L’incantamento aureo

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 07/10/1944

L’incantamento aureo

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 7 ottobre 1944

« La Democrazia liberale », 23 maggio 1945

 

 

 

Il processo che pare debba cominciare di questi giorni a Roma contro l’ex governatore alla Banca d’Italia Azzolini porge il destro a qualche interessante considerazione monetaria.

 

 

Faccio astrazione dal problema specifico della responsabilità della consegna dell’oro ai tedeschi, rispetto al quale sembra difficile immaginare come al governatore ed ai suoi funzionari sarebbe stato possibile sottrarre, anche se murati in un sotterraneo, seicento quintali di oro a masnade, indettate dal governo neo fascista, le quali ne dovevano conoscere esattamente l’importo. Non pochi alti magistrati e funzionari, a discolpa dell’aver continuato a servire un padrone detestato e spregevole, addurranno la giustificazione dell’avere, secondo comandava la loro coscienza, servito non il padrone ma il paese e di avere così impedito il male maggiore che altri, al lor posto, avrebbe compiuto.

 

 

Il problema è antico e in passato fu risolto in modi assai varii. Durante la restaurazione vide la luce in Francia un assai curioso Dictionnaire des Girouettes, nel quale accanto ad ogni uomo ed alla relativa biografia erano iscritte tante bandierine quanti erano stati i regimi sotto i quali l’uomo aveva coperto pubblico ufficio. Accanto a nomi infamati sono in quel dizionario ricordati e, talvolta, con numero maggiore di bandierine, nomi di persone le quali resero in ogni tempo alla Francia insigni servigi. Il criterio di distinzione sembra essere uno solo: quegli uomini servirono al loro ufficio ovvero al padrone?

 

 

Il problema che qui si vuol porre è legato però solo accidentalmente al caso dal quale ho preso le mosse; ed ha carattere generale. Il processo relativo ai 600 quintali di oro del valore all’incirca di 200 milioni di lire antebelliche (1914) – piccolo resto dei circa 2000 milioni ancora esistenti nel 1921 – involontariamente tende a perpetuare nell’immaginazione popolare la credenza che davvero una cospicua riserva aurea sia il pilastro necessario e massimo di una buona moneta.

 

 

Corre nel pubblico l’opinione che il biglietto di carta valga se e nella misura in cui esso è garantito da un bel mucchio d’oro conservato nelle cantine della Banca di emissione. Pare sia incontrovertibile la proporzione che una moneta cartacea valga qualcosa in quanto dietro ad essa stia una quantità più o meno grossa d’oro.

 

 

Questa, che dicesi teoria della garanzia, è del tutto erronea; almeno tanto erronea quanto la teoria opposta, secondo la quale il biglietto di carta trae valore dalla parola dello Stato emittente.

 

 

Dire che oggi un biglietto da 100 lire o 100 dollari o 100 sterline, vale perché rappresenta oro è uno sproposito altrettanto grande come dire che esso vale 100 perché così dichiarò lo Stato con le parole e le cifre che si vedono incise sul biglietto medesimo.

 

 

Questo secondo sproposito non è innocuo, perché sul fondamento di esso Corti supreme e Corti di cassazione in quasi tutti i paesi del mondo sentenziarono che debitori, i quali avevano ricevuto a mutuo 100 lire o marchi o corone o franchi, quando con quel biglietto si potevano acquistare quattro quintali di frumento, potevano sdebitarsi restituendo le stesse 100 unità, quando esse compravano solo più uno o mezzo quintale od anche solo un chilogrammo od un chicco dello stesso frumento. Il che rovinò il credito dei debitori pubblici e privati e recò gran danno all’economia e sovratutto alle classi operose e lavoratrici che si presumeva in tal modo di beneficare.

 

 

Se il danno non fu così grande come si poteva temere fu perché gli uomini hanno la virtù inestimabile di non possedere la memoria economica, di non ricordarsi cioè più delle bastonature ricevute e di essere sempre pronti ad offrire denaro in prestito a chi ha l’abitudine di non restituirlo o di restituirlo solo in apparenza.

 

 

In verità lo Stato, collo scrivere le parole 100 lire su un biglietto non dice sostanzialmente nulla.

