Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

L’ideale per cui ci battiamo

«Corriere della Sera», 2 novembre 1919, 1°novembre 1919[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 503-511

 

 

 

I

 

Domande ai candidati

 

Le elezioni favoriscono il sorgere ogni giorno di un nuovo partito: liberali, liberali-nazionali, democratico-sociali, popolari, democratico-costituzionali, socialisti, riformisti e via dicendo. Si sono aggiunti, ai nomi vecchi e tradizionali, i nuovi partiti dei combattenti o dei fasci di combattimento. Ma quel che fa difetto a tutte le liste è un programma definito, chiaro, volitivo. Tutti i programmi si rassomigliano. In tutti, a cominciare da quello dell’on. Giolitti a Dronero, c’è la solita insalata russa di abolizione del segreto nella politica estera, di costituente o non costituente, di riforme od abolizione o trasformazione del senato, di riforma nell’amministrazione, decentramento, semplificazione, riforma tributaria, decimazione delle fortune e in ispecie di quelle di guerra, libertà delle scuole o incameramento dei superstiti beni ecclesiastici, a seconda dei gusti, riforme sociali, aumento pensioni militari, ecc. ecc. Manca il divorzio, che pare non interessi più. Tutti sono concetti generici, vaghi, che si trovano in ogni programma, da quelli dei conservatori in nomea di forcaioli a quelli dei partiti più estremi.

 

 

Probabilmente il vago e l’indeterminato sono una conseguenza della scarsa concretezza d’idee dei partiti e dei candidati. In difetto di una vera preparazione politica, ogni candidato si afferra ai rimasugli dei mille e mille programmi del passato e del presente e fa a gara con i concorrenti a chi le dice più grosse, a chi promette, a parole, una felicità più immediata ed universale. All’imperversare di vane mostre, dietro cui si cela il vuoto e la incapacità di agire, bisogna che il paese faccia argine. Fa d’uopo che gli elettori dicano ai candidati: a noi importa poco l’etichetta sotto la quale vi presentate. Importa poco che voi vi chiamiate liberali o conservatori o democratici o popolari. Tutti questi nomi hanno perso qualsiasi significato.

 

 

Noi vogliamo scegliere uomini sinceramente e fattivamente liberali o democratici; e per tali noi intendiamo esclusivamente coloro i quali abbiano idee precise su quel che deve farsi per la ricostruzione del nostro paese. Giornali e comitati dovrebbero in questo momento avere un compito altissimo: mettere al muro i candidati, chiedendo ad essi risposte categoriche sul loro pensiero e sulla loro azione riguardo a taluni problemi urgenti, di importanza somma, decisivi per la vita avvenire del paese. Dalle risposte a queste domande precise, si potrà vedere se il candidato sia una persona competente o fatua, democratica sul serio o democratica a parole; se sia un uomo capace di lavorare con profitto all’opera legislativa, od uno dei tanti procaccianti, i quali aspirano alla medaglietta per ambizione inconsistente, per avidità di nomea o di clientele, per sfoggio di ricchezza.

 

 

Cominciamo senz’altro da due domande che, in tutti i collegi elettorali d’Italia, gli elettori dovrebbero insistentemente porre a tutti i candidati. Basterebbe che in ogni adunanza elettorale, in ogni comizio, un gruppo di elettori risoluti, consapevoli ponesse queste due domande ai candidati, per scernere il grano dal loglio, per smascherar i falsi democratici e consentire all’opinione pubblica di giudicare dell’orpello di certi programmi reboanti.

 

 

La prima domanda è: cosa pensate voi si debba fare in materia di imposte? Badisi bene, la domanda deve essere circostanziata e precisa. Non basta che il candidato risponda: voglio la giustizia tributaria. Chi mai ha detto o dirà di volere l’ingiustizia nei tributi? Non basta rispondere: vogliamo che le imposte cadano specialmente sui ricchi; perché in un paese a ricchezza scarsa e diffusa come l’Italia, se le imposte colpissero solo i ricchi, il tesoro non incasserebbe nulla e lo stato fallirebbe l’indomani. Non basta replicare: vogliamo l’imposta progressiva straordinaria sui patrimoni o quella sui redditi; perché bisogna sapere a che limite la tassazione deve cominciare. Ognuno, anche se ha più di 3 o di 5 o di 10 o di 50 mila lire di reddito, pensa che l’imposta dovrebbe cominciare dal gradino immediatamente superiore, lasciando libero lui; e così nessuno paga niente. Non basta dire: vogliamo la decimazione delle ricchezze, e specie di quelle degli arricchiti di guerra. Perché, se si decimasse sul serio la ricchezza, ciò vorrebbe dire portar via i risparmi a coloro che hanno avuto il merito di accumularli, mentre altri li scialacquavano. A che vale incitare a produrre e risparmiare, se produttori e risparmiatori devono poi essere espulsi dai loro campi, dalle loro fabbriche o privati dei loro risparmi? È purtroppo noto che le imposte sugli arricchiti sono a rendimento scarso: in Italia la vigente imposta sui sovraprofitti di guerra preleva in media una metà dei guadagni di guerra e non potrà rendere più di 3 miliardi; sicché su di essa non si può fondare una buona finanza.

