L’ideale morto

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/10/1921

L’ideale morto

«Corriere della Sera», 16 ottobre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 405-407

 

 

 

Il modo in cui il congresso socialista è finito è interessante non tanto in se stesso, quanto per il suo significato psicologico. Da quando i socialisti tengono congressi, sempre si è veduto che le sedute sono occupate non nel trattare problemi operai, ma nel discutere interminabilmente di intransigenza e di riformismo, di massimalismo e di collaborazione. I delegati operai, gli organizzatori, coloro i quali si trovano veramente a contatto con le masse e ne sentono i bisogni, tacciono o parlano assai moderatamente. Discorrono invece, e con abbondanza chilometrica, avvocati, professori, filosofi, ponendo questioni astratte, di carattere politico apparentemente sublime. Perché stavolta costoro, che pure hanno litigato sulla capacità comparativa degli specialisti e dei laici a filosofare, non si sono posti esplicitamente il problema: a che punto è il socialismo e che cosa significa dirsi socialisti nel momento presente?

 

 

Implicitamente, essi se lo sono proposto il problema supremo ed assillante, quando hanno voluto enunciare in poche parole definitive lo scopo per cui combattevano, l’idea madre che li faceva diversi dagli avversari borghesi ed insieme diversi gli uni dagli altri. Modigliani, per spiegare che cosa i socialisti potevano fare una volta che fossero giunti al potere, esclamò:

 

 

«Oh! c’è tanto da fare: nella politica interna e non solo per la difesa dal fascismo, in quella agraria per redimere mezza Italia, in quella estera, non fosse altro che per i rapporti con la Russia, per aprire nuove vie alla nostra emigrazione e ai nostri prodotti».

 

 

Ma – corresse subito Turati, il quale, pure essendo collaborazionista, vide il pericolo che in quel modo i socialisti non si differenziassero in nulla da un qualunque partito radicale o socio-riformista – tutto ciò bisognerà farlo rimanendo entro le basi fondamentali del socialismo: «lotta di classe ed espropriazione collettiva dei mezzi di produzione». Ed il filosofo Baratono, massimalista ed anti-collaborazionista, conchiuse logicamente che in tal modo la partecipazione al potere «avrebbe ucciso le finalità rivoluzionarie del partito socialista».

 

 

Ed è proprio così. Ogni congresso socialista segnala un crescente e progressivo sgretolamento del mito socialista. Questo poteva essere un centro di attrazione finché rimaneva allo stato di mito. «Lotta di classe ed espropriazione dei mezzi di produzione» è un mito il quale appare grandioso finché rimane avvolto nelle fiamme e nel fumo del Monte Sinai. In ciò i massimalisti praticamente hanno ragione. Si trascinano le turbe, si convertono anche i giovani più entusiasti della borghesia, gli studenti, che sono il fermento delle società in trasformazione, finché l’ideale appare dinanzi ai loro occhi puro ed incontaminato. Anche se il tentativo russo di realizzazione integrale del verbo marxista ha condotto al disastro, è sempre possibile accusare del disastro la protervia della borghesia, l’immaturità del contadino russo, il blocco dell’intesa; e finché in Italia la rivoluzione non abbia mostrato il rovescio orribile della sua faccia ridente, le folle seguiranno ancora coloro che agiteranno la rossa bandiera dell’ideale socialista, ognora rinviato ad un momento futuro, ma ognora presente a chi sogna la felicità in terra. Così, almeno, sperano i filosofi dell’intransigenza.

 

 

I massimalisti temono ciò che invece ai riformisti pare il compito urgente dell’ora: rifare l’Italia. Lo temono, perché in un’Italia contenta e prospera essi non potrebbero seminare malcontento e troverebbero gli uomini freddi dinanzi ai loro progetti di palingenesi totale. Ma forse hanno torto di temere: ciò a cui i riformisti in fatto riuscirebbero non è a rifare l’Italia, ma a salire le scale dei ministeri per procacciare favori alle cooperative, impieghi agli organizzatori, controlli fastidiosi, concordati di lavoro imposti per forza. I riformisti chiedono statizzazioni e socializzazioni in cui nessuno crede, nemmeno coloro che li propongono. Quando Turati dice: bisogna lavorare nei limiti dei grandi principii socialisti della lotta di classe e dell’espropriazione dei mezzi di produzione, le sue parole danno un suono falso. Durante gli ultimi anni, dal 1914 in poi, gli esperimenti di espropriazione («requisire» non è forse espropriare?) e di gestione collettiva di imprese economiche sono stati numerosi. E tutti ne sono stufi, tutti ne parlano male, a cominciare dai socialisti. I quali devono arrampicarsi sugli specchi per trovare nuove formule in cui versare il vecchio contenuto.

 

 

Ma il contenuto, quale lo si concepiva prima della guerra, è morto. L’esperimento della guerra l’ha ucciso. L’ha ucciso a colpi di spillo l’esperimento ripetuto, quotidiano, degli spropositi, dei fallimenti delle imprese collettive determinate dallo stato di assedio bellico, spropositi e fallimenti tollerabili solo finché durava la prepotente pressione morale della guerra, ma divenuti intollerabili appena gli uomini vollero nuovamente muovere braccia e gambe liberamente, sentirsi vivi e sani e non condannati ai lavori forzati.

 

 

L’ideale socialista è morto; esso non attrae più i transfughi della borghesia e delle classi intellettuali – gran brutto segno per un ideale!-; ed invano i riformisti lo vogliono trasformare imbalsamandolo al di fuori ma privandolo del suo contenuto storico. Invano i massimalisti si irrigidiscono nella intransigenza e deprecano qualunque contatto col mondo esteriore. «Voi non siete più socialisti, – dicono con ragione i massimalisti ai riformisti, – perché voi vi contentate di far ciò che vogliono fare anche i partiti borghesi; e nulla dice che siate capaci di farlo meglio». «Voi siete degli ipocriti, – replicano i riformisti -: perché, mentre vi irrigidite apparentemente nella astratta contemplazione del dogma, avete anche voi le vostre organizzazioni da difendere, i prestiti da chiedere e correte anche voi tuttodì attraverso i corridoi e le anticamere dei ministeri».

 

 

Quel che non è morto è l’ideale dell’elevamento morale ed economico delle masse operaie e contadine; è l’aspirazione ad un’Italia e ad una umanità più ricca e più lieta e più alta. Ma dei mezzi adatti ad avvicinarci a questo ideale nessuno ha parlato al congresso socialista.

 

 

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