 

 

Quelle parole, in sé stesse non hanno alcun senso; ché si potrebbe scrivere tranquillamente, invece di cento, dieci o mille e sempre si direbbe la stessa cosa, ossia niente. Dire 100 lire avrebbe significato quando si potesse aggiungere: con questo biglietto da 100 lire tu hai il diritto e la possibilità di acquistare un quintale di grano od un paio di scarpe o un cappello o tre chilogrammi di burro e via dicendo.

 

 

Ma lo Stato non dice e non può dire nulla di simile. Esso stampa o fa stampare dalla Banca di emissione biglietti da 100 lire e li manda per il mondo.

 

 

Eppoi chi li ha acquistati, si arrangi. Comprerà quel che potrà comprare; ma lo Stato non gli garantisce nulla. Il che vuol dire che quelle parole non hanno alcun significato preciso.

 

 

Acquistano quel significato quando e perché dietro ai biglietti c’è la garanzia di un mucchio d’oro, detta riserva metallica? Ahimè no! Almeno no, da quando non è più osservata la condizione, che ancora pareva necessaria ed ovvia agli uomini vissuti prima del 1914, che il portatore del biglietto da 100 lire avesse il diritto, senza bisogno di farsi conoscere o di presentare alcun documento, di ottenerne a vista il cambio con un disco d’oro del tal peso e del tale titolo.

 

 

Siccome questa condizione è oramai un ricordo del passato, un fossile antidiluviano di cui nessuno più in nessun paese del mondo si preoccupa, la garanzia aurea non è più una garanzia. L’oro serve come garanzia solo in quanto esso è dato via, solo quando un qualunque mortale presentandosi allo sportello della banca d’emissione ha il diritto, senza uopo di farsi conoscere, di farsi dare oro in cambio dei biglietti.

 

 

Dacché questo diritto è negato e nessuno pensa a risuscitarlo e quei pochi economisti i quali persistono a chiedere il ritorno al cambio a vista – ma non saranno forse neppure una mezza dozzina in tutto il mondo – sono sputacchiati come impervii al progresso della scienza, superati, mummie da museo, come si può seguitare a parlare dell’oro come se fosse sul serio la garanzia dei biglietti?

 

 

Già Vilfredo Pareto aveva osservato che, rispetto ai biglietti le riserve metalliche auree erano una garanzia della stessa precisa natura come l’oro il quale si trova ancora nascosto nelle viscere della terra. Anzi l’oro che è ancora da scavare è preferibile all’oro nascosto nelle sacristie delle Banche di emissione. Non richiede spese di custodia e non corre rischio di essere rubato dai tedeschi.

 

 

Non si afferma con ciò che i tedeschi, portando via con rapina a mano armata i 600 quintali d’oro di proprietà della Banca d’Italia, si siano impadroniti di un pugno di mosche.

 

 

No. I duecento milioni di lire antebelliche (1914) d’oro sono ancora adesso una assai rotondetta somma, da cui i tedeschi possono trarre non lieve profitto. Se il fatto è importante come rapina del denaro pubblico, non interessa tuttavia menomamente dal punto di vista monetario.

 

 

Quando ci persuaderemo che, oggi, quel che conta non è l’oro, ma la quantità dei biglietti emessi? La riserva d’oro italiana potrebbe essere di 2000 milioni, invece dei fu 200 milioni di lire antechelliche (1914); ma se i biglietti invece di circolare nella quantità supponiamo, di 200 o 300 miliardi, circolassero nella quantità di 400 o 500 o 1000 miliardi, il corso di borsa dei biglietti italiani, invece di essere in questo paese di 1 franco svizzero per ogni 100 lire, sarebbe di mezzo franco o di dieci centesimi di franco.

 

 

La teoria che una buona circolazione monetaria non richiede affatto l’uso dell’oro non è certamente stata inventata dai nazisti o dai fascisti, con i loro vaniloqui sulla moneta lavoro. Laddove la unità monetaria cartacea detta «una lira», «un franco», ha perlomeno il vantaggio di non significare niente, la unità «moneta – lavoro» è una insensatezza perché difetta della qualità essenziale di significare sempre la stessa cosa. Unità lavoro ce ne sono a migliaia, una diversa dall’altra. A quale di esse ci riferiremmo nel contrattare?

