L’imposta straordinaria sul capitale

Tratto da:

Il problema della finanza post-bellica

Data di pubblicazione: 01/01/1920

L’imposta straordinaria sul capitale

Il problema della finanza post-bellica, Fratelli Treves, Milano 1920, pp. 109-143

 

 

 

 

La difficoltà grande di trovare fonti di entrata sufficienti perché lo Stato possa colmare il minaccioso disavanzo del suo bilancio ha fatto nascere l’idea di liquidare una volta per tutte il debito prodotto dalla guerra attuale con una unica operazione tributaria. Il debito determinato dalla guerra ammonterà ad una cifra che in via di approssimazione possiamo stabilire in 60 miliardi, non tenendosi conto del debito infruttifero sotto forma di biglietti eccedenti la circolazione ordinaria, perché, come ho già ripetutamente avvertito, faccio per ragion di brevità e per non complicare il problema astrazione dall’aspetto monetario del problema stesso.

 

 

Invece di trascinare per lunghi anni il peso degli interessi ammontanti a circa tre miliardi, sarebbe più semplice – si dice – liquidare una volta tanto il debito mettendo sul patrimonio privato una equivalente imposta di 60 miliardi. Lo Stato rimborserebbe con il provento dell’imposta tutti i suoi creditori e il problema sarebbe così liquidato, con la coscrizione sul capitale fatta una volta tanto. Subito si vede come questa coscrizione o leva o prelievo sul capitale privato di una cifra così spaventevole sia una operazione imponente e irta di difficoltà ; molti perciò si contenterebbero anche di un prelievo per una cifra inferiore. Il professor Griziotti, fra gli altri, si contenterebbe di un prelievo di circa 15 miliardi di lire; ricaverebbe altri 15 miliardi da una operazione di riscatto delle imposte reali (imposte sui terreni, sui fabbricati e categorie A e B dell’imposta di ricchezza mobile), obbligando cioè i contribuenti di queste imposte a riscattare l’imposta di cui sono debitori. Si avrebbero in tutto 30 miliardi cosicché il debito di guerra sarebbe ridotto alla metà. Certo, anche così limitata, l’operazione è grandiosa in quanto si tratta di obbligare i proprietari delle ricchezze private esistenti in Italia a spossessarsi di una rilevantissima frazione della loro ricchezza.

 

 

La ricchezza privata italiana, secondo alcuni scrittori, era calcolata prima della guerra a 80 miliardi. Altri, come il professor Gini, ha portato la valutazione a circa 100-110 miliardi nel 1914. Attualmente non si sa a quanto ammonti la ricchezza privata, probabilmente, per il deprezzamento della lira, ad una cifra superiore, che alcuni si sono azzardati a congetturare in 160 miliardi di lire. Se questa fosse la cifra esatta della ricchezza privata italiana si tratterebbe di operare un prelievo di 60 miliardi su 160 se si dovesse estinguere tutto il debito fruttifero, o di 30 su 160 se se ne volesse estinguere soltanto una parte. Si tratterebbe però sempre di un prelievo altissimo. È importante perciò vedere in che cosa consista il proposto provvedimento, e quali siano i metodi della sua attuazione ed i suoi effetti.

 

 

L’operazione consisterebbe nel sostituire ad un flusso di imposte da prelevarsi ogni anno sul flusso del reddito una imposta stabilita una volta tanto sulla fonte da cui proviene il reddito; nella sostituzione cioè di una imposta una volta tanto di 60 miliardi da prelevarsi sulla fonte del reddito invece di una imposta annua perpetua di tre miliardi da prelevarsi sul frutto del patrimonio esistente. Ci sono delle somiglianze e delle differenze fra questi due tipi d’imposta. I due tipi potrebbero considerarsi identici in una ipotesi che non è però rispondente alla realtà. Se supponiamo invero che i cittadini di un paese fossero tutti egualmente provveduti di beni di fortuna e di reddito, evidentemente sarebbe indifferente per costoro (come già aveva osservato a suo tempo il Ricardo) pagare l’imposta sotto l’una o l’altra forma; tutti i contribuenti essendo provveduti di eguale reddito pagherebbero sia sotto l’una che sotto l’altra forma due quantità perfettamente eguali. Se noi postuliamo un saggio d’interesse del 5 per 100 è perfettamente uguale pagare 100.000 lire una volta tanto, o 5 mila lire all’anno in perpetuo. Ma differenze esistono fra i due metodi e sono notevoli. Nascono dal fatto che non è vera l’ipotesi fatta prima di cittadini possessori di eguale ricchezza e di reddito uniforme. I redditi sono distribuiti diversamente da persona a persona non solo ma cambiano da un momento all’altro; varia il saggio di interesse, varia sopra tutto la distribuzione dell’imposta nel tempo. Volendo riassumere queste differenze in una sola fondamentale si può dire che se si stabilisse una imposta per una volta tanto di 60 miliardi probabilmente essa graverebbe con maggior peso sulle classi ricche e con minor peso sulle povere in quanto queste ultime non avrebbero assolutamente i mezzi per pagare la fortissima imposta; questa si paga col capitale, col patrimonio e quelle classi che non hanno patrimonio molto difficilmente potrebbero esser costrette a contribuire sostanzialmente all’imposta di 60 miliardi. Questa andrebbe perciò a cadere col suo peso maggiore sulle classi più ricche. C’è invece una certa qual probabilità che se si stabilisce una imposta annua di tre miliardi di lire, la quale debba essere pagata in perpetuità , l’imposta sarà magari ancora prevalentemente distribuita sulle classi ricche ma una non ispregevole parte di essa potrà essere fatta pagare alle classi medie e lavoratrici. Il che può anche essere corretto. Qui si voleva solo far notare la differenza tra i due tipi di imposta.

