetta la economia contemporanea, come vi andarono soggette le economie che la precedettero dall’epoca dei Faraoni e del casto Giuseppe in qua, e di cui nessuna società mai morì, la ordinarissima ed opaca crisi attuale di assestamento è presentata alla folla – ahimè non più folla – dei fedeli come l’«ultima» crisi della borghesia. Un po’ di pazienza; un po’ di critica massimalista, ossia un po’ di spintoni per far cadere il malato dal letto su cui agonizza; oppure un po’ di collaborazione riformista, e cioè una piccola dose aggiunta di cocaina a colui che, per pietà, si vuole finire nel sonno; e la morte è sicura. Discordi nei mezzi, concordi nel fine, disse Serrati. Che cosa è tutto questo se non un’accademia celebrata in portici non ateniesi da teologi bizantineggianti i quali si rimandano gravemente a vicenda parole cabalistiche «proletariato», «borghesia», «capitalismo», «rivoluzione», «collaborazione», «lotta di classe», prive ormai di contenuto ed il cui unico scopo è di tenere in vita il «partito», ossia l’organizzazione elettorale destinata a fare il successo personale politico dei sacerdoti officianti il sacro rito misterioso?

 

 

Almeno il miserando spettacolo giovasse agli uomini di parte liberale. Partito, formule, organizzazione sono men che nulla quando non ci sia un’idea animatrice, viva, concreta e non raccogliticcia. Gli uomini del socialismo hanno smarrito l’idea e vanamente si trastullano con parole, tendenze, scomuniche e formule. L’organizzazione li ha uccisi. Al luogo degli apostoli insofferenti di disciplina e di statuti sono venuti gli organizzatori. Hanno avuto la disciplina, i voti, il successo di numero; ma gli uomini veri, gli apostoli creatori sono morti. I liberali, se vogliono far opera somigliante a quella che seppero compiere nel periodo solenne dal 1848 al 1876 i liberali del risorgimento, si preoccupino pure dell’organizzazione, ma prima di tutto e sovratutto affermino l’idea liberale e la salda volontà di attuarla.

 

 

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