 

 

Nazisti e fascisti disprezzarono l’oro come la volpe fa dell’uva acerba; perché non lo possedevano o l’avevano sperperato (la differenza fra 2000 e 200 milioni, in Italia) e, godendo poco credito, non ne trovavano a prestito. Gli economisti teorici non avevano tuttavia aspettato l’avvento di costoro per insegnare che una buona circolazione monetaria non presuppone necessariamente l’oro.

 

 

Or sono 125 anni all’incirca, Davide Ricardo, grandissimo fra gli economisti di tutti i tempi e di tutti i paesi, scriveva un celebre saggio, per dimostrare che un paese poteva fare a meno d’oro e con pochissima spesa poteva servirsi di una moneta cartacea altrettanto sicura e più comoda dell’oro.

 

 

Basta che la Banca d’emissione emetta nulla più e nulla meno della quantità di carta moneta la quale occorre per serbare stabile un certo prestabilito livello dei cambi esteri, perché la moneta di carta funzioni altrettanto bene come la moneta d’oro. Non occorre che la moneta cartacea sia permutabile a vista in oro.

 

 

Se la quantità di carta moneta circolante è bene governata, accadrà che una lira sterlina carta comprerà altrettanta merce come quel pezzo d’oro fino che si usava o si usa chiamare con lo stesso nome; e poiché se due cose sono uguali ad una terza, sono anche uguali tra di loro, la lira sterlina carta sarà uguale, senza uopo di cambio a vista, ad una sterlina oro.

 

 

Il sistema della carta moneta inconvertibile in oro ha funzionato benissimo per tratti di tempo abbastanza lunghi, dimostrando così di non essere una pura escogitazione astratta.

 

 

Esso è alla radice dei progetti Keynes, White ed altri numerosi, messi innanzi allo scopo di regolare il governo della moneta in guisa da raggiungere dati effetti che si considerano di interesse generale: cambi esteri stabili, ovvero prezzi interni stabili, ovvero occupazione piena, ovvero altri scopi, tutti più o meno importanti ed utili.

 

 

Forseché è necessario l’oro per fare i conti e dire che una lira più una lira fanno due lire o per paragonare un bene ad un altro? C’è bisogno dell’oro, per dire che un paio di scarpe vale due cappelli? Basta dire che un paio di scarpe vale 50 franchi ed un cappello vale 25 franchi. Se la banca d’emissione emette solo tanti milioni di franchi di biglietti e non più, come fa la Banca nazionale svizzera, i franchi carta diventano ipso-facto una merce rara, di cui la gente ha in tasca una certa quantità e non più e di cui per ciò non è disposta a dare più di 50 unità per comprare un paio di scarpe e 25 unità per comprare un cappello.

 

 

Il guaio della moneta carta non è che essa non possa servire benissimo da sola, senza bisogno dell’oro e col risparmio della fatica necessaria per scovare e procurarsi l’oro, a provvedere ai bisogni degli scambi e del paragone vicendevole fra merce e merce, servizio e servizio. Da 30 anni oramai, dopo il 1914, tutti i popoli del mondo hanno fatto l’esperienza. Si sono disabituati a vedere oro e si sono adattati a fare i loro affari ed acquisti, grossi e piccoli, con la moneta di carta. Talmente abituati, che se improvvisamente ci si dicesse: potete andare di nuovo a cambiare la vostra carta in oro; passato il primo momento di curiosità, nessuno profitterebbe dell’offerta e tutti seguiterebbero ad usar la carta moneta più comoda dell’oro.

 

 

Qual è la ragione, dunque, della sopravvivenza nel mondo di una mezza dozzina di mummie le quali, al par dello scrivente, seguitano ad augurarsi il ritorno al regime aureo, il che vuol dire al cambio a vista ed al portatore della moneta cartacea in moneta d’oro? Le mummie riconoscono, seguaci fedeli in ciò del loro grande maestro Ricardo, che la moneta d’oro impone una spesa inutile, che la moneta di carta adempie altrettanto bene e meglio e più comodamente dell’oro ai dovuti uffici monetari. Ammettono che esistettero in passato ed esistono oggi Banche di emissione capacissime di ben governare la circolazione monetaria cartacea. Osservano soltanto che moneta aurea o permutabile in oro vuol dire impero del caso o della natura e moneta cartacea vuol dire impero dell’uomo; e constatano che in fondo in fondo gli uomini dimostrano, nei momenti critici, di voler ubbidire alla natura piuttostoché ai loro simili.