 

 

Un altro punto importante che può dare origine ad una differenza fra i due tipi è questo: che le imposte annue graverebbero non soltanto sui capitali materiali che costituiscono quella tale fortuna privata, valutata, come abbiano visto, prima della guerra in 100, ed ora ipoteticamente, in 160 miliardi, ma anche su quelli che sono chiamati capitali personali. Le imposte sui redditi, sui consumi, ecc., colpiscono anche i professionisti e coloro che esercitano un’industria o commercio per la parte di reddito che si può chiamare personale.

 

 

Si discute molto tra coloro che si sono occupati di questo argomento se l’imposta straordinaria patrimoniale dei 60 miliardi debba colpire solo i capitali materiali o anche i capitali personali. La denominazione stessa che si dà a questa imposta – «imposta patrimoniale, leva o coscrizione sui capitali» – sembra portare quasi naturalmente a concludere che ciò che deve essere colpito da questa imposta sia unicamente il capitale materiale. Se tal criterio fosse adottato, si avrebbe una differenza imponente fra i due sistemi di imposta.

 

 

Però contro questa tendenza molto diffusa fra scrittori e uomini politici che l’imposta straordinaria debba colpire soltanto i capitali materiali stanno invece le osservazioni di altri scrittori i quali sostengono che essa dovrebbe colpire i patrimoni personali.

 

 

Di questa ultima opinione è fra gli altri il professor Nicholson dell’Università di Edimburgo, il quale sostiene appunto non esservi nessuna ragione perché i capitali personali debbano andar esenti dall’imposta straordinaria. Sono forse soltanto i proprietari di capitali materiali, di terreni, di case, ecc., quelli i quali si giovano di tutto il lavoro delle generazioni passate, mercé cui è stato costituito lo Stato nazionale attuale, che si son giovati della difesa del territorio nazionale, e quindi hanno interesse a mantenere l’edificio statale che è stato creato col tempo? No; anche i possessori di semplici capitali personali in tanto possono estrinsecare la loro attività in quanto c’è una tradizione di civiltà creata dalle generazioni passate: e questa tradizione questo ambiente sono stati difesi contro la distruzione. Anch’essi traggono vantaggio dal non essere divenuti schiavi di un potere autocratico. Anch’essi adunque dovrebbero contribuire alla leva straordinaria sui patrimoni. Non vale ricordare, per escludere dall’imposta i capitali personali, la risposta, attribuita, probabilmente da Swift, ad un ministro inglese, il quale, al progettista che gli magnificava i vantaggi di un balzello sui «cervelli» rispose: «Vi dichiaro esente da quest’imposta». Al ricordo si potrebbe contrapporre il celebre brano di Mill, nel quale si esaltava il valore dell’environnement, dell’«ambiente» nel determinare l’altezza dei redditi di lavoro. E la guerra fu condotta appunto per difendere quest’ambiente, quella civiltà , quelle idee in cui siamo nati e che sono la parte più bella e feconda della nostra vita.

 

 

Fa d’uopo, a questo punto, accennare ad una osservazione di indole contabile di un economista inglese di gran valore, il professore Pigou, il successore del Marshall nella cattedra di Cambridge. Egli osserva: teoricamente anche i capitali personali dovrebbero essere chiamati a contribuire all’imposta patrimoniale ma però il loro contributo può essere considerato così trascurabile che non val la pena di compiere tutto il necessario e ponderoso lavoro di rilievo, stima, accertamento. Egli dice che la massima parte di coloro i quali hanno un’età inferiore ai 45 anni ha combattuto e quindi dovrebbe essere esente dall’imposta. E son costoro, i quali, se posseggono una piccola parte del capitale materiale esistente nella società, posseggono invece una parte notevole dei capitali personali; essi guadagnano col proprio lavoro gran parte dei redditi personali. Anche se non ammettiamo che essi debbono andare esenti, la parte di contributo versata da essi, insieme a quella sui capitali personali dovrebbero versare le persone di età superiore ai 45 anni sarebbe pur sempre bassa. Secondo calcoli da lui fatti, i tre quarti del reddito tassabile complessivo della intiera società provengono dal reddito dei capitali materiali. Il quarto solo dei redditi tassabili proviene dai capitali personali. Questo quarto, egli osserva, si capitalizza non al saggio di interesse comune con cui si capitalizzano i redditi di capitali materiali che sono perpetui, ma ad un saggio di interesse molto più elevato. I redditi di capitali personali si devono moltiplicare cioè con un coefficiente basso, ossia capitalizzare ad un interesse alto perché la vita produttiva dei lavoratori è limitata nel tempo. Quindi se il coefficiente di moltiplicazione del reddito dei capitali materiali è di 20 anni, quello dei capitali personali sarà soltanto di 8- 10-12 anni. Se noi moltiplichiamo una frazione piccola, un quarto, del reddito totale per un coefficiente di moltiplicazione basso, in confronto del coefficiente di moltiplicazione alto del reddito dei capitali materiali, si finisce per ottenere come capitale personale un valore complessivo eguale solo ad un decimo del capitale totale.