 

 

No; le domande che si devono porre ai candidati sono altre. Ad esempio: supposto che si debba istituire una imposta sul patrimonio o sul reddito, volete voi che tutti i titoli, azioni di società , cartelle fondiarie, cartelle di rendita o consolidato di stato, buoni del tesoro, libretti di risparmio ecc. ecc. siano al nominativo e che i titoli al portatore siano aboliti? Dalla risposta precisa a questa domanda precisa, si distinguerà l’indole vera del candidato. Che cosa importa che un tale sbraiti che bisogna colpire con imposte feroci i ricchi, quando respinge i mezzi per colpirli? Costui espone uno sproposito insano, perché le imposte feroci sono distruttrici della produzione e del lavoro; ma tra sé e sé spera che solo gli imbecilli pagheranno. Invece bisogna volere le imposte miti, ma tali da dover essere pagate da tutti; ed all’uopo è necessario che anche i titoli di stato siano messi al nome.

 

 

Così gioverà chiedere:

 

 

  • volete voi che i contribuenti siano chiamati a prestare dichiarazione giurata sull’entità e qualità del loro patrimonio, sull’ammontare del reddito effettivamente incassato? E quali pene volete voi applicare per le omesse, false o reticenti dichiarazioni?

 

 

  • volete voi che la finanza abbia diritto di esaminare tutti i libri di commercio, anche quelli tenuti, sebbene non prescritti dal codice di commercio? Quali penalità volete voi sancire contro chi artefaccia i suoi libri o non li presenti?

 

 

  • volete voi sancire la sospensione dall’ufficio o la perdita delle pubbliche cariche per quegli avvocati o professionisti, i quali denuncino un reddito notevolmente inferiore al vero?

 

 

  • volete voi aumentare il numero, lo stipendio e la posizione morale degli agenti delle imposte, dei funzionari addetti all’imposta successoria, degli impiegati addetti alle imposte sui consumi, ai dazi, al nuovo tributo sul vino, alle vecchie imposte di produzione? Che cosa intendete voi di fare in tal materia?

 

 

Dalle risposte avute si potrà giudicare se il candidato è un democratico sul serio preparato al suo ufficio, ovvero un vanesio od un ambizioso abile solo a gridare cose enormi nei pubblici comizi e pronto a prestare sottomano man forte ai dilapidatori del pubblico denaro ed ai frodatori dell’erario.

 

 

La seconda domanda riguarda la via che il paese deve prendere in materia doganale. Dopo ed insieme con il problema tributario, non ce n’è altro che sia così decisivo per la prosperità economica dell’Italia negli anni prossimi.

 

 

Anche qui bisogna guardarsi dalle domande generiche e dalle risposte declamatorie. Fa d’uopo diffidare contro coloro i quali eccitano gli animi commossi degli italiani contro gli stranieri, contro i nemici di ieri, perché nemici e perché pronti ad invadere il paese con le loro merci a buon mercato; contro gli alleati, perché , più ricchi e più forti di noi, vogliono ridurci allo stato di colonia, di servi della grande industria e della grande banca transalpina o transatlantica. Fa d’uopo stare in guardia contro chi s’empie la bocca di «indipendenza dallo straniero», di «tutela dell’industria nazionale», di «rifiorimento delle energie paesane», di «faremo da noi», di «liberiamoci dal servaggio straniero». Tutte queste sono frasi sonore, sotto di cui si cela molta merce avariata.

 

 

Le due vie che si aprono dinanzi al paese sono queste:

 

 

  • noi inaspriamo le tariffe doganali, alziamo i dazi contro le provenienze estere, ex nemiche od anche alleate, mettiamo dazi forti contro il ferro, l’acciaio, i filati, i tessuti, le macchine agricole, la carta, i cereali, le carni, e noi seguitiamo in una politica la quale ci ha dato frutti che possiamo vedere, di esagerato sviluppo e prepotenza di certe industrie a danno di certe altre e di inasprimento del costo della vita.