 

 

La moneta cartacea inconvertibile (inconvertibile nonostante la sedicente garanzia delle riserve auree) è una moneta la cui quantità è fissata dagli uomini che governano la Banche d’emissione e dagli altri uomini i quali governano gli Stati e comandano ai governatori delle banche di emissione.

 

 

Se questi uomini sono brava gente che governa la moneta allo scopo, supponiamo, di mantenere invariato il corso dei cambi, tutto va bene. Con 50 franchi si seguita a comprare un paio di scarpe o due cappelli od 80 chili di pane. Ma se i governatori di banche e governatori di Stato si montano la testa e vogliono conquistare economicamente o militarmente colonie o spazi vitali e fanno spese senza entrate bastevoli, chi li tiene? Il torchio dei biglietti comincia a girare; ed i biglietti diventano tanti, che bisogna dare 1000 e poi 2000 e poi 3000 lire per comprare il paio di scarpe; e forse si andrà più su e in passato si arrivò a milioni ed a bilioni di marchi per acquistare un biglietto del tram. Questi non è necessario siano, ma possono essere i risultati del governo degli uomini. Quale meraviglia che taluna mummia, interpretando il desiderio inconsapevole di tanti uomini, preferisca al governo sapiente degli uomini quello cieco della natura?

 

 

Se infatti le banche di emissione sono costrette al cambio a vista ed al portatore dei biglietti cartacei, ecco che esse non possono stampare ed emettere se non quella quantità di carta moneta, che esse sono sicure di cambiare in oro.

 

 

Ecco che il numero delle unità di biglietti di carta diventa una funzione, un multiplo dell’oro posseduto dalla Banca. Se la banca non vuole fallire ed ha 1000 milioni di lire d’oro in cassa, essa non potrà emettere più di 2000 o di 3000 milioni di lire di biglietti di carta; né si fiderà ad andare più in là, perché non sa quanti biglietti potranno presentarsi al cambio ed essa deve essere sempre pronta a dar oro contro carta.

 

 

Certo è duro abdicare dinnanzi all’oro, ossia dinnanzi al caso che ora fa scoprire miniere ed ora le nasconde, ora le fa feconde ed ora sterili, ora rende conveniente coltivarle ed ora ne consiglia l’abbandono.

 

 

Gli uomini abdicano dinnanzi al caso, per difendersi da sé stessi, per trovare nel caso un riparo contro l’arbitrio dei governanti. La difesa, per fermo, è debole, perché i governanti, decisi a mal fare, non proveranno nell’ora critica alcuno scrupolo ed aboliranno la legge, la quale obbliga le banche di emissione a convertire i biglietti di carta in oro e dichiareranno il corso forzoso; ed i governanti brava gente saranno costretti a seguirne l’esempio.

 

 

Se è debole, quella difesa contro l’arbitrio umano non è però del tutto vana. Essa appartiene al novero di quei pilastri, posti a fondamento delle società sane, che vorrei designare col nome di «incantamenti».

 

 

Nessuno sa perché quel certo istituto duri.

 

 

C’è attorno ad esso un incanto, una magia. Finché l’incanto dura, nessuno osa romperlo e la società dura. Se un avventuriero lo tocca, subito si accorge che quell’istituto è incantato, è fatto di nulla. Con una spallata lo butta a terra; e la società si dissolve. Dal 1914 ad oggi noi abbiamo assistito al dissolversi di troppi di questi incantamenti che tenevano in piedi le società. «Non uccidere» – «non rubare» – «non desiderare la cosa altrui» – «consenti che anche gli altri esprimano il proprio pensiero»; codeste non sono verità scientifiche, sono incantamenti. Gli avventurieri vi irruppero dentro, videro che essi erano fatti di nulla e la società perciò si stava dissolvendo.

 

 

Adesso gli uomini vorrebbero faticosamente ricostruire la società; ma poiché la vorrebbero razionale e la ragion pura non conosce incantamenti, corrono gran rischio di costruire sulla sabbia.

 

 

Uno degli incantamenti su cui poggiava la vecchia società era l’oro. L’oro come difesa degli uomini contro se stessi, contro il proprio arbitrio, contro l’uso della ragione, la quale dimostra che l’oro è inutile. Riusciranno gli uomini a ricreare l’incantamento aureo che fu per il secolo dal 1814 al 1914 la loro gran difesa contro l’arbitrio monetario?

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