 

 

Non vale perciò la pena di tassare costoro, i quali in gran parte appartengono alle classi giovani, che hanno combattuto e che per motivi di giustizia e convenienza è opportuno esentare od almeno non tassare troppo, tanto più che l’esenzione recherebbe alla finanza la perdita di un solo decimo del provento totale possibile. Il rilievo del Pigou ha certo un’importanza; ma è ipotetico e altri lo oppugna. Il Nicholson, per esempio, osserva che egli tempo addietro aveva fatto un calcolo dell’importanza relativa dei capitali personali e dei capitali materiali e gli sarebbe risultato che il valore totale degli uomini viventi in Inghilterra sarebbe cinque volte superiore al valore attuale dei capitali materiali. Secondo questo calcolo la proporzione sarebbe completamente rovesciata; invece di essere un decimo dei capitali totali, i personali ne formerebbero i cinque sesti. I due calcoli non sono in tutto paragonabili, perché il Pigou si riferisce solo al valore capitale dei redditi personali oggi tassati dall’imposta sul reddito, mentre il Nicholson comprende anche il valor capitale dei redditi dei contribuenti il cui reddito è esente dall’imposta sul reddito. Ma è chiaro che vi è un margine di arbitrio rilevante nel compiere questi calcoli; e che è lecito rimanere in dubbio intorno alla asserita scarsa rilevanza dei capitali personali.

 

 

Se si adottasse la norma che l’imposta straordinaria debba colpire non soltanto i capitali materiali ma anche i capitali personali, certo diminuirebbe notevolmente la sua differenza coll’imposta ordinaria annua, perché in sostanza l’imposta straordinaria da prelevarsi una volta tanto sul capitale dovendo prelevarsi sul valore attuale non solo dei redditi capitalistici ma anche dei redditi personali, in fin dei conti non sarebbe altro che una capitalizzazione nel momento attuale di una imposta ordinaria sul reddito.

 

 

Definito così l’oggetto dell’imposta vediamo quale ne è la ragione, quale il principio informatore. Per dimostrare la giustizia e la convenienza di questa imposta più che delle teorie sono state messe innanzi, se mi è lecito esprimermi così, delle frasi nette, incisive, attraenti. Una che ha molta fortuna è stata questa: che l’imposta sui capitali equivalente e controbilanciante la coscrizione della vita che si ebbe durante tutti questi anni di guerra. Come furono costretti gli uomini a dare le loro persone per la difesa del paese, così anche i capitali sarebbero coscritti e costretti a dare una parte di  sé per la difesa dello Stato. È una frase però che implica una serie di dubbi e che richiede di essere brevemente lumeggiata. Da taluno, per esempio dal professor Scott, fu osservato che coloro che erano stati coscritti durante la guerra non è che in realtà avessero dato la vita ma avevano dato il rischio di perderla, il che matematicamente è una quantità diversa. Egli concludeva perciò che il capitale dovesse venire assoggettato ad una imposta la quale controbilanciasse questo rischio di perdere la vita; si dimostrava favorevole a qualche cosa di simile alla nostra imposta sulle esenzioni del servizio militare. Vorrebbe l’autore che i non coscritti pagassero un’imposta uguale al premio che si sarebbe dovuto pagare ad una società di assicurazione sulla vita per assicurare il reddito dei capitali durante il periodo della guerra; ciò per controbilanciare matematicamente, materialmente il sacrificio del rischio di perdere la vita che subirono i combattenti.

 

 

Partendo dal punto di vista della coscrizione, quale trattamento faremo ai capitali di coloro che furono coscritti e combattenti? Quid per i combattenti che ebbero eredità? Quid per i genitori e figli e congiunti strettissimi dei combattenti morti in servizio? La formula sarebbe davvero poco suscettiva di applicazioni precise.

 

 