 

 

Il protezionismo esagerato, quale è chiesto da taluni gruppi bancari ed industriali, il protezionismo inacerbito, il quale trova la sua formulazione nell’ultimo progetto governativo di tariffe doganali provvisorie, noi lo consideriamo contrario agli interessi del paese, atto a dare l’economia nazionale in mano a pochi gruppi prepotenti e specie al gruppo siderurgico ed alle banche che lo finanziano e a rincarare il costo di produzione per tutte le altre minori e più numerose e più feconde industrie, a danneggiare gravemente l’agricoltura, ed a rincarare il costo della vita per tutti;

 

 

  • un’altra via si apre dinanzi a noi: il ritorno graduale verso un regime di maggior libertà commerciale. Noi non vogliamo il libero scambio immediato, l’abolizione di tutti i dazi. Nessuno lo vuole in Italia. Ma, nello stesso modo con cui vogliamo, con imposte bene assise e bene riscosse, il risanamento della pubblica finanza, così noi vogliamo il risanamento graduale della economia del paese.

 

 

Oggi, un piccolo gruppo di grandi industriali, principalmente siderurgici, pretende di garantirsi gli alti profitti ottenuti durante la guerra opponendo dazi proibitivi contro la concorrenza delle merci estere. Le industrie consumatrici – e le nostre industrie tali sono per i nove decimi – ed i consumatori diretti dovrebbero pagare le merci di cui hanno bisogno, quelle che sono spesso materie prime di altre industrie, a prezzi rincarati del 100, del 200% in confronto ai prezzi esteri. Tutto ciò perché? Per seguitare a tenere in piedi un certo numero di stabilimenti, i quali vissero di vita splendida per l’urgenza delle forniture di guerra, ma non possono seguitare a vivere all’aria ossigenata della libertà di commercio.

 

 

Contro questa politica assurda di far vivere i morti a spese dei vivi, di far pagare, a vantaggio di pochi, una cappa di piombo di alti prezzi a danno di quasi tutti gli altri produttori e di tutti i consumatori, noi opponiamo il programma di una revisione accurata della tariffa doganale, revisione la quale tenga bensì conto delle nuove esigenze dell’industria, ma che sia volta verso il ribasso dei dazi vigenti. Noi dobbiamo avere un programma di ritorno, entro 10, entro 15 anni, alla libertà di commercio. Devono a poco a poco imparare a vivere solo le industrie capaci di vita propria.

 

 

Perciò, bisogna chiedere ai candidati:

 

 

  • che cosa pensate voi delle tariffe provvisorie presentate dal governo?

 

  • volete l’aumento dei dazi doganali, accettate le domande rivolte a crescere il costo dei prodotti del 100% e più?

 

  • volete invece che la tariffa doganale sia riveduta nel senso di abolire i dazi non più necessari, di differenziare meglio gli altri e farli tendere tutti verso la loro graduale scomparsa?

 

 

Dalle risposte a queste domande distingueremo: il democratico da burla e difensore sul serio dei pescicani di pace; il fatuo, il quale non ha mai neppure riflettuto all’importanza del problema; e l’uomo politico serio, il quale sa dove vuole condurre il paese.

 

 

II

 

Il manifesto dei senatori milanesi

 

Il manifesto firmato dai senatori milanesi è destinato a restare uno dei più alti documenti della attuale campagna elettorale. Fin qui il più nobile, il più alto. È la vera classe dirigente italiana la quale parla per bocca dei firmatari; quella classe dirigente, la quale merita di governare il paese, non per titolo di censo o di cariche coperte, o di titoli accademici od onorifici, ma perché essa concepisce il governo del paese come un servigio, un dovere, un sacrificio degli interessi individuali e particolari a pro dell’interesse generale.

 

 

Non v’è quasi parola del manifesto liberale, che non sia a posto. Leggendo, anche chi per abito mentale abbia il temperamento critico dello studioso professionale di economia, deve confessare che parole più appropriate per esprimere un concetto chiaro, preciso ben difficilmente si sarebbero potute scrivere. Le vecchie bandiere del liberalismo e della democrazia le quali per l’uso sembravano a molti antiquate ed infeconde, riappaiono vive di una vigoria nuova. È bastato rimontare alle sorgenti, chiedere a noi stessi che cosa rappresentiamo, riscoprire il principio che ci sforza a lottare. Non è, no, per difendere posizioni privilegiate, non è per conservare il predominio economico di una classe sulle moltitudini, come dicono gli avversari dell’ala socialista. Gli uomini che rappresentano quanto vi è di meglio, di più operoso, di più progressivo in Italia non si battono per un interesse privato. Essi invece sono convinti, profondamente persuasi che il principio informatore della società attuale è di gran lunga superiore ai principii del socialismo, del comunismo, del bolscevismo da un lato, ed alle nebulose forme medievali di organizzazione corporativistica che d’altro lato taluni adepti del nuovo partito popolare vorrebbero anacronisticamente far rivivere. Gli uni e gli altri, i comunisti ed i medievalisti, farebbero indietreggiare, se si lasciasse ad essi aperta la via, la società umana di un millennio. Bisogna opporsi ad essi a viso aperto, sicuri di difendere con ciò stesso le ragioni supreme della civiltà.

