Opera Omnia Luigi Einaudi

L’imposta patrimoniale è la sola democratica?

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 24/11/1945

L’imposta patrimoniale è la sola democratica?

«Risorgimento liberale», 24 novembre 1945

«Il Progresso liberale», 13 aprile 1946

in L’imposta patrimoniale, Pli – Edizioni de «La Città libera», Roma, 1946, pp. 3-8

 

 

 

Poiché l’imposta straordinaria sul patrimonio può essere sul serio un efficace strumento della ricostruzione economica del paese giova farne un esame critico allo scopo di depurare il suo contenuto da taluni ingombranti miti i quali fanno gran danno al raggiungimento dello scopo sostanziale che l’imposta si propone.

 

 

Si trascuri, perché puramente verbale, il mito della “fatalità”, ed “inevitabilità”, di un’imposta patrimoniale. È questa una argomentazione comodissima in bocca di coloro i quali, non sapendo addurre nessun argomento sostanziale pro o contro, reputando sconfiggere l’avversario chiedendo: «E perché lotti contro un evento il quale, tu il voglia o non, è destinato a compiersi?». Al che si risponde: «Può darsi che gli avvenimenti si compiano sol perché si dice che sono nell’aria e son fatali e nessuna forza umana vi si potrà opporre; ma giova ad ogni modo indagare il perché della dichiarata fatalità». Colla quale risposta è dimostrato che la parola “fatalità” è soltanto la veste di qualche diversa, più sostanziosa, argomentazione.

 

 

Poco più sostanziosa è quell’altra tesi la quale dice: «l’imposta straordinaria patrimoniale è preferibile alle altre imposte perché più ‘democratica’”. La tesi pone il quesito: «quando una imposta è democratica?» Ove ci si rimetta alle opinioni dominanti nel mondo contemporaneo, alla domanda possiamo dare unicamente la seguente risposta: «è democratica quella imposta la quale chiede al contribuente provveduto di un dato reddito o di un dato patrimonio una imposta proporzionatamente più gravosa di quella fatta pagare a chi ha reddito o patrimonio minore o meno gravosa di quella fatta pagare a chi ha reddito o patrimonio maggiore. Se a chi ha 100 si chiede il 10%, a chi ha 99 si chiederà ad esempio, solo il 9,99% e a chi ha 101 si chiederà il 10,1%. Le cifre sono qui messe solo per via di esempio; ché spetta al legislatore decidersi per la scala crescente o progressiva 9,99, 10 e 10,01 ovvero 9, 10 od 11 ovvero 8, 10 e 12 ovvero qualche altra ancora della infinita varietà di scale che la mente umana può escogitare.

 

 

È evidente che alla esigenza democratica, può soddisfare ugualmente bene l’imposta sul reddito o quella sul patrimonio. Il legislatore può dichiarare le tre aliquote 9, 10 ed 11 tanto per il reddito che per il capitale; ed egli può rendere le due dichiarazioni perfettamente identiche nei loro effetti. Se al reddito 100 è applicata l’aliquota d’imposta del 10%, il contribuente paga 10 lire. Se si vogliono far pagare le stesse 10 lire a titolo di imposta patrimoniale bisogna prima conoscere ed accertare a quale patrimonio o capitale corrisponda il reddito di 100 lire. Se noi supponiamo che i redditi siano capitalizzati al saggio di interesse del 5%, constatiamo che ad un reddito perpetuo di 100 lire all’anno corrisponde un capitale di 2000 lire; e che, applicando alle 2000 lire un’aliquota del 0,50%, il contribuente paga altresì 10 lire. Al contribuente è dunque indifferente pagare ed allo stato è indifferente riscuotere il 10% sul reddito ovvero il 0,50 per cento sul capitale o patrimonio.

 

 

Ma, dirà il fautore della imposta patrimoniale, noi vogliamo far pagare al patrimonio non il 0,50, sibbene il 10% del suo ammontare. Su di ciò non si discute, ché le aliquote sono deliberate a suo libito dal legislatore; ma ciò non vieta che, stabilendo un’aliquota del 10% sul patrimonio, si stabilisca nello stesso tempo senz’altro una certa altra aliquota sul reddito. Invero il patrimonio di 2000 lire è tale perché abbiamo capitalizzato, al saggio di interesse del 5%, il reddito annuo di 100 lire. Dunque se noi facciamo pagare il 10% sul capitale o patrimonio di 2000 lire, ossia 200 lire, noi facciamo la stessa cosa come se dicessimo: «i redditi di 100 lire debbono pagare un’imposta del 200%».

