L’impiegomania italiana

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/05/1907

L’impiegomania italiana

«Corriere della sera», 27 maggio 1907

 

 

 

Gli impiegati italiani in coro dichiarano di essere mal pagati e reclamano aumenti di stipendio. E sia. La vita è indubbiamente più cara di una volta e non si può pretendere che, mentre i prezzi crescono ed aumentano i salari privati, soltanto gli stipendi dei pubblici impiegati abbiano a star fermi.

 

 

Ma hanno essi mai pensato al crescere irrefrenato del loro numero ed alle tristi sorti del contribuente, costretto a pagar di più una falange ognora in aumento di burocratici? Le statistiche talvolta sono ammonitrici ed una ne ha compilata l’on. Rubini nella relazione all’assestamento del bilancio 1906-907 che è terribilmente istruttiva. Egli ha paragonato i ruoli organici all’1 gennaio 1895 ed al 31 dicembre 1906 e, dopo aver escluso i professori delle scuole secondarie ed i ferrovieri, per cui il paragone per varie ragioni era impossibile, ha constatato che gli impiegati di ruolo in Italia in quel dodicesimo sono aumentati da 100.058 a 125.956, e la spesa corrispondente da 187.737.724 a 246.216.871 lire. In un dodicennio sono 25.808 impiegati di più, con una maggior spesa di 58.479.146 lire. Il contributo maggiore all’aumento l’hanno dato il corpo di finanza, il corpo delle guardie di città e carcerarie e l’amministrazione delle poste e telegrafi; ma anche senza questi corpi, il numero degli impiegati pubblici al ruolo è salito da 56.024 a 65.496 e la spesa relativa da 135 a 164 milioni, con un aumento nel personale di 9.472 e nella spesa di 29.838.154 lire. Hanno ragione di gridare gli impiegati che essi sono pagati poco e che la media dei loro stipendi in 12 anni è cresciuta solo da 1876 a 1954 lire, o, se togliamo il corpo di finanza, ecc., ecc., da L. 2410 a L. 2516, con un aumento insignificante in confronto al cresciuto costo della vita. Ma sta anche il fatto che l’erario spende 58 milioni di più, che non sono piccolo gravame per i contribuenti. Qui è la contraddizione insanabile che ostacola un miglioramento sensibile delle sorti degli impiegati. L’aumento nei servizi pubblici spiega in parte il cresciuto numero degli impiegati; ma non lo può spiegare in tutto. L’opinione pubblica è pressoché unanime nel credere che gli impiegati, volendo, potrebbero fare una bisogna molto maggiore dell’odierna, solo che lavorassero di più, e non rivolgessero troppa parte della loro intelligenza a creare fittiziamente il lavoro da farsi per accrescere i posti superiori di organico, di segretari, capi sezione, capi divisione e via dicendo. Se la cosa non fosse impossibile, date le nostre pessime abitudini ed i pregiudizi ancor più tenaci delle abitudini, verrebbe la voglia di proporre che il lavoro burocratico si affidasse a delle cooperative di impiegati ad un prezzo a forfait uguale alla spesa che lo Stato oggi sostiene per i diversi servizi. Magari si potrebbe anche aumentare il forfait del 10% per migliorare subito le sorti degli interessati. Con tutta probabilità fra dieci anni la burocrazia sarebbe meno numerosa di adesso e gli impiegati, meglio pagati, sbrigherebbero più presto il lavoro che adesso compiono in molti straccamente e di mala voglia. Ad ogni modo, anche se non si vorranno adottare questi criteri radicali, gli impiegati dovrebbero persuadersi che i contribuenti sono disposti a mettere mano alla borsa per pagarli meglio; ma vorrebbero essere persuasi che il sacrificio non gioverà soltanto ad ottenere il mediocre costrutto di una burocrazia più numerosa e sempre malcontenta.

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