 

 

La proprietà privata e l’iniziativa individuale sono divenuti i cardini della vita moderna non per ragioni di forza o di astuzia, non per soddisfare agli interessi di una classe ristretta e sfruttatrice; sibbene perché esse sono le condizioni necessarie e più efficaci per crescere al massimo il benessere di tutti, per scemare le disparità economiche non derivanti da differenze di attitudini e di lavoro, per elevare gradatamente le condizioni dei più umili ad un livello quale un tempo non era neppure immaginato dai grandi della terra.

 

 

I senatori milanesi con giusta indignazione si elevano contro quella parte che, dopo aver lavorato per farci perdere la guerra, ora che l’abbiamo vinta vuole instillarci il senso della sconfitta. Il loro programma economico e sociale è così robusto e sano da consentire di levarsi con indignazione contro lo scherno impotente di coloro i quali, incapaci di costruire essi, condannano la organizzazione sociale odierna come iniqua, sfruttatrice ed antiquata. No. Queste empie diffamazioni non prevarranno contro la verità. La verità è che non mai nella storia umana, le classi operaie e le masse contadine, gli umili lavoratori del braccio e gli intellettuali che vivono del frutto del loro ingegno e dei loro studi poterono godere di un benessere così grande e così diffuso come oggi accade. La tavola del lavoratore, la sua casa, la sua guardaroba medesima sono meglio fornite, più sane e belle di quelle dei signori feudali e dei mercanti del medio evo e dei borghesi del secolo XVIII e della prima metà del secolo XIX. Nessun regime economico è mai riuscito a dare all’uomo, a tutti gli uomini quanto ad essi dà il regime economico vigente; ed esso è suscettivo di un progresso, di un innalzamento indefinito. La proprietà privata non si può difendere e non dura come privilegio. Dura ed è forte perché essa è un servigio, perché essa è lo strumento più perfetto che sin ora sia stato inventato per l’elevazione economica degli uomini. Coloro che, grazie alle loro virtù di risparmio o di capacità imprenditrice, ne sono i depositari, sanno che essi la possono conservare solo pagando allo stato imposte bastevoli a consentirgli di raggiungere i suoi fini. Oggi industriali ed agricoltori e detentori di titoli hanno il dovere di produrre tanta ricchezza da permettere allo stato di fronteggiare i propri impegni verso coloro che gli furono larghi di aiuto nell’ora del pericolo, di assolvere gli obblighi di pensioni e di sussidi ai combattenti che sacrificarono salute e membra alla causa italiana ed alle famiglie superstiti dei gloriosi morti. Né il principio della proprietà privata avrà fornito tutto ciò di cui è capace finché non abbia provveduto ad assicurare a tutti una pensione di vecchiaia e di invalidità , ai malati l’aiuto di una cassa di malattia, finché non abbia distrutto la casa sporca, affollata, malsana, mettendo al suo posto la città-giardino piena di sole, di piante, di gioia di vivere; finché, ogni volta lo consentano le esigenze della tecnica e del clima, non abbia dato ad ogni contadino la casa e l’orto e la piccola proprietà rustica creatrice di una fiera democrazia campagnuola, indipendente e vigorosa. Di queste e di ben altre conquiste è capace la società presente. Il moltissimo che il principio della libertà individuale subordinata all’interesse pubblico ha conseguito negli ultimi cent’anni ci è arra di conquiste ben più grandi ed accelerate in futuro. Dinanzi ai fatti compiuti dall’idea liberale svaniscono le sentimentali reminiscenze di una pace idilliaca di una società medievale che non fu mai e si appalesano lugubri i sogni e bugiarde le promesse di un ideale comunista che sarebbe la morte di ogni vita libera e degna di essere vissuta. La vita non è pace, è lotta, è contrasto. La elevazione delle classi lavoratrici, ottenuta attraverso a lotte ed a contrasti diuturni, è la prova della superiorità della organizzazione sociale presente, che ha fatto prevalere quelle classi e quegli uomini che di elevarsi s’erano resi meritevoli. In una società comunista come fu organizzata in Russia od in una società corporativistica come favoleggiasi esistesse nel medio evo, gli sforzi per l’elevazione sono ed erano destinati a rompersi contro la forza dello stato, del regolamento, della ragione scritta. Nella società odierna invece, ogni sforzo è permesso; una infinita varietà di tipi sociali può sorgere, combattersi, coesistere. Quella che pare anarchia e confusione è invece vita, è molla di progresso, è condizione e strumento dell’elevazione di tutti, anche dei più miseri. Coloro che salgono più in alto, sanno che possono mantenersi soltanto subordinando il proprio all’interesse generale, la propria sete di ricchezza o di gloria o di potere alla necessità di sacrificarne una parte vie maggiore al benessere ed alla felicità delle moltitudini.

 



[1] Con il titolo L’ideale per cui ci battiamo [ndr].

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