 

 

Può essere più opportuno usare l’una nomenclatura invece dell’altra. Di solito si preferisce parlare del reddito, quando le imposte sono inferiori all’ammontare del reddito. Nell’esempio ora fatto, se si dice: «l’imposta è del 10% del reddito» si afferma che lo stato piglia per sé dieci ogni cento lire e lascia le altre novanta al contribuente. La dichiarazione non urta nessun sentimento diffuso, e perciò la si preferisce. Se, invece, si dicesse: «l’imposta è del 20% del reddito», subito molti chiederebbero: «e coma [sic] fa quel disgraziato a pagare allo stato il doppio del reddito che riceve?»; epperciò si preferisce dire: «L’imposta è del 10% sul capitale o patrimonio». Si dà l’impressione di lasciare al contribuente ancora il 90% del suo patrimonio; ma frattanto gli porta via il doppio del reddito.

 

 

Il che, se le due imposte fossero perfettamente uguali sotto tutti gli altri rispetti, sarebbe manifestamente assurdo. Non occorre spingersi sino al 10% sul patrimonio per vedere l’assurdità della cosa. Basta l’aliquota del 5%. Molti conoscono od hanno visto nelle vetrine dei cambisti quei pezzi di carta che si chiamano titoli di debito pubblico perpetuo dello stato: sono fogli distinti in tre parti: l’una centrale, contenente le notizie relative al titolo, al suo valore nominale, al reddito, agli obblighi dello stato debitore ecc. ecc., e questa parte centrale noi possiamo chiamare “del capitale”; e le altre due laterali composte di striscioline o cedolette che danno diritto a riscuotere ogni sei mesi, in perpetuo, un interesse di lire 2,50, ossia 5 lire all’anno e queste parti laterali si usano identificare col “reddito”. Supponiamo ora che sul titolo venga a cadere una imposta patrimoniale “annua” del solo 5%, aliquota che dà all’orecchio un suono numerico piccolo e dà l’impressione che al contribuente rimanga il 95% del patrimonio o capitale. Subito si vede che l’impressione è falsa. Pagare ogni anno 5% sul capitale equivale invero a pagare tutto il reddito di 5 lire, ossia a non avere più reddito. Che cosa vale un capitale senza reddito? Che cosa vale un titolo di debito pubblico perpetuo da cui siano tagliate via le due parti laterali, quelle delle cedolette? Zero via zero. Insieme col reddito è perduto senz’altro il capitale. Se ad un proprietario di case o di terreni noi diciamo: «tu hai salvo il capitale; ma qualcuno ti porterà via il reddito»; il proprietario, ove non abbia qualche speranza di restituzione totale o parziale in avvenire, ricorrerà subito, ove lo possa, all’abbandono delle case e dei terreni, per non soggiacer ad oneri e disgusti connessi con la sua situazione di falso proprietario.

 

 

In verità: capitale e reddito non sono due entità distinte, sibbene la stessa entità vista sotto differenti sembianze. La entità prima è il reddito; è quella somma che periodicamente entra nella economia del contribuente: salari, stipendi, fitti, interessi e simili. Se i redditi esistono, essi possono essere dal mercato capitalizzati, scontando i redditi futuri a valori attuali, secondo un certo saggio di interesse. Se esiste il reddito 100 e lo si prevede perpetuo ossia rinnovantesi periodicamente ogni anno all’infinito, quel reddito, al saggio di interesse del 5%, vale 2000 lire in capitale. Se il saggio fosse del 4%, il capitale sarebbe valutato 2500 lire; se del 10%, il capitale varrebbe solo 1000 lire. Son conti che tutti, anche senza sapere di saggi di interesse e di coefficienti di capitalizzazione fanno ogni giorno istintivamente, e dimostrano che non si dà capitale senza reddito, né reddito senza capitale e che non esiste una distinzione “sostanziale” fra imposta sul reddito ed imposta sul capitale o patrimonio. L’una si converte automaticamente nell’altra e viceversa.

 

 

Tuttavia esiste una qualche distinzione formale; ed accade in questa materia tributaria che la forma, le apparenze, i miti abbiano una importanza grande.

 

 

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