Una formulazione più scientifica del principio ispiratore dell’imposta straordinaria è quella del «minimo sacrificio». La mise innanzi il professor Edgeworth, il quale disse che questa imposta non si giustifica col principio consueto secondo cui tutti i cittadini sono chiamati a subire un eguale sacrificio. Qui invece non si tratta di far subire a tutti un eguale sacrificio; basterebbero in tal caso le solite imposte che gravano i redditi e hanno appunto per iscopo di far subire all’incirca a tutti i contribuenti l’identico peso, identico non in moneta, ma in pena e sacrifici. Ora invece si tratta della salvezza dello Stato e sembra corretto applicare l’altro grande principio derivato dalla filosofia utilitaria per la ripartizione delle imposte, che è di ripartirle in maniera da cagionare il minimo sacrificio a tutta intiera la collettività. L’Edgeworth con la sua consueta felicità di paragoni cerca di rendere perspicuo il principio del minimo sacrificio giovandosi di esempi storici. Cita, fra l’altro, l’episodio dei grandi di Persia che scortavano il fuggitivo Serse dopo la sconfitta avuta dai Greci. Essendosi sull’Ellesponto scatenata una grande tempesta, la navicella di Serse rischiava di andare a fondo. Ad uno ad uno, dopo essersi inginocchiati dinanzi al Re, i grandi di Persia si buttarono in mare onde salvare la sua vita. Per analogia l’autore sostiene che i ricchi devono salvare lo Stato, la società che minaccia di andare a fondo, e dovrebbero di buona grazia, dopo aver fatto riverenza allo Stato, buttare le loro fortune. In questo modo si salverebbe la società dalla rovina, lo Stato dal fallimento. Trattasi di una analogia, che ha però un valore relativo; piuttosto nel caso nostro sarebbe più vicina l’analogia dell’avaria marittima: sta bene che alcuni per la salvezza comune siano chiamati nel momento del bisogno a dare tutta o parte la loro fortuna. Sta bene che lo Stato possa requisire per i fini della guerra i beni che gli giovano. È pacifico però che i requisiti, i coscritti per il soprappiù che hanno dato, hanno diritto di essere indennizzati dagli altri che si sono salvati; e non è escluso perciò che anche i capitali personali debbano concorrere a dare l’indennizzo.

 

 

Le analogie, del resto, ci portano poco avanti: possono essere interpretate nel senso di far gravare il peso unicamente o quasi sui ricchi o anche essere interpretate nell’altro senso che siano i ricchi ad anticipare ma che il sacrificio subito da essi debba essere ripartito su tutti a seconda delle norme comuni con cui si ripartono le imposte. Per quel che si riferisce al principio informatore si può dunque concludere che si hanno delle idee grezze, non sufficienti ad una conclusione precisa.

 

 

Un punto sul quale molto si è discusso, oltre quello del principio informatore dell’imposta, è quello relativo alle modalità della sua applicazione. Moltissimi hanno detto che è impossibile prelevare da noi 60 miliardi su 160, supponendo che a tanto ammonti la ricchezza privata. Questa ricchezza consiste per molta parte in terreni, in case, in macchine, in scorte. In che maniera si potrebbero dare queste cose allo Stato? Praticamente la cosa si presenta, anche da un esame superficiale, di una difficoltà estrema per la fisica impossibilità di poter dare una frazione di tutte queste ricchezze e per la difficoltà di trovare il denaro corrispondente con cui pagare il tributo. Né più agevole si presenta la tassazione dei capitali personali. Chi possiede solo il proprio capitale personale, ossia  sé stesso, come potrebbe dare una parte del proprio valore, stimato per esempio in 50.000 o in 100.000 lire?

 

 

In alcuni paesi queste difficoltà non sono sembrate insormontabili, specialmente laddove è molto diffusa la proprietà mobiliare e dove una gran parte della fortuna è rappresentata da titoli. In Inghilterra, ad esempio, dove una gran parte delle imprese industriali e commerciali è per azioni, dove la proprietà mobiliare è di gran lunga predominante sulla immobiliare, la risoluzione pratica del problema del pagamento di questa imposta non si presenta impossibile.

 

 

Si propone da quasi tutti che gli obbligati al pagamento dell’imposta abbiano una certa libertà di scelta: i possessori di titoli di Stato possono darne una parte allo Stato; coloro che ne sono sprovvisti o non ne hanno a sufficienza possano pagare l’imposta con titoli di altra specie, azioni, obbligazioni di società private, industriali, bancarie, d’assicurazione, ecc. Però c’è il pericolo, lasciando ai contribuenti la scelta del titolo con cui pagare, che essi diano allo Stato tutti i titoli invendibili, di scarso mercato, i peggiori insomma, trattenendosi quelli buoni. È evidente la necessità per lo Stato di stabilire una lista dei titoli accettabili. La restrizione dei titoli accettabili in pagamento dell’imposta avrebbe per effetto che tutti coloro che non possedessero di questi titoli si troverebbero nella necessità di ricorrere al mercato per vendere i titoli posseduti, il che produrrebbe l’inconveniente di tracolli rapidi di prezzo, accrescendo esageratamente il sacrificio di coloro che non possedessero titoli accettati dallo Stato. Questi ultimi aumenterebbero di prezzo per la grande domanda che tutti i contribuenti ne farebbero per pagare l’imposta; viceversa i titoli non compresi nella lista ribasserebbero notevolmente di valore.

 

 

Lo stesso inconveniente si verificherebbe per quella parte di patrimonio che non consiste in titoli; e sarebbe particolarmente sensibile in Italia dove la proprietà immobiliare ha grande importanza. I capitalisti dovrebbero vendere una parte del loro patrimonio in case, terreni, ecc., per pagare con denaro contante o con titoli accettati dallo Stato; quindi possibilità di un tracollo notevole nei prezzi delle case, dei terreni, dei titoli non accettati. Il sacrificio di questi contribuenti non abbastanza fortunati sarebbe incomparabilmente superiore al vantaggio dello Stato. Basta questa considerazione per far concludere che se si volesse sul serio far pagare l’imposta in una volta sola come porta il suo titolo, il pagamento sarebbe quasi impossibile e sarebbe connesso con una serie di inconvenienti gravissimi sia per i contribuenti, sia per l’economia generale della nazione. Unici ad avvantaggiarsi sarebbero gli speculatori, coloro che in quel determinato momento avessero i mezzi per comprare a prezzi sviliti case, terreni, titoli non accettati; per essi sarebbe una cuccagna quale forse non s’è mai vista nella storia, non essendosi mai verificato in un paese un trapasso sì formidabile ed improvviso di ricchezza.

 

 

Quindi è certo che il pagamento dell’imposta in una volta sola è praticamente cosa che rasenta l’impossibile. Per potere essere applicata, l’imposta dovrebbe essere pagata a rate ossia si dovrebbe dare ai contribuenti un periodo di tempo variabile a seconda delle varie specie di attività patrimoniali, ma sempre lungo, per pagare questa imposta. Il proprietario di una casa valutata 100.000 lire e che fosse tassato per 30.000 lire, non dovrebbe essere costretto a pagare questa somma in una sola volta, ma dovrebbe poterla pagare a rate in 10-20 anni per mezzo dei frutti della casa senza essere costretto a venderla. Lo stesso trattamento evidentemente dovrebbe essere fatto in una eventuale tassazione di capitali personali. Come potrebbe, già osservai, obbligarsi il contribuente che possiede soltanto la sua capacità di lavoro a pagare un’imposta equivalente ad un terzo del suo valore? Anche qui l’imposta si dovrebbe trasformare in un’imposta pagabile a rate in una serie di anni equivalente alla sua vita presunta. Il contribuente dovrebbe anzi in questo caso fare un contratto di assicurazione sulla vita per garantire allo Stato il pagamento di tutto il suo debito d’imposta. Se egli viene a morte prima della fine del periodo di rateazione, lo Stato ha invero incassato soltanto una parte delle rate; perciò occorre che egli si assicuri sulla vita in guisa che, nel caso di premorienza, lo Stato possa rivalersi sul valore della polizza.

 

 

A quale conclusione veniamo dunque noi in definitiva? Se siamo indotti a consentire per la massima parte dei contribuenti il pagamento a rate, salvo cioè per coloro che avessero i mezzi di pagarla subito con titoli di debito pubblico o con altri titoli di debito pubblico o con altri titoli accettati dallo Stato, l’imposta finisce per convertirsi in una specie di imposta sul reddito. In fondo, che differenza c’è fra chiamare un’imposta «imposta sul reddito annuo» ovvero chiamarla «imposta patrimoniale da pagarsi non in una volta tanto ma da frazionarsi in rate successive»? Quelle rate successive sono similissime in tutto alle imposte pagate annualmente dai contribuenti; epperciò in fondo quella tale imposta patrimoniale straordinaria finirebbe per la maggior parte dei contribuenti a convertirsi in una imposta sul reddito. V’è una differenza tuttavia fra le due imposte e la metterò subito in luce. Possiamo frattanto concludere su questo punto che le difficoltà di pagamento, pur non essendo impossibili a sormontarsi, sono però tali da essere tenute in forte considerazione e da farci concludere alla necessità della trasformazione quasi completa dell’imposta straordinaria sul patrimonio in una imposta pagabile a rate e quindi molto simile all’imposta sul reddito.

 

 

Un giudizio su una qualunque imposta si dà non tanto in base ai principii informatori dell’imposta (e qui abbiamo veduto non essere molto perspicui) ma soprattutto in ragione degli effetti che quell’imposta produce. Sono buoni o cattivi questi effetti? Migliori o peggiori di una imposta annua che colpisca il frutto annuo del capitale anziché una volta tanto il capitale? Mi limiterò ad alcune considerazioni.

 

 

Una prima è stata fatta dallo Scott. Egli dice: È poi proprio vero che questa imposta straordinaria permetta di liberare i contribuenti dell’avvenire dall’onere delle imposte che si dovrebbero pagare tutti gli anni? Ciò è molto dubbio. Per l’Inghilterra il problema sarebbe posto così: attualmente l’imposta sul reddito ivi esistente è al saggio di circa 6 scellini per lira sterlina (30 per 100). Se si stabilisse una imposta straordinaria che permettesse di rimborsare il debito di guerra, l’imposta stessa potrebbe, egli nota, essere ridotta ad un saggio di circa 2 scellini per lira sterlina (10 per 100), con un risultato cioè notevolissimo. Ma siamo noi sicuri – egli osserva – che i contribuenti godano il beneficio, che le imposte siano effettivamente ridotte dal 30 al 10 per 100? Vi è molta probabilità , osserva l’autore che le cose non debbano andar così. Appena nel bilancio si verificasse un così gran margine in seguito all’estinzione del debito di guerra, e vi fosse la possibilità di ridurre l’imposta dal 30 al 10 per 100; subito crescerebbero le domande di nuove spese da tutte le parti, tutti allegherebbero necessità o utilità di spendere denaro. Con tutta probabilità l’imposta si ridurrebbe si di qualche cosa ma non certamente all’aliquota del 10 per 100. I contribuenti avrebbero così fatto un pessimo affare, in quanto avrebbero pagato il capitale necessario a ridurre l’imposta dal 30 al 10 per 100, e viceversa l’imposta non sarebbe stata ridotta del medesimo ammontare. Mancando la sicurezza della integrale riduzione è naturale che i contribuenti preferiscano pagare ogni anno il 30 per 100, sicuri o quasi, data l’elevatezza di questa percentuale, di non pagare di più, per altri scopi più o meno apprezzabili, ma secondari in confronto di quello di far fronte a sacri impegni assunti.

 

 

In Italia questo argomento, bisogna dirlo, non ha il peso che ha in Inghilterra. In Inghilterra v’è la possibilità di ridurre le imposte in conseguenza del pagamento del debito pubblico. Da noi le cose stanno diversamente. Le imposte per i tre miliardi necessari a pagare gli interessi su 60 miliardi del debito di guerra sono ancora da stabilire. Se si potesse realmente rimborsare il debito bellico con un prelievo straordinario sul patrimonio, sarebbe più difficile stabilire altre imposte nuove di quanto non sarebbe in Inghilterra facile astenersi dal ridurre le imposte esistenti. È più difficile resistere ad una minor diminuzione delle imposte esistenti in confronto a quella possibile teoricamente di quanto non sia resistere ad imposte nuove, le quali non siano assolutamente urgenti. L’obbiezione in Italia non ha dunque un grandissimo peso e se fosse sola si potrebbe ammettere la convenienza dell’imposta straordinaria sul patrimonio.

 

 

Essa però può assumere da noi un aspetto diverso sebbene non meno preoccupante. Dicemmo dianzi che l’imposta straordinaria sul patrimonio deve essere pagata a rate. Se la rateazione è in 10 anni e l’imposta in totale fosse accertata gittare 20 miliardi – evidentemente l’ipotesi di un gitto totale di 60 miliardi è irreale – il provento annuo sarebbe di 2 miliardi. Quale sicurezza vi sarebbe che i 2 miliardi siano impiegati al rimborso di altrettanta somma di debito pubblico? I solenni affidamenti dati dal legislatore e la istituzione di fondi speciali per l’ammortamento del debito pubblico a poco gioverebbero. In una situazione precaria, come l’odierna, del bilancio, grandi sarebbero le tentazioni di utilizzare i proventi del tributo straordinario per colmare i disavanzi correnti. Le incessanti richieste di nuove spese spingerebbero lo Stato sulla china pericolosa. Grande perciò è la probabilità che alla fine del periodo di rateazione, i contribuenti abbiano pagato l’imposta straordinaria, ed il debito di guerra rimanga intatto in tutta la sua imponenza.

 

 

Altri dubbi di peso ancor maggiore sono stati messi in campo. Uno si può chiamare il dubbio od il quesito retrospettivo. Quale effetto produrrà sulla classe dei risparmiatori in generale vedere che coloro i quali hanno guadagnato in passato ma hanno scialacquato se la svignano e non pagano nulla o pochissimo mentre coloro i quali hanno ascoltato gli inviti pressanti che durante gli anni di guerra si sono fatti in tutti i paesi per incitare a risparmiare saranno colpiti da un’imposta gravissima sul capitale? Con quale coerenza potranno i propagandisti dei prestiti di guerra difendere un prelievo straordinario che colpirà i risparmiatori e non gli scialacquatori? Un effetto sicuramente dannoso. Come si possono decentemente tassare coloro che seguirono i consigli patriottici e sani, di risparmiare e lasciare esenti coloro che si posero sotto i piedi amor di patria, senso civile, amor di famiglia? Bisognerebbe, per equità, insieme a questa imposta, creare una imposta più acerba sugli sprechi, su ciò che non esiste più, sui consumi che durante la guerra sono stati fatti in eccedenza ai consumi necessari. Solo il più acerbo tributo sulla spesa compiuta in disprezzo della patria durante la guerra potrebbe rendere onesto il tributo sul risparmio, fatto con vantaggio del paese e non di rado in ubbidienza agli inviti dei reggitori della cosa pubblica durante la guerra. Ma questa imposta è difficile, per non dire impossibile, a creare, e l’impossibilità di costituire questa imposta-contrappeso rende dubbia la opportunità e la legittimità della leva del capitale ove si ponga mente, come si deve, alla disastrosa impressione sui risparmiatori che essa farebbe.

 

 

Un altro quesito gravissimo è quello del pericolo di creare il precedente. Si ha un bel dire che la leva del capitale è un’imposta stabilita una volta tanto, che non v’è il pericolo della ripetizione perché una guerra come l’attuale non si ripeterà , è a sperarsi, per un lunghissimo spazio di anni. Ma è proprio vero che il pericolo della ripetizione non ci sia? Su questo punto vi sono molti scettici; il professor Nicholson già citato osserva che se la coscrizione del capitale è stata buona o parrà buona adesso per liquidare l’eredità della guerra, dovrà sembrare ancora più buona per salvare dei fanciulli, per aiutare dei vecchi, per stabilire delle condizioni di vita migliori nella popolazione, ecc. Se è parso opportuno stabilire un’imposta straordinaria per tenere a freno la Germania, parrà altrettanto opportuno stabilire un’altra imposta straordinaria sul patrimonio per raggiungere scopi sociali che sembreranno a taluno ancor più elevati, più nobili. Manca affatto la sicurezza che tale imposta non sarà ripetuta per l’avvenire, v’è anzi da prevedere che l’esempio attuale faciliterà le ripetizioni successive. Vi sono, disse uno scrittore, molte donne che non ebbero mai un amante. Non ve ne fu alcuna che ne abbia avuto uno solo.

 

 

Il peso da darsi a questa argomentazione della ripetizione dipende molto dalla psicologia dei risparmiatori. Ci possono essere dei paesi in cui i risparmiatori sono una classe così diffusa della popolazione che i loro sentimenti sono i sentimenti di tutti, cosicché sono sicuri che il loro modo di pensare seguiterà ad essere dominante e rispettato; e allora

possono essere indotti ad eccedere tranquillamente alla leva, senza sentirsi scoraggiati dal risparmiatore, sicuri che in quel paese non si avranno ripetizioni, se non in casi di estrema necessità . Dove invece i risparmiatori non hanno questa persuasione, questa fiducia, dove anzi temono che l’esempio una volta dato possa ripetersi, allora lo spettro della ripetizione dell’imposta straordinaria può agire come un freno potente contro l’accumulazione del risparmio nuovo; ciò che sarebbe molto pregiudichevole per il paese.

 

 

Il problema si riduce in sostanza a questo: dal punto di vista di coloro i quali devono produrre i redditi nuovi, i quali devono risparmiare ossia accrescere il capitale esistente, è preferibile il timore che si ripeta una imposta straordinaria sul capitale, ovvero il timore che continuino e magari vadano crescendo le imposte ordinarie sul flusso del reddito? Si tratta di vedere quale delle due prospettive esercita una azione di freno maggiore sui risparmiatori. L’imposta sul fondo della ricchezza esistente presenterebbe qualche vantaggio in un paese dove non esistesse il timore della ripetizione; nel senso che sarebbe colpita la ricchezza fotografata nel momento attuale e nulla più; tutti i redditi, tutti i patrimoni creati in aggiunta a questa andrebbero esenti dall’imposta straordinaria di guerra, non subirebbero più le conseguenze della guerra. L’esenzione darebbe un impulso grandissimo alla formazione dei capitali nuovi. Ora ciò che importa sovratutto per l’avvenire di un paese non è il capitale che esiste ma quello che deve ancora crearsi, che si va via via formando. Il capitale esistente non è fatto scomparire dall’imposta straordinaria, la quale non distrugge case, terreni o macchine. Soltanto il titolo di proprietà su questi beni che passa da certi privati allo Stato il quale a sua volta li rilascia ad altri privati ritirando suoi titoli di debito pubblico. Il capitale esistente rimane intatto, o quasi, salvo quelle svalutazioni, a cui accennai dianzi, le quali si verificano nel passaggio da una persona ad un’altra. L’imposta colpendo soltanto il capitale prodotto fin qui e non quello nuovo lascia liberi i risparmiatori di produrre altri capitali, altri redditi esenti da quella imposta. Da questa condizione di cose, favorevole alla produzione del nuovo risparmio, verrebbero ad essere avvantaggiati gli accumulatori del futuro, danneggiati gli accumulatori del passato.

 

 

D’altro canto è da osservare che gli accumulatori del futuro sono nelle loro azioni sopratutto mossi dall’esperienza del passato: è la psicologia degli accumulatori del presente che forma la psicologia degli accumulatori del futuro. Ora, se i primi sono stati scoraggiati dal fatto della nuova imposta è ben difficile che gli altri abbiano ad agire in base a criteri differenti; per conseguenza è probabile che la caratteristica favorevole dell’imposta straordinaria, ossia la libertà dei nuovi patrimoni, non agisca con sufficiente intensità sull’animo dei risparmiatori futuri.

 

 

Si può anche osservare che le imposte annue sono di un tipo già conosciuto, a cui tutti i contribuenti già si sono adattati. Tutti invece considerano innaturale che sul patrimonio accumulato abbia a cadere un’imposta che lo diminuisca prima della morte. Non c’è ancora nei contribuenti quella disposizione d’animo che li porta a vedere di buon occhio o almeno a tollerare un’imposta la quale li privi del patrimonio che essi già posseggono. L’imposta sul reddito, a parità di peso, sembra più lieve perché quel reddito non è ancora stato incassato e l’imposta lo diminuisce man mano che si forma; invece per il patrimonio c’è già il possesso, c’è già la immedesimazione del contribuente con quella ricchezza sicché il dolore di esserne privi indubbiamente riesce più vivo; perciò, anche a parità di peso, è probabile che l’imposta patrimoniale straordinaria eserciti una influenza più dannosa sulla formazione del capitale nuovo.

 

 

Si può aggiungere che le imposte sul reddito, cioè sul flusso del reddito che via via si svolge, hanno una caratteristica la quale coll’andar degli anni ne fa diminuire il peso. Supponiamo che oggi si debbano istituire tre miliardi di lire d’imposte nuove. Essi sembrano duri perché devono essere ripartiti su una certa massa di reddito, per esempio su 30 miliardi. Ma coll’andar del tempo, è sperabile che il reddito nazionale abbia a crescere col crescere del numero degli abitanti, della loro capacità di lavoro, col progredire della tecnica produttiva; ecco che per i contribuenti che via via si vanno rinnovando, il peso dell’imposta è meno forte; i tre miliardi invece di gravare su 30 graveranno su 35, su 40 miliardi. Il peso della liquidazione della guerra sembrerà col passar degli anni più lieve perché andrà percentualmente diminuendo.

 

Siamo di fronte ad argomenti contrastanti, ognuno dei quali ha un non indifferente peso. Forse la conclusione più equilibrata è stata quella con cui il professore Edgeworth conchiuse la sua lettura su A Levy on capital for the discharge of debt. E con essa finisco anch’io.

 

 

«La conclusione mia riposa in gran parte su un principio che taluni ignorano: la suprema importanza del “risparmio”, nel senso di investimento profittevole compiuto allo scopo di produzione futura. Io postulo la dottrina di Adamo Smith, quale è stata espressa dal più eloquente dei suoi discepoli. Pitt nel 1912, Pitt nella sua giovinezza prima che la Rivoluzione all’estero avesse posto la economia in fuga all’interno, metteva in alto fra le cause della ricchezza nazionale quella costante accumulazione del capitale, quella continua tendenza ad aumentarlo, la cui influenza è universalmente veduta ogni qualvolta essa non sia ostruita da qualche pubblica calamità , o da qualche politica erronea e dannosa. “Semplice ed ovvio è questo principio; ma tuttavia – disse Pitt – io dubito se esso sia stato compiutamente spiegato salvochè negli scritti di un autore dei nostri tempi, voglio accennare all’autore di un celebre trattato sulla ricchezza delle nazioni. Questa accumulazione di capitali nasce dalla continua applicazione di una parte almeno del profitto ottenuto in ogni anno ad aumentare l’ammontare totale del capitale da impiegarsi nel medesimo modo e con profitto continuando nell’anno seguente. La grande massa della ricchezza della nazione cresce così continuamente ad interesse composto… in modo che il suo progresso in un periodo ragguardevole di tempo è tale da sembrare incredibile. Sebbene siano stati grandi già gli effetti di questa causa, essi debbono essere ancora più grandi in avvenire… Essa agisce con una velocità continuamente accelerata, con una forza continuamente crescente,

 

 

Mobilitate viget, viresque acquirit eundo.

 

 

Colui che è acceso dall’entusiasmo del progresso reputerà un dovere di non ostacolare l’accumulazione del capitale, eccetto in quanto un vantaggio preponderante in tema di distribuzione possa ottenersi con una siffatta limitazione. Il dottor Marshall bene disse rispetto alla tassazione dopo la guerra: “Il dovere di ogni generazione verso le seguenti è altrettanto urgente come il dovere del ricco di sacrificare un contributo più che proporzionato sul suo reddito a favore del tesoro nazionale; considerazioni etiche e di alta politica consigliano ugualmente la preservazione del capitale”, ed, io aggiungerei, il suo incremento. Il nostro dovere verso la generazione ventura non sarebbe adempiuto se senza assoluta necessità noi ammettessimo un provvedimento che, quantunque descritto come unico ed una volta per sempre, servirebbe come un precedente per esazioni distruttive del risparmio. Il pericolo non sarebbe così serio, se tutti gli avvocati della leva sul capitale fossero come l’autore di Wealth and Welfare (il professore Pigou), il quale consiglia invece trasferimenti di ricchezza dal ricco al povero, miglioramenti nella distribuzione, purché essi non siano tali da scoraggiare la produzione, ed in particolare quella condizione dell’attività produttiva la quale è la più agevole ad essere ignorata da coloro che consigliano trasferimenti, voglio dire l’aspettativa, la posposizione dei godimenti presenti. Quest’ultima cautela è la più atta ad essere omessa dai politici in cerca di popolarità . La loro attenzione è confinata alla distribuzione, od al più ovvio fattore della produzione, il lavoro. Nella loro bramosia di abolire il capitalista privato essi non hanno compreso che egli adempie ad una funzione indispensabile, e che in realtà se noi dovessimo fare a meno di lui e fidarci dei ministeri governativi e dei comitati sindacalisti per provvedere al futuro col risparmio – il che finora fu fatto per motivi di interesse individuale o di affetto famigliare – la collettività probabilmente sarebbe ridotta ad una estrema penuria, se non sull’orlo della morte per inedia. Correre il rischio di una simile fine con una frettolosa adozione del provvedimento proposto sarebbe quasi criminale».

 

 

Parole migliori non potevano essere adoperate per esprimere la condizione di incertezza in cui si trova lo studioso dinanzi al problema dell’imposta straordinaria sul capitale. Considerazioni preponderanti relative alla necessità di salvaguardare la formazione del risparmio nel momento presente e nell’avvenire vicino sconsiglierebbero di ricorrere a questo nuovo strumento tributario. È ovvio però che la conclusione è legittima soltanto ove sia possibile di ottenere il medesimo ammontare d’imposta sotto forma di annualità perenne invece che di tributo pagabile una volta tanto e di ottenerlo all’incirca dalle medesime classi di persone. Se l’imposta straordinaria sul capitale – materiale e personale – deve essere abbandonata per non influire sinistramente sulla produzione della ricchezza nuova, fa d’uopo che l’abbandono si compia a vantaggio di un sistema d’imposta sul reddito e sui consumi che incida sulle medesime classi di contribuenti. Il debito pubblico allora solo non farà nascere rimorsi quando il suo servizio non incida sui redditi minimi e sui consumi